Archivi tag: Romanticismo

Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile

A mio parere, quello cioè non di un blasonato critico letterario ma di un semplice amante della letteratura di tutti i tempi, ben poche figure di poeti e di scrittori sono apparse così indefinibili, nel lungo corso della storia, come quella di Gabriele D’Annunzio: un intellettuale, oserei dire, che tutti conoscono ma che ben pochi hanno esaminato nella sua profondità e che riescono a definire, o comunque a far rientrare in un preciso movimento o anche tendenza letteraria invalsa ai suoi tempi.
Le storie letterarie, delle quali tutti noi ci serviamo o che comunque abbiamo consultato, collocano il nostro poeta nell’ambito del Decadentismo, qual era l’atmosfera culturale che si respirava in Italia ed in Europa nell’epoca a cavallo tra i secoli XIX e XX. Questo è certamente vero, ma la sensibilità decadente di D’Annunzio fu profondamente diversa da quella degli altri rappresentanti italiani di tale temperie letteraria, primo tra tutti Giovanni Pascoli. Ciò dipende anzitutto dalle differenze caratteriali, anche sul piano personale, tra i due poeti: mentre Pascoli, pur ritenendo il poeta superiore alla comune umanità in quanto a lui solo è concesso di cogliere l’essenza profonda delle cose, partiva “dal basso” delle descrizioni naturali e della rappresentazione della vita nei suoi aspetti più comuni, D’Annunzio faceva della peculiarità della condizione dell’intellettuale un motivo per giungere al superomismo, osservando cioè “dall’alto” la società come colui che, pur facendone parte, si sente su di un piano diverso, più alto della comune umanità, e su questo piano colloca anche i personaggi dei suoi romanzi.
Pur tuttavia l’indefinibilità di D’Annunzio, la continua apparente contraddizione che emerge dalle sue opere non deriva solo da motivi caratteriali, ma anche da una particolare forma di coscienza poetica, quella cioè che si lascia solo parzialmente avvolgere nell’atmosfera culturale dei suoi tempi ma che riscopre invece, con riferimenti diretti ma per lo più allusivi, tutta la grande tradizione della poesia classica, da Omero a Virgilio, da Dante a Carducci ed al Pascoli stesso.
Un breve accenno ai romanzi, in particolare a L’innocente e al Piacere. Che si tratti di opere pensate nell’ambito del decadentismo è chiaro, ma alla lettura emergono tratti ben visibili del verismo (in talune descrizioni crude e realistiche) ma anche del primo Verga, quello della fase romantica di Una peccatrice, Tigre reale ecc.: lo rivelano, se non altro, tratti psicologici dei protagonisti come i numerosi particolari con cui è descritta la forte passione d’amore dei protagonisti e l’idealizzazione della donna amata, oltre ad una particolare forza descrittiva degli elementi paesaggistici che ricorda da vicino la relazione tra uomo e natura propria del Romanticismo. Se poi ci affacciamo a leggere anche discorsivamente la grande produzione poetica dannunziana, non possiamo fare a meno di trovarci ricordi ed allusioni a tutta la tradizione classica ed italiana. Lasciando stare i poeti cronologicamente più vicini (da Leopardi a Carducci) troviamo in diverse raccolte dannunziane, e specialmente in Alcyone, chiari riferimenti al Cantico di frate Sole di San Francesco (“Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera”, in La sera fiesolana, 15-16), a Dante, ricordato in molte occasioni da D’Annunzio (v. ad es, sempre in Alcyone, I pastori vv. 14-15: “O voce di colui che primamente / conosce il tremolar della marina”, con chiaro richiamo ai vv 116-7 del primo canto del Purgatorio) ed anche agli stilnovisti: ai vv. 55-56 dell’ode Il dolce grappolo, tratto dalla raccolta Isotteo, si legge: “O madonna Isaotta, è dura cosa / ir le beltà non viste imaginando”, in cui il linguaggio cavalcantiano è mescolato ad una certa maliziosità che ricorda anche certe liriche del Poliziano ed in genere del periodo rinascimentale.
Per i ricordi del mondo classico, tanto scoperti quanto allusivi, la lezione del Carducci (e poi anche del Pascoli) non poteva non influire: frequentissimi sono i richiami ai poeti antichi in tutte le raccolte, ma più diffusi nelle giovanili come Canto novo ed in quelle dove deliberatamente il mito classico sale in primo piano, come Alcyone; qui gli esempi da portare sarebbero moltissimi, ed è per me particolarmente gradito trovarne in quanto studioso dell’antichità greca e romana. Ne ricorderò solo due per ognuna delle due grandi letterature dell’antichità: nell’ode Sera sui colli d’Alba, dalle Elegie romane, si legge “e tu, o dolceridente pupilla”, dove l’aggettivo composto ricalca chiaramente quelli omerici; allo stesso modo, nell’ode Versilia (da Alcyone) il poeta definisce se stesso con l’epiteto “Occhiazzurro”, con cui in Omero è solitamente designata la dea Atena, definita “dagli occhi di civetta”, quindi cerulei, come quelli che il poeta, con allusione dotta, riferisce a se stesso. Ancor più numerosi i richiami ai poeti latini. Nella celebre ode La pioggia nel pineto, la più nota di D’Annunzio, il poeta afferma che lui ed Ermione, la donna amata, vanno “di fratta in fratta, or congiunti or disciolti / (e il verde vigor rude / ci allaccia i malleoli / c’intrica i ginocchi) / chi sa dove, chi sa dove”. Può ben darsi ch’io m’inganni, ma in questo intrico di macchie e di arbusti che avvincono le caviglie e le gambe degli amanti mi par di vedere un ricordo allusivo al celebre mito di Dafne cantato nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la bella ninfa, per sfuggire al raptus amoroso di Apollo, si attacca a terra e si trasforma nella pianta dell’alloro. Riferimenti più scoperti possiamo trovare a Virgilio, sia nelle accurate descrizioni paesaggistiche che ricordano certi luoghi delle Georgiche, sia in richiami a passi dell’Eneide: nella poesia citata sopra, Il dolce grappolo, si legge ai vv. 163-4 che “uno stuol d’augelli, d’improvviso / attraversò con ilari saluti”, esortando il poeta e la bella Isaotta a rimettersi in cammino per scoprire nuovi incantati paesaggi; e qui viene in mente il libro VI del poema virgiliano, dove ai vv. 190 e sgg. si parla di una coppia di colombe che rompono l’inerzia di Enea di fronte all’albero dal ramo d’oro, permettendogli di scorgerlo.
Queste mie osservazioni nascono da uno studio piuttosto ordinario dell’opera dannunziana, a me suggerito dalla necessità di dover trattare l’opera del poeta nel normale svolgimento del programma di letteratura italiana della mia quinta liceo classico. Non mi vanto di aver detto cose nuove, ché altrimenti avrei scelto una rivista specializzata e non il mio piccolo misero blog; sono anzi certo che altri prima di me hanno già arrivati a simili e molto più geniali conclusioni. Ho voluto scriverle perché fin dai miei studi liceali ho sempre avuto l’impressione che D’Annunzio sia un poeta che sfugge a precise definizioni e collocazioni, poiché nella sua produzione si affastellano suggestioni culturali che vanno ben al di là del Decadentismo e di ogni altra corrente letteraria. Anche il senso della natura e del paesaggio, in lui così forte e così ricorrente, ci lascia spesso stupiti, perché è difficile distinguere la brama del puro esteta, che vuol stupire il lettore e fare della sua poesia la voce del Vate onnipotente, dalla sensibilità personale verso l’altro da sé, profonda e al tempo stesso sfuggente come un velo ch’egli sembra voler continuamente porre dinanzi agli occhi del lettore.

