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E’ così utile la tecnologia nella scuola?

Ritorno qui su un argomento che non è nuovo, l’opportunità cioè o meno di affidarsi alle nuove tecnologie nella scuola ed in generale nel processo di apprendimento. I governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni si sono lasciati prendere tutti, indipendentemente dal colore politico, da una smania tecnologica senza controllo: nelle scuole non si sono più acquistati libri cartacei ma solo computers, lim ed altri strumenti informatici, il Ministero ci ha bombardato per anni con corsi di aggiornamento dedicati all’utilizzo delle nuove tecnologie, ci sono piovute dall’alto direttive che ci obbligavano ad usare questi strumenti ed imporli anche agli alunni, secondo una concezione dell’insegnamento la cui valenza didattica nessuno osava mettere in discussione. Di recente però ci si è accorti che questa ubriacatura tecnologica può portare con sé anche effetti negativi ed abbiamo saputo anche che in alcuni Paesi pionieri per l’uso delle tecnologie informatiche (v. gli Stati Uniti) si sta facendo marcia indietro e si sta tornando ai mezzi tradizionali di apprendimento. Per questo io riprendo l’argomento, dato che avevo previsto da tempo che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, ed anche perché sono convinto che questo sacro furore del Ministero dell’istruzione per la tecnologia non sia scevro da interessi privati, più o meno trasparenti, manifestatisi in accordi con le aziende produttrici di hardware e di software.
Non voglio parlare delle gravi insidie nascoste nel grande mondo della rete internet, anche perché l’argomento non riguarda solo la scuola ma la vita sociale in genere. Per restare invece in ambito scolastico, vorrei prima di tutto cercare di scoprire qual è, se esiste, la vera utilità dei nuovi strumenti informatici come, ad esempio, gli smartphone, la lavagna elettronica (LIM) ed i tablets. Questi oggetti, al massimo, possono avere la medesima utilità che hanno gli strumenti tradizionali, ma non vedo come possano averne una maggiore: leggere una definizione di matematica in un libro cartaceo o in un tablet, è forse diverso? Leggere una pagina di letteratura su un libro o su una LIM, non è la stessa cosa? Anzi, dico io, se qualche differenza c’è, non è certo a favore dei nuovi strumenti, perché leggere pagine e pagine su un computer o un cellulare stanca la vista e rende nervosi, oltre al danno potenziale alla salute provocato dal diffondersi delle onde elettromagnetiche. Quindi qual è il vantaggio? Non è neanche quello di attrarre maggiormente lo studente e farlo impegnare di più, perché i mezzi informatici non costituiscono più una novità ormai e non c’è quindi possibilità che attraggano chi già da tempo li conosce. E poi, se uno studente è svogliato o incapace, non sarà certo il tablet o lo smartphone in classe a interessarlo e impegnarlo nello studio: caso mai si allontanerà ulteriormente, perché sarà preso dalla forte tentazione di utilizzare diversamente questi strumenti; e così, mentre il professore crede ingenuamente che l’allievo stia seguendo la sua lezione sul cellulare, costui magari spedirà sms o si dedicherà ai videogiochi, in tutta tranquillità.
Per quanto riguarda poi lo studio personale a casa, l’utilizzo delle nuove tecnologie fa più male che bene. L’unico vantaggio, pur importante che sia, è che con internet si aprono nuove possibilità culturali prima indisponibili e quindi un alunno, se non ha compreso bene quanto dice il suo libro di letteratura italiana sulla filosofia del Leopardi (tanto per fare un esempio), potrà cercare dei siti web che glielo spieghino meglio. Ma quanti usano internet per questa funzione? Pochi. La maggior parte degli studenti tiene acceso lo smartphone durante le ore di studio per motivi propri, e questo rappresenta un danno irreparabile, perché fa perdere continuamente la concentrazione su ciò che si sta apprendendo: i nostri ragazzi prendono i libri, cercano di concentrarsi su un concetto e proprio sul più bello… tac: arriva un messaggino dall’amico ed ecco che debbono rispondere, e così ciò che stavano studiando va a farsi benedire. Io ho notato un grave abbassamento del livello di attenzione e di concentrazione degli studenti da quando esistono i cellulari, oltre che un’altrettanto grave riduzione delle capacità di memoria e di ragionamento autonomo. Affidarsi a questi aggeggi significa dare in prestito il proprio cervello a degli oggetti inanimati che lo annacquano fino a renderlo liquido del tutto.
