Archivi tag: Silicon Valley

Il processo al Liceo Classico

Lo scorso 14 novembre, a Torino, si è svolto un pubblico dibattito organizzato in forma di processo, con tanto di corte giudicatrice (presieduta da un vero magistrato, il procuratore capo del capoluogo piemontese Armando Spataro), pubblico ministero, avvocati difensori, spettatori e quant’altro; solo che l’imputato non era una persona, ma una scuola, cioè – guarda caso – il Liceo Classico. L’iniziativa in sé sembrerebbe strampalata, quasi grottesca, ma così non è perché questo indirizzo di studi già da tempo è sotto processo da parte dell’opinione pubblica (come si vede dal vistoso calo di iscrizioni subito negli ultimi anni) ed anche da parte di molti “intellettuali” provenienti da altri ambiti culturali, com’è appunto l’economista Andrea Ichino, pubblico ministero nel processo torinese. Ciò che la dice lunga in questa vicenda, a mio giudizio, è che il MIUR (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) sia stato tra gli organizzatori dell’iniziativa, il che rivela la volontà istituzionale di ridiscutere questo tipo di scuola e la formazione umanistica che fornisce ai propri alunni. Ci auguriamo che un eventuale processo di revisione non significhi stravolgimento o addirittura abolizione del Liceo Classico, come qualcuno va invocando da tanto tempo; e in effetti il verdetto della corte torinese è stato di assoluzione, ma a condizione che questo liceo venga modificato e adeguato alle esigenze della società moderna. Cerchiamo adesso di capire quali sono le accuse che il sig. Ichino, interprete di una mentalità molto diffusa, ha rivolto al Liceo Classico e quali possono essere gli argomenti a sua difesa, che sono stati bene enunciati dall’avvocato difensore, il semiologo Umberto Eco, ma ai quali anch’io, modesto professore di liceo, vorrei portare un contributo.
Il primo capo di imputazione sarebbe quello secondo cui il Classico fu concepito da Giovanni Gentile nel 1923 come una scuola riservata alla formazione della classe dirigente e quindi di élite, e tale sarebbe rimasta ancor oggi. Nulla di più falso: la provenienza sociale degli alunni attuali è profondamente cambiata, oggi c’è caso mai una selezione culturale (nel senso che si iscrivono al Classico, in genere, coloro che hanno buoni risultati alla scuola media), ma non esiste più assolutamente la discriminazione classista dei tempi di Gentile. I miei alunni migliori, molto spesso, sono figli di operai o di modesti commercianti, che non hanno alcun retroterra culturale o sociale.
Altra accusa, tanto diffusa quanto palesemente infondata, è quella secondo cui al Classico ci sarebbe poca cultura scientifica. A parte il fatto che le facoltà mentali richieste per l’analisi dei testi classici sono eminentemente “scientifiche”, va detto che chi sostiene questa falsità non tiene conto del fatto che con l’ultima riforma della scuola (quella del ministro Gelmini, per intendersi) è stato aumentato del 50 per cento (da due a tre ore settimanali) lo spazio della matematica al biennio, sono state inserite le scienze fin dal primo anno di studi e la fisica dal terzo anno (prima era dal quarto). Non solo, ma i programmi di matematica sono stati avvicinati a quelli del liceo scientifico, compresa l’analisi; ovviamente il numero di ore settimanali è minore, ma i concetti sono gli stessi, ed i nostri alunni escono dal liceo pronti per affrontare con metodo e consapevolezza anche le Facoltà universitarie a indirizzo scientifico e tecnico.
Altro punto focale sostenuto da Ichino: gli alunni del Classico non sarebbero preparati adeguatamente per sostenere i test universitari di ammissione ad alcune Facoltà (v. medicina). Altra falsità. Nel caso della mia scuola ad esempio, che comprende sia il liceo classico che lo scientifico, ai test degli ultimi cinque anni i risultati dei nostri studenti sono stati esattamente uguali per le due scuole. Quelli provenienti dal Classico avranno forse qualche difficoltà tecnica in più, che richiede una preparazione specifica prima di affrontare i test; ma nei quesiti di cultura generale, presenti in buona misura nelle prove di ammissione, essi non sono secondi a nessuno.
Un ulteriore e pesante capo d’accusa riguarda il fatto che molti studenti del Classico, dopo cinque anni di studio del latino e del greco, non sarebbero in grado di tradurre speditamente gli scrittori classici, e questo dimostrerebbe il fallimento didattico di queste discipline. A tal riguardo io rispondo con due argomenti. Il primo è questo: siamo sicuri che gli studenti del Liceo Scientifico, al momento del diploma finale, conoscano perfettamente l’analisi matematica o la fisica nucleare? Siamo sicuri che quelli del Linguistico, al termine dei loro studi, sappiano parlare correttamente le tre lingue straniere che studiano? Eppure lo scopo del linguistico non è quello di leggere dei testi, ma di essere in grado di sostenere la conversazione in inglese, tedesco, spagnolo e quant’altro. Il secondo argomento, per me ovvio, è che il fine della formazione umanistica non è quello di sfornare filologi o traduttori dalle lingue antiche, ma di formare persone di cultura, capaci di ragionare in modo critico e compiere autonomamente le proprie scelte: un obiettivo essenziale, che si realizza anche (ma non soltanto) attraverso l’analisi dei testi latini e greci.
Il sig. Ichino, inoltre, si è chiesto perché il Liceo Classico esista solo in Italia e non negli altri paesi europei. Una tale circostanza, a parer mio e di molti altri, non è certo un nostro demerito, ma semmai un vanto: la diffusione nel mondo di una mentalità utilitaristica, che giudica degno di studio solo ciò che è “utile” o immediatamente spendibile nel mondo del lavoro è un grosso errore culturale, come ho illustrato in un altro post di qualche tempo fa (Un libro per il futuro). La scuola che vuole l’Europa (e gli Stati Uniti d’America che spesso – purtroppo – tendiamo ad imitare) è una scuola che servirà pure a passare i test, come dice la scrittrice Paola Mastrocola, ma non a pensare ed a riflettere su se stessi e sul proprio ruolo in società. Per questo io sono fermamente convinto che proprio oggi, nell’era dei computers e dell’abnorme sviluppo tecnologico, sia più che mai necessaria la formazione umanistica. Di ciò si sono accorti, del resto, anche molti imprenditori dell’industria e dell’informatica, se è vero – come ho letto di recente – che persino nella Silicon Valley americana assumono laureati in lettere e filosofia. Ciò corrisponde, del resto, anche ad un fine pratico e utilitaristico secondo le leggi del mercato, perché se è vero che per realizzare un prodotto occorrono i tecnici, per convincere i consumatori ad acquistarlo occorre invece la persuasione, facoltà connessa con l’uso corretto del codice linguistico e persino con la retorica antica. La tecnologia da sola non va da nessuna parte e riduce l’uomo ad una macchina senza coscienza e senza pensiero. Diceva giustamente Albert Einstein, il più grande scienziato del XX secolo: “Io temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità. Quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”

Annunci

4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica