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Le novità annunciate sulla scuola

Vengo a sapere dalla televisione che il Ministero dell’istruzione, facendo seguito con un decreto legislativo all’attuazione della legge 107, vorrebbe introdurre delle considerevoli novità nei curricula e negli esami di ogni ordine di scuole. Si tratta di un testo limitato ma fortemente incisivo, cui potrà aggiungersi in seguito un’altra “riforma” di più ampio respiro che vorrebbe potenziare, quasi che ce ne fosse ancora bisogno, la presenza dell’informatica nella scuola, l’inglese e l’alternanza scuola-lavoro, ossia il collegamento con il mondo produttivo. Dopo aver tanto esecrato Berlusconi, ora la parte politica a lui avversa torna ai suoi dettami, in particolare le famose “tre i” che ci hanno angustiato durante il periodo del governo dell’ex Cavaliere.
Per restare al decreto legislativo attuale, ancora da visionare in Parlamento e forse sovrastato da questioni di maggior conio (v il referendum costituzionale) e quindi di là dall’essere veramente applicato, vale comunque la pena di farvi qualche riflessione. La prima, purtroppo, è per me fortemente negativa, in quanto il testo abolisce di fatto per legge le bocciature nella scuola primaria. Partiamo da questo punto. In effetti anche oggi le bocciature alle elementari e alle medie sono rarissime, ma ne resta comunque la possibilità, il remoto caso che possano applicarsi; così, in qualche modo, già i bambini ed i ragazzi sono spinti all’impegno, perché sanno che ripetere un anno, benché difficile, non è impossibile. In seguito invece, avendo la matematica certezza della promozione, molti di loro non apriranno più libro né quaderni, non faranno più nulla in assoluto, dedicandosi più di quanto non facciano oggi agli insulsi social network o altre fuorvianti occupazioni. Agendo così, in pratica, si toglie dall’individuo, pur bambino che sia, ogni senso di responsabilità, gli si fa credere che tutto nella vita sia facile e che tutti ti regaleranno ogni cosa senza mai dover faticare: un paese dei balocchi che però purtroppo, nella realtà del mondo adulto, non esiste. Quindi ritengo diseducativo, dissennato e criminale abolire per legge le bocciature, perché è un chiaro invito al nichilismo e all’indolenza, di cui nella nostra società c’è già tanta abbondanza. L’ignoranza e la barbarie che emergono anche in televisione e nel dibattito politico (basti vedere il comportamento dei grillini e di quel buffone che è il loro fondatore) si estenderanno fino a coprire tutto il nostro Paese di un velo di barbarie e di incultura. Altro che buona scuola! Il Governo dovrebbe sapere che, se la scuola non funziona, va in malora tutta un’intera nazione.
Altro ragionamento va fatto per quel che riguarda la scuola superiore, per la quale è in vista un’ulteriore riforma dell’esame di Stato. In questo ambito le novità presentate non mi sembrano del tutto da disprezzare, ed in particolare ve ne sono due che condivido. La prima è l’abolizione della terza prova scritta, un pot pourri che non esprime compiutamente la preparazione dell’alunno ma spesso soltanto nozioni scarsamente probanti oppure addirittura un futile esercizio formale quando è eseguita con la famosa tipologia C,, cioè con i test a crocette. Questi test, pur usati a fondo in altri paesi, sono la forma di accertamento della preparazione più futile e menzognera di quanto ci possiamo immaginare. Oltre all’abolizione della terza prova, mi trova favorevole anche l’aumento del credito scolastico da 25 a 40 punti, perché è giusto che il curriculum scolastico contribuisca di più al voto finale, oggi dipendente al 75 per cento dall’esito dell’esame; e tutti sappiamo, né è difficile capirlo, che uno studente emotivo o messo di fronte a una situazione inaspettata può rendere molto meno di quanto solitamente rendeva in precedenza, restando con ciò penalizzato. Ma il mio assenso alle proposte ministeriali sull’esame si ferma qui. Non mi trova affatto d’accordo la proposizione di un test Invalsi ai maturandi per uniformare la preparazione dei candidati da Nord a Sud, a causa del problema per cui