Ma c’è un altro aspetto dannoso della tecnologia, che tocca tutti noi e non soltanto gli studenti: la graduale estinzione della capacità di scrivere a mano in modo ottimale, che un tempo era invece considerata molto importante nella società. Mia nonna, tanto per fare un esempio personale, aveva frequentato soltanto la seconda elementare, perché all’inizio del ‘900 la scuola non era per tutti e le ragazze venivano istruite ancor meno dei maschi, soprattutto in campagna: eppure aveva una grafia meravigliosa, un corsivo che ricordava quello dei manoscritti dei secoli passati, con le lettere tutte perfettamente tracciate. Oggi non si è più capaci di scrivere a mano proprio per colpa di questi nuovi strumenti che hanno tolto alla persona le sue prerogative secolari e rischiano di sospingerla in una nuova forma di analfabetismo. Un altro danno gravissimo è quello provocato dai correttori automatici di Word e di altri programmi di videoscrittura: eliminando automaticamente alcuni errori, infatti, hanno causato in chi scrive una forma di noncuranza circa la correttezza di quanto scritto, con la conseguenza che molti non fanno più caso se hanno messo l’h con il verbo avere, se hanno disposto giustamente gli accenti, se una parola si scrive con la s o con la z; perciò, quando il correttore non è più disponibile, gli errori si moltiplicano. C’è da vergognarsi a leggere i commenti che vengono mandati attraverso internet sui social network come Facebook o altri: sono pieni di errori grammaticali e ortografici, compiuti anche da persone diplomate e laureate. Sarà colpa della scuola, soprattutto della primaria, dove al posto delle vere lezioni si fanno per lo più insulsi progetti e dove per legge oggi non boccia più nessuno? Certamente sì, ma va anche detto che se una competenza posseduta da qualcuno viene lasciata a se stessa, non più rinfocolata e affidata a oggetti estranei all’uomo come sono gli strumenti informatici, finisce gradualmente per perdersi. Ed è quello che succede oggi, nell’epoca più avanzata tecnologicamente ma più arretrata culturalmente, in cui un nuovo analfabetismo si sta facendo strada a passi da gigante.

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Aggiornamento, sì o no?

E’ di pochi giorni fa la notizia secondo cui il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (MIUR) ha emanato una norma che rende obbligatoria l’attività di aggiornamento per tutti i docenti in servizio, destinando allo scopo una cifra che supera i 300 milioni di euro. Visto il modo in cui viene organizzata la cosa, sorge spontanea l’idea di chiedersi se questi soldi non avrebbero potuto essere spesi meglio, magari per rinnovare il nostro contratto di lavoro scaduto dal 2009 (cioè da ben sette anni!), con un blocco pluriennale cui si è aggiunta anche la beffa, perché a me risulta che sarei dovuto passare all’ultimo scaglione stipendiale già da molto tempo, ed invece ogni anno mi viene posticipata la data di applicazione del nuovo stipendio al dicembre successivo. Comunque sia, lasciamo questo futile argomento e pensiamo invece all’aggiornamento obbligatorio, un altro bel regalo che i nostri politici ci hanno elargito.
Voglio precisare subito che io non sono contrario di principio all’aggiornamento dei docenti, anzi lo ritengo necessario e persino indispensabile, anche perché molti di noi, che quando erano giovani e precari leggevano, si documentavano, frequentavano le università e altro ancora, una volta entrati in ruolo e passato qualche anno tendono a tirare i remi in barca – come si suol dire – e replicare più o meno le stesse lezioni e gli stessi argomenti fino alla pensione. Ritengo però che un progetto di aggiornamento serio dei docenti dovrebbe principalmente – se non esclusivamente – riferirsi alle conoscenze relative alle materie di insegnamento di ciascuno e realizzarsi mediante corsi che ci rendano consapevoli delle nuove acquisizioni metodologiche, delle ultime novità della critica, delle nuove scoperte in ambito scientifico ma anche letterario, filosofico, storico e via dicendo. Questo genere di aggiornamento sarebbe veramente utile proprio per la didattica, perché non si può oggi insegnare la matematica o le scienze (ma anche l’italiano, il latino o la storia) con gli strumenti metodologici e critici di trenta o quaranta anni fa, quando si è laureata la maggior parte di noi, visto che i docenti italiani sono i più vecchi d’Europa, e non per colpa loro. Quando io mi sono laureato, tanto per fare l’esempio personale, il programma di letteratura italiana si fermava a Svevo e Pirandello; oggi questo non è più attuale né fattibile, perché dopo questi autori ci sono altri settant’anni di letteratura, sui quali farei volentieri un corso di aggiornamento, dal momento che insegno italiano in una quinta. Invece nessuno ci offre nulla di tutto ciò; siamo costretti ad aggiornarci da soli, ed è ben chiaro che un simile lavoro autonomo lo compie chi lo vuol compiere, mentre alcuni di noi restano fermi a più di mezzo secolo fa, visto che non esiste alcun obbligo al riguardo.
