Archivi tag: studio

L’uomo nella fodera

Tra i racconti del celebre scrittore russo Anton P.Čechov (1860-1904) ve n’è uno che mi ha profondamente colpito, più degli altri, e che si intitola L’uomo nella fodera. E’ la storia di un insegnante di ginnasio che viveva prigioniero delle sue paure e delle sue ansie, ed era in difficoltà ogni volta che nella sua vita si prospettava un qualche cambiamento, perché viveva come chiuso dentro una fodera che lo schermava dal contatto con l’esterno, una fodera fatta di perbenismo, di conservatorismo, di una moralità arcaica e bacchettona, tanto da scandalizzarsi ogni volta che assisteva a qualcosa di diverso dalla sua mortificante routine quotidiana: soltanto le circolari che contenevano divieti e proibizioni gli andavano a genio, mentre qualsiasi evento che fuoriusciva dal suo pensiero e dalle sue abitudini lo turbava profondamente, nella paura che “succedesse qualcosa”. Un personaggio di questo genere, che viveva sempre chiuso nel suo guscio, aveva di continuo difficoltà a relazionarsi con gli altri, che fossero colleghi di lavoro o altre persone che potesse conoscere; poiché viveva solo, infatti, aveva preso con sé un assistente maschio, poiché vivere con una donna accanto avrebbe dato adito, nella cittadina, a dicerie e malignità, cosa che il nostro Belikov voleva ad ogni costo evitare. E proprio qui stava la maggior difficoltà della sua vita: relazionarsi con il sesso femminile, dal quale si era sempre tenuto a debita distanza, per evitare di dover cambiare le sue abitudini e che gli “succedesse qualcosa”. Nonostante questa sua natura solitaria e – oserei dire – da vero nevrotico, Belikov si vede spinto dai suoi conoscenti (prima tra tutte la moglie del preside della sua scuola) a sposarsi con Varenka, una bella signorina non più giovanissima che era la sorella di un suo collega insegnante giunto dall’Ucraina, Kovalenko. Quello che si tentava di combinare era uno di quegli insulsi matrimoni di cui vi era gran copia in quel tipo di società, dove la “sistemazione” definitiva degli uomini e soprattutto delle donne era considerata inevitabile e “normale” nel senso che tutti, prima o poi, dovessero sottomettervisi, non essendo la vita da “single”, come si dice oggi, rientrante nella categoria della normalità. Tanto fanno e dicono i colleghi di Belikov e le signore del paese che persino lui finisce per convincersi della necessità di sposarsi, ed anche Varenka, temendo di restare zitella accanto ad un fratello con cui non andava d’accordo, è consenziente. Ma un giorno succede l’irreparabile: l’uomo nella fodera, durante una uscita scolastica sul territorio, vede la promessa sposa che va in bicicletta insieme al fratello, e per lui questo è un trauma irreversibile. Dove va a finire la moralità, il buon costume, se una donna va in bicicletta? Per lui questo è uno scandalo imperdonabile, come è altrettanto inaudito che un insegnante (Kovalenko, appunto) vada anche lui in bicicletta.Cosa direbbero gli alunni se lo vedessero? E cosa direbbe il preside? Belikov è sconvolto, tanto da rinunciare al matrimonio e presentarsi il giorno dopo per fare le sue rimostranze a Kovalenko il quale, già maldisposto verso di lui, lo caccia in malo modo. Sempre più sconvolto da quanto ha visto e sempre più incapace di uscire dalla sua fodera ed affrontare la realtà, egli si ritira definitivamente dal mondo, si mette a letto malato e muore di lì a un mese.