al Sud ci sarebbero voti troppo alti all’esame di Stato. Una soluzione del genere non risolve nulla, perché se i professori del sud vorranno continuare a essere di larga manica e ad attribuire voti alti ai loro studenti, non li sgomenterà certo un test ministeriale: lo svolgeranno loro e lo passeranno ai ragazzi, così come avviene già oggi nelle altre prove d’esame, e non soltanto al Sud. Trovo assurda anche l’altra proposta, quella di tornare alla commissione d’esame tutta formata da docenti interni, evidentemente al fine di risparmiare denaro. Abbiamo già sperimentato, al tempo del ministro Moratti, questa formula, ed è stata fallimentare: che senso ha che io stesso, dopo che ho verificato la preparazione dei miei alunni nel mese precedente le prove d’esame, durante queste li verifichi di nuovo sugli stessi argomenti? Diventa in pratica un “esamino” come quello di terza media, senza che costituisca per i ragazzi un momento di vera riflessione, di timore anche (perché il timore è necessario) e di preparazione alla vita futura. Se proprio si vuole risparmiare soldi, si abbia il coraggio di cambiare il detto costituzionale (la Costituzione non è il Vangelo, si può cambiare e adattare ai tempi) e di abolire del tutto questa inutile e costosa farsa dell’esame di Stato, dove spesso sono i professore a fare i compiti agli alunni e dove il merito emerge a metà, se non ancora meno. Quanto ai nuovi contenuti previsti, si parla di una relazione degli studenti all’esame sulle loro esperienze di alternanza scuola-lavoro; ma poiché a questa alternanza io sono fortemente contrario perché penso che nei Licei, scuola dove conta l’astrazione ed il pensiero autonomo, essa sia solo un’inutile perdita di tempo, su questo argomento non mi esprimo. Concludo affermando tristemente che la vicinanza della pensione, che forse chiederò già da quest’anno, mi solleva un po’ dall’angoscia di trovarmi in un ambiente totalmente diverso da quell’ideale di scuola-cultura che ho sempre caldeggiato e tentato di realizzare.

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Il primo giorno di scuola (per i professori)

Ecco, ci risiamo! Per la trentacinquesima volta (se non vado errato) mi trovo ad iniziare un nuovo anno scolastico, che per me purtroppo sarà uno degli ultimi, dato che tra non molto, mio malgrado, dovrò lasciare il lavoro e ritirarmi in pensione. Comunque, finché quel tragico evento non accadrà, io continuo a provare una strana emozione ogni volta che inizia un nuovo anno, un entusiasmo che sempre si rinnova, e mi accingo a svolgere il mio compito con l’attesa di conoscere una nuova classe e con una serie di progetti e di buoni propositi per la didattica che non so se potrò poi effettivamente realizzare.
Quando ricominciano le lezioni, tuttavia, non tutti hanno la medesima disposizione d’animo: alcuni di noi sembrano animati da un forte vigore intellettuale, sono forse più emozionati dei loro studenti al momento di riprendere un’attività dalla quale si sentono realizzati, mentre altri – al contrario – sembrano soffrire della cosiddetta “sindrome da rientro”, un’espressione che di solito viene riferita al momento in cui le persone, tornando dalle ferie, ricominciano la routine quotidiana ed il loro consueto lavoro. In sala insegnanti si vedono a volte facce scure e annoiate, di colleghi che avrebbero volentieri gradito un prolungamento delle già lunghe vacanze estive, e che obiettivamente faticano a rimettersi in moto, come automobili che siano rimaste ferme in garage per molti anni. Poi, dopo aver rotto il ghiaccio, riacquistano il consueto ritmo lavorativo, ma all’inizio sembrano un po’… arrugginiti, proprio come gli studenti che per tre mesi di chiusura delle scuole non hanno fatto nulla e quindi stentano a riprendere il ritmo dello studio. In fondo anche gli insegnanti sono persone come le altre, e non tutti hanno lo stesso modo di porsi di fronte alla loro professione. E pensare che da quest’anno dovremmo essere valutati singolarmente, una novità prevista dalla riforma cosiddetta della “Buona Scuola” su cui mi riprometto di ritornare più di una volta su questo blog.