Ed allora, su cosa il nostro amato Ministero vuole che ci aggiorniamo? Sui soliti argomenti triti e ritriti che vanno di moda oggi: le competenze digitali, le lingue straniere e la normativa sugli alunni diversamente abili, BES e DSA. Ormai a livello ministeriale queste sono le sole cose a cui dare importanza, la didattica delle materie curriculari non interessa più a nessuno e si ha la pretesa di imporci (perché di imposizione si tratta) corsi che c’entrano poco con il nostro insegnamento e che poco ci interessano, e spiego il perché. Dell’infatuazione informatica del ministero non ne possiamo più: già da anni nelle scuole non si acquistano più libri né sussidi di altro genere, ma solo computers, tablets, LIM ecc. ecc., senza rendersi conto che questi oggetti sono solo strumenti che possono sì aiutare la didattica, ma non possono certamente risolvere tutti i problemi, né tanto meno sostituire i sussidi tradizionali come libri e quaderni, e men che meno il cervello umano; anzi, su questo ultimo punto avrei qualche riserva e potrei dire che il digitale può essere addirittura dannoso, perché finisce per atrofizzare la memoria e talvolta anche le capacità logiche degli studenti. Comunque sia, da parte della quasi totalità dei docenti ormai le nuove tecnologie sono abbastanza conosciute, almeno per quel che ci serve per le esigenze dell’attività quotidiana; non vedo quindi a cosa serve insistere all’infinito su queste competenze e conoscenze che nulla aggiungono alla nostra professionalità. Lo stesso dicasi per le lingue straniere, e per l’inglese in particolare. Si tratta di una lingua indispensabile ai giovani di oggi, considerato anche il fatto che – purtroppo – molto spesso sono costretti ad emigrare all’estero per trovare lavoro; ma di essa debbono occuparsi i docenti di lingua, i quali possono essere aggiornati o autoaggiornarsi come vogliono e come credono. Ma i docenti delle altre discipline cosa c’entrano? Perché io, che insegno italiano, latino e greco, debbo aggiornarmi in inglese che non c’entra nulla con il mio insegnamento? Anche questa è una fissazione dei tempi moderni, il voler mettere l’inglese dappertutto, come il prezzemolo; e così anche la nostra lingua, la più bella del mondo, viene continuamente imbastardita da questi termini anglosassoni non necessari ed impronunciabili.
Rimane il terzo settore su cui il Ministero vuole aggiornarci, che riguarda non tanto gli alunni disabili (per cui esistono i docenti di sostegno), quanto quelli con difficoltà specifiche di apprendimento (BES e DSA); ma anche su questo argomento siamo già stati informati abbastanza, abbiamo già tutti o quasi tutti seguito corsi di approfondimento, sappiamo cos’è il “piano didattico personalizzato” e come comportarci in caso che ci capiti nelle classe qualcuno di questi casi. Perché dunque ribattere sempre sugli stessi tasti e costringerci a seguire corsi durante i quali, presumibilmente, molti colleghi faranno finta di seguire e di nascosto leggeranno il giornale o sbirceranno sullo smartphone come i ragazzi? A me sembra che questa modalità di organizzare l’aggiornamento, che se fatto bene sarebbe veramente proficuo, sia invece ancora una volta un’inutile formalità, uno dei tanti tentacoli del formalismo e della burocrazia che ormai dominano la nostra scuola e che hanno tolto a molti di noi, che pure sono ancora contenti di andare in classe a fare veramente lezione, l’entusiasmo che prima avevamo nello svolgere la nostra professione.

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La rivincita del libro di carta

Alcuni anni fa, in coincidenza soprattutto con la capillare diffusione di internet nel nostro Paese, i sostenitori accaniti delle nuove tecnologie e del moderno ad ogni costo erano pronti ad asserire, a giurare persino, che entro pochi mesi il tanto celebrato e-book, cioè il libro elettronico da leggere sul computer, sul tablet e persino sul cellulare avrebbe del tutto sostituito il libro tradizionale cartaceo. E con questa convinzione i paladini delle nuove tecnologie elencavano i vantaggi che questo nuovo metodo di lettura avrebbe avuto, in particolare quello di poter ospitare migliaia di pagine in un supporto elettronico poco pesante e poco ingombrante, il quale avrebbe potuto da solo sostituire interi scaffali di libri ingombranti e polverosi. A questa pia illusione hanno creduto in molti, anche i solerti funzionari del nostro Ministero dell’istruzione, tanto da far uscire circolari che obbligavano (ed obbligano ancora) i docenti a scegliere libri di testo che siano totalmente o parzialmente “online”, cioè su internet, in modo da ridurre il peso che gli alunni avrebbero dovuto portare negli zaini, ma anche per mettersi alla pari – almeno così dicevano – con gli altri paesi europei, dove il digitale aveva già da tempo superato il cartaceo.
