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L’amore nei poeti latini

Saffo, la grande poetessa greca vissuta tra il VII ed il VI secolo a.C. ha il grande merito di aver scoperto i sentimenti individuali dell’uomo, ed in particolare la passione amorosa; e dell’amore ella ha dato la più bella definizione che io ricordi definendolo con un aggettivo composto: dolceamaro, uno splendido ossimoro che riassume in una sola parola sia l’incontenibile gioia che l’inconsolabile dolore che questo sentimento provocava allora e provoca ancor oggi in ciascuno di noi. Nella letteratura latina, invece, l’analisi di questo umanissimo sentimento arriva molto tardi, in quanto occorrerà attendere il I° secolo a.C. e la scuola dei poetae novi perché la poesia scenda dal piano epico e civile a quello umano e individuale. La cosa non fa meraviglia, non solo per il fatto che lo sviluppo dell’attività letteraria in ambito romano avviene diversi secoli dopo quella del mondo greco, ma anche perché la visione romana dell’uomo tendeva ad esaltare quasi unicamente gli aspetti pubblici della vita del cittadino a danno della dimensione privata, dei sentimenti individuali. Nel secolo precedente, però, la commedia di Terenzio aveva già percorso molti passi in questa direzione; poi nel I° secolo, con l’influsso sempre più massiccio della cultura greca, anche la produzione poetica cambiò la sua tematica e si avvicinò notevolmente alla concezione onnicomprensiva dell’uomo che ancor oggi abbiamo nella nostra società.
Il primo poeta latino che affronta il tema amoroso è, come tutti sanno, Catullo, uno dei pochi autori che di solito piace ai ragazzi dei licei perché appare loro, per molti aspetti, “moderno”, come si suol dire. Tutti ricordano la sua celebre storia d’amore con Lesbia, una donna di dieci anni più vecchia di lui e già sposata, quindi un po’ al di fuori dei canoni tradizionali; eppure per suo tramite il poeta, sulla scia di Saffo ma primo nel mondo romano, scopre l’amore come portatore di gioia e dolore al tempo stesso, come un potente vortice di sensazioni che scuote l’essere umano fino a stravolgere totalmente la sua indole e le sue azioni. In analogia con la grande poetessa greca, ma anche più di lei per l’intensità con cui il motivo viene espresso, Catullo scopre quell’eterno conflitto tra ragione e sentimento che dilania ancor oggi – molto spesso – la nostra mente. Egli si rende conto razionalmente, al momento in cui scopre il tradimento dell’amata, che costei non merita il suo affetto e quindi la logica vuole che questo infausto legame venga al più presto troncato; ma quando più odia Lesbia per il suo comportamento, tanto più l’ama con il sentimento irrazionale e perciò non può fare a meno di lei. Che l’odio e l’amore possano convivere nella stessa persona e nel medesimo tempo è una grande scoperta, che spesso le storie della letteratura non mettono bene in evidenza; con ciò anche nel mondo romano ci si rende ormai conto che l’uomo non è fatto di pura razionalità, come avrebbe voluto il sistema etico-sociale in vigore da secoli, ma esistono pulsioni e comportamenti che non rispondono alla ragione. Il dibattito sull’argomento è poi durato per secoli e secoli (si pensi al contrasto tra l’Illuminismo del ‘700 ed il Romanticismo dell’800), ma le nostre conclusioni sono sempre, dopo oltre 2000 anni, quelle di Catullo.
La fresca spontaneità di Catullo, poeta giovane ed appassionato, si stempera poi nei poeti successivi dell’elegia latina, come Tibullo e Properzio. Anch’essi vivono storie d’amore, si dicono presi sentimentalmente dalle donne amate al punto da considerarle loro padrone, diventandone cioè servi e rinunciando così non solo alla carriera politica e militare ma anche all’onore ed alla dignità personale. Già in questi poeti, però, si è insinuato il virtuosismo letterario proveniente dall’ambito greco alessandrino (dal III al I° secolo a.C.), tanto che non siamo in grado di distinguere bene quanto in loro è dettato dalla spontaneità del vero sentimento d’amore e quanto invece è invenzione, gioco letterario ed acquisizione di motivi stereotipi provenienti da originali greci. Il problema è irrisolvibile, come ho dovuto anch’io ammettere nella storia letteraria latina che ho scritto (“Scientia Litterarum”), perché Tibullo e Properzio oscillano tra esternazioni sentimentali in apparenza spontanee ed episodi palesemente inventati di origine letteraria, tanto che è molto difficile ricostruire la loro esperienza biografica basandosi sulla poesia. La natura duplice dell’amore tuttavia, che da estrema gioia può trasformarsi in estrema angoscia, dopo la scoperta di Catullo è ormai un dato di fatto in quella che può chiamarsi poesia “soggettiva” dei poeti elegiaci. Tra di loro però, proprio per questo progressivo affermarsi della letterarietà, fa eccezione il terzo elegiaco, Ovidio: in lui, dopo la parentesi degli Amores, la trattazione del tema amoroso diventa oggettiva, cioè del tutto letteraria, e tratta non più le vicende del poeta ma quelle degli dei e degli eroi del mito greco. Ciò non toglie però che anche Ovidio sappia descrivere da profondo conoscitore tutti gli elementi caratteristici della passione amorosa così come aveva fatto, pochi anni prima di lui, Virgilio, soprattutto nella splendida raffigurazione di Didone, la sventurata regina di Cartagine perdutamente innamorata di Enea.
