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Impressioni di lettura

Diceva il celebre scrittore argentino J.L.Borges: “Che altri si vantino pure delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto.” In effetti, a mio giudizio, la frase è tutt’altro che banale, non soltanto perché chi vuol scrivere qualsiasi cosa che abbia un senso ed una struttura sintattica corretta deve prima aver letto il più possibile di tutto ciò che è leggibile, ma anche perché saper leggere un testo in modo critico e ponderato, in modo tale cioè che lasci traccia nel nostro animo e influisca sulla nostra personalità, è operazione tutt’altro che semplice. Io diffido totalmente, tanto per cominciare, di chi dice di aver letto un libro in pochi giorni, perché in questo lasso di tempo lo si può al massimo avere sfogliato, non letto; l’analisi di un testo, infatti, deve essere lenta e ragionata, il vero lettore deve assimilare poche pagine per volta, fermarsi ad ogni periodo e rifletterci sopra non tanto per afferrarne il senso o raffigurarsi la situazione, i caratteri o i luoghi descritti, quanto per confrontare idealmente il passo con altri che conosce da prima, per intravedere il significato più remoto di quanto rinviene nella pagine ed anche, non ultimo, per controllarne gli elementi formali, lingua e stile. Quando si tiene in mano un libro di un vero scrittore (esclusi quindi gli imbrattacarte di oggi, che spacciano oscenità per opere d’arte e non conoscono neanche la grammatica italiana) questi fattori non sono di secondaria importanza, perché la struttura del periodo, le scelte lessicali,l’ordinata successione dei dialoghi, delle descrizioni e delle azioni narrate formano l’ossatura di un romanzo o di un racconto e sono strettamente collegate al contenuto dell’opera ed alla destinazione che l’autore ha programmato per essa. Il procedere per brevi periodi, ad esempio, in una sezione narrativa, può significare molte cose, che il lettore deve saper cogliere: la concitazione del momento, lo stato d’animo dei personaggi, la sensazione del rapido scorrere del tempo ecc. Al contrario l’uso di periodo lunghi e articolati induce maggiormente chi legge alla riflessione sul fatto narrato, sul suo significato globale, sulla complessa struttura dei caratteri umani. Anche l’uso delle parole e la loro disposizione all’interno del periodo sono stilemi non certo casuali, perché fanno parte di un preciso messaggio dell’autore: si pensi, ad esempio, ai grandi scrittori siciliani come Verga, Pirandello e Tomasi di Lampedusa, dove il procedere per frasi secche e concise, costruite con un ordine sintattico diverso da quello che userebbe uno scrittore fiorentino o milanese, è volto a riprodurre la mentalità ed il modo di agire dei protagonisti delle loro opere, di solito inclini ad esprimere sinteticamente, magari per proverbi o sententiae, una determinata concezione della vita, quella dei pescatori di Aci Trezza o dei contadini sparsi per le vaste campagne dominate dalla maestà dell’Etna.
Queste riflessioni mi vengono in mente perché da sempre, per tutte le migliaia di libri che ho letto nella mia vita, mi sono regolato come ho detto, esaminando puntualmente e da ogni punto di vista tutte le righe di un racconto o di un romanzo e impiegando spesso anche mesi per arrivare alla fine. Alcune grandi opere, poi, le ho lette anche tre o quattro volte, perché ad ogni nuova lettura si possono scoprire tanti aspetti nuovi cui prima non avevamo fatto caso, ed ogni volta la nostra mente si arricchisce di un bene prezioso. Poi, quando credo di aver trovato in un testo qualcosa che non ho saputo da altra fonte ma che deriva dalla mia personale sensibilità, sento il bisogno di comunicarlo agli altri: perciò vado tediando i lettori di questo blog con alcuni post che ho messo su Pascoli, Dickens, Manzoni, Dostoevskij ed altri ancora, e talvolta mi capita di annoiare anche i miei alunni con osservazioni su ciò che ho letto di cui loro, il più delle volte, farebbero volentieri a meno. In questo periodo, dovendo affrontare a scuola il periodo del naturalismo francese e del verismo italiano, sto rileggendo le opere di Verga, dai primi romanzi di stampo romantico (Una peccatrice, Eva, Tigre reale, Storia di una capinera) ai Malavoglia, cui mi sto dedicando in questi giorni. Procedo lentamente, per le ragioni che dicevo sopra, al ritmo di dieci-quindici pagine al massimo al giorno; e quando avrò finito, tra qualche settimana, scriverò qui sul blog le mie osservazioni sul Verga, come ho fatto per gli altri scrittori nominati prima. In tal modo i miei lettori avranno un’occasione in più per annoiarsi e per saltare il post, o al massimo per leggerlo in fretta senza mandare neanche un commento; ciò nonostante io non rinuncio ad usare questo spazio internet, magari per rileggere con calma le mie elucubrazioni quando sarò ancor più vecchio di quanto non lo sia adesso.