3 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

La depressione di Jacopo Ortis

In questi giorni ho riletto con attenzione uno dei capolavori di Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Si tratta di un romanzo epistolare in cui il protagonista (alter ego dell’Autore) scrive alcune lettere al suo amico Lorenzo Alderani confidandogli le proprie angosce, che derivano sostanzialmente da due motivi: uno pubblico, cioè la triste situazione della patria Italia dopo il trattato di Campoformio con cui Napoleone cedette all’Austria la secolare Repubblica di Venezia, ed uno privato, cioè l’amore infelice di Jacopo per la giovane Teresa, che il padre ha destinato ad un matrimonio con un ricco borghese semplicemente per ragioni economiche e di convenienza, pur essendo perfettamente al corrente dei sentimenti dei due giovani. La trama è molto semplice: dopo aver tentato invano di cambiare il destino di Teresa, dalla quale ottiene soltanto un bacio, il giovane Ortis si allontana per molto tempo dalla sua terra d’origine (i colli Euganei) nel tentativo di placare il suo dolore; non riuscendo nell’intento perché, come molti secoli prima aveva affermato Seneca, i nostri problemi ci seguono ovunque ci rechiamo, egli torna nei luoghi d’origine e, dopo una visita all’anziana madre e all’amico Lorenzo, si uccide.
Il romanzo è uno dei manifesti del nascente Romanticismo, che pochi anni dopo si affermerà anche in Italia: ce ne rende testimonianza, ad esempio, la scissione tra l’io ed il mondo, tra il particolare e l’universale, ed anche la nuova visione dell’amore visto come passione travolgente e viscerale, opposta alle ipocrite convenzioni della società borghese come sarà quella, alcuni decenni dopo, di Alfredo e Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi; del resto, anche l’insufficienza della ragione umana a vincere o dominare i sentimenti è indice del superamento di quella visione illuministica e razionale che aveva dominato nel secolo precedente. Ma ciò che mi ha colpito in questa rilettura del romanzo è altro: l’intensità delle passioni e la fermezza degli ideali foscoliani nel raffigurare un giovane di 24 anni che preferisce la morte all’adattarsi ad un mondo che non comprende più ed in cui non intende inserirsi. Il suo distacco dal mondo, non solo dagli uomini ma anche da una natura pur descritta come attraente ed a volte meravigliosa, ha certamente i tratti dell’eroe romantico, ma al tempo stesso c’è qualcosa che lo avvicina ai nostri giorni, alla cultura cioè del secolo XX e persino del XXI. Intendo riferirmi al quadro psicologico che Foscolo tratteggia nel suo personaggio, il quale corrisponde, a mio vedere, a quello delle persone colpite da depressione, una patologia molto diffusa e studiata ai nostri giorni e che non esclude, purtroppo in molti casi, il suicidio. Jacopo Ortis rivela molti sintomi di quello che è stato di recente definito “il male oscuro” dei nostri tempi: la continua malinconia che l’assale e lo accompagna persino nei rari momenti felici (la visione di Teresa ed il bacio che ottiene da lei), il tentativo di sottrarsi alla vista degli altri percorrendo luoghi impervi e poco frequentati dagli uomini (chi non ricorda il “Solo e pensoso i più deserti campi” del Petrarca?), il senso di inutilità che lo porta a trascorrere intere giornate senza fare nulla o semplicemente a consumarsi nel suo dolore. Questo quadro psicologico e comportamentale non è nuovo ovviamente, perché ne abbiamo esempi illuminanti anche nell’antichità classica (Euripide, Lucrezio, Seneca ecc.), ma è significativo il fatto che già prima di Freud, della psicanalisi e dei recenti studi di psichiatria la depressione fosse già così lucidamente descritta da autori vissuti molto prima delle scoperte contemporanee. Jacopo Ortis è l’immagine dell’uomo malinconico, depresso, che non riesce a relazionarsi con gli altri, a far parte di una società che vede ingiusta e ottusa, a determinare l’utilità della vita umana e soprattutto della propria. Il suicidio è la naturale conclusione di questo percorso spirituale; ed anche questo è tipico del “male oscuro”, di quel senso di vuoto e di inutilità che, mal sopportato per tutta la nostra esistenza, finisce in qualche caso per condurre al gesto estremo.