Questo splendido racconto mi ha colpito per due diverse ragioni. La prima è che esistono ancora – e sono molti – gli “uomini nella fodera”, nel senso che i pregiudizi, le false convinzioni, le ideologie anacronistiche tengono ancora prigioniere molte persone nella nostra società. La seconda è la singolare coincidenza consistente nel fatto che il personaggio di Čechov, guarda caso, è proprio un insegnante di greco; anzi, lo studio delle lingue antiche, ch’egli trovava armoniche e melodiose, era per lui un rifugio, un ulteriore schermo contro l’invadenza del mondo esterno, dato che, essendo di difficile comprensione per la maggior parte delle persone, esse gli consentivano di restar chiuso nella fodera e rinchiudersi sempre più nella sua misantropia. In tutto questo io trovo un’analogia con quanto avviene ancor oggi ad alcuni di noi cultori delle civiltà classiche (o anche moderne): appassionati profondamente dei nostri studi, abbiamo difficoltà ad affrontare la vita pratica, tanto che a volte ci chiudiamo anche noi in una “fodera” che ci isola dalla società e dai problemi della realtà quotidiana. E’ questo uno dei rischi connessi con la cultura, l’arte e l’eccessivo desiderio di conoscenza che è insito nella natura umana da millenni, ma che in certi casi rischia di condurci ad una contrapposizione con ciò che ci circonda o procurarci difficoltà relazionali comunque pericolose. Tanto per fare l’esempio personale (visto che questo è un blog e quindi riflette la personalità di chi lo tiene) anch’io sono rimasto in parte vittima di questo eccessivo amore per lo studio e la cultura, che mi ha portato in gioventù a frequentare pochi amici e a non essere mai inserito in un gruppo o in una qualsivoglia comunità; mi è perciò capitato di trovarmi in difficoltà nelle relazioni sociali ed in particolare nell’ambiente di lavoro, dove molto spesso, non riuscendo a comportarmi in modo “diplomatico” ma avendo invece il tremendo vizio di manifestare apertamente il mio pensiero, ho avuto colleghi che per anni interi non mi hanno rivolto la parola. E credo che da ciò sia derivato anche un’altra mia caratteristica, quella di non avere alcun “carisma”, di non essere cioè in grado di convincere gli altri della validità del mio pensiero. Non è successo quasi mai, tanto per fare un esempio, che una mia proposta avanzata nelle riunioni collegiali sia stata apprezzata, né tanto meno accettata, dai colleghi; ho anzi avuto l’impressione ch’essi fossero spinti, quasi da una forza misteriosa, a dire e fare sempre il contrario di ciò che io ho proposto e sostenuto. Ma di ciò non posso dare la colpa a nessuno se non a me stesso, perché evidentemente il mio modo di essere ed agire è giudicato asociale e urtante dagli altri, che reagiscono con un atteggiamento di opposizione.
Da tutto ciò ricavo una sola conclusione: l’isolamento, la mancanza di contatti umani, il rinchiudersi in un mondo proprio fatto di studio appassionato ed esclusivo sono comportamenti che non possono che allontanarci dalla realtà e dalla capacità di affrontare e risolvere i veri problemi, quelli che la vita pratica ci pone dinanzi durante la nostra esistenza. Anche la cultura, benché il termine conservi tuttora un valore positivo, può essere una “fodera” che ci isola dall’esterno e ci rende incapaci di vivere in modo “normale”. E a poco giova consolarsi con il dire che anche grandi e geniali artisti avevano grosse difficoltà nella vita pratica: Mozart ad esempio, il più grande genio musicale che mai sia esistito sulla terra, non sapeva compiere le più elementari azioni quotidiane, veniva ingannato da tutti e si riduceva in miseria, nonostante guadagnasse molto, per non saper amministrare il suo denaro. Ma lui almeno era un genio, e con questo titolo è passato alla storia; noi, invece, non abbiamo neanche la soddisfazione di poterci definire tali, perché siamo persone comuni destinate ad essere poco considerate in vita e dimenticate subito dopo.