Comunque, a parte le disposizioni d’animo individuali, ci sono obiettive difficoltà da superare il primo giorno di scuola, per noi docenti. La prima è che a volte ci ritroviamo – bontà di chi compila l’orario – ad avere due ore di lezione in una classe che già conosciamo dagli anni precedenti; e siccome gli studenti, com’è noto, il primo giorno portano a scuola soltanto il diario e una penna (quando va bene) non sappiamo come passare queste due ore. Stare senza far nulla non si può, ma non si può neanche cominciare così, ex abrupto, il nuovo programma, anche perché i ragazzi, dopo tutta un’estate di torpore e tutti presi a raccontarsi come hanno passato le vacanze, non ti ascolterebbero. Riusciamo a cavarcela, allora, parlando del programma da svolgere quest’anno, delle novità della riforma, dell’esame di Stato per le classi quinte, o al massimo facciamo un ripasso del programma dell’anno precedente, durante il quale il docente tenta di coinvolgere i ragazzi e farli parlare sui vari argomenti, ma molto spesso si ritrova ad arringare da solo una folla poco attenta e con il pensiero ancora rivolto al mare o alla discoteca. L’importante, comunque, è che trascorrano quelle due ore, e bene o male, con fatica, arriviamo al traguardo. Poi c’è un altro problema: che a forza di parlare per quattro ore il primo giorno di scuola, dato che i ragazzi partecipano poco o nulla come si è detto, la voce comincia ad affievolirsi e la gola a bruciare; ed è certo che questa non è una sensazione piacevole, che tutti gli anni immancabilmente si manifesta all’inizio delle lezioni proprio perché anche noi non siamo più abituati a sforzare in questo modo le corde vocali.
Un’altra cosa che i docenti fanno il primo giorno di scuola è controllare il proprio orario per i giorni o la settimana seguenti, storcendo spesso la bocca quando si accorgono che debbono fare qualche ora in più rispetto ad altri colleghi; ed è questa un’operazione che ripetono anche quando verrà loro comunicato quello definitivo, atteso da tutti con apprensione e a volte con terrore. Io, a sconto dei miei peccati, ho avuto per molti anni l’incarico di compilare l’orario delle lezioni nel mio Liceo, e soltanto quest’anno, con molto gaudio, me ne sono finalmente liberato; si tratta infatti di un compito sommamente ingrato, che viene descritto con grande efficacia anche nel libro di Domenico Starnone Ex cattedra, che ho piacevolmente letto anni fa. All’inizio, quando ancora l’orario non è stato compilato, i colleghi si rivolgono allo sventurato che ha questo incarico con affabilità e gentilezza, chiedendo per favore e “se possibile” (sic!) di avere magari il sabato libero, o di non entrare alla prima ora o altre richieste di questo genere; per di più, tutti riconoscono che questo incarico è molto difficile a causa degli incastri che si debbono compiere per sistemare i docenti che insegnano anche in altre scuole, per le esigenze didattiche ecc. All’inizio, quindi, vi è gran cortesia e comprensione nei confronti di chi compila l’orario; ma quando poi viene reso noto e qualcuno si accorge che i suoi “desiderata” non hanno potuto trovare accoglimento per l’oggettiva impossibilità di accontentare le richieste di tutti, allora scoppiano le proteste, i malumori, i vittimismi, le basse insinuazioni secondo cui ci sarebbero dei colleghi “favoriti” ai quali viene sistemato l’orario secondo i loro capricci ed altri “ghettizzati” che verrebbero puniti e trascurati dall’imperdonabile perfidia del compilatore. A me è successo tutti gli anni, senza eccezione, di essermi impegnato per giornate e settimane intere nel tentativo di scontare meglio possibile questa condanna, senza favorire nessuno ma tenendo conto solo di alcune situazioni personali che obiettivamente meritavano attenzione, e di essermi sentito accusare di favoritismi inesistenti, tanto che qualche collega è arrivato persino a togliermi il saluto perché magari entrava due volte alla settimana alla prima ora o perché usciva all’ultima. Una situazione allucinante, causa di uno stress dal quale non ci si libera per mesi, ma che dimostra la sostanziale immaturità di chi intende il proprio lavoro più come un “optional” che come un dovere da svolgere nei tempi e negli orari stabiliti. Ci sono colleghi che non riescono a rendersi conto del fatto che l’orario di ciascuno è subordinato alle opportunità didattiche della scuola e che dovrebbe essere compilato tenendo conto più delle esigenze degli studenti che di quelle dei professori; del resto tutti sanno, ma fingono di non saperlo, che neanche il giorno libero si può scegliere, e che anzi esso è una consuetudine delle scuole, non un diritto acquisito da nessuno. Da qui si può ben comprendere la differenza tra la teoria e la pratica, tra le situazioni di diritto e quelle di fatto: a parole tutti riconoscono i dati di fatto che ho enunciato qui sopra, ma poi pretendono che siano soddisfatte le loro aspirazioni personali, non sempre confortate da problemi reali e degni di essere presi in considerazione. Forse una vera riforma della scuola andrebbe realizzata cercando di cambiare la mentalità di molte persone: degli studenti svogliati e presuntuosi a cui sembra tutto dovuto, dei genitori sindacalisti dei figli, ma anche di certi insegnanti, i quali hanno scelto una professione molto importante e gratificante ma anche difficile e delicata, dove si è continuamente osservati e dove occorre dare sempre buona prova di sé, se vogliamo che i nostri studenti ci stimino e ci prendano a modello per la loro formazione culturale ed umana.

