Archivi tag: seconda prova scritta liceo classico

Come studiare il mondo classico

Penso che esistano ben poche persone che, indipendentemente dal loro livello culturale, possano negare l’importanza del mondo classico in quella che è stata la nascita della civiltà occidentale nella quale anche adesso noi viviamo. Non esiste alcunché di importante, come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar, che non sia stato detto in greco, ed in effetti tutta la cultura moderna ha le sue radici in quel periodo: la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa, la musica, la ricerca scientifica, la politica e quant’altro. Per loro conto i Romani, pur non avendo aggiunto molto alle scoperte e alle invenzioni dei Greci, riuscirono però in molti casi a farle progredire ed a perfezionarle; e poi, con la loro conquista militare di tutto il mondo allora conosciuto (o quasi) diffusero ampiamente quella lingua e quella cultura che, con alterne vicende, è giunta fino a noi.
Conoscere l’Antichità classica è quindi fondamentale per ogni persona colta, perché il nostro senso storico ci suggerisce senza alcun dubbio che la conoscenza del passato è la chiave di volta che consente di comprendere il presente e di guardare con senso critico la realtà che ci circonda. Ma come va studiato il mondo greco e latino? Esiste un solo modo di conoscerlo o ne esistono molti? Certamente chiunque può specializzarsi in qualche aspetto particolare: c’è chi si occupa di arte antica e di archeologia, chi di letteratura, chi di studi linguistici ecc. Ma se volessimo analizzare in particolare tutti questi aspetti, il nostro discorso diventerebbe sterminato e non consono allo spazio disponibile in un blog; sarà perciò utile che io mi limiti, anche perché collegato alla mia esperienza di docente, a quanto avviene nei Licei e nelle Università, i luoghi cioè dove questi contenuti culturali vengono normalmente dibattuti.
Nel Liceo Classico, dove entrambe le lingue antiche vengono insegnate, i docenti si occupano normalmente della grammatica latina e greca nei primi due anni di corso (il ginnasio) e di storia letteraria e lettura di classici in lingua durante il triennio conclusivo. Di solito l’assegnazione alle cattedre avviene, se il Dirigente scolastico tiene all’efficacia didattica della sua scuola e non è solo un burocrate, secondo le inclinazioni di ciascuno: chi ha maggior interesse e competenze per l’insegnamento linguistico viene destinato al biennio, chi per la storia letteraria ed i classici al triennio. Io personalmente appartengo a questa seconda categoria, amo moltissimo le lingue latina e greca ma non mi piace insegnarle, mentre ho grande propensione per la storia letteraria ed i grandi autori greci e romani; e poiché, per mia fortuna, ho sempre trovato Dirigenti sensibili a questa mia inclinazione, sono riuscito a restare sempre al triennio conclusivo per l’intera durata della mia carriera di docente. E tuttavia, confrontandomi anche con colleghi di altri licei, ho constatato che non tutti utilizzano la stessa modalità di approccio agli studi classici e quindi all’insegnamento. Per quanto mi riguarda, io ho sempre privilegiato gli aspetti storici e letterari degli autori antichi, analizzando le loro opere dal punto di vista del valore artistico, della loro importanza nella storia del pensiero umano, degli elementi di continuità che possiamo rinvenire tra l’antico ed il moderno facendo paralleli, ad esempio, tra Plauto e Molière, tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau ecc., e cercando di far riflettere gli allievi sul rilievo generale e l’incidenza che queste opere hanno avuto nella storia della cultura; poiché tuttavia a giudizio degli antichi gli elementi formali del testo (stile, lingua, metrica, retorica ecc.) non sono secondari ma concorrono anch’essi alla determinazione del valore complessivo dell’opera, ho cercato di non trascurarli mai durante la lettura ed il commento dei testi in classe. Molti docenti di liceo seguono questa linea, ma purtroppo ve ne sono alcuni che invece continuano ad avere con i testi un approccio di tipo, per così dire, “ginnasiale”, conferendo importanza solo alle forme verbali, alle eccezioni morfologiche e sintattiche, alla numerazione dei frammenti ecc. Questo modo pedante di approcciarsi ai classici esiste purtroppo ancora, ed ecco che gli studenti si annoiano e poi, una volta conclusa la verifica su quella parte di programma, si dimenticano tutto. Se vogliamo che nella mente dei nostri giovani prenda stabile dimora qualcosa che concorra veramente a formare la loro personalità e che ricordino per sempre, dobbiamo insistere sul messaggio culturale della tragedia greca, sulla meravigliosa bellezza dei versi di Lucrezio e di Virgilio, sull’attualità del pensiero di Seneca, non sul genitivo assoluto o la consecutio temporum o peggio su eccezioni e forme secondarie che impareranno svogliatamente a memoria ma che non troveranno mai nel loro percorso scolastico. E’ chiaro, beninteso, che le strutture linguistiche di base vanno conosciute per interpretare i testi, ma non possiamo limitare a quelle, o in genere alle capacità di traduzione, le conoscenze che uno studente liceale deve possedere del mondo classico, altrimenti ne sviluppiamo la pedanteria, non la vera cultura. Per questo motivo vado sostenendo da tempo la necessità di cambiare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, non fondandola più soltanto sulla traduzione (che oltretutto oggi quasi nessun studente sa più fare), ma su quei contenuti storici, letterari, artistici ecc. che veramente formeranno la personalità del giovane, mentre le “regoline” verranno immancabilmente dimenticate anche da chi ottiene il punteggio massimo.