Annunci

3 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Politica scolastica

Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso

Questa splendida e ben nota citazione da Dante (Paradiso, V, 41-42) significa, interpretandola letteralmente, che comprendere o imparare qualcosa non forma la vera cultura se non si tiene poi a mente ciò che si è imparato. Mi è sembrato giusto apporla qui, all’inizio di un nuovo post che intende trattare appunto il problema della memoria, riferito in particolare ai nostri studenti. Già da tempo vado ripetendo che il maggior inconveniente che io trovo nel mio insegnamento non consiste tanto nell’apprendimento degli argomenti dei programmi che ogni giorno vado illustrando ai miei studenti quanto nella loro “sedimentazione” nella memoria degli studenti stessi. In altri termini, mi capita quasi sempre di interrogare gli alunni e trovarli preparati sulla lezione del giorno e anche sulle precedenti; ma dopo la verifica entra in gioco, nella mente dei ragazzi, quasi un processo di cancellazione dei concetti, per cui, se quegli stessi argomenti su cui hanno ottenuto buoni voti vengono loro richiesti ad un mese di distanza dall’interrogazione, non ricordano più quasi nulla. Il fenomeno è ben riscontrabile all’inizio di ogni nuovo anno scolastico: proviamo a far domande alla classe, anche in maniera generica e senza alcuna valutazione, sul programma dell’anno precedente e troveremo dei vuoti di memoria abissali tanto che viene da chiedersi quale sia l’utilità dell’insegnamento se su tutti quegli argomenti che sono stati preparati con cura, ripetuti e riferiti al docente in maniera anche soddisfacente, si stende poi il velo dell’oblio e di essi non rimane più traccia.
Questo, ripeto, è per me il problema maggiore che riscontro nel mio lavoro. Non è affatto vero, a mio giudizio, che i giovani di oggi siano meno ricettivi di quelli di un tempo; anzi, imparano più in fretta di quanto facevamo noi, anche perché attualmente i messaggi culturali provenienti dalle fonti più disparate (compresi ovviamente internet, la tv e gli altri mezzi di informazione) arrivano più numerosi e con maggior velocità. Il guaio è che in questa civiltà dell’immagine, della comunicazione “usa e getta”, della notizia istantanea e subito superata da un’altra ancor più fulminea, la mente umana si è abituata ad accogliere dati facilmente ma ad espellerli altrettanto facilmente, a fare in modo cioè – come afferma un noto detto popolare – che ciò che entra da un orecchio esca subito dall’altro.
Certamente il bombardamento mediatico e multimediale, la possibilità di reperire subito su internet qualunque informazione senza dover meditarla e memorizzarla, la presenza delle calcolatrici elettroniche che hanno sostituito il calcolo mnemonico, tutto ciò ha finito per paralizzare le facoltà della memoria, molto più sviluppate in altri periodi della storia. Nell’antica Grecia, prima di Omero, i cantori dell’epoca ricordavano a memoria migliaia di versi ed interi poemi, perché la scrittura (che pure già esisteva) era impiegata soltanto per fini pratici e non era usata a supporto della poesia; e se vogliamo parlare di tempi molto più recenti, quando io ero bambino esisteva ancora una larga percentuale di persone analfabete le quali, non potendo avvalersi della scrittura, ricordavano a memoria centinaia di numeri telefonici o altre informazioni. Oggi tutto questo è preistoria e l’uso quotidiano degli strumenti informatici e dei calcolatori ha fatto sì che la parte del cervello umano destinata al ricordo si sia per così dire atrofizzata, così come qualsiasi altro organo che cadesse in disuso fin dalla nascita dell’uomo.