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I difetti della classe docente

In questi ultimi tempi mi pare che il comportamento di molti colleghi, che hanno boicottato (inutilmente) l’approvazione della riforma della scuola, abbia messo a nudo le magagne, i difetti e le frustrazioni che da molto tempo caratterizzano la mia categoria, quella degli insegnanti di ogni ordine e grado. Dal computo vanno però esclusi i docenti universitari, i quali pure, nonostante gli evidenti privilegi di cui godono, si lamentano abbastanza e non sono mai contenti di nulla; ma sulla casta degli accademici preferisco sorvolare, anche per non attirarmi addosso varie proteste e forse anche qualche querela.

Torniamo quindi ai docenti di scuola primaria e secondaria, che hanno scatenato un putiferio contro la riforma Renzi-Giannini senza neanche conoscerla bene, dando ancora una volta dimostrazione del loro più cupo pessimismo, una caratteristica questa che è un po’ comune a tutto il popolo italiano, ma che nella categoria degli insegnanti alberga ancor più che nelle altre. Sulla riforma sono state dette cose assurde, che non sono scritte da nessuna parte e che nessuno ha mai neppure lontanamente pensato: che cioè questa legge distruggerebbe la scuola pubblica a vantaggio di quella privata (lo si dice da 20 anni e anche più, con tutti i governi), che non esisterà più la libertà d’insegnamento, che noi docenti diventeremo schiavi dei presidi, che la scuola stessa è morta per sempre ed altre amenità di questo tipo. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi siamo al completo, se stiamo a sentire queste Cassandre e questi Calcanti che sanno profetizzare soltanto sciagure.

Il pessimismo cosmico, la pretesa di conoscere il futuro (cosa di cui già gli antichi dubitavano) ed il vederlo tutto nero e senza speranza è quindi il primo dei difetti caratteristici della nostra classe docente. A questo ne è legato a doppio filo un altro, anch’esso molto diffuso: il lamentarsi continuamente, il piangersi addosso, il non essere mai contenti di nulla. Si comincia con le lamentele riguardanti lo stipendio, e qui siamo tutti d’accordo sul fatto che gli insegnanti italiani sono pagati poco rispetto ai colleghi europei, che non lavorano certo più di noi; è però anche vero che quando abbiamo scelto questo mestiere sapevamo già che non saremmo mai diventati ricchi, e quindi evidentemente, se abbiamo preso la decisione di insegnare, ci avrà spinto qualche altro motivo anche più nobile del semplice accumulo di denaro, altrimenti avremmo seguito altre strade. Io personalmente non mi sono mai lamentato dello stipendio perché ritengo che il denaro nella vita non sia tutto e che quando si ha a sufficienza ciò che serve per condurre una vita dignitosa, si può anche rinunciare al sovrappiù in cambio di un po’ più di tempo libero e della possibilità di leggersi in pace un libro o farsi una passeggiata quando lo riteniamo opportuno. Il lavoro non deve impegnare tutta la vita, ed è inutile secondo me guadagnare molto quando non si ha la libertà di vivere la propria vita come si vuole. E comunque le lamentele dei docenti non riguardano solo lo stipendio, ma anche il lavoro stesso: certi colleghi, ad esempio, si dicono stanchi morti dopo aver fatto tre ore di lezione o dopo aver corretto un pacco di compiti. Quando li sento lamentare io penso tra me e me: cosa direbbero se dovessero stare in una fabbrica per otto ore al giorno, con solo trenta giorni di ferie all’anno?