2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura

Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo

Come più volte ho scritto in questo blog, io leggo soltanto le opere letterarie classiche, intendendo per classici però ovviamente non solo quelli antichi, ma anche i moderni almeno fino all’epoca della seconda guerra mondiale, o poco oltre; non leggo mai invece quello che viene prodotto oggi o negli ultimi 50 anni, perché considero i cosiddetti “scrittori” attuali come pennivendoli e imbrattacarte che non conoscono non solo le regole fondamentali della narrativa, ma spesso neanche la sintassi italiana, figuriamoci quindi se possono essere accolti nell’ambito della grande letteratura! Purtroppo in questi nostri sciagurati tempi è morta ogni altra forma di arte, e quella dello scrivere non fa eccezione.
Così, in questa estate, ho letto con estrema attenzione il romanzo Oliver Twist di Charles Dickens (1812-1870), di cui avevo conosciuto ed apprezzato altri capolavori come Davide Copperfield. Questo romanzo, che narra la storia di un povero bambino orfano che cresce in un ospizio tra maltrattamenti e privazioni, mi ha inizialmente entusiasmato, sia per la profonda capacità narrativa dell’autore sia per la grande analisi psicologica che mette in atto, oltre che per la vigorosa raffigurazione dell’Inghilterra vittoriana del XIX secolo: ottime sono le descrizioni delle persone e dei loro caratteri, dei paesaggi di città e campagna, delle contraddizioni che si manifestavano in quei tempi grandi e tristi nello stesso momento, in cui le differenze sociali erano talmente marcate da rivelare con impressionante crudezza il divario esistente tra le regge dei ricchi ed i miseri tuguri dei poveri, sempre impegnati nella difficile impresa di sopravvivere in una Londra minata dall’indigenza e dal conseguente dilagare della criminalità. In questo mondo contraddittorio e crudele si muove il piccolo protagonista, che affronta alterne vicende ma riesce sempre e comunque a mantenere la propria dignità scontando colpe non sue ma ritrovando infine la sua redenzione totale e definitiva. Maltrattato e sfruttato da una banda di criminali che lo tiene a lungo con sé, Oliver non si integra mai in quella loro mentalità, anzi dal contrasto emerge ancora di più la sua indole buona e generosa, una luce che non smette mai di brillare in un mondo totalmente oscuro.
Grande capolavoro, dunque, Oliver Twist? A giudicare dai giudizi della critica e dalla grande fortuna che ha avuto anche in ambiti diversi da quello letterario (ci sono state ben 15 riprese cinematografiche, contando solo le principali!) sembrerebbe di sì. Eppure, nonostante la bellezza delle descrizioni e l’eleganza dello sviluppo narrativo d’insieme, nonostante il realismo e la sottile ironia con cui viene descritta l’Inghilterra dell’età vittoriana, qualche difetto emerge in quest’opera, almeno a giudizio di noi uomini del XXI secolo. I caratteri più popolari, ma anche più banali, dello spirito romantico dell’epoca ci sono tutti, a partire da un sentimentalismo che ai nostri occhi appare eccessivo: passioni senza limiti né controllo, ad esempio, sono frequenti nel romanzo, dove il pianto e la disperazione si presentano in ogni momento e ben oltre il loro consueto manifestarsi nella vita reale; amore e odio hanno dimensioni alterate ed un po’ esagerate, senza alcun termine di mediazione. Questo visione manichea della realtà si manifesta poi in ogni carattere umano , assolutamente votato al bene o al male, tanto che a personaggi totalmente positivi (lo stesso Oliver, il signor Brownlow che lo accoglie, la signorina Rose ecc.) fanno riscontro altri perversamente malvagi e negativi (l’ebreo Fagin, lo scassinatore Sikes ed altri); non c’è praticamente alcun elemento