Vediamo cosa è accaduto in realtà, partendo proprio dal problema dei testi scolastici. Cosa hanno realizzato, di fatto, le case editrici? Rendendosi conto che gli studenti, nonostante tutti gli strumenti elettronici di cui sono dotati, hanno ancora bisogno di maneggiare il libro, poterlo aprire in qualsiasi momento, poterlo sottolineare ecc., cioè – in una parola – preferivano ancora il libro di carta, si sono limitate ad applicare ai testi delle appendici on-line che spesso non contengono nulla di nuovo né di particolarmente importante; nella maggioranza dei casi, in effetti, la parte fondamentale e indispensabile del testo resta quella cartacea, mentre online troviamo solo qualche lettura aggiuntiva, qualche testo degli autori in più (i meno significativi) o qualche videolezione di qualche minuto che nulla aggiunge a quanto contenuto nel libro cartaceo. Almeno per i testi di letteratura italiana, latina e greca, quelli cioè su cui lavoro io, le cose stanno esattamente come le ho descritte. Ciò significa, in modo inequivocabile, che questa ubriacatura informatica che ha contagiato il nostro Ministero si è rivelata un fuoco di paglia, poiché è apparso chiaro che libri e quaderni cartacei sono ancora insostituibili, e che l’ebook, almeno in ambito scolastico, non si è mai affermato. Poiché dopo tanti anni di insegnamento conoscevo bene gli studenti e le loro abitudini, io avevo da sempre previsto ciò che si sarebbe verificato, convinto come sono che oggetti come tablet, smartphones, LIM ecc., che ci venivano prospettati come prodigiosi e risolutivi, sono soltanto degli strumenti, e neanche i più adatti per uno studio serio e consapevole. Essi da soli non possono risolvere nulla: si può leggere una pagina di storia in un libro di carta o su un tablet, ma se non la si studia e non la si comprende si resterà sempre al punto di prima. Un alunno incapace o svogliato non diventerà intelligente e studioso solo perché ha in mano un tablet. Lo stanno comprendendo anche all’estero, nei paesi che spesso noi italiani amiamo scimmiottare come ad esempio gli Stati Uniti, dove stanno tornando ad usare gli strumenti tradizionali.
Comunque, anche al di fuori della scuola, il libro elettronico o e-book non si è mai affermato, e le previsioni di coloro che sostenevano la scomparsa prossima del libro di carta si sono rivelate del tutto fallaci. E qui mi piace citare Umberto Eco, un intellettuale da poco scomparso per il quale io non ho mai nutrito eccessiva simpatia, ma che su questo punto aveva assolutamente ragione. Egli diceva che il libro di carta si può leggere ovunque, anche sotto un albero, in barca o dovunque non esistano spine elettriche; lo si può segnare, sgualcire, è sempre pronto a darci un’emozione in qualunque momento, e soprattutto non danneggia la nostra vista e le nostre vertebre cervicali. In effetti, proviamo a leggere su un computer opere come la Divina Commedia o i Promessi Sposi, e vedremo poi in che condizioni saranno i nostri occhi dopo tante ore passate davanti ad uno schermo elettronico! Senza contare il fatto, per me fondamentale, che il libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa e può essere aperto e sfogliato anche dopo cinquant’anni dal suo acquisto, mentre l’e-book è qualcosa di evanescente, di labile, di provvisorio, perché basta un guasto al computer e una cancellazione dell’hard disk per vederlo sparire per sempre. La cosa strana è che ancora oggi gli alfieri del modernismo vanno sostenendo che i libri cartacei spariranno presto; ma la profezia è ancor più fallace di quella avanzata anni fa, perché i supporti ed i libri elettronici esistono ormai da molto tempo, e se avessero dovuto soppiantare del tutto la carta l’avrebbero già fatto. Se ciò non è avvenuto è perché si è compreso che il libro è sempre un oggetto prezioso che va maneggiato, annusato, sfogliato con cura e tenuto gelosamente in un luogo (la libreria) dove sia sempre visibile e disponibile, non nascosto dentro un computer e quindi invisibile fino a quando, con perdita di tempo e difficoltà, si riesce ad aprire il programma e poterlo visualizzare. Con ciò non voglio sminuire l’importanza di internet quando si tratta di reperire fonti e materiali per la ricerca: io stesso, quando ho compilato la mia storia e antologia della letteratura latina, ho fatto largo ricorso ai testi elettronici per l’antologia degli autori, anche perché mettersi a trascrivere a mano, in latino, un’intera commedia di Plauto o un’orazione di Cicerone sarebbe stato un lavoro enorme e antieconomico. Ma a questo servono appunto i libri elettronici, secondo me: sono strumenti per risparmiare tempo ed hanno uno scopo pratico, utili per quando si ha la necessità immediata di avere sottomano un testo. Ma se invece vogliamo leggere un libro per amore della lettura, per l’istinto innato di sapere e di conoscere, il vecchio libro di carta resta ancora l’amico più caro.