Ma il difetto più grande e inguaribile di molti docenti (non dico tutti) è la presunzione, il credere cioè di essere perfetti e di non dover essere non dico giudicati, ma neanche valutati da nessuno. Nonostante le manifestazioni di una modestia spesso finta, noi docenti siamo tra le persone più orgogliose e supponenti che si possano immaginare. Lo vediamo chiaramente anche in occasione delle nostre riunioni di dipartimento, dove nessuno di noi è disposto ad accettare critiche né suggerimenti da parte dei colleghi, perché ciascuno è fermamente convinto di essere bravissimo e di non aver bisogno di consigli da nessuno. Se un docente del triennio, ricevuta una classe dal collega del biennio, si azzarda a esprimere un dubbio sulla preparazione dei ragazzi o sul metodo di lavoro del collega stesso, apriti cielo e spalancati terra! Costoro sono insindacabili, fanno sempre tutto bene e nel modo migliore, guai a mettere in dubbio anche un solo minimo aspetto del programma svolto negli anni precedenti. Ed è proprio questa presunzione che ha provocato un’alzata di scudi ogni volta che un ministro qualsiasi (che sia Berlinguer, la Moratti, la Gelmini o la Giannini) abbia appena affacciato l’ipotesi di una valutazione del nostro lavoro; ed io penso che sia proprio questa la ragione principale delle proteste contro la recente riforma, il fatto cioè che i docenti si considerano intoccabili, insindacabili, e spesso sono proprio i più scadenti quelli più accesi nella protesta. Io personalmente non temo nulla da un’eventuale valutazione del mio lavoro; e se dovessero scoprire in me e nel mio modo di essere e di insegnare dei difetti o delle mancanze, io cercherei di emendarmi e di superare le difficoltà, non m’indignerei certamente solo perché qualcuno si permette di esprimere un giudizio sul mio operato.

Va anche detto che molti di noi docenti – e credo più gli uomini che le donne – si sentono ingabbiati in questo lavoro, non sufficientemente considerati a livello umano e sociale, e cercano così un riscatto tentando di emergere in ogni modo; e anche questo è un fattore che può spiegare la presunzione di cui parlavo sopra. Faccio un esempio che riguarda anche me personalmente. Io e molti altri docenti di liceo avevamo in realtà, negli anni della nostra giovinezza, l’aspirazione a fare i ricercatori, a percorrere la carriera universitaria; ora, essendo stati esclusi da questa prospettiva per varie cause che non sto qui a dire, abbiamo ripiegato sulla scuola considerandola però non abbastanza gratificante per quella che è la nostra personalità di studiosi. Così alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno continuato a fare attività di ricerca e a pubblicare saggi e libri, spesso anche con più zelo dei colleghi universitari, trovandovi un’adeguata gratificazione; altri invece, che si sono ritrovati a fare gli insegnanti dopo aver dovuto rinunciare a più alte aspirazioni, esprimono questa loro insoddisfazione tentando di raggiungere posizioni di preminenza o di rilievo all’interno dell’istituzione scolastica, autocelebrandosi o comunque mettendosi in evidenza con atteggiamenti non sempre giustificabili, come la tendenza a prevaricare i colleghi o a mettersi in conflitto con il Dirigente o altre componenti dell’organizzazione scolastica. Le frustrazioni private e personali, purtroppo, sono spesso causa di comportamenti scorretti sia verso i colleghi che verso gli alunni, i quali perciò diventano vittime della megalomania altrui. Non che i ragazzi ed i genitori non abbiano le loro colpe, per carità! Ne hanno molte di certo, ma anche noi docenti ne abbiamo, ed io credo che una buona dose di modestia, di equilibrio e di autocritica non farebbe male neppure a noi, dato che – come è noto – non ha fatto mai male a nessuno.

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La “riforma” della scuola: i pro e i contro

Dopo lunga attesa, è stato finalmente presentato – a approvato dal Consiglio dei Ministri – il disegno di legge recante norme in materia di riforma della scuola, un provvedimento annunziato dal primo ministro Matteo Renzi già al momento dell’insediamento del suo governo. Trattandosi appunto di un disegno di legge, dovrà seguire la prassi consueta dell’iter parlamentare, durante il quale potrebbe subire modifiche anche rilevanti. Considerato ciò, sarebbe opportuno, per esprimere un giudizio motivato, attendere la conclusione di questo percorso; e tuttavia nel frattempo, pur consapevole del fatto che le osservazioni che qui esprimo potrebbero non essere più attuali tra qualche mese o qualche anno, sento la necessità di esprimere il mio parere su quello che adesso conosciamo delle intenzioni del governo e della loro eventuale applicazione alla realtà della nostra scuola.
Come ogni progetto, ogni iniziativa volta a cambiare o innovare l’esistente, anche la cosiddetta “buona scuola”, ossia la riforma targata Renzi-Giannini, presenta aspetti positivi e negativi, alcune proposte cioè che paiono ispirate al buon senso pratico ed altre che a mio giudizio sono discutibili, se non palesemente errate e peggiorative dell’attuale assetto del sistema scolastico nazionale. Qui di seguito esprimo un semplice parere su tutto quanto il disegno di legge, affidandomi soprattutto alla mia esperienza di docente “anziano” che ha ormai dovuto confrontarsi con tante “riforme”, o presunte tali, che ogni governo ha sentito l’impellente necessità di varare. A nessuno, d’altra parte, è venuto in mente che forse la scuola italiana, con opportuni correttivi, avrebbe potuto restare così com’era, anche perché quando si incensa il “nuovo” a tutti i costi si rischia sempre di aggravare la situazione e di adottare rimedi peggiori del male.