di grigio, ma si passa inesorabilmente dal bianco al nero, come se il bene ed il male fossero due categorie assolute delle quali l’uomo può assorbirne una sola, restando del tutto al di fuori dell’altra. Non manca poi un altro elemento romantico per eccellenza, quello della redenzione della “donna perduta” di cui molti esempi troviamo nella letteratura dell’800, primo tra tutti La signora delle camelie di Alexandre Dumas da cui deriva La traviata del nostro grande Giuseppe Verdi. Nel romanzo di Dickens la figura di Nancy corrisponde proprio questo stereotipo: pur essendo vissuta sempre tra violenze e privazioni, costretta a vendere il proprio corpo e fatta compagna e schiava dal malvagio Sikes, ella conserva però nel suo animo un’innata bontà, che la spinge a tradire il suo aguzzino non per un vantaggio personale ma per il trionfo della giustizia, nel nome del quale pagherà con la vita questo suo atto di redenzione. I tratti convenzionali dell’eroina romantica ci sono tutti, e qui dobbiamo dire che Dickens è stato profondamente influenzato dal clima letterario e culturale vigente ai suoi tempi. Anche il lieto fine dell’opera corrisponde a questa aspirazione borghese ottocentesca ad un mondo migliore, dove il bene e la giustizia finiscono sempre per trionfare: così muoiono o vanno in rovina tutti i personaggi negativi del romanzo, mentre quelli positivi vivono tutti “felici e contenti”, non solo il piccolo Oliver che trova finalmente una famiglia ed una vita dignitosa, ma anche gli altri che l’hanno sostenuto ed aiutato in modo totalmente generoso e disinteressato.
Questi elementi qui esposti, a mio giudizio, fanno di Oliver Twist una grande opera sì, ma poco corrispondente alla realtà quotidiana, dove purtroppo non sempre trionfa il bene ed il male soccombe, ma spesso accade l’esatto contrario. Oggi poi, dopo la scoperta freudiana dell’inconscio e lo sviluppo ulteriore e conseguente della letteratura (si pensi, anche solo per l’Italia, a Svevo e Pirandello) non è più accettata una frattura così netta e manichea tra il bene ed il male, perché il carattere umano è più complesso di quanto si pensava ai tempi di Dickens e non è più racchiudibile semplicemente in una delle due categorie. Dobbiamo poi tener conto del fatto che quando Dickens scrisse il nostro romanzo aveva circa 25-26 anni e non aveva quindi ancora raggiunto la piena maturità artistica, il che potrebbe spiegare alcune incoerenze e inverosimiglianze che vi si manifestano, come ad esempio il fatto che il piccolo Oliver orfano e ramingo giunga in una Londra che già allora contava oltre mezzo milione di abitanti e vada a finire proprio nella casa della persona che aveva conosciuto suo padre, dove trova un ritratto che raffigurava i suoi parenti ed in base al quale il suo protettore ne scopre le origini. Sono espedienti da commedia classica, tipici di Plauto e Terenzio, che ancora sopravvivono nella letteratura moderna ma che non rispondono ai tratti del realismo alla Auerbach o anche soltanto ai canoni narrativi appena successivi del naturalismo francese e del verismo italiano. Con tutto ciò Oliver Twist rimane un capolavoro ed una grande testimonianza di quei tempi e di quella società, ed è dotato di una forza espressiva e di un fascino coinvolgente che gli scritti attuali non possono neanche sognarsi di raggiungere. La vera letteratura è questa, un’arte grandissima che oggi, nell’era di internet e della tecnologia, non esiste più, né mai esisterà in futuro. Per nostra fortuna tuttavia, visto lo squallore del presente, possiamo ancora dilettarci e commuoverci con le opere del passato, che, come dice Seneca, nessuno potrà mai toglierci perché appartengono a noi come noi stessi apparteniamo a loro.

16 commenti

Archiviato in Arte e letteratura