Quanto accade all’Università, non da ora ma da svariati decenni, è ancor peggio: i docenti specialisti che si trovano nelle facoltà di Lettere Classiche ben raramente svolgono corsi sugli autori più significativi del mondo classico, quelli che serviranno veramente agli studenti destinati ad insegnare nei Licei, ma vanno quasi sempre a cercare poeti e scrittori semisconosciuti, magari vissuti in epoca tardo imperiale e autori di opere di scarso livello artistico come centoni, compilazioni e riassunti. E non basta: di questi autori secondari, che non portano alcun profitto agli studenti (a meno che non vogliano essi stessi fare i ricercatori) essi non evidenziano i contenuti globali delle opere e l’importanza globale di queste, ma si limitano a puri filologismi come l’analisi delle varianti dei codici, delle forme dialettali o eccezionali, con una pedanteria al cospetto della quale quella dei maestri del ‘500 immortalati dalle commedie del Bibbiena e dell’Aretino scompaiono. Ora io mi chiedo: a cosa servono queste elucubrazioni puramente testuali e filologiche se non a mettere in piedi sterili polemiche tra topi di biblioteca per decidere quale sia la “lezione” (così si chiama in filologia una parola o un passo) da inserire in un testo che nessuno leggerà? Già l’illustre latinista Concetto Marchesi, che insegnava e scriveva negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo, si indignava contro questi virtuosismi sterili e diceva, riprendendo un’immagine di Marziale, che gli studi negli atenei italiani erano diventati “un banchetto allestito per i cuochi e non per i commensali”, perché i filologi dialogano soltanto tra di loro, solo al loro orgoglio personale serve la loro pedanteria, gli studenti non ne traggono alcun beneficio. Ed oggi la situazione è ancor peggiore che ai tempi di Marchesi, forse perché i docenti universitari hanno ormai poco da dire su Omero, Euripide, Cicerone e Virgilio (spesso neanche li conoscono molto bene) e perciò si rifugiano in autori oscuri ignoti a tutti fuorché a loro. Così accade che gli studenti universitari, come i loro colleghi liceali, danno l’esame e poi si dimenticano tutto, e se capita loro una supplenza nella scuola debbono ristudiare tutto daccapo, come se all’Università non ci avessero nemmeno messo piede.
I classicisti duri e puri inoltre, con questa pratica del filologismo, della specializzazione estrema su minuzie, ottengono anche un altro risultato negativo, quello di allontanare l’opinione pubblica da una conoscenza anche minimale del mondo classico. I loro scritti sono praticamente incomprensibili a chi non appartiene alla loro conventicola, anche perché quando scrivono fanno di tutto per non farsi capire; e qui bisogna notare che gli studiosi esteri sono generalmente diversi, perché se leggiamo un commento ad un classico scritto da un inglese o un francese riusciamo a comprenderlo (se conosciamo la sua lingua ovviamente), se invece è un italiano a scriverlo diventa un geroglifico, un insieme di paroloni incomprensibili, pur se si trova in un’edizione divulgativa che dovrebbe arrivare ad un pubblico più vasto dei cosiddetti “addetti ai lavori”. Ciò diffonde l’opinione secondo cui certi studi sono “misteriosi” e riservati ad un’élite di professoroni, mentre tutti gli altri si sentono esclusi. E’ anche questo uno dei motivi, a mio giudizio, che allontana tanti giovani dall’avvicinarsi al mondo antico ed ad iscriversi al Liceo Classico, quando si diffonde l’idea che i professori di quella scuola, anziché aprire la mente dei ragazzi alle meraviglie degli scrittori greci e romani, li vessano con regole, regoline ed eccezioni. Purtroppo il conservatorismo pervicace che ancora nutrono molti colleghi di queste materie, chiusi nella loro torre d’avorio, è ciò che rovina gli studi classici stessi, li riduce a puro esercizio virtuosistico fine a se stesso. Se chi detiene il potere avesse una qualche conoscenza della scuola reale e dei suoi problemi, comincerebbe intanto a modificare i programmi dei licei dove s’insegna ancora il latino ed il greco, e ad adeguare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Classico alla realtà degli studenti e della società di oggi, senza imporre brani di traduzione assurdi come quello di Aristotele di quest’anno, fulgida dimostrazione dell’assoluta incompetenza del Ministero e dei suoi funzionari.