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Ancora bastonate sul Liceo Classico

In questi giorni abbiamo appreso dalla Tv e da articoli di quotidiani i dati sulle iscrizioni degli studenti alle scuole superiori, appena diffusi dal Ministero dell’istruzione. Ne risulta un sostanziale proseguimento delle tendenze già manifestatesi negli ultimi anni: un rafforzamento del Liceo Scientifico (giunto quasi al 25 per cento degli iscritti) e del Linguistico, un aumento di alcuni istituti tecnici unito però ad un calo dei professionali, e soprattutto – ciò che mi riguarda personalmente – un ulteriore calo del Liceo Classico, passato a livello nazionale dal 6,1 al 5,5%. Questo significa che solo 11 ragazzi su 200 si iscrivono a questa scuola, un tempo considerata d’eccellenza e quasi sempre prescelta da chi aspirava a far parte della classe dirigente o a raggiungere un’alta professionalità. Oggi a questo siamo ridotti: al 5,5 per cento! Ed io, apprendendo la notizia, ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: mi sono immaginato di trovarmi di fronte ad una vasta platea di ben 200 adolescenti festanti, pronti ad intraprendere il loro nuovo percorso formativo; compiaciuto di ciò, ho chiesto a tutti questi giovani di dirmi quanti di loro si siano iscritti al Classico, aspettandomi di udire tante voci. Invece, fattosi un silenzio generale, soltanto undici manine tremolanti si sono alzate, di ragazzini spauriti in mezzo a tanta folla, dalla quale poi si è levato sempre più forte un brusio di improperi e di derisioni. Così è nella realtà, oltre che nel sogno: chi oggi sceglie il Classico è guardato con ironia e sospetto dai coetanei, additato come un “secchione” o come uno “sfigato”, un reietto quindi costretto a vivere sui libri e a non fare più parte della società che lo circonda.
Purtroppo, nonostante l’impegno di tante persone ed anche – modestamente – del sottoscritto (almeno nel suo territorio e con l’ausilio di questo misero blog) i dati non cambiano, anzi ogni anno il Liceo Classico perde iscritti, tanto che in alcune città è sparito del tutto: faccio l’esempio di una provincia toscana a noi vicina, quella di Grosseto, che io conosco se non altro per esserci nato ed averci dei parenti: di tre Licei Classici che c’erano fino a pochi anni fa, ne è rimasto soltanto uno, nel capoluogo, con due sezioni. In una provincia così vasta, con oltre 210.000 abitanti, soltanto 40 ragazzi circa si iscrivono ogni anno a questo corso di studi; e la proporzione non è molto diversa nelle altre province e regioni, se consideriamo che in Emilia Romagna, ad esempio, soltanto il 3,5% degli alunni delle medie si iscrive al Classico, ossia 35 ragazzi su 1000, una cifra che definire irrisoria è pure troppo esaltante.
Più volte, in questo blog, ho preso posizione sull’argomento e cercato di individuare le cause di questo triste fenomeno, che configura nel nostro Paese una crescita esponenziale dell’ignoranza e dell’approssimazione, di una concezione cioè della vita nella quale la cultura non ha più diritto di cittadinanza (“la cultura non si mangia”, disse un noto politico). Quello che conta attualmente è il successo ed i facili guadagni, mentre l’impegno e la fatica sono ormai diventati appannaggio di pochi ingenui che ancora credono a queste amenità, mentre le mode del momento impongono a tutti una vita comoda e facile, tutta spesa ad inseguire i miti di internet e della televisione. In questo clima edonistico ed utilitaristico, l’istruzione è concepita soltanto come un mezzo per inserirsi nel mondo del lavoro e poter guadagnare prima possibile, senza perdere tempo studiando cose ritenute inutili. Questo spiega il boom degli istituti tecnici e degli pseudolicei (cioè le scuole che si fregiano del titolo di “liceo” senza esserlo affatto), scuole che – almeno teoricamente – dovrebbero rilasciare diplomi atti ad inserirsi subito nelle attività lavorative; e poco importa che questa sia una pia illusione, perché oggi chi vuole avere una professionalità da spendere sul mercato deve comunque conseguire una laurea: ci si getta alla caccia del “diploma” pensando di ottenere chissà cosa, e la crisi economica attuale ha ovviamente incentivato questa mentalità.