Il tema di cui trattiamo, che ha avuto in Catullo il suo pioniere in ambito romano, decade invece nell’età imperiale, quando l’attenzione alla sfera individuale viene nuovamente a diminuire a motivo dell’assolutismo instaurato dal nuovo regime e della prevalenza di altri nuclei tematici come quello storico, quello retorico, quello epico e via dicendo. In prossimità del tramonto della civiltà romana antica, tuttavia, assistiamo ad una effimera ripresa della spontaneità catulliana in poeti oggi pressoché sconosciuti come Massimiano, che è da collocare addirittura nella prima metà del VI secolo dopo Cristo e quindi dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Nei componimenti di questo tardo epigono possiamo ritrovare un’ultima scintilla di quel che fu il gran fuoco dell’amore elegiaco, con la ripresa di temi e motivi da tempo abbandonati come le lacrime, i lamenti, i timidi sguardi d’intesa. Con lui si chiude la parabola della poesia amorosa latina antica e si apre quella del mondo medievale, che nei secoli futuri si esprimerà con le nuove scuole poetiche, con lo Stilnovo e con lo stesso Dante.

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Catullo, poeta degli anni 2000

Di solito qui sul blog non amo molto inserire articoli sugli autori greci o romani, anche perché, essendo io un docente di quelle materie e autore di un intero corso di storia della letteratura latina, temo di assumere nel trattare la materia un piglio troppo professorale e di ripetere sostanzialmente quello che dico a scuola ai miei alunni, con il rischio di essere pedante e mal gradito da chi non è amante o esperto di queste discipline. Ma qualche volta, parlando con i ragazzi a scuola e affrontando con loro certi argomenti dei normali programmi, mi vengono in mente alcune considerazioni che possono interessare anche chi non conosce il mondo classico: idee semplici e persino banali, che non dicono nulla di nuovo dal punto di vista degli studi scientifici e filologici, ma che spuntano così, in modo estemporaneo, magari in un momento di relax.
Con la mia classe quarta Liceo Classico, dove tengo l’insegnamento del latino, abbiamo studiato in questo periodo i cosiddetti poetae novi e la loro concezione della poesia del tutto nuova nel mondo romano, una poesia che non doveva più avere carattere celebrativo, sociale o filosofico, ma che valeva di per sé, secondo il concetto dell'”arte per l’arte” di origine alessandrina. Di questi poeti, che componevano una poesia raffinata ed erudita ma si aprivano anche alle tematiche quotidiane, ne conosciamo bene soltanto uno, Valerio Catullo, di cui resta un liber di 116 componimenti. A differenza di tutti i precedenti poeti romani, Catullo fa entrare nella sua produzione poetica, com’è noto, le proprie esperienze personali: esperienze d’amore con la donna da lui amata e celebrata con il nome di Lesbia, ma anche relazioni di amicizia o di inimicizia, invettive contro gli avversari, giudizi di ordine letterario ed altro ancora.
Ciò che ha più colpito gli studenti e gli studiosi di tutti i tempi è stata la tematica amorosa che Catullo descrive sulla base di una vicenda personale che attraversò tre fasi: la prima, caratterizzata dall’entusiasmo e dalla gioia per un profondo sentimento ch’egli crede ricambiato dalla sua Lesbia, la seconda che è quella del dubbio sulla fedeltà dell’amata, e la terza che è la più triste, perché il poeta si sente tradito e vuole dare l’addio a questo amore ormai infelice. Della veridicità di questa storia qualche studioso ha dubitato, perché si sa che i poeti d’amore del periodo, sia i greci che i loro imitatori romani, usavano introdurre motivi e particolari stereotipi o comunque fittizi; ma la profondità dei sentimenti che Catullo esprime a questo riguardo induce a credere il contrario, cioè che vi siano sì elementi convenzionali, ma che la vicenda sia reale nella sua essenza. Ed è proprio su questa convinzione che si è fondato chi ha definito “moderno” il nostro poeta, poiché le sensazioni da lui espresse sono quelle che tutti noi ancor oggi, come al suo tempo, possiamo provare di fronte ad un’esperienza amorosa: gioia, entusiasmo, esaltazione, dubbio, angoscia, dolore, delusione, depressione profonda. Su questo punto, già sottolineato da molti studiosi, io sono totalmente d’accordo. In una società collettivistica come quella romana, che considerava l’uomo quasi solo come cittadino in funzione dello Stato, Catullo ha scoperto un tutto un mondo fino ad allora oscuro, l’universo dei sentimenti che fluttua all’interno di ciascuno di noi, e soprattutto ha messo in luce la profonda scissione che esiste nell’animo umano tra ragione e sentimento: il celeberrimo odi et amo (carme 85) enuncia tutto ciò in poche parole, la natura profondamente complessa della mente che rende possibile il poter amare e odiare una persona contemporaneamente, perché se razionalmente si può detestare chi ha ferito i nostri sentimenti, si può però essere soggetti a provare ancora per lei un sentimento irrazionale ed angosciante. E’ quel contrasto che Pascal definì con la famosa frase “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, un contrasto cui noi siamo abituati da secoli di letteratura romantica, veristica e decadente, ma che nella società romana del tempo rappresentava una totale novità.