Annunci

15 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

La difesa del Liceo Classico

In questi ultimi tempi si è riaccesa, sui giornali e sul web, una polemica che sembrava assopita, quella sull’opportunità di rilanciare il Liceo Classico e di mantenerne la struttura originaria. Il punto centrale della questione sono le intoccabili traduzioni dal greco e dal latino, sulla cui centralità si è appuntata la maggior parte dei contributi. In particolare il dibattito è attivo sul web, sia in alcuni siti come “Le parole e le cose” (v. il link nella colonna qui a destra) sia sui cosiddetti “social” come Facebook, dove esistono gruppi appositamente creati quali “Salviamo il Liceo Classico”, “Non chiudete il Liceo Classico”, “Il greco antico” e simili.
Leggendo qua e là ciò che viene scritto sull’argomento mi sono accorto che la maggior parte dei colleghi docenti di materie classiche (il latino ed il greco soprattutto) si rivelano di idee molto conservatrici, nel senso che vanno proclamando l’assoluta necessità di mantenere il nostro liceo come è sempre stato, senza modificare nulla, e sostengono a spada tratta le traduzioni dalle lingue classiche come strumento (quasi) unico della formazione del pensiero critico. Sembra quasi, nella loro visione del problema, che il Liceo Classico sia una sorta di castello di carte che non si può toccare per timore che cada miseramente nella sua interezza, oppure una torre d’avorio dove nessuno può permettersi di entrare se non i soli “addetti ai lavori”, i quali, se accettassero qualche sia pur lieve modifica, si sentirebbero privati della loro cultura, o meglio della loro “unicità”, la particolare forma mentis del classicista che nessuno deve permettersi di toccare.
A me questa mentalità piuttosto chiusa e refrattaria a tutto ciò che esiste all’esterno della torre d’avorio sembra il modo migliore per rendere ancor meno appetibili gli studi umanistici, e per vedere diminuire ulteriormente i già pochi studenti che si iscrivono a questa scuola. Se partiamo dall’idea che noi del Classico siamo “speciali” e “intoccabili”, ciò non farà altro che aumentare le polemiche e le critiche già esistenti contro di noi e contro lo studio delle discipline umanistiche, che già molti definiscono inutili oppure, nel migliore dei casi, meno utili di altre (vedi l’inglese, l’informatica, le scienze) e comunque non più formative di altre. Se gli studiosi del mondo classico si chiudono nel loro particolarismo, cullando il loro giocattolino e rifiutando sdegnosamente di cambiarne anche un solo bottone, per loro si profila un isolamento sociale che si traduce in una sempre minor considerazione della formazione umanistica, alla quale resteranno fedeli soltanto i docenti invasati dal sacro furore della classicità e quei pochissimi studenti che si voteranno a questo tipo di sacerdozio.