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Le notti bianche

Dostoevskij
Nonostante gli impegni di studio che mi hanno accompagnato in questa lunga estate, ho trovato il tempo di leggere, specie nei giorni di vacanza, al mare o in montagna: la lettura dei classici, infatti, è per me indispensabile, dovunque mi trovi. E quando parlo di classici, non intendo ovviamente soltanto gli scrittori antichi: con questo termine indico anche gli autori dell’800 e del ‘900, mentre escludo totalmente i contemporanei, scribacchini e pennivendoli più che scrittori.
E così, dopo averne avuto più volte il proposito, ho finalmente letto “Le notti bianche”, un romanzo breve del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij (1821-1881). Possiamo definirlo un racconto, più che un vero romanzo, perché la sua lunghezza (circa 80 pagine) è di gran lunga inferiore alle altre opere dell’autore, che raggiungono anche le 1000 pagine e più.
Il romanzo racconta di un giovane che vive a Pietroburgo, allora capitale dell’impero russo, e che fa di professione… il sognatore, abita cioè in un mondo tutto suo fatto di immagini vane e progetti fatui ch’egli segue con tutto il suo essere, distaccandosi dagli altri e dalla realtà quotidiana, e riducendosi perciò in estrema povertà. Nella sua descrizione il sognatore “non è un uomo, ma un essere neutro, che vive in un cantuccio inaccessibile come se volesse nascondersi alla luce del giorno”; ha pochi conoscenti ed amici, e chi per caso va a trovarlo è ben difficile che vi torni una seconda volta.
Ora questo sognatore, il protagonista del racconto, durante una delle celebri notti bianche di San Pietroburgo (che anch’io ho avuto occasione di vedere durante il mio viaggio in Russia, quando ho provato la strana sensazione di godere, ancora alle 22,30, della luce del giorno), incontra una ragazza di diciassette anni, che salva dalle importune attenzioni di uno sconosciuto. La ragazza, che si chiama Nasten’ka (diminutivo di Anastasia) vive con la nonna cieca, la quale la costringe a sederle tutto il giorno accanto mediante uno spillo che tiene attaccato il suo vestito a quello della nipote. Raccontando la sua storia, Nasten’ka parla del suo primo amore, quello per un giovane che viveva a pensione dalla nonna. Costui, dovendosi recare a Mosca per affari, aveva promesso alla ragazza di sposarla entro un anno; se, trascorso quel periodo, non fosse tornato, lei sarebbe stata libera.
Inutile dire che il nostro sognatore, pur invitato da Nasten’ka a non concepire false speranze, s’innamora perdutamente della ragazza, ne viene ricambiato (o almeno si illude di questo) e, poiché l’anno di attesa sta scadendo, ritiene di poter realizzare il suo obiettivo. Ma, l’unica volta che aveva tentato di concludere qualcosa di concreto, vede svanire il suo progetto, che si rivela nient’altro che uno dei suoi tanti sogni, dei tanti fantasmi che agitano la sua mente: un giorno infatti Nasten’ka, mentre è in sua compagnia, rivede l’oggetto del suo amore, che pure è tornato in ritardo da lei, e si getta tra le sue braccia lasciando il nostro eroe con un palmo di naso. Il giorno dopo egli riceve una lettera della ragazza, nella quale lo prega di perdonarla e gli offre la sua perpetua amicizia. E lui non la odia, anzi le è grato per quei pochi momenti di beatitudine che gli ha dato, perché un solo minuto di felicità può colmare tutta la vita di un uomo.
Lo stupendo racconto di Dostoevskij riflette, oltre ad una grande creatività artistica, la mentalità del tempo, quando i valori e gli ideali contavano veramente nel contesto sociale, quando i sentimenti erano veramente tali, quando il senso della vita era ben diverso da quello di oggi. Adesso esistono ancora i sognatori? E’ meglio di no, perché se esistessero farebbero una vita grama, circondati dal dileggio e dal disprezzo di una società omologata e omologante, dove se non fai ciò che fanno tutti, se non soggiaci alle mode del momento, sei “fuori”, sei escluso dal gruppo di appartenenza, di fatto emarginato. In una società dove contano solo le apparenze e non esistono più veri valori, dove tutto rimane alla superficie, un personaggio come quello del nostro romanzo sarebbe definito un “disadattato” oppure, con una brutta parola cara al linguaggio giovanile, uno “sfigato”. Tale è considerato infatti, al giorno d’oggi, chi non si allinea col frenetico modo di vivere attuale e, nel caso specifico del rapporto tra i sessi, colui che viene respinto da una donna a vantaggio di un altro. Che poi questa donna proponga allo sfortunato spasimante di “restare amici”, come fa Nasten’ka, sa di presa in giro, di scherno, e provoca una caduta di autostima dalle conseguenze irreparabili. In pratica, del romanzo del grande scrittore russo oggi non resta nulla, neppure il titolo, perché, se chiedete ad un giovane cosa sia una notte bianca, vi risponderà che è quella che molte città organizzano tenendo aperti negozi e locali per tutta la notte. Quel che in Dostoevskij è il simbolo di un ideale di vita, è divenuto oggi una delle tante manifestazioni del più sfrenato consumismo.

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