Comincio con gli aspetti della riforma renziana che mi sembrano positivi. Il primo – e qui penso che tutti dovrebbero essere d’accordo – è la concessione a tutti i docenti di un bonus di 500 euro annuali per l’aggiornamento, che potrà essere utilizzato per acquistare libri, strumenti didattici e informatici, o anche per visitare mostre e musei, oppure per assistere a spettacoli di provato interesse culturale. Su questo il governo merita tutta la nostra approvazione, purché il progetto si realizzi e soprattutto si riesca a reperire i fondi per renderlo operativo. Altro punto senz’altro positivo è l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, cioè quelle classi con 30 o più alunni nelle quali la didattica diventa veramente difficile sotto ogni punto di vista. Il compito di ridurre il numero degli alunni è demandato ai Dirigenti scolastici, i quali potranno, allo scopo, assumere docenti dall’organico funzionale, cioè da quel numero di professori che non hanno una sede fissa, ma saranno assegnati alle province ed alle scuole con un incarico della durata di un triennio, ma poi rinnovabile. A proposito del maggior potere concesso ai Dirigenti, che molti operatori scolastici e giornalisti stanno aspramente criticando, io dico che invece, per quanto mi riguarda, sono d’accordo e considero la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole un progresso ed un segno di civiltà. Del resto, dal momento che molte persone portano come esempio da imitare ciò che accade negli altri paesi europei, è giusto osservare che in molti di questi paesi la chiamata diretta dei docenti esiste da molto tempo; non si vede quindi il motivo per cui non la si dovrebbe sperimentare anche da noi. Io personalmente non vedo questo grave pericolo del clientelismo e del nepotismo che molti paventano, quando affermano che i Dirigenti si sceglieranno i docenti in base alle simpatie personali, ai gradi di parentela o anche a cose peggiori che non voglio qui nominare; credo invece che interesse di ogni Dirigente sia quello di avere nel proprio istituto persone preparate e competenti, non amici sprovveduti, perché di tal circostanza ne soffrirebbe l’intera scuola e quindi anche il Dirigente stesso vedrebbe calare non solo il proprio prestigio, ma anche quello di tutto il suo istituto ed anche – cosa ancor più temibile – il numero degli iscritti. Nel disegno di legge è infatti prevista (sebbene molto ridotta rispetto alle dichiarazioni iniziali) la valutazione del merito dei docenti, la cui progressione di carriera non sarà più legata soltanto all’anzianità. Ed anche questa, come più volte ho sostenuto in questo blog, è a mio parere un’evoluzione positiva del nostro rapporto di lavoro, finora appiattito in un egualitarismo squalificante che considera e retribuisce tutti allo stesso modo, mentre invece è pacifico che i docenti non sono tutti uguali, né hanno tutti lo stesso carico di lavoro.
Veniamo adesso agli aspetti negativi della riforma, quelli che non mi piacciono affatto perché temo che possano complicare la situazione attuale. Prima di tutto trovo assurda ed esagerata l’assunzione di oltre 100 mila docenti “precari” senza che siano stati sottoposti (tranne qualche caso) ad un reale e serio accertamento delle loro qualità professionali. Questo è dipeso dall’ignavia dei governi succedutisi negli ultimi anni, i quali non hanno più indetto concorsi ordinari a cattedre dai quali, pur con tutti i limiti che vi si possono individuare, si conseguiva almeno l’accertamento delle conoscenze relative alle materie di insegnamento. Quel che è stato fatto, invece, è stata la compilazione di graduatorie ad esaurimento in cui sono entrate persone che hanno sì effettuato servizio nella scuola anche oltre i 36 mesi stabiliti dalla Corte Europea per l’assunzione a tempo indeterminato, ma spesso li hanno svolti perché ve ne era la necessità da parte dell’Amministrazione, non perché ne avessero titolo in base ad accertate competenze. Questo è un grosso problema, perché la promessa assunzione dei precari si configura come una delle tante sanatorie che sono state compiute in ambito di impiego pubblico dagli anni ’70 in poi, sanatorie che hanno stabilizzato molte persone certamente idonee, ma anche altre che invece avrebbero dovuto svolgere altri mestieri, per il bene loro e della comunità. E adesso rischiamo di ritrovarci di nuovo in questa situazione, senza contare il fatto che questi docenti di nuova assunzione non avranno tutti una cattedra e saranno utilizzati dalle scuole (su chiamata del Dirigente) per supplenze o per la progettualità; così molti di loro, nella realtà effettuale, non avranno un vero impegno lavorativo continuo, mentre noi docenti di ruolo dovremo sostenere un carico di lavoro certamente maggiore, e questo a me pare ingiusto e assurdo.