Io credo di avere in merito un’esperienza non da poco, perché insegno latino e greco nel Liceo Classico da trentasei anni, ed ho al mio attivo molte pubblicazioni scientifiche, divulgative e scolastiche incentrate proprio sulle letterature antiche. Ma proprio per questa lunga esperienza non posso non accorgermi che i tempi oggi sono cambiati, gli studenti e la scuola stessa non sono più quelli di cinquanta o quaranta anni fa, quando quelli della mia generazione frequentavano il liceo. Oggi i giovani non ricevono più una rigorosa preparazione sulla lingua italiana (analisi logica, del periodo ecc.) come c’era ai nostri tempi, non studiano più alle medie il latino ma neanche la storia antica, la scuola primaria che frequentano è infarcita di progetti, lezioni alternative ecc. che non garantiscono più la continuità dell’apprendimento; a ciò si aggiunga il fatto che la promozione alla scuola primaria è praticamente scontata (ai miei tempi non lo era, si bocciava anche alle elementari!), ed ancora va tenuto conto della presenza di nuovi strumenti di comunicazione come la rete ed i social network, che hanno cambiato profondamente la mentalità giovanile ed hanno inciso pesantemente anche sulle qualità personali come la memoria, l’organizzazione logica del periodo, le capacità intuitive e deduttive. Il risultato di tutto ciò è che la traduzione dalle lingue classiche, tanto osannata e venerata dai colleghi conservatori del gruppo “Non chiudete il Liceo Classico” e di altri, è diventata ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti di liceo. Durante l’anno scolastico, nella maggior parte dei casi, gli alunni non fanno le traduzioni loro assegnate per casa perché dicono di avere molte altre materie da studiare, e finiscono quindi per scaricarle da certi siti internet che mettono a disposizione interi libri di versioni tradotte; e quando arrivano all’esame si fondano sul detto “Qualche santo ci aiuterà”, il che significa che riescono comunque a copiare con il cellulare (magari durante le uscite per andare in bagno) oppure ci sono professori compiacenti che – venendo meno ad ogni forma di dignità e di serietà professionale – traducono la versione e poi la passano ai ragazzi. So di fare un’affermazione grave, ma è la verità, ed in altri post ne ho spiegati i motivi.
E allora che fare? Che senso ha sostenere ancora la traduzione come il bene assoluto, come l’unica attività formativa per gli alunni, quando in pratica gli alunni stessi non traducono più? Non è meglio cercare di cambiare qualcosa ed impostare lo studio del latino e del greco anche su altre conoscenze, non solo linguistiche ma letterarie, artistiche, antropologiche ecc.? Io sono convinto che sia questa la strada per rilanciare e ammodernare veramente il Liceo Classico ed attirarvi un maggior numero di studenti: non si tratta di facilitare e banalizzare gli studi, come dicono gli austeri conservatori, ma di renderli più consoni alle caratteristiche apprenditive dei giovani di oggi. Per questo io sostengo da sempre la proposta del prof. Bettini di cambiare la seconda prova scritta del Classico, non abolendo del tutto la traduzione ma affiancandovi anzitutto una contestualizzazione del brano proposto, e poi alcune domande di tipo linguistico e retorico, ma anche storico e letterario. E va detto che quest’ultimo tipo di quesiti, oltre ad essere più difficilmente copiabile, è anche più utile per comprendere la personalità ed il grado di maturità dell’alunno stesso, che non si può valutare bene con l’unico metro delle competenze linguistiche.
La storia della letteratura e delle civiltà greca e latina non ha certamente meno importanza delle conoscenze linguistiche nella formazione degli studenti, ed è palese che essi ricorderanno negli anni futuri più il pensiero di Tucidide o di Seneca che non il genitivo assoluto o la consecutio temporum. Io stesso da molti anni attribuisco in sede di scrutinio finale più rilievo valutativo alle prove orali che a quelle scritte, fondate sulla traduzione, perché se mi basassi di preferenza su queste ultime dovrei bocciare o assegnare il debito formativo almeno a due terzi degli studenti di ogni classe, visto che nelle traduzioni sono pochi quelli che raggiungono la sufficienza. Il voler a tutti i costi mantenere il Liceo Classico così com’è, senza cambiare nulla e senza tener conto del mutare dei tempi, significa avere il prosciutto davanti agli occhi, come si dice, e vivere nell’illusione che tutto vada bene quando invece quasi tutto va male, da questo punto di vista.
In conclusione ribadisco quella che è la mia opinione in proposito. L’esercizio di traduzione dalle lingue classiche, che mantiene certamente una sua validità formativa, non va affatto abolito, altrimenti si toglierebbe agli studi classici la linfa vitale che per millenni li ha sostenuti; ma non si può considerare questo esercizio talmente centrale da svalutare ogni altro approccio al mondo antico (letterario, storico, artistico, antropologico ecc.), soprattutto in un periodo storico dove altri sono gli strumenti formativi che i ragazzi trovano sulla loro strada prima di iscriversi al liceo. Se prevarrà la tesi immobilista dei conservatori che, nell’idolatria del passato, non vogliono cambiare nulla, il Liceo Classico resterà una cattedrale nel deserto dove entreranno sempre meno persone e dove l’esimio professore continuerà a discettare sulle regoline di grammatica parlando praticamente a se stesso, nel silenzio generale e nel dileggio di tutte le altre componenti della società.