E’ quindi la tecnologia moderna, ormai diventata pane quotidiano per i nostri studenti, ad aver provocato questo devastante fenomeno dell’oblio di gran parte di ciò che viene loro trasmesso dai docenti e dai libri di scuola? Io rispondo di sì, ma dico anche che questa non è l’unica causa del male, in quanto ve n’è un’altra di almeno pari importanza. Esiste nella mente umana un meccanismo di rimozione, ben descritto da Freud nel suo celebre saggio Psicopatologia della vita quotidiana, che provvede ad allontanare dal ricordo ciò che troviamo sgradevole e antipatico, mentre tendiamo a ricordare con molta più facilità ciò che ci piace e ci alletta: avviene così che ci capiti di saltare l’assunzione di un farmaco proprio perché non vorremmo assumerlo, oppure di dimenticare di fare una telefonata se questa è sgradita e deve essere fatta per necessità (ad esempio per prendere un appuntamento per un esame medico). Lo stesso accade per quanto riguarda la cultura: tanto per fare un esempio personale, io ricordo a memoria interi canti di Dante non perché li abbia letti cento volte, ma perché è tale la mia passione per questo poeta che la sua opera mi entra profondamente nella mente e non ne esce più; al contrario, se leggo una pagina di uno scribacchino di quelli che attualmente vorrebbero chiamarsi (a torto) scrittori, dopo cinque minuti non ricordo neppure una parola. Credo quindi, per tornare alla scuola, che sia questo il meccanismo di rimozione che agisce nella mente degli studenti, determinando l’oblio di ciò che hanno studiato anche un mese prima, proprio perché nella quasi totalità dei casi essi non studiano per passione o per volontà di apprendere, ma soltanto perché debbono sostenere un’interrogazione o una verifica della quale unico scopo è quello di ottenere un buon voto. Una volta raggiunto l’obiettivo immediato, tutto viene rimosso. Se invece i nostri alunni studiassero con entusiasmo, per curiosità intellettuale e non per il mero risultato numerico della verifica, sicuramente si ricorderebbero molto di più di ciò che apprendono, anche a distanza di anni, perché la memoria, a quell’età, dovrebbe essere solida come una roccia.
Cosa fare allora? Si sarebbe tentare di dare la più semplice e banale delle risposte, cioè che il docente deve saper interessare i propri studenti e far loro gradire ciò che insegna, in modo che le conoscenze vengano accolte con entusiasmo e quindi restino per sempre impresse nella mente. Facile a dirsi, ma difficilissimo a realizzarsi, perché nella società moderna la scuola è per i ragazzi soltanto una delle loro molteplici attività e soltanto una tra le varie fonti di informazione. Gli studenti trascorrono tra le mura scolastiche solo cinque ore al giorno, mentre nelle altre 19 tutto combatte contro di noi: la tv, il cellulare, il computer, la società con i suoi falsi miti ed anche – direi – un atteggiamento sbagliato di genitori e parenti vari, i quali si aspettano dallo studente non che impari l’italiano, la matematica o le scienze, ma soltanto che riporti buoni voti e che non faccia troppa fatica nello studio. Questa concezione superficiale e distorta dell’apprendimento scolastico fa sì che la cultura in sé venga svalutata, snobbata e a volte perfino schernita, e che questa sorte tocchi anche a chi questa cultura vorrebbe veramente accoglierla in sé. Se questa è l’idea che si ha dell’apprendimento, è evidente che ricordarsi dei contenuti studiati a scuola diventa del tutto secondario, quasi una roba da “sfigati” che nella vita non si faranno mai strada e non avranno mai successo.