Quello che ho detto finora è ben noto, non ho scoperto nulla; ma il mio scopo, come ho detto sopra, non è questo bensì quello di richiamare l’attenzione di chi non legge abitualmente Catullo sulla perenne dimensione artistica di questo poeta. Volendo aggiungere ancora un esempio tratto dalle poesie d’amore, vorrei citare il carme n. 8, in cui il poeta si sforza con grande impegno di dimenticare Lesbia che l’ha indegnamente tradito. Anche qui, con una disposizione spirituale attualissima, che molti di noi hanno provato, egli è tormentato dal contrasto tra la volontà di resistere contro il tormento di un amore impossibile, che ancora lo angoscia, e la tentazione di cedere ancora ad esso; e ch’egli sia ancora tenacemente preso da quel sentimento irrazionale da cui vorrebbe liberarsi si evince da un motivo che sale in evidenza negli ultimi versi, quando emerge la sua preoccupazione per la vita futura di Lesbia, per un destino che, una volta che sarà definitivamente conclusa la loro relazione, rischia di essere miserevole per entrambi. Ma se veramente odiasse quella donna che l’ha fatto soffrire tanto, Catullo non dovrebbe preoccuparsi del futuro di lei, di quando sarà vecchia e nessun amante la cercherà più; se lo fa vuol dire che inconsciamente l’ama ancora, ed è questa un’esperienza che può capitare adesso, nel 2017 dopo Cristo, come capitava nel 60 avanti Cristo, perché cambiano i costumi e le società, cambiano i regimi politici e le usanze dei popoli, ma l’animo umano non cambia mai nella sostanza dei suoi sentimenti e dei suoi intimi pensieri.
Anche al di fuori della tematica amorosa Catullo ci si rivela poeta spiritualmente a noi contemporaneo, pur se vissuto oltre 2000 anni fa, perché traboccano in lui passioni e interessi non diversi dai nostri. Per non allungare troppo questo lungo post farò soltanto pochi esempi. A chi di noi non è capitato di essere deluso da certe persone che credevamo amici sinceri e che si sono poi invece rivelati egoisti e indifferenti nei nostri confronti? E’ quel che succede a Catullo, quando nel carme 30 accusa Alfeno di aver tradito i vincoli di amicizia esistenti tra di loro. E chi di noi non ha avuto disprezzo per degli ignobili arrivisti che si adatterebbero a qualsiasi vergognoso compromesso pur di far carriera? E’ questo esattamente il sentimento che il nostro poeta esprime nel carme 52, dove si chiede cosa aspetti a morire per non veder più lo spettacolo di due ignobili individui che stanno immeritatamente dando la scalata alla carriera politica. A proposito di questo argomento dobbiamo dire che nel nostro Paese attualmente – purtroppo, dico io – si è diffuso un sentimento di repulsione, se non di odio, per la politica e le persone che vi si dedicano, come dimostra l’alta percentuale di astensioni in occasione dei vari turni elettorali. Anche Catullo, dati i suoi interessi prevalentemente culturali e la difficile situazione in cui versava allora la Repubblica romana, rivela dei sentimenti che potremmo definire di “antipolitica”: nel carme 93, ad esempio, mostra la più totale indifferenza verso l’uomo politico più importante del tempo, Giulio Cesare, dicendogli chiaramente in faccia che non voleva piacergli, né aveva voglia di sapere se il grande condottiero fosse “un uomo bianco o nero”, intendendo così dire che per lui la politica non aveva alcun interesse.
Come ultimo esempio vorrei citare le fortissime invettive che Catullo rivolge ai suoi avversari, dove usa anche termini volgari che ho ritegno a riferire in questa sede. Anche questo è straordinariamente attuale, se consideriamo il livello di aggressività e di volgarità raggiunto in alcuni dibattiti televisivi tra giornalisti e uomini politici di diverse tendenze, oppure anche, più semplicemente, tutti gli insulti che ogni giorno vengono lanciati sui social contro chi la pensa diversamente da chi scrive. Anche questo, pur nel male, è un parallelo che possiamo fare tra il mondo romano ed il nostro, rilevando però una differenza sostanziale: che le poesie di Catullo, anche quando contengono invettive con termini triviali, mantengono sempre un notevole livello artistico e denotano un’elaborazione formale di alto livello, mentre le volgarità che si dicono oggi sono purtroppo solo uno squallido esempio di come la nostra società sia caduta nel più profondo degrado culturale.

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