3 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Il dibattito sulla seconda prova del Liceo Classico

Dopo aver commentato negativamente, dal mio punto di vista, la scelta del MIUR di assegnare come seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico un lungo e non facile brano di Isocrate, vorrei esprimere la mia opinione su un dibattito che si è riacceso in questi ultimi tempi, quello cioè sull’utilità delle traduzioni fatte dagli studenti e, di conseguenza, sulla necessità di cambiare o meno la suddetta prova d’esame. Questa, lo sottolineo, consiste per i ragazzi del Liceo Classico in una traduzione pura e semplice, buttata là dal Ministero e non contestualizzata, che è rimasta, sottolineo ancora, invariata per quasi un secolo (dalla riforma Gentile del 1923), mentre in tutti gli altri Licei vi sono state variazioni e possibilità di scelta da parte degli studenti tra due problemi, due temi o alcuni quesiti. Chi ha seguito questo dibattito, anche sul gruppo Facebook “Il greco antico” cui anch’io sono iscritto, sa che gli argomenti in campo sono due, perché, oltre alla questione della prova del Classico, ci si è spinti a parlare dell’utilità della traduzione dalle lingue classiche in generale.
Ai poli opposti della questione stanno due eminenti personalità della cultura italiana: il filologo Maurizio Bettini, direttore dell’Istituto AMA (antropologia del mondo antico) dell’Università di Siena, che ha pubblicato un articolo su “Repubblica”, e la scrittrice ed ex insegnante liceale Paola Mastrocola, che ha replicato a sua volta sul “Sole 24 ore”. Altri studiosi hanno detto la loro opinione, ma sarebbe troppo lungo enumerarli tutti. Mi riferirò quindi solo a questi due ed alle loro argomentazioni.
Tanto per chiarire, Bettini non ha mai affermato che l’esercizio di traduzione non serva o che vada abbandonato. Ha soltanto detto che la sola traduzione, tra l’altro di un brano sconosciuto e messo davanti agli studenti la mattina dell’esame, non deve essere l’unico parametro per valutare le loro competenze della materia; se proprio si vuole che i ragazzi traducano un brano di greco, lo si proponga più breve di quello assegnato e gli si affianchino domande di stile, di cultura greca o latina, dalle quali emergano le conoscenze dello studente non limitate al puro aspetto linguistico. La Mastrocola ribatte, anche con il titolo provocatorio del suo articolo (Contro la scuola facile) che così facendo si impoverisce il contenuto dell’esame, lo si rende troppo semplice e banale, togliendo alla scuola uno dei pochi esercizi “difficili” e quindi formativi che ancora vi rimangono, cioè la traduzione. E fa paragoni poco pertinenti, quando ad esempio dice che cambiare la seconda prova del Classico equivarrebbe a ciò che fanno in certe città inquinate dallo smog, dove, invece di rendere l’aria più salubre, abbassano la soglia di pericolo.
Tra queste due posizioni contrastanti io abbraccio totalmente la prima, e per diverse ragioni. Anzitutto la Mastrocola interpreta male le affermazioni di Bettini in quanto le vede come un invito ad abbandonare lo studio linguistico e l’esercizio di traduzione, cosa che lui non ha mai affermato. E’ chiaro che nel Liceo Classico si deve continuare a studiare grammatica greca e latina ed a fare traduzioni, ma è certamente eccessivo fondare la valutazione di uno studente soltanto su queste capacità; perché è vero che esiste anche la terza prova e l’orale dove emergono altre competenze, ma la prova scritta conta da sola 15 punti, che incidono non poco sul voto finale. Non si tratta quindi di abolire lo studio linguistico, ma solo di integrare la traduzione della prova d’esame con altre domande ed esercizi, con una contestualizzazione del testo proposto che permetta allo studente di ragionarvi sopra, di comprendere ciò che ha tradotto e di collocarlo nel contesto storico e culturale in cui quell’autore si è espresso. Non mi sembra affatto una facilitazione, è invece la richiesta di una comprensione più completa ed esaustiva. Del resto, aggiungo io, è più facile che negli anni futuri gli studenti ricordino il pensiero di Orazio o di Isocrate piuttosto che l’ablativo assoluto o l’aoristo passivo.