10 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Perché l’inutile salverà l’umanità

Lo scorso 24 marzo, nella sezione “cultura” del sito web di “Repubblica” è uscita un’intervista al prof. Nuccio Ordine, docente di letteratura italiana all’Università della Calabria, il quale ha scritto un saggio pubblicato prima in Francia da “Les Belles Lettres” e poi in Italia da Bompiani. Il titolo del libro è: L’utilità dell’inutile, ed ha per argomento la lettura, la cultura fine a se stessa e non monetizzabile né classificabile nella categoria dell'”utile immediato”. Secondo lo studioso sarà questo l’antidoto che salverà il mondo dall’ignoranza, dall’imbarbarimento che è oggi provocato dallo strapotere delle leggi economiche di mercato, che non lasciano spazio a nessun’altra attività umana per la quale non sia prevista una finalizzazione immediata ed esclusiva alle logiche aziendali.
Purtroppo ho saputo soltanto oggi dell’esistenza di questo libro, che ho intenzione di leggere al più presto; ma fin da ora mi associo e solidarizzo totalmente con il suo autore. Trovo infatti incivile e fornace di barbarie questa tensione attuale verso tutto ciò che è “utile” nell’immediato ed ha come fine ultimo il guadagno materiale; e di questa mentalità facciamo esperienza proprio in questi giorni, quando i dati nazionali sulle iscrizioni alle scuole superiori ci confermano l’aumento degli istituti tecnici e professionali e l’inarrestabile declino del Liceo Classico. In effetti la mentalità dominante nella società attuale, che tiene in considerazione soltanto la logica del denaro e subordina all’economia ogni altro aspetto della vita civile, non può vedere di buon occhio una scuola che non “serve” materialmente a chi la frequenza. Quale utilità pratica può avere, nell’immediato, lo studio del latino, del greco, della filosofia, della storia ecc., materie oltretutto impegnative e che comportano una limitazione, per gli studenti, del tempo libero e delle attività ludiche? Quale attrattiva può avere un liceo in generale, ma in particolare il Classico, visto che non porta direttamente ad imparare un mestiere e quindi a guadagnare dei soldi? Meglio frequentare un istituto tecnico o professionale, in questi tempi di crisi, perchè così si consegue un diploma immediatamente “utile”. Questo è oggi il pensiero dei più, che non tiene conto però che per l’ingresso nel mondo del lavoro occorre essere qualificati, avere una cultura completa e non possedere solo competenze tecniche spesso neanche tanto approfondite. A ciò poi va aggiunta la considerazione, piuttosto banale ma vera, che in tempi di crisi se la disoccupazione affligge i laureati, tanto più affliggerà i semplici diplomati.
E invece a me, fin da ragazzo, piaceva e piace il Liceo Classico proprio perché è la scuola che “forma” di più e che “serve” di meno; e ciò perché sono da sempre convinto che l’istruzione da conseguire a scuola non è una serie di cognizioni tecniche o di “competenze” (come si suole dire oggi), che si possono meglio ottenere con corsi extrascolastici; l’istruzione è “formazione” completa del cittadino, che quando esce dalla scuola non deve saper smontare un motore o progettare un impianto elettrico, ma deve saper ragionare con la propria testa, effettuare le proprie scelte di vita e soprattutto comprendere la realtà che lo circonda: sarà poi l’Università e le successive esperienze di vita che gli consentiranno di specializzarsi e di acquisire competenze specifiche di quella che sarà la sua professione. La complessità del mondo attuale è il risultato di secoli e millenni di progresso del pensiero umano: di qui la necessità di conoscere il passato in tutti i suoi aspetti, da quelli linguistici alla storia civile, letteraria e artistica dell’umanità, un tesoro di cultura che soltanto le materie umanistiche sono in grado di fornire. Questa è la vera finalità dell’istruzione, che non si manifesta forse nell’immediato ma che si compie e si realizza nel corso della vita ed ha le proprie basi durante il quienquennio degli studi superiori. Ecco perché mi è sempre piaciuta di più la scuola che “serve” di meno, perché la formazione dell’individuo non può ridursi a mere e sterili cognizioni tecniche, non può essere affidata solo all’informatica o alle lingue straniere, oggi necessarie ma assolutamente insufficienti alla creazione di una coscienza e di un pensiero autonomi.
In questa nostra società tecnicistica ed attenta solo ai dati economici, dove il prestigio individuale si misura dal possesso dell’auto di lusso o dello smartphone di ultima generazione, non ci accorgiamo più che esistono altri valori che vanno al di là della logica del guadagno e dell’aziendalismo, i valori della cultura che esiste di per sé, senza dipendere da qualcos’altro o senza per forza dover “servire” a qualcos’altro. Come afferma il prof. Ordine in quell’intervista di “Repubblica”, “La logica aziendale guarda alla quantitas, sacrificando la qualitas. Gli studenti sono ridotti a “clienti”, mentre l’università dovrebbe essere il luogo dove si fabbricano eretici, il luogo della resistenza.” Poi, per chiarire, afferma anche che “l’eretico, nel senso etimologico della parola, è colui che è in grado di scostarsi dall’ortodossia dominante, che oggi coincide con la logica utilitaristica del profitto. Perciò il sistema scolastico deve formare uomini liberi, non costruire dei conformisti. L’incontro con un professore e con un libro può cambiarti la vita”.

