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Quid de novo examine censeam

Perdonatemi il titolo in latino, una deformazione professionale che deriva anche dalla necessità di variare un po’ l’intestazione di questi messaggi, che rischiano di assomigliarsi troppo tra di loro; in quanto all’esame di Stato poi, visti i numerosi progetti di cambiamento giunti dall’alto ed i vari articoli che vi ho dedicato, c’era davvero l’eventualità di ripetere un titolo già usato. Comunque niente paura: il senso della frase è “cosa io pensi del nuovo esame”, con sottinteso un verbo reggente come “mi chiedi”, “vuoi sapere” o qualcosa di simile.
Procedendo all’emanazione dei decreti attuativi della legge 107, il Governo ha inviato alle Commissioni parlamentari il regolamento circa le modifiche che saranno apportate, dal 2018, all’attuale esame di Stato della scuola secondaria superiore (un tempo detto “di maturità”). Tali norme si rendono opportune sia come verifica dei nuovi programmi introdotti con la riforma Gelmini, sia per la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, che proprio l’anno prossimo giungerà a regime nel triennio dei vari licei e istituti tecnici e professionali. Su quest’ultimo aspetto della legge ho già detto tutto il male possibile, perché trovo assurdo che nei licei, scuole che tendono ad una formazione culturale teorica ed all’astrazione, si costringano i ragazzi a fare esperienze lavorative del tutto avulse dal loro corso di studi e che oltretutto, nella fattispecie quotidiana, creano grosse difficoltà ai docenti per lo svolgimento dei loro programmi: 200 ore in tre anni, in effetti, sono molte, e non è pensabile che possano essere effettuate tutte d’estate o fuori dall’orario scolastico. In ogni caso, a me hanno insegnato che quando una legge prescrive qualcosa è giocoforza obbedire, anche se si è contrari; quindi lascio perdere questo argomento ed entro nella sostanza del nuovo regolamento d’esame.
Come si svolgerà dunque la nuova “maturità”? Ci saranno due prove scritte anziché tre, con l’eliminazione della cosiddetta “terza prova”, ed un colloquio orale. A ciascuna di queste tre prove sarà assegnato un punteggio massimo di 20 punti, in modo da arrivare a 60; gli altri 40 punti che concorreranno al voto finale (espresso sempre in centesimi) saranno riservati al credito scolastico, cioè al punteggio che la scuola di provenienza attribuirà agli alunni sulla media dei voti degli ultimi tre anni di corso. Sembra che dal nuovo esame sparisca la cosiddetta “tesina”, cioè l’argomento personale, spesso coinvolgente più materie, che lo studente doveva preparare e con il quale si apriva il colloquio d’esame. Al suo posto i candidati dovranno svolgere, prima dell’esame, un test inviato dal Ministero (prova INVALSI) su tre discipline comuni a tutte le scuole (italiano, matematica e inglese), che dovrebbe concorrere alla determinazione del credito scolastico; durante il colloquio d’esame gli studenti, invece della tesina, dovranno presentare una relazione sulle esperienze lavorative svolte nel triennio, cioè sulla famigerata alternanza scuola-lavoro.
A parte quest’ultimo punto, sul quale resto fermamente contrario, per il resto i parametri valutativi del nuovo esame mi trovano abbastanza favorevole; ed è raro che ciò avvenga, dato che io sono facilmente portato alla critica destruens, come sa chi mi conosce. In particolare mi sembra positiva l’eliminazione di due componenti dell’attuale esame di dubbia utilità: la terza prova scritta, spesso consistente in un quiz scombinato su varie discipline in cui lo studente faceva fatica a raccapezzarsi e che sempre più assumeva i caratteri del nozionismo, e la cosiddetta “tesina”, che in molte occasioni risultava o scarsamente efficace e poco originale oppure, ancor peggio, copiata letteralmente o scaricata da internet. Togliendo questi due pesi il nuovo esame sarà più snello e razionale, sia per gli studenti che per i docenti. Altrettanto encomiabile, a mio giudizio, è l’elevazione dei punti destinati al credito scolastico, dagli attuale 25 a 40: questa operazione mi pare indispensabile, perché con la normativa attuale è molto frequente il caso in cui il candidato abbia all’esame risultati diversi da quelli che faceva registrare durante l’anno scolastico e ben noti ai suoi professori. Accadeva molto spesso, in altre parole, che lo studente bravo e diligente, presentato con un credito alto ma comunque limitato all’ambito del 25% del totale, si lasciasse prendere dall’emozione e rendesse all’esame meno del compagno svogliato e poco brillante che però, per un caso fortunato, si fosse sentito rivolgere domande proprio sui pochi argomenti di sua conoscenza. Con un peso così limitato del giudizio espresso dalla scuola, quindi, accadeva spesso che i risultati finali non fossero affatto corrispondenti alla scala dei valori effettivamente espressa dai Consigli di Classe, anche perché la commissione esaminatrice, formata in maggioranza da membri esterni, non conosceva gli alunni e si basava quindi quasi esclusivamente sul risultato delle prove d’esame. Certo, neppure così si avrà il rispetto dei valori effettivi, perché il punteggio del credito dovrebbe arrivare, a mio giudizio, almeno al 50% del totale; ma la situazione sarà certamente migliore di quella precedente e ci saranno meno malumori e proteste, da parte di studenti e genitori, di fronte ai tabelloni dei risultati conclusivi.
Giudizio positivo, quindi. Ma sull’esame di Stato ci sarebbe ancora molto da dire, soprattutto sul fatto che il suo svolgimento dovrebbe ritrovare quella regolarità e quella obiettività di giudizio che il senso civico di ciascuno di noi dovrebbe auspicare e cercare di realizzare. Finché ci saranno professori che, per mettersi in bella mostra e far fare bella figura a se stessi ed alla propria scuola, aiuteranno gli studenti in modo vergognoso, spesso comunicando loro in anticipo le domande che rivolgeranno o “passando” addirittura la traduzione di latino e gli esercizi di matematica della seconda prova, non andremo mai da nessuna parte. Inutile dare la colpa ai politici dello sfascio della scuola, inutile pretendere dagli altri correttezza ed onestà quando siamo noi (cioè alcuni di noi) a non rispettare quei principi fondamentali di convivenza democratica che pure dovremmo trasmettere ai nostri studenti. La legalità non è mai sbagliata, lo è invece la disonestà e la furberia di chi crede di poter impunemente calpestare leggi e istituzioni. Riflettiamoci con attenzione, e pensiamo anche al nostro ruolo di educatori; se siamo noi per primi a far passare ai ragazzi il messaggio per cui bisogna farsi furbi e trovare scorciatoie per realizzare i propri fini, non formeremo mai cittadini onesti e responsabili. Io credo che la cultura sia anche questo, anzi che sia soprattutto questa la funzione principale di ogni sistema educativo.

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Le materie d’esame, la solita routine

Ieri finalmente, in ritardo rispetto agli anni passati, il Ministro dell’istruzione ha reso note le materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame di Stato e quelle che vengono affidate ai commissari esterni. Nessuna sorpresa, nessuna novità: ormai dal 1999, anno in cui fu istituita l’attuale formula d’esame, nulla cambia e la solita routine si ripete stancamente tutti gli anni. Al liceo scientifico il secondo scritto è sempre e comunque matematica, da un cinquantennio a questa parte; al classico invece c’è la solita staffetta tra il latino ed il greco, che si alternano puntualmente ogni anno con la precisione di un orologio svizzero. Nulla di nuovo, quindi: l’esame viene riproposto tale e quale come gli anni passati, senza che nulla venga cambiato e senza che nessuna delle contraddizioni e delle inefficienze che ci sono vengano minimamente risolte. Eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero molte, al Ministero lo sanno ma fanno orecchie da mercante; del resto, per loro è meglio andare avanti così, con questo rito annuale che spesso si trasforma in una farsa ma che nessuno ha il coraggio di modificare.
Vediamo quali sono gli aspetti che andrebbero cambiati, o almeno quelli che tali sembrano a me, un docente con 36 anni di insegnamento effettivo e sempre, negli ultimi 25 anni, componente delle commissioni d’esame, o come presidente o come commissario interno. Con ciò non pretendo che tutti siano d’accordo con me, né che al Ministero leggano questo blog e ne traggano qualche spunto di riflessione; dico soltanto la mia opinione, che come tale è condivisibile o meno, ma che è pur sempre una testimonianza di chi vive dall’interno questo particolare momento della vita scolastica.
Primo punto: andrebbe modificato il rapporto esistente tra il punteggio attribuito al credito scolastico (cioè la media dei voti ottenuta dallo studente negli ultimi tre anni di corso) e quello delle prove d’esame, che è adesso di 25 contro 75. In questa situazione tre quarti del voto finale sono determinati dall’andamento dell’esame, sul quale possono influire, come ben sappiamo, fattori estranei alla preparazione effettiva dello studente quali l’emotività, l’umore momentaneo dei commissari e la pura e semplice fortuna: se uno studente che ha sempre avuto un andamento scolastico mediocre, tanto per fare un esempio, si vede proporre domande semplici e collegate alla sua “tesina” ha grosse probabilità di prendere un voto finale più alto di quello di un suo compagno bravo e studioso al quale però, per sua sfortuna, vengono richiesti argomenti più complessi o che, per emotività o riservatezza di carattere, appare timido e incerto. Il rapporto tra queste due componenti, a mio avviso, dovrebbe essere paritario: 50 punti all’andamento didattico degli anni precedenti e 50 alle prove d’esame; così si eviterebbe che un lavativo fortunato se ne esca con un voto più alto di uno studente modello ma troppo emotivo o poco gradito, per vari motivi, alla commissione.