Bisogna però dire che Bettini è un professore universitario che non conosce molto la realtà dei Licei, mentre la Mastrocola è stata sì un’insegnante, ma adesso è in pensione da tempo e fa la scrittrice; non è in quindi in contatto diretto con la scuola, ed in più mostra di avere di essa una concezione romantica e idealizzata che non corrisponde alla verità. E qui mi inserisco io con le mia argomentazioni. Tutti noi vorremmo la scuola ideale, quella in cui gli studenti sanno tradurre benissimo dal greco e latino, sanno risolvere i più astrusi problemi di matematica, parlano perfettamente inglese, sono veri e propri programmatori informatici e via dicendo. Ma purtroppo non è così, la realtà è molto diversa da quella ideale che la Mastrocola ha in mente. Oggi i ragazzi arrivano ai Licei che spesso non sanno neppure cosa siano il soggetto e il complemento, come in matematica spesso non sanno neanche le tabelline. Come è possibile in cinque anni trasformarli in geniali traduttori, considerato anche tutto il tempo che perdiamo in assemblee, gite, conferenze, vacanze e chi ne ha più ne metta? Dirò anzi di più: che con questa buffonata dell’alternanza scuola-lavoro, d’ora in poi gli studenti impareranno anche meno delle discipline tradizionali, perché avranno oggettivamente meno tempo da dedicare allo studio. Riguardo al latino ed al greco, di cui mi intendo un po’ perché li insegno da 36 anni, c’è anche altro: la presenza di internet è stata micidiale per queste discipline, non solo perché i ragazzi non esercitano più le qualità d’intuito, di riflessione e di ragionamento, dato che al minimo dubbio c’è Wikipedia che soccorre e che offre tutto bello e pronto senza doverci arrivare col proprio cervello, ma anche perché proprio le traduzioni, che la Mastrocola ama tanto, vengono ormai scaricate e copiate da certi siti (che io chiamo siti canaglia) che le mettono a disposizione gratis e senza alcuno sforzo. In queste condizioni, come si può pretendere che degli studenti che ormai non traducono più autonomamente nonostante i richiami continui dei docenti (vox clamantis in deserto) e che non hanno neanche adeguate basi linguistiche di italiano, possano tradurre con precisione sintattica e terminologica testi come quello proposto (anzi imposto) quest’anno, il quale, pur non essendo difficilissimo, era però largamente al di sopra della portata della maggior parte dei ragazzi. Continuare a pretendere quello che gli studenti non possono più dare è una follia, secondo me; e quindi la seconda prova scritta del Liceo Classico va assolutamente modificata. Altrimenti è facile prevedere cosa succederà: che gli studenti riusciranno a copiare ugualmente, nonostante il minaccioso divieto di usare i cellulari durante l’esame (una grida manzoniana) oppure i professori faranno la traduzione al posto loro. Questo sta già avvenendo, e così l’esame di Stato si trasforma in una farsa senza alcun valore. Meglio allora abolire del tutto questi esami, anziché far credere ipocritamente che si sta facendo una cosa seria. Inutile pretendere quello che non si può avere. Questa è la realtà: la traduzione dal latino e dal greco è ormai un lavoro da esperti filologi, non da studenti liceali. Quindi delle due l’una: o si rimette il latino alle medie, si fa studiare seriamente la grammatica italiana, si aumentano le ore destinate alle discipline classiche, si abolisce l’alternanza scuola-lavoro, si ritorna – in una parola – alla scuola prima del ’68, oppure si smette una buona volta di vivere tra le nuvole e immaginare una realtà che non esiste.