7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

I social network e la scuola

Personalmente non sono mai stato contrario, di principio, alle nuove tecnologie: posso dire anzi di essere stato affascinato, ormai da molti anni, dallo straordinario mondo di internet, che in effetti ha rivoluzionato il nostro modo di apprendere, di comunicare (vedi l’importanza della posta elettronica), di svolgere studi e ricerche. Basti pensare che, quando ho scritto la mia storia della letteratura latina (dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli nel 2009 da Loffredo), ho scaricato da internet centinaia di pagine di testi latini e di traduzioni da collocare nell’antologia, e tutto in pochi minuti. Quanto tempo sarebbe occorso, e soprattutto quanti errori di battitura avrei compiuto, se avessi dovuto scrivere tutto a mano?
Però gli antichi Romani, che sciocchi non erano, dicevano: “ubi commoda, ibi et incommoda”, il che significa che dove ci sono dei vantaggi, lì ci sono anche inconvenienti. Il detto può applicarsi benissimo alla moderna rivoluzione della rete: accanto a indubbi aspetti positivi ve ne sono tanti altri negativi, che tutti sanno e che non è il caso qui di elencare. Ne rammento solo uno perché connesso con il mondo della scuola e molto influente su di esso: l’uso indiscriminato che i giovani di oggi fanno dei cosiddetti social network, cioè Facebook, Twitter, Ask, WhatsApp e altri ancora. Questi programmi consentono di mandarsi messaggi, scambiarsi foto, video e quant’altro in forma più o meno privata, poiché chi si intende un po’ di internet può anche entrarvi e scoprirne i contenuti, come ho già detto in un altro post dove condannavo la sciocca abitudine di certi studenti di sparlare della scuola e dei docenti credendo di restare nell’anonimato. Comunque, oltre a questo aspetto già di per sé negativo perché potrebbe portare persino a cause penali, ve ne sono altri ancor più deleteri dovuti soprattutto al fatto che i nostri alunni non fanno soltanto uso di questi strumenti, ma ne fanno abuso, nel senso che vi passano ore ed ore trascurando così sia lo studio sia tutte le altre occupazioni più utili e proficue cui dovrebbero dedicarsi. Il danno che ne riceve la loro preparazione scolastica è pesante, perché è chiaro che chi passa il pomeriggio su Facebook o su Twitter non ha più tempo di studiare, con le conseguenze prevedibili dal punto di vista dell’andamento didattico.
Il guaio più grave connesso a questi nuovi passatempi, tuttavia, non è neanche questo, perché si potrebbe obiettare che anche ai nostri tempi, quando Facebook e compagnia non esistevano, c’erano pur sempre gli svogliati e i fannulloni che, invece di studiare, se ne andavano a giocare a pallone, a carte o a chissà cos’altro. L’aspetto più deleterio è che le comunicazioni che avvengono mediante i social network sono basate sul nulla, nel senso che gli studenti, anziché affrontare in rete qualche argomento di rilievo (non dico scolastico, per carità, ma anche di attualità, di politica, di sport o di altro), sprecano il loro tempo a scambiarsi complimenti o insulti di bassissima lega, a farsi domande stupide e ridicole su Ask (che in inglese significa appunto “domandare”) come ad esempio “cos’hai nel frigorifero?” o “con chi usciresti?”, “cosa hai mangiato oggi?” ed altre molto più volgari che qui per decenza non posso riferire. In questa maniera la mente umana, già gravemente danneggiata dalla televisione, dalla musica rocchettara, da internet stesso e dagli altri mezzi di informazione attuali che forniscono messaggi già confezionati e non richiedono il ragionamento intuitivo e deduttivo autonomo, si atrofizza del tutto, come un braccio legato al corpo che non si muova più per lunghi anni. Non solo: i messaggi scambiati sui social network, per la loro stessa natura momentanea e del tutto inconsistente, vengono immediatamente dimenticati, tanto che se si chiedesse ad uno studente cosa ha scritto il giorno prima su Facebook non si ricorderebbe più nulla. Questa comunicazione “usa e getta” tipica della società attuale, dove tutto appare in forma visiva, scorre via sullo schermo e non viene mai sedimentato nella mente, si trasferisce poi anche sui contenuti delle discipline scolastiche, tanto che un alunno che ha risposto decentemente in una interrogazione svolta un determinato giorno non ricorda più nulla o quasi di quei contenuti se gli vengono chiesti nuovamente appena una settimana dopo. E’ questo il problema più grave che mi trovo ad affrontare io nella mia esperienza quotidiana di docente di Liceo: gli alunni non sono affatto più sciocchi di quanto eravamo noi negli anni ’70, sono anzi più perspicaci e ricettivi; ma con la stessa rapidità con cui imparano tendono poi a dimenticare in poco tempo tutto ciò che hanno appreso. E non credo affatto, come sostiene qualcuno, che questo dipenda da una cattiva organizzazione dello studio o al disinteresse per le materie scolastiche, perché mi accorgo che anche gli alunni volenterosi e motivati dimenticano allo stesso modo. La responsabilità di questo disastro vero e proprio, a mio avviso, è dei nuovi strumenti comunicativi tipici della società moderna, che non richiedono alcun ragionamento né riflessione critica, ma solo ricezione passiva di informazioni che si succedono con straordinaria rapidità e che la mente, proprio per questo, non riesce a immagazzinare e sedimentare. Il messaggio televisivo o informatico arriva in un momento e velocemente passa, subito sostituito dal successivo; diverso è invece il caso del libro di carta, nella lettura del quale ci si può fermare a riflettere ed eventualmente rileggere ciò che non si è compreso fino a farlo restare immobile nella nostra mente. Ecco il motivo per cui noi adulti (per non dire quasi anziani) che abbiamo vissuto la nostra giovinezza quando questi strumenti ancora non esistevano, e che ci basavamo soltanto sui libri, imparavamo molte meno cose ma le ricordavamo per sempre: io stesso, per fare un esempio personale, rammento ancora ciò che ho studiato alle elementari, con la mia eccezionale maestra di allora, oltre mezzo secolo fa. Per lo stesso motivo non dobbiamo stupirci se gli alunni che arrivano ai licei non sanno più le tabelline: non è che non abbiano le capacità di impararle, è che sono abituati da sempre a fare 7 X 6 con la calcolatrice, invece che con la loro mente.
Questa situazione già pesante è oggi ulteriormente aggravata da quei formidabili strumenti imbonitori e produttori di ignoranza che sono i social network, i quali danneggiano irreparabilmente i nostri studenti, senza che i genitori si rendano conto del pericolo. E poi si verifica che quando vengono a parlare con i professori, essi affermino ingenuamente che i loro figli passano il pomeriggio nelle loro camere a studiare, e che non ne comprendano quindi gli esiti scolastici piuttosto deludenti. Provino a controllare più da vicino i ragazzi, a calcolare quanto tempo passano sui libri e quanto su facebook o su twitter! Quando avranno compiuto questa ricerca, forse potranno dirimere i loro dubbi.