Un’altra cosa da cambiare assolutamente è il sistema della sorveglianza durante le prove scritte, il cui esito è spesso falsificato dalle copiature effettuate mediante cellulare o addirittura dai suggerimenti degli stessi commissari d’esame. In proposito, ho assistito a volte a scene vergognose di commissari interni (o persino esterni!) che girano per i banchi fornendo continuamente suggerimenti ai ragazzi, e qualche volta addirittura comunicando l’intera soluzione dei quesiti. Questo malcostume non deriva tanto da motivi “umanitari” (che sarebbero assurdi in questo caso), quanto dalla volontà dei professori di fare essi stessi bella figura, giacché si presuppone che se gli alunni di una classe avranno buoni voti all’esame, ciò significhi che i docenti che li hanno preparati sono di alta qualità e professionalità. A me questo comportamento fa orrore perché ci vedo una totale mancanza di serietà e un pessimo messaggio fornito agli studenti stessi, i quali, anziché venire abituati ad esprimere le loro qualità e ad applicarsi per superare le difficoltà, vengono educati all’arte di arrangiarsi e a trovare scorciatoie illegali per ottenere i propri scopi. Con tutta probabilità gli studenti di oggi, abituati all’illegalità e alla “furbizia”, saranno i corrotti, i corruttori, i “furbetti del cartellino” e gli evasori fiscali di domani. Così l’esame diventa una misera farsa, alla quale invano il Ministero cerca ipocritamente di ovviare mediante una finta “serietà” alla quale nessuno crede, come la minaccia di escludere dall’esame chi viene trovato con un telefono cellulare: poiché la sanzione è sproporzionata, ed in caso di ricorso quasi certamente la famiglia dello studente vincerebbe, nessun presidente di commissione si azzarda ad applicarla. Meglio far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi con la logica del “tiramo a campà” che contraddistingue ormai da secoli l’etica del nostro Paese. Ma questi atteggiamenti non si possono cambiare per legge: siamo noi docenti che dovremmo concepire diversamente la nostra professione ed educare veramente gli studenti all’onestà e alla legalità. Cosa facile a dirsi, ma pressoché impossibile a realizzarsi.
Come ho scritto in altri post, ai quali rimando, un’altra cosa da cambiare in questo esame sono le prove scritte, in particolare la seconda che è invariata da 90 anni, dai tempi di Gentile. Come docente di Liceo Classico parlo del caso della mia scuola, nella quale viene imposta ancora nel 2016 la tradizionale versione di greco o di latino, cioè la pura e semplice traduzione di un brano di prosa, spesso tutt’altro che facile. Se avessero ascoltato le testimonianze di noi docenti di latino e greco, i Soloni del Ministero saprebbero che l’esercizio di traduzione, già difficile per noi studenti di 40 anni fa, è pressoché impossibile per i ragazzi di oggi, nutriti di smartphone e di facebook. Si tratta di una competenza che i giovani attuali, per una serie di motivi che non sto qui a ripetere, non hanno più, ad eccezione di qualche caso di persone particolarmente dotate o votate a questo tipo di sacerdozio. Voler valutare gli studenti del Classico solo sulla base della capacità di traduzione, a mio vedere, non è solo assurdo e anacronistico, ma anche poco utile, dal momento che anche quei pochi che sanno tradurre perderanno del tutto questa loro competenza nel giro di pochi mesi, a meno che non si dedichino specificamente allo studio dei testi classici; sarebbe molto più utile e proficuo cambiare finalmente questa seconda prova scritta, alternando alla traduzione anche quesiti di storia letteraria o analisi del testo, esercizi più utili e maggiormente alla portata dei ragazzi di questa generazione, la cui forma mentis è profondamente diversa da quelli dei nostri tempi. Lo dico da professore di liceo con decenni di esperienza, durante i quali ho visto progressivamente scemare la capacità degli studenti di comprendere ed interpretare i testi latini e greci. Questa purtroppo è la realtà, ed è inutile illudersi del contrario e continuare a imporre dall’alto la solita “versione” trita e ritrita. Gli studenti troveranno il modo di copiarla, o più facilmente qualche professore “pietoso” la farà al posto loro, mentre quei pochi che hanno la sfortuna di avere un docente come il sottoscritto, che non si piega a questi giochi, avranno voti più bassi e saranno svantaggiati nell’iscrizione all’Università e nel mondo del lavoro. Così l’esame diventa una pagliacciata in piena regola, ma le apparenze sono salve e l’ipocrisia continua a trionfare.

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