Un altro aspetto non condivisibile della riforma scolastica è la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, cioè la partecipazione degli alunni dell’ultimo triennio delle superiore a “stages” o esperienze lavorative nelle fabbriche ed in altre aziende del territorio. Questa pratica, in realtà, esiste già, ma è giustamente riservata agli studenti degli istituti tecnici e professionali; adesso invece, con la riforma, si pretende di estenderla anche ai Licei, per un totale di 200 ore annue. A me questa norma pare un’assurdità, perché lo spirito dei Licei, soprattutto il Classico e lo Scientifico, è quello della formazione dello studente sulla base della cultura umanistica e scientifica, e non si vede cosa vada a fare in una fabbrica un alunno abituato a studiare latino, greco, filosofia, storia dell’arte, scienze naturali, matematica ecc. E’ chiaro che tutte le esperienze possono essere utili, ma sottrarre 200 ore ad un calendario scolastico che è già esiguo ed insufficiente per lo svolgimento dei normali programmi significa non realizzare bene nulla, né l’esperienza lavorativa né l’apprendimento delle materie curriculari: diciamo piuttosto che questo è un ulteriore passo compiuto con la volontà di vanificare nei giovani una formazione logica e capace di formare un pensiero autonomo, per avvicinarli ancor più al mondo del mercato, della produzione e del consumismo, proprio quei fenomeni sociali dai cui pericoli noi docenti dei Licei cerchiamo di metterli in guardia. Sempre in questa ottica, ci sono pure due altre proposte di questa riforma che non mi trovano affatto d’accordo: la presenza ossessiva dell’inglese e dell’informatica, i due principali idoli della pseudocultura contemporanea, e la concessione di sgravi fiscali alle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private (o paritarie che dir si voglia). Quest’ultimo punto è chiaramente un espediente, che non ci si attenderebbe da un governo costituito in gran parte da un partito di centrosinistra, per aggirare il dettato costituzionale, che riconosce sì il diritto all’esistenza delle scuole private, ma sancisce chiaramente ch’esse debbono operare “senza oneri per lo Stato”.
Queste osservazioni, del tutto personali e quindi più o meno condivisibili, mi sono venute spontanee leggendo il testo del disegno di legge di riforma, che soltanto in parte sembra ispirato a principi giusti e tali da migliorare la qualità complessiva del sistema; ad essi però, purtroppo, se ne affiancano almeno altrettanti di segno opposto, che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. C’è soltanto da augurarsi che i passaggi parlamentari, se pure in Parlamento siedono persone di giudizio (il che non è affatto scontato), apportino modifiche che non siano ispirate a interessi di parte (v. le aziende costruttrici delle LIM o di altri strumenti disutili), ma alla reale volontà di costruire un sistema scolastico che sia veramente formativo, che determini negli studenti l’acquisizione di una vera cultura e della capacità di prendere in modo autonomo e critico le proprie decisioni, senza obbedire alle mode del momento o alla superficialità generale che ha ormai da tempo contaminato la nostra società.

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“Buona scuola” o povera scuola?

Lo scorso 3 settembre, dopo un’attesa messianica provocata da chi prometteva una vera “rivoluzione” che avrebbe dovuto strabiliare tutti, sono finalmente state rese note le linee direttive della politica scolastica del governo Renzi e del suo ministro Giannini. Ad esse è seguita la pubblicazione sul web di un opuscolo intitolato “La buona scuola”, il quale, giusta il titolo, farebbe credere che la didattica, fino a questo momento, sia stata cattiva, dato che quella prospettata si definisce “buona”. Non è mia intenzione entrare nel merito di un provvedimento che attualmente è ancora allo stato embrionale, visto che annuncia determinati progetti senza chiarire come effettivamente li si potrà vedere realizzati. Come tutte le linee guida e le cosiddette “leggi quadro”, questo documento è in realtà un contenitore ancora da riempire, un quadro cioè di cui è stata preparata soltanto la cornice. Tutto poi sarà precisato dai decreti attuativi, se e quando verranno emanati; e soltanto allora sapremo se questa presunta “riforma epocale” è veramente tale.
