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I docenti “anziani” sono da rottamare?

Qualche giorno fa è uscito sul “Corriere della Sera” un articolo a firma del noto giornalista Gian Antonio Stella, al quale è molto difficile non replicare, soprattutto per un docente come il sottoscritto. L’esimio giornalista, salito agli onori della cronaca per il famoso libro “La casta” in cui metteva in luce tutte le magagne della classe politica, ha qui mostrato di avere la pretesa, se non la presunzione, di voler parlare anche di argomenti su cui non è abbastanza informato, non facendo egli parte dell’ambiente e del settore di cui pretende di occuparsi. In pratica, sintetizzando al massimo quanto da lui scritto, la tesi di fondo del suo articolo è quella secondo cui la responsabilità del cattivo andamento della scuola italiana (cosa tutta da dimostrare, peraltro) sarebbe dell’età dei docenti, troppo anziani per svolgere bene questo lavoro. E questa tesi viene documentata mediante il solito vecchio ritornello del confronto (che ci penalizza sempre e comunque) con gli altri paesi europei, dove l’età media degli insegnanti sarebbe molto più bassa di quella italiana.
A parte il fatto che è quantomeno azzardato, se non inopportuno, attribuire ad un unico fattore (o quasi) il livello di efficienza di una determinata istituzione; ma poi il buon Stella ci dovrebbe dimostrare con prove incontestabili – cosa che nel suo articolo non c’è affatto – che un docente giovane sia sempre e comunque didatticamente più efficace di chi ha alle spalle già molti anni di insegnamento. Io francamente non riesco a vedere come l’età possa essere, di per sé, una discriminante per decidere chi è più o meno preparato, più o meno adatto a questo mestiere. Forse l’unico argomento a favore dei docenti giovani (che peraltro Stella non nomina espressamente) è la presunta loro maggiore familiarità con l’informatica e con l’inglese, i due idoli (assieme all’impresa, le tre I di berlusconiana memoria) dei governi degli ultimi anni, di qualunque colore politico siano. Ora io dico che questo pregiudizio è manifestamente infondato, e per due ragioni: in primo luogo non è detto che un insegnante anziano non sappia usare computer, tablet ecc. quanto basta per le esigenze che ci sono attualmente nella scuola, o che sappia l’inglese meno di un giovane; in secondo luogo, è l’ora di finirla una buona volta con questa sbornia informatica e anglicistica. Come più volte ho detto in questo blog, i nuovi strumenti informatici, pur essendo un sussidio senz’altro utile, non possono sostituire gli strumenti tradizionali, e di ciò è prova il fatto che negli Stati Uniti, dove le nuove tecnologie si usano da molto più tempo che da noi, stanno tornando ai libri ed ai quaderni; lo stesso vale per l’inglese, lingua importante a conoscersi ma che non costituisce certo la panacea di tutti i mali. Sarebbe molto più opportuno che i nostri giovani imparassero bene l’italiano prima dell’inglese, cosa che purtroppo non è così scontata!  Ed il primo requisito di un buon docente, a mio parere, è la conoscenza approfondita delle discipline che insegna e la capacità di saperle trasmettere con chiarezza ed entusiasmo agli alunni, suscitando in loro curiosità intellettuale e la volontà di porsi delle domande. Profondamente convinto di ciò, io sarei disposto a credere alla tesi di Stella soltanto s’egli riuscisse a dimostrarmi che queste qualità essenziali si trovano sempre in misura maggiore in un insegnante giovane rispetto ad uno di più provata esperienza.
Anche un docente anziano può essere motivato, può avere ancora entusiasmo per il suo lavoro, può aggiornarsi come e meglio di un giovane. In più ha l’esperienza, che gli consente di porsi di fronte ai problemi da affrontare ogni giorno con un ventaglio più ampio di rimedi e di soluzioni, cosa che un giovane alle prime armi spesso non riesce a fare ed è costretto a chiedere consiglio a noi “vecchietti”. Anch’io, che adesso ho 61 anni compiuti proprio oggi, sono stato un giovane insegnante di 26 anni, ed ho compiuto allora tanti errori che oggi non compio più, come quello di valutare gli studenti in modo troppo rigido e di non tenere abbastanza conto della fragilità psicologica che molti ragazzi hanno; ho poi imparato con il tempo e l’esperienza che la valutazione è un processo molto complesso, che deve prendere in considerazione tanti fattori e soprattutto non deve mai abbattere l’autostima degli alunni, ma anzi infondere coraggio e fiducia a chi, inevitabilmente, subisce insuccessi scolastici. I metodi stessi di verifica del lavoro degli studenti sono cambiati: ho sperimentato per anni varie tipologie dopo che quelle iniziali si erano rivelate inadatte, e la stessa cosa potrei dire per tutti gli altri aspetti della vita professionale (rapporti con i colleghi, i genitori, i dirigenti ecc.) che sono andato migliorando nel corso del tempo. Noto invece che i colleghi giovani (specie i supplenti) molto spesso non hanno buoni risultati, o perché la loro preparazione è troppo teorica e lontana dalle necessità effettive della scuola (e di ciò la colpa è tutta dell’università attuale), o perché non hanno quell’autorevolezza che permette di essere rispettati dagli alunni senza doversi imporre con la forza, o perché, presi dal “sacro furore” dell’alta cultura, hanno pretese eccessive e non sanno calibrare il loro metodo valutativo alle condizioni reali ed effettive della scuola attuale e degli studenti.
L’articolo di Stella, da respingere in toto a mio modo di vedere, può essere nato soltanto da una mentalità oggi tanto diffusa quanto errata, quella cioè del giovanilismo che già da tempo ha invaso la sfera della politica (a partire dalle famose “rottamazioni” di Renzi) e che tende ad invadere ogni settore della vita sociale. Si tratta di un pregiudizio totalmente infondato, perché non esiste nessuna prova del fatto che un politico, un medico, un avvocato, un insegnante giovane siano per forza di cose migliori e più efficaci dei loro colleghi più anziani, a meno che non si parli di attività sportive dove a 35 anni si è già vecchi; ma in quelle professioni in cui non è la prestanza fisica ma quella intellettuale ad essere richiesta, è vero l’esatto contrario. Richiamandomi al mio caso personale, affermo che a 61 anni ho ancora più entusiasmo nello svolgere il mio lavoro di quando ne avevo 30-35, e di ciò si sono accorti sia i miei alunni che i loro genitori; e aggiungo anche che, a differenza di tanti miei colleghi, io non bramo affatto la pensione, che accetterò solo quando mi verrà imposta a forza di legge. Perciò rifiuto su tutta la linea lo sciatto giovanilismo del sig. Stella, e dal suo articolo ricavo un motivo in più per alimentare un altro po’ la mia naturale antipatia per la categoria dei giornalisti.

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