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Echi antichi nei programmi TV

So di dire una banalità, ma pensando ai vari programmi di intrattenimento che ci propina attualmente la tv  mi è tornato in mente un pensiero che mi è presente da tanto tempo: che cioè i moderni si vantano di aver scoperto cose nuove quando invece, mutatis mutandis, esse non sono altro che una ripresa di ciò che, sia pure in forma diversa, esisteva già da prima. In questa ottica mi risparmio gli esempi illustri che spesso vengono arrecati per certe scoperte ritenute moderne e presenti invece già nel mondo antico (la forza del vapore, il sistema eliocentrico ecc.) e preferisco concentrarmi su concetti di importanza molto minore, come sono quelli relativi ai programmi televisivi attuali.
Tutti o quasi, io credo, sanno che cosa sono le cosiddette soap opera, cioè quegli sceneggiati a puntate che durano anche molti anni, nel seguire i quali si trovano invischiate tutte le persone che, per aver visto una puntata o due, sono poi praticamente costrette a continuarne la visione per vedere “come va a finire”; e di questi lunghissimi sceneggiati, dalle migliaia di puntate, ve ne sono alcuni d’oltre oceano come “Dallas” e “Dinasty”, ed altri prodotti qui da noi come “Vivere” o “Un posto al sole”, trasmesso da Rai 3. Gli autori di questi polpettoni, costretti ad inventare sempre nuove vicende per attrarre il pubblico e prolungare così all’infinito le puntate da trasmettere, si servono a piene mani (anche se forse inconsapevolmente) di espedienti narrativi che risalgono ad alcuni generi delle letterature classiche come la commedia di Menandro (poeta greco) e dei suoi emuli romani Plauto e Terenzio: bambini che vengono abbandonati e che poi da adulti ritrovano i loro veri genitori, ragazze sedotte che partoriscono figli di cui è ignoto il padre, caratteri umani con tratti totalizzanti come l’avaro, il misantropo, il padre severo, l’amico che aiuta il protagonista a realizzare il suo sogno d’amore (nella commedia antica era spesso il servo, ma tant’è, i tempi cambiano!), storie a lieto fine che si concludono con un matrimonio. Sembra strano a pensarci, ma le acquisizioni della grande letteratura, che hanno le loro radici nel mondo antico – pur se contemperate con le loro riprese in epoca successiva – influenzano anche generi diversi di intrattenimento e di spettacolo, come sono appunto oggi il cinema e la televisione. E non mi si dica che il livello culturale attuale è molto inferiore a quello dei modelli, perché questo è evidente; ma quello che vorrei affermare è che, nonostante il diverso grado di elevatezza artistica e la diversa destinazione dei contenuti, esiste comunque un filo conduttore che collega il mondo classico alle varie manifestazioni dello spettacolo moderno.
Un altro esempio a mio avviso illuminante riguarda i programmi di tipo pseudo-giudiziario, come il classico “Forum” di Canale 5 e il più recente “Torto o ragione” di Rai 1. In queste trasmissioni si dibattono cause, quasi sempre palesemente false e recitate da attori, in cui c’è un giudice arbitro o una giuria che, dopo aver ascoltato le parti in causa, emette il suo verdetto. Ed è proprio la falsità di queste cause “costruite” ad arte per avvincere il pubblico che collega questo genere di programmi con uno degli esercizi più un voga nelle antiche scuole di retorica, tra cui fu eccelsa quella diretta da Seneca il Vecchio, padre del celebre filosofo: le cosiddette controversiae,  finti processi che si tenevano in queste scuole, dove gli avvocati dell’accusa e della difesa si esibivano nelle loro arringhe davanti a un giudice che poi emetteva la sentenza. Il procedimento, cui va aggiunto lo scopo ludico di questo tipo di esercitazioni, corrisponde molto da vicino a quello delle trasmissioni televisive moderne, che dovrebbero servire a interessare il pubblico ma anche a mostrare situazioni che, pur non vere, sono comunque verosimili e potrebbero quindi verificarsi nella vita quotidiana. Gli esercizi antichi, oltre a intrattenere il pubblico, erano finalizzati soprattutto alla formazione degli oratori, oggi francamente non più attuale; ma il procedimento è più o meno analogo, e questo mostra come anche nelle manifestazioni culturali meno eccelse, come sono appunto i programmi della nostra tv, ci sia comunque una matrice più profonda ed un legame – sia pure indiretto – con il mondo classico, nel quale dobbiamo sempre ricercare le radici della nostra umanità e del nostro essere uomini moderni e civili. Per questo lo studio delle lingue e delle letterature classiche non va mai abbandonato, perché se perdiamo le nostre origini e le nostre tradizioni perdiamo noi stessi e sprofondiamo rapidamente nel buio della barbarie e dell’ignoranza.

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