Per adesso, leggendo l’opuscolo diffuso in rete, non sembra che le novità siano così eclatanti, dato che di questi e simili argomenti avevano già parlato i governi ed i ministri precedenti, da almeno un ventennio. Il sospetto che mi è venuto, però, è che in certi casi si voglia prospettare come novità dirompenti concetti che non lo sono affatto, e soprattutto provvedimenti che in realtà sono soltanto specchietti per allodole, il cui vero scopo è quello di diminuire le risorse destinate alla scuola ed al suo personale.
Di tutte le novità annunciate che mi lasciano perplesso, ne ricordo soltanto due. La prima riguarda l’esame di Stato conclusivo della scuola secondaria di secondo grado, cioè quello che un tempo era denominato “esame di maturità”. Tenendo conto di quanto annunciato e ripetuto nei vari interventi del ministro Giannini, si ha la netta impressione che nemmeno al Ministero abbiano le idee chiare sui cambiamenti che sarebbe necessario apportarvi, come ad esempio l’opportunità di dare più importanza al curriculum dello studente (oggi cnta soltanto il 25%) o quella di cambiare finalmente la seconda prova scritta del Liceo Classico che oggi, nel 2014, non dovrebbe fondarsi solo ed esclusivamente sulla solita “versione” di latino o di greco come ai tempi di Gentile, un esercizio utile ma non più assumibile come unico strumento per valutare le competenze acquisite dai candidati. L’unica cosa che sembra certa, stando a quanto si è sentito dire ultimamente dal Ministro, è il ritorno alla commissione formata da soli insegnanti interni: un assurdo, perché così facendo si ottiene solo una stanca ripetizione delle valutazioni effettuate dai docenti solo pochi giorni prima dell’esame, facendo assomigliare del tutto questo esame a quello di terza media. La verità nuda e cruda è che questo provvedimento, mascherato con presunte valenze didattiche, è soltanto il modo più diretto per far risparmiare soldi allo Stato, eliminando le trasferte dei presidenti e dei docenti esterni.
Altra novità che lascia perplessi è l’espressa volontà di basare la carriera economica dei docenti non più sull’anzianità ma sul merito individuale. Di per sé la proposta è ottima, perché è palese che gli insegnanti non sono tutti uguali, e che accanto al docente bravo, preparato e volenteroso esiste anche il collega impreparato, fannullone e assenteista: io stesso ho sempre sostenuto, anche in questo blog, l’assoluta opportunità di abbandonare il grigiore dell’egualitarismo e istituire il concetto di meritocrazia. Ma, al di là delle buone intenzioni, il Governo non chiarisce come verrà effettivamente valutato questo merito, e soprattutto in cosa esso consista; sembra infatti che si vorranno premiare quei docenti che si assumeranno incarichi – più o meno burocratici – aggiuntivi all’insegnamento, perché nessuno sa indicare chi abbia l’autorità e la capacità di decidere quali siano gli insegnanti eccellenti, coloro cioè che operativamente siano i più preparati, i più comunicativi, i più impegnati nella didattica, quelli “mediamente bravi” (orrenda espressione usata nel documento governativo), e quelli invece mediocri o scadenti. Poiché tuttavia si prospetta il blocco degli scatti di anzianità, che sarebbero sostituiti da quelli per merito (oltretutto attribuibili solo ai due terzi del corpo docente), il mio sospetto è questo: che cioè si voglia in realtà risparmiare sugli stipendi già molto magri attraverso il blocco dell’anzianità, a cui non corrisponderà di certo un analogo sforzo economico per il merito, dato che quest’ultimo è un requisito molto difficile da accertare. In mancanza di tale accertamento, il rischio è che gli stipendi restino bloccati per tutti per almeno altri cinque anni, mentre gli scatti per merito rimangano più che altro sulla carta, a causa della mancanza di un oggettivo metodo di valutazione.
Così lo Stato continuerebbe a diminuire l’impegno economico e a fare tagli indiscriminati sulla scuola, come già per tanto tempo è avvenuto. Può darsi che io sia troppo pessimista, ma in questo caso mi pare che trovi probabile applicazione quell’antico proverbio che dice che a pensar male ci si azzecca sempre. E perciò io penso che finché non cambierà radicalmente la volontà politica di migliorare veramente il nostro sistema d’istruzione, invece della “buona scuola” avremo la “povera scuola”, anzi poverissima, perché povera lo è già, e non da adesso.

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