Ribadisco tuttavia che io non intendo affatto proporre uno svilimento dello studio delle lingue classiche e dell’attività di traduzione nel corso del quinquennio, che anzi secondo me va potenziato, anche perché sappiamo che per intendere veramente ciò che i classici hanno detto e ancora ci dicono occorre leggerli nella loro lingua: un Lucrezio, un Orazio, un Virgilio in traduzione perdono almeno il 90 per cento del loro valore letterario ed artistico. Ma anche qui c’è un però. Nel Liceo Classico è indubbio che si debba agire così, ma negli altri Licei, dove il greco non c’è e dove il latino è ridotto a poche ore e studiato superficialmente e di malavoglia, forse sarebbe il caso di ripensare all’utilità dello studio grammaticale e prevedere anche l’esistenza di corsi liceali dove il latino (e perché no anche il greco) vengano insegnati a livello di storia letteraria e di lettura di classici nella sola traduzione. Anche questo sarebbe utile, a mio giudizio. Che ci sarebbe di male se gli studenti dello Scientifico o del Linguistico leggessero Omero, Euripide, Seneca e Tacito in traduzione? In fondo tutti noi abbiamo letto romanzi tedeschi o russi senza conoscere il tedesco o il russo, li abbiamo letti in traduzione. Certo non abbiamo colto tutte le sfumature del messaggio che promana da quelle opere, ma ne conosciamo almeno il contenuto, riusciamo a comprendere loro tramite molti aspetti della loro epoca e della loro civiltà. Perché non fare lo stesso anche con il latino? In quei licei in cui il latino c’è ufficialmente ma di fatto è trascurato a volte anche dagli stessi insegnanti, non è forse meglio leggere tutta l’Eneide in traduzione piuttosto che duecento versi in lingua sbuffando e imprecando? Io mi pongo di queste domande, e credo sarebbe l’ora che se le ponesse anche chi di dovere, anziché gettarci addosso a ogni cambio di governo riforme malsane e compilate da chi di scuola non ha alcuna competenza.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Le materie d’esame, la solita routine

Ieri finalmente, in ritardo rispetto agli anni passati, il Ministro dell’istruzione ha reso note le materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame di Stato e quelle che vengono affidate ai commissari esterni. Nessuna sorpresa, nessuna novità: ormai dal 1999, anno in cui fu istituita l’attuale formula d’esame, nulla cambia e la solita routine si ripete stancamente tutti gli anni. Al liceo scientifico il secondo scritto è sempre e comunque matematica, da un cinquantennio a questa parte; al classico invece c’è la solita staffetta tra il latino ed il greco, che si alternano puntualmente ogni anno con la precisione di un orologio svizzero. Nulla di nuovo, quindi: l’esame viene riproposto tale e quale come gli anni passati, senza che nulla venga cambiato e senza che nessuna delle contraddizioni e delle inefficienze che ci sono vengano minimamente risolte. Eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero molte, al Ministero lo sanno ma fanno orecchie da mercante; del resto, per loro è meglio andare avanti così, con questo rito annuale che spesso si trasforma in una farsa ma che nessuno ha il coraggio di modificare.
Vediamo quali sono gli aspetti che andrebbero cambiati, o almeno quelli che tali sembrano a me, un docente con 36 anni di insegnamento effettivo e sempre, negli ultimi 25 anni, componente delle commissioni d’esame, o come presidente o come commissario interno. Con ciò non pretendo che tutti siano d’accordo con me, né che al Ministero leggano questo blog e ne traggano qualche spunto di riflessione; dico soltanto la mia opinione, che come tale è condivisibile o meno, ma che è pur sempre una testimonianza di chi vive dall’interno questo particolare momento della vita scolastica.
Primo punto: andrebbe modificato il rapporto esistente tra il punteggio attribuito al credito scolastico (cioè la media dei voti ottenuta dallo studente negli ultimi tre anni di corso) e quello delle prove d’esame, che è adesso di 25 contro 75. In questa situazione tre quarti del voto finale sono determinati dall’andamento dell’esame, sul quale possono influire, come ben sappiamo, fattori estranei alla preparazione effettiva dello studente quali l’emotività, l’umore momentaneo dei commissari e la pura e semplice fortuna: se uno studente che ha sempre avuto un andamento scolastico mediocre, tanto per fare un esempio, si vede proporre domande semplici e collegate alla sua “tesina” ha grosse probabilità di prendere un voto finale più alto di quello di un suo compagno bravo e studioso al quale però, per sua sfortuna, vengono richiesti argomenti più complessi o che, per emotività o riservatezza di carattere, appare timido e incerto. Il rapporto tra queste due componenti, a mio avviso, dovrebbe essere paritario: 50 punti all’andamento didattico degli anni precedenti e 50 alle prove d’esame; così si eviterebbe che un lavativo fortunato se ne esca con un voto più alto di uno studente modello ma troppo emotivo o poco gradito, per vari motivi, alla commissione.