E tuttavia, restando nell’ambito dei Licei, colpisce anche la grande sproporzione tra gli iscritti al Liceo Classico e quelli al Liceo Scientifico, quattro o cinque volte più numerosi, a seconda dei luoghi. In questo confronto non possiamo parlare di mentalità utilitaristica o superficiale, perché anche il Liceo Scientifico presuppone il proseguimento universitario degli studi, ed ha fin dal primo anno una serie di discipline di tutto rispetto: cinque ore settimanali di matematica, due di fisica, due di scienze, quattro di italiano, tre di latino, tre di inglese ecc. Non può quindi definirsi una scuola agevole, né poco impegnativa; oserei anzi dire, almeno dal mio punto di vista, che l’impegno richiesto ad uno studente che viene dalla scuola media attuale è gravoso almeno quanto quello richiesto dal Classico, se non di più. Come si spiega dunque questa vistosa sproporzione? Forse per il fatto che allo Scientifico non si studia il greco? Ma io non posso credere che, su sei studenti, cinque siano particolarmente inclini alle materie scientifiche e soltanto uno sia più portato alle materie umanistiche, tanto da poter affrontare serenamente una dose massiccia di matematica e di fisica come quella del Liceo Scientifico e di ottenere in quelle materie risultati più brillanti di quelli che otterrebbero in greco. Evidentemente c’è qualcosa che non va in queste scelte, una serie di pregiudizi e di idee distorte che continuano a circolare in società e non perdono col tempo, anzi acquistano efficacia. Il primo di essi è che le discipline umanistiche, in particolare il latino ed il greco, non servirebbero a nulla, mentre la matematica e la fisica sarebbero utili in società. A parte il fatto che è il concetto stesso di “servire” che a mio parere è sbagliato, perché la scuola deve formare la personalità del giovane, non “servire”; ma poi va anche detto che, se ragioniamo da un punto di vista generale, non mi risulta che questo sia vero: come gli studenti non avranno occasione nella loro vita di parlare in greco, non avranno nemmeno modo, nell’esperienza reale, di applicare la trigonometria o l’analisi matematica, a meno che no svolgano professioni specifiche a cui arriverà un numero bassissimo di persone. Se poi la matematica, la fisica e le scienze (che, sia detto per inciso, si studiano anche al Classico, e più di prima!) saranno più utili a chi sceglierà facoltà scientifiche, non si può negare che anche le lingue classiche hanno un’importanza decisiva per gli studi universitari, non solo perché abituano al corretto metodo di studio ed al pensiero critico, ma anche perché, proprio nell’ambito scientifico, tutta la terminologia impiegata deriva dal latino ed ancor più dal greco. Va anche tenuto presente che la padronanza della lingua italiana scritta e orale, cui il Liceo Classico abitua più delle altre scuole, è tuttora uno strumento indispensabile per superare qualunque prova in ambito lavorativo e per affermarsi in società. Ma queste competenze, nella società attuale, non sono più apprezzate da nessuno: oggi il “mantra” trito e ritrito che si sente sempre ripetere da politici, giornalisti e pseudo-intellettuali che pretendono di occuparsi di scuola senza saperne nulla, è quello dell’informatica e dell’inglese, quasi fossero le uniche e sole competenze che uno studente deve possedere, magari ignorando l’italiano e facendo continuamente errori ed orrori di ortografia.
A seguito di questa serie di fattori, che vanno dalla crisi economica alla superficialità dilagante, dalla mania anglicistica ed informatica all’idolatria dello scientificismo, il Liceo Classico continua a perdere iscritti, ad apparire come un residuo di una civiltà ormai tramontata, una scuola dove bisogna impegnarsi molto per studiare cose che non servono; e quei pochi coraggiosi che vi si iscrivono vengono emarginati e giudicati quasi alla stregua di alieni, persone strane e indegne di essere accolte nel consorzio sociale. Ma da parte mia la profezia è facile: di questo sfacelo, di cui sono responsabili in primis i governi ed i ministri “progressisti” che vogliono aumentare l’ignoranza perché i cittadini non si accorgano di esser diventati dei sudditi imbelli ed imbambolati, si vedranno le conseguenze in futuro, quando ci si renderà conto che la cultura meriterebbe di mantenere un ruolo attivo in ogni Paese civile, un ruolo che non può ridursi a parlare l’inglese o a strisciare le dita su un tablet. E allora diventerà attuale una frase che è stata detta – guarda caso – proprio da un illustre matematico, il prof. Giorgio Israel: “Chi si rallegra del declino del Liceo Classico sta segando il ramo sul quale è seduto.”

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La tv esalta, senza conoscerla, la tecnologia scolastica

In questi giorni ho sentito ad un telegiornale (mi pare il TG2) una notizia presentata come uno scoop: che cioè in un liceo del ricco e progredito Nord Italia è stato adottato il registro elettronico e che gli alunni, al momento di entrare a scuola il mattino, fanno passare un apposito tesserino elettronico (detto badge) che attesta la loro presenza; i genitori poi, mediante una password, possono controllare i voti e le assenze dei figli.
La notizia mi ha fatto sorridere e ha confermato in me l’idea secondo cui i giornalisti televisivi sono scarsamente informati di ciò che avviene nel mondo della scuola, di cui parlano senza alcuna competenza: se infatti, prima di dare questa notizia così sensazionale, avessero fatto una semplice indagine, avrebbero scoperto che il registro elettronico è ormai una realtà di fatto in moltissime scuole, non solo in quel liceo che ci hanno mostrato. Nella mia scuola ad esempio, grazie all’impegno propositivo del Dirigente e di noi docenti, lo impieghiamo ormai da tre anni, e dallo stesso arco di tempo è in uso il badge (ma perché non usiamo la lingua italiana?) ed il controllo genitoriale sul profitto ed il comportamento degli alunni. Pur essendo Licei di provincia, noi a Montepulciano siamo stati pionieri delle nuove tecnologie e ne siamo fieri, benché non manchino anche in questo ambito le controindicazioni; si sa bene, in effetti, che ubi commoda, ibi et incommoda, ma è comunque un dato di fatto che il nuovo sistema non è prerogativa dei licei del nord, né di un particolare tipo di scuola rispetto ad altri.
Il servizio del tg2 proseguiva con l’immagine di una classe di quel liceo, in cui tutti gli alunni erano stati forniti del loro bravo tablet, che tenevano sul banco. Un alunno intervistato ha detto che quello strumento serve per andare su internet durante le lezioni, e magari per scambiarsi appunti e notizie tra studenti. Ecco, questo noi ancora non ce l’abbiamo, ma non ne sentiamo francamente la mancanza; io, personalmente, sono convinto che non sia il tablet o la LIM a dover sostituire gli strumenti tradizionali della didattica come i libri o i quaderni, né che tali strumenti possano far diventare bravo e studioso chi non lo è. Di questo l’ubriacatura informatica che oggi investe giornalisti, intellettuali e ministri dell’istruzione non si è ancora accorta: che cioè i tablet e altri aggeggi del genere sono soltanto strumenti, non necessariamente miracolosi né più efficaci di altri per la didattica. E poi ho l’impressione – anzi quasi la certezza – che dare dei tablet a tutti gli alunni durante le lezioni servirebbe più che altro a farli distrarre e a far sì che, nel bel mezzo della spiegazione del docente, essi si diletterebbero nei giochetti elettronici e nello scambiarsi messaggi più o meno frivoli e insulsi. Se impediamo loro di tenere acceso il cellulare durante le lezioni e poi diamo loro il tablet, ci ritroviamo, come si sul dire, punto e daccapo.

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Ancora luoghi comuni sulla scuola e sui docenti

Ho letto poco fa, sul blog del “Gruppo di Firenze” (il link è a fianco tra i “blog che seguo”), i commenti ad un articolo di una certa signora Falco, dirigente scolastica di un Istituto comprensivo di Sesto San Giovanni, la quale tra l’altro dice: “Dovrebbe essere rivisto in ambito contrattuale il profilo professionale dei docenti della scuola pubblica, che non può più delinearsi quale lavoro eminentemente femminile, praticamente part time, a carattere quasi stagionale”.
L’assurdità di queste affermazioni, lesive oltretutto della dignità dei docenti, è stata rilevata da diversi colleghi che hanno commentato l’articolo; e così ho fatto anch’io, inviando questo contributo che intendo qui riproporre.

“La preside Falco, a mio giudizio, non fa altro che riesumare per l’ennesima volta antichi luoghi comuni sessantottini, del tutto distanti dalla realtà attuale. E’ pacifico il fatto – e penso che tutti qui lo riconosciamo – che il nostro lavoro non è affatto part-time e non si limita alle 18 ore settimanali, non credo ci sia bisogno di dimostrarlo ulteriormente. Tenere aperte le scuole il pomeriggio sarebbe un’inutile spesa per lo Stato; e poi, almeno per quanto mi riguarda, io curo la correzione degli elaborati, l’aggiornamento, la preparazione delle lezioni ecc. molto meglio a casa mia, dove ho tutto il necessario, piuttosto che nell’edificio scolastico. Non comprendo questa insistenza assurda, che viene soprattutto dalla sinistra e dal PD, sul voler tenere aperte le scuole al pomeriggio. Cui prodest? A noi no di certo, ma neppure agli alunni: nella mia scuola, ad esempio, abbiamo l’80% di pendolari, che non possono trattenersi oltre l’orario mattutino, tanto per dirne una.
E un’altra cosa poi: basta con questa assurda infatuazione per gli strumenti multimediali, che molti continuano a definire “nuovi” anche se ormai non lo sono più: sono 20 anni che esiste internet, i CD e quant’altro, e più di recente sono arrivate le LIM (spesa inutile a vantaggio esclusivo delle aziende produttrici), gli smartphon e i tablets; ma questi begli aggeggi possono soltanto essere usati come strumenti, non possono sostituire il cervello umano. Lo studio personale dell’alunno è affidato alle sue qualità ed al suo impegno, non certo a un tablet o una LIM. Finché non passerà questa sbornia informatica, che serve solo ad arricchire le aziende produttrici, si perderà sempre di vista il vero fine dell’insegnamento, in nome di una “modernità” che è solo di facciata, e non offre nulla di concreto.
L’unica riforma da fare alla scuola primaria sarebbe quella di tornare ad un insegnamento serio, che dia ai ragazzi gli strumenti concreti di conoscenza della lingua italiana e delle basi della matematica e della lingua straniera. E se qualcuno non raggiunge gli obiettivi minimi prefissati, è giusto che ripeta un anno o due, anche alla scuola primaria o secondaria di primo grado. Una ripetenza non distrugge nessuno, anzi consente di raggiungere con più agio e serenità le conoscenze e le competenze necessarie per il proseguimento degli studi. Saluti. Prof. Massimo Rossi – Montepulciano (Siena)”.

Occorre combattere con forza questi luoghi comuni che purtroppo esistono anche oggi e non fanno altro che squalificare la nostra categoria. E qui intendo contestare anche un’altra affermazione della Falco, quella circa la “femminilizzazione” del corpo insegnante. A parte il fatto che ciò non corrisponde a verità, perché c’è comunque in ogni scuola una parte di docenti uomini; ma poi non vedo che rilievo possa avere oggi, dopo tutte le lotte sostenute per le pari opportunità, un dato di questo tipo: l’efficacia didattica di un insegnante non dipende dal sesso, ma dalla professionalità, dall’impegno costruttivo nel lavoro, dalla personalità culturale e umana di ciascuno, a prescindere dal fatto che sia uomo o donna. Su questo punto si basa invece qualcuno tra i commentatori dell’articolo suddetto, il quale non ha esitato ad asserire che i nostri stipendi sono così miseri perché concepiti per le donne, nel senso che il contributo finanziario della moglie dovrebbe servire solo a integrare quello, ben più consistente, del marito. Ma anche questo è un luogo comune vecchio e ritrito, perché molte donne oggi guadagnano più degli uomini e contribuiscono in misura paritaria, e in molti casi preponderante, agli introiti di una famiglia media. E tanto che ci siamo, voglio contestare anche un altro luogo comune, quello cioè secondo cui il nostro stipendio sarebbe miserevole: è vero che è inferiore a quello di molti colleghi di altri Paesi europei, ma è anche vero che è più o meno in linea con quello di altri dipendenti pubblici di pari grado. Con la crisi economica che stiamo attraversando, non è proprio il momento di lamentarsi, dato che il nostro posto di lavoro – almeno per il momento – è sicuro. Se poi la situazione generale migliorerà, sarà giusto far recuperare alle nostre retribuzioni ai potere d’acquisto che avevano prima della crisi, ma per il momento non credo che si possa realisticamente chiedere molto di più: non perché non sia opportuno, ma perché i soldi non ci sono.

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