4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Le fatiche dello studioso

 

Da un po’ di tempo mi sto chiedendo quali vantaggi porti l’attività scientifica che uno studioso, sia docente universitario o di liceo, voglia compiere nella sua vita. Chi facesse attività di ricerca per ricavarne un guadagno economico sarebbe un illuso, per non dire uno sciocco: occorrerebbe pubblicare un best seller, e stamparne almeno centomila copie, per ricavarci qualche soldo che sia anche lontanamente paragonabile ai proventi di un professionista o di un dirigente di medio livello. Le case editrici, quando va bene, corrispondono un piccolo compenso forfettario che, per un libro destinato alla scuola, può variare dai mille ai tremila euro, una cifra che un cameriere guadagna in una settimana. Un libro di maggior respiro e tale da richiedere un impegno assiduo e snervante che può durare anni, viene retribuito con una percentuale che va dal sei al dieci per cento (al massimo!) del prezzo di copertina, il che significa che se il libro costa venti euro occorre venderne almeno mille copie (ed è difficile che si raggiunga questa cifra con l’editoria scolastica e universitaria, ma anche con la saggistica) per ricavarne duemila euro appena. Perciò uno sforzo mentale enorme, che è costato al sottoscritto anche in termini di stress e di esaurimento delle energie psichiche, che l’ha costretto agli arresti domiciliari per quattro anni perché questo è il tempo che gli è stato necessario per compilare la storia e antologia della letteratura latina a uso di licei e università, non ha coperto con il ricavato neppure le spese per l’acquisto di libri, fotocopie, viaggi presso l’editore ecc. L’opera, che l’editore Loffredo di Napoli ha intitolato Scientia Litterarum, è stata adottata in diversi licei classici e scientifici ed apprezzata da molti studiosi della materia, ma il sottoscritto dichiara che, se invece di perdere quattro anni della propria vita per questo lavoro, avesse imparito lezioni private agli alunni asini che ne hanno sempre bisogno, avrebbe guadagnato molto di più.

E allora cos’è che spinge uno sfortunato mortale a un’impresa del genere? Francamente non lo so. Che sia l’ambizione, il desiderio di gloria, il klèos di omerica memoria? Ma quante persone oggi, nel nostro Paese, vengono a conoscenza di un’opera del genere? E quanti la sanno apprezzare? I cultori della materia sono talmente pochi che non mette conto rovinarsi la salute per far bella figura soltanto con loro. E poi non sono mancate le critiche al mio lavoro, perché i colleghi che hanno il perfido gusto di trovare il pelo nell’uovo ci sono sempre. E quindi? Convinto come sono che la cultura oggi in Italia non paga, in nessun senso, chi la produce, non mi resta che pentirmi di essermi messo in un’impresa simile. Mi rimane solo una speranza: che questo lavoro, insieme agli altri miei libri che ho dedicato alla Scuola, abbia potuto aprire la mente almeno a pochi studenti e li abbia fatti riflettere sull’importanza della conoscenza, abbia in quanche modo contribuito alla loro formazione. Questa mi sembra un’opera meritoria, anche se fosse una goccia nel mare, ed è l’unico conforto che rimane a chi, con una buona dose di stupidità, crede ancora che la cultura serva a qualcosa in questa nostra società del XXI secolo, certo la più rozza ed ignorante che sia mai comparsa sulla faccia della terra.

1 Commento

Archiviato in Attualità