Un’altra cosa da cambiare assolutamente è il sistema della sorveglianza durante le prove scritte, il cui esito è spesso falsificato dalle copiature effettuate mediante cellulare o addirittura dai suggerimenti degli stessi commissari d’esame. In proposito, ho assistito a volte a scene vergognose di commissari interni (o persino esterni!) che girano per i banchi fornendo continuamente suggerimenti ai ragazzi, e qualche volta addirittura comunicando l’intera soluzione dei quesiti. Questo malcostume non deriva tanto da motivi “umanitari” (che sarebbero assurdi in questo caso), quanto dalla volontà dei professori di fare essi stessi bella figura, giacché si presuppone che se gli alunni di una classe avranno buoni voti all’esame, ciò significhi che i docenti che li hanno preparati sono di alta qualità e professionalità. A me questo comportamento fa orrore perché ci vedo una totale mancanza di serietà e un pessimo messaggio fornito agli studenti stessi, i quali, anziché venire abituati ad esprimere le loro qualità e ad applicarsi per superare le difficoltà, vengono educati all’arte di arrangiarsi e a trovare scorciatoie illegali per ottenere i propri scopi. Con tutta probabilità gli studenti di oggi, abituati all’illegalità e alla “furbizia”, saranno i corrotti, i corruttori, i “furbetti del cartellino” e gli evasori fiscali di domani. Così l’esame diventa una misera farsa, alla quale invano il Ministero cerca ipocritamente di ovviare mediante una finta “serietà” alla quale nessuno crede, come la minaccia di escludere dall’esame chi viene trovato con un telefono cellulare: poiché la sanzione è sproporzionata, ed in caso di ricorso quasi certamente la famiglia dello studente vincerebbe, nessun presidente di commissione si azzarda ad applicarla. Meglio far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi con la logica del “tiramo a campà” che contraddistingue ormai da secoli l’etica del nostro Paese. Ma questi atteggiamenti non si possono cambiare per legge: siamo noi docenti che dovremmo concepire diversamente la nostra professione ed educare veramente gli studenti all’onestà e alla legalità. Cosa facile a dirsi, ma pressoché impossibile a realizzarsi.
Come ho scritto in altri post, ai quali rimando, un’altra cosa da cambiare in questo esame sono le prove scritte, in particolare la seconda che è invariata da 90 anni, dai tempi di Gentile. Come docente di Liceo Classico parlo del caso della mia scuola, nella quale viene imposta ancora nel 2016 la tradizionale versione di greco o di latino, cioè la pura e semplice traduzione di un brano di prosa, spesso tutt’altro che facile. Se avessero ascoltato le testimonianze di noi docenti di latino e greco, i Soloni del Ministero saprebbero che l’esercizio di traduzione, già difficile per noi studenti di 40 anni fa, è pressoché impossibile per i ragazzi di oggi, nutriti di smartphone e di facebook. Si tratta di una competenza che i giovani attuali, per una serie di motivi che non sto qui a ripetere, non hanno più, ad eccezione di qualche caso di persone particolarmente dotate o votate a questo tipo di sacerdozio. Voler valutare gli studenti del Classico solo sulla base della capacità di traduzione, a mio vedere, non è solo assurdo e anacronistico, ma anche poco utile, dal momento che anche quei pochi che sanno tradurre perderanno del tutto questa loro competenza nel giro di pochi mesi, a meno che non si dedichino specificamente allo studio dei testi classici; sarebbe molto più utile e proficuo cambiare finalmente questa seconda prova scritta, alternando alla traduzione anche quesiti di storia letteraria o analisi del testo, esercizi più utili e maggiormente alla portata dei ragazzi di questa generazione, la cui forma mentis è profondamente diversa da quelli dei nostri tempi. Lo dico da professore di liceo con decenni di esperienza, durante i quali ho visto progressivamente scemare la capacità degli studenti di comprendere ed interpretare i testi latini e greci. Questa purtroppo è la realtà, ed è inutile illudersi del contrario e continuare a imporre dall’alto la solita “versione” trita e ritrita. Gli studenti troveranno il modo di copiarla, o più facilmente qualche professore “pietoso” la farà al posto loro, mentre quei pochi che hanno la sfortuna di avere un docente come il sottoscritto, che non si piega a questi giochi, avranno voti più bassi e saranno svantaggiati nell’iscrizione all’Università e nel mondo del lavoro. Così l’esame diventa una pagliacciata in piena regola, ma le apparenze sono salve e l’ipocrisia continua a trionfare.

Lascia un commento

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica