Archivi tag: Pindaro

Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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Qualche osservazione su Pindaro e sulle Odi di Orazio

Nonostante la gran massa di studi che esiste su ciascuno degli autori classici più noti, come sono appunto i due maggiori poeti dell’età augustea, Virgilio e Orazio, qualche aspetto delle loro opere rimane sempre inesplorato o comunque suscettibile di ulteriori approfondimenti. In questi giorni, rileggendo le Odi di Orazio, cioè la sua opera più raffinata e culturalmente più elaborata, ho creduto di notare qualcosa che il testo oraziano ha in comune con uno dei suoi modelli greci, Pindaro, poeta tebano vissuto secondo la tradizione tra il 518 e il 438 avanti Cristo, al confine cioè tra l’epoca arcaica e quella classica della letteratura greca. Che tra i due poeti ci sia comunque un rapporto di corrispondenza spirituale è cosa ben accertata, non sono certo io a scoprirlo; ma c’è un particolare modo di procedere del poeta greco che in Orazio trova un’eco che si farebbe fatica a giudicare puramente casuale.
Anche l’uomo (o la donna) comuni, che magari non hanno sentore della cultura classica, hanno sentito qualche volta parlare dei cosiddetti “voli pindarici”, un’espressione usata per indicare improvvisi cambi di argomento o di stile in un determinato discorso orale o scritto. La locuzione risale appunto a Pindaro, perché questo poeta ha l’abitudine, nei suoi canti lirici che ci sono pervenuti, di cambiare repentinamente argomento e passare da un motivo all’altro senza alcun apparente legame logico. Ed al proposito è possibile indicare due ragioni che giustificano questa sua caratteristica: la prima è che il concetto di unità strutturale di un componimento poetico era nell’antichità ben diversa da quella di oggi, per cui l’autore poteva procedere mettendo l’una accanto all’altra tematiche diverse che suscitavano diverse sensazioni, senza collegamenti sintattici né tematici, e senza con ciò inficiare lo scopo o i caratteri generali per i quali quell’opera veniva composta; la seconda è che nei canti lirici dell’antica Grecia era presente la musica (oggi perduta), e quindi l’ordinata composizione della melodia musicale poteva ricostituire quell’unità compositiva che non si lasciava cogliere con la semplice lettura del testo.
Non sarebbe però esatto dire che con questa struttura frazionata non vi fosse alcun legame tra i vari motivi presenti nel componimento: i legami ci sono, ma non sono di ordine logico, bensì analogico, avvengono cioè nella mente del poeta, secondo un ordine associativo di idee non facilmente ricostruibile dal lettore. Può destare meraviglia il fatto che questo procedimento esista nel mondo antico, dato che di esso si è parlato soprattutto in rapporto con la poesia simbolista e decadente del ‘900: in Ungaretti, ad esempio, si trovano molti esempi di rapporti tra immagini o parole basati su libere associazioni di pensiero, tra cui mi piace ricordare pochi versi della lirica I fiumi, laddove il poeta afferma: “Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato”. Qui il ricordo del bagno mattutino nell’Isonzo si esprime mediante l’immagine dell’urna, che potrebbe alludere alla morte, così presente a chi allora combatteva in trincea, oppure ad una teca in cui si raccoglievano le reliquie dei santi, il che può certamente richiamare il valore purificatore del bagno, quasi una catartica liberazione dal peccato. Ma la comparazione tra l’acqua del fiume e l’urna non risponde a criteri logici né viene annunciata come un vero paragone, scaturisce invece da un’associazione ideale presente in quel momento nella mente del poeta ed elimina i nessi logici e sintattici di cui la poesia per secoli si era servita. Ma questo procedimento analogico, così evidente nella poesia moderna, non è sconosciuto neanche a quella antica. Per molto tempo, ad esempio, mi sono chiesto quale sia la ratio che informa il celebre inizio dell’ode “Olimpica prima” di Pindaro, che suona in tal maniera: “Ottima è l’acqua, e l’oro come fuoco ardente / brilla nella notte sulla superba ricchezza.” Quale nesso può esserci tra l’acqua, l’oro, il fuoco e la ricchezza? E che senso ha dire che l’oro, splendido come il fuoco, brilla sulla ricchezza? Apparentemente questi accostamenti sembrano privi di un senso preciso, ma si possono comprendere se pensiamo che nella mente del poeta vi sia stata un’associazione d’idee basata sul concetto di preziosità: così l’acqua, l’oro ed il fuoco, elementi diversi, possono però essere accomunati, non in modo logico ma analogico e senza la congiunzione “come”, perché concepiti come elementi fondativi della vita umana e corrispondenti agli ideali dell’aristocrazia greca che Pindaro stesso intendeva celebrare cantando Ierone di Siracusa, vincitore ad Olimpia nelle corse dei cavalli. A me pare questa l’unica chiave interpretativa di un passo tanto celebre quanto oscuro, che secoli di indagine filologica non hanno mai spiegato in maniera convincente.
Questi passaggi improvvisi o “voli pindarici” che accostano espressioni o parti del componimento diverse e apparentemente distanti tra loro si possono spesso ritrovare anche nelle Odi di Orazio, che spesso riprende toni pindarici allorché (come nelle cosiddette “Odi romane” del terzo libro) intende ricreare un’atmosfera di solenne grandiosità molto frequente nel poeta greco. Nell’ode I,4 dedicata all’amico Sestio, ad esempio, il tema inaugurale è quello del ritorno della primavera, un clima festoso di rinascita che coinvolge uomini e dèi; ma dopo l’invito all’amico a gioire ed ornarsi di fiori e corone, all’improvviso il poeta esclama (v.13): “La pallida morte con passo uguale batte alle capanne dei poveri ed all torri dei re”. Qual è il legame tra le due tematiche dell’ode? Sul piano logico pare non esservene alcuno, né il poeta anticipa o lascia presagire il passaggio al secondo tema durante l’esposizione del primo; ma nella sua mente, con ogni probabilità, il ritorno della bella stagione ha comportato il pensiero dell’inesorabile scorrere del tempo (altro tema caro ad Orazio) e di conseguenza quello della morte come naturale conclusione dell’esperienza umana. Un “volo pindarico” in piena regola, non motivato da alcun nesso logico né sintattico. I casi di questo genere sono molti nel poeta latino, e non è possibile qui ricordarli; mi limiterò a citarne solo un altro, che mi pare significativo, cioè l’inizio della prima ode del terzo libro, che così recita: “Odio il volgo profano e lo tengo distante. Fate silenzio! Io, sacerdote delle Muse, canto per le vergini ed i fanciulli poesia che mai prima fu udita.” La strofa è intellegibile nelle sue diverse parti, ma più difficile è individuare i nessi logici che uniscono il concetto di sdegnoso rifiuto delle opinioni e del modo di agire delle masse a quello del comporre poesia per i giovani una poesia nuova, che è poi quella civile e celebrativa di Roma e di Augusto. Dobbiamo quindi pensare che nell’animo del poeta vi sia un’analogia tra queste diverse immagini, che forse potremmo scoprire più facilmente di quella pindarica richiamata sopra; ma dal punto di vista dell’immediata comprensione del testo non è altrettanto facile il collegamento se non lo concepiamo come “estraneo” al testo stesso, che si presenta privo dei necessari nessi logici e sintattici. Tutto questo, al di là della più o meno plausibile mia tendenza a voler individuare nell’antico ciò che spesso si ritiene essenzialmente moderno, dimostra comunque che esiste una forte “memoria” tra i poeti, e che l’arte di chi viene dopo, pur restando valida e originale com’è la poesia di Orazio, si avvale largamente dell’arte precedente. Il filo rosso che unisce la poesia di tutti i tempi, dal V° secolo avanti Cristo ad oggi, non è sempre facilmente visibile, ma si può star certi che esiste e che su di esso è fondato il perpetuarsi dell’ineffabile processo della creazione artistica.

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Olimpiadi antiche e moderne

In questi giorni non si può fare a meno di parlare delle Olimpiadi di Rio in Brasile, che la televisione ci propina a tutte le ore del giorno e della notte. Si tratta di un evento importante a livello mondiale, ma a chi conosce il mondo classico viene spontaneamente di fare il confronto con le Olimpiadi antiche, quelle che si celebravano ad Olimpia (di qui il nome) nel Peloponneso, cioè nella Grecia meridionale, ogni quattro anni. Anche per i Greci questa occasione di confronto sportivo tra atleti provenienti da tutte le città della Grecia continentale, insulare ed anche dell’Italia meridionale (la cosiddetta “Magna Grecia”), era di fondamentale importanza, tanto che dalla prima celebrazione di questi giochi, nel 776 a.C., si contavano gli anni della storia successiva, così come adesso si contano dalla nascita di Cristo: così, ad esempio, se un fatto era avvenuto nell’anno 376 a.C., si diceva che si era verificato “nella centesima olimpiade”, perché lo spazio di 400 anni vedeva il succedersi, appunto, di cento celebrazioni di giochi olimpici. E tuttavia questi giochi, certamente i più celebri dell’antica Grecia, non erano l’unica occasione di confronto sportivo panellenico: ogni quattro anni, in alternativa alle Olimpiadi, si celebravano anche i giochi Pitici a Delfi, dove ancor oggi rimangono i resti non solo del santuario di Apollo ma anche dello stadio in cui si svolgevano le gare. Altri giochi di minore rilievo, ma sempre ambiti dagli atleti alla ricerca della gloria, erano i giochi Nemei, che si svolgevano ogni due anni a Nemea nel Peloponneso in ricordo dell’impresa di Eracle dell’uccisione del leone nemeo, e i giochi Istmici, che avevano luogo a Corinto, presso l’istmo che divide il Peloponneso dalla Grecia continentale.
Tra le Olimpiadi antiche e quelle moderne ci sono alcune analogie, ovviamente, perché al mondo classico si ispirò il barone francese De Coubertin quando, sullo scorcio del XIX secolo, dette vita ai giochi a cinque cerchi che anche in questi giorni si stanno celebrando; ma molte di più e più rilevanti sono le differenze tra la mentalità dell’antica Grecia e quella attuale. Considerando le prime, a parte il nome e la periodicità quadriennale, troviamo che alcune specialità sportive derivano chiaramente dal mondo antico e vengono praticate tutt’oggi: il pugilato, ad esempio, e l’atletica pesante come la lotta chiamata appunto, e non a caso, “greco-romana”. Anche nell’atletica leggera vi sono specialità analoghe a quelle antiche, come il lancio del giavellotto e del disco, il salto in lungo e la corsa; quest’ultima, però, si limitava nell’antichità a due sole modalità: la corsa breve, che consisteva nel percorrere una sola volta, in linea retta, l’intera lunghezza dello stadio (corrisponde più o meno ai 200 metri piani attuali, senza però la curva), e la corsa lunga, consistente in vari giri intorno allo stadio. Ci sono rimasti i nomi di molti atleti vincitori, perché le loro imprese sportive venivano celebrate con gli “epinici” (lett. “canti per la vittoria”) da grandi poeti come Pindaro e Bacchilide; ma non sappiamo nulla riguardo alle misure ed ai tempi che gli atleti antichi riuscivano ad ottenere nelle specialità prima nominate.
Più che le analogie, tuttavia, saltano agli occhi le differenze, tanto che, a mio parere, quelle moderne dovrebbero rinunciare al loro nome consueto e chiamarsi, ad esempio, “Giochi planetari” o “internazionali”, ma non più Olimpiadi. Nell’antichità gli atleti non erano mai professionisti, ma semplici dilettanti, e non ricevevano alcun rimborso per le spese sostenute nel viaggio ad Olimpia, che doveva durare almeno un mese tra prove, allenamenti e gare; nessun compenso in denaro era concepito in relazione allo sport, direi anzi che i Greci sarebbero inorriditi all’idea che un atleta o il suo allenatore potessero ricevere un compenso materiale per la loro attività: il vincitore veniva premiato soltanto con una corona d’alloro, e quel che conseguiva era soltanto il klèos, ossia la gloria sua personale ma soprattutto della sua famiglia; perciò i poeti che celebravano coi loro canti le vittorie tendevano ad esaltare non tanto il vincitore come persona quanto la nobiltà della sua stirpe. La gloria e l’onore erano ritenute la più alta forma di guadagno, e ciò che rifulgeva in primo piano era l’esaltazione dell’armonia e dell’equilibrio fisico e psichico che caratterizzava l’immagine ideale dell’uomo greco. Va poi detto che le Olimpiadi, così come tutte le altre gare, erano sostanzialmente cerimonie religiose, ed i riti e i sacrifici in onore del dio (Zeus ad Olimpia) avevano la massima importanza; per questo dalle gare erano escluse le donne, che non potevano partecipare nemmeno come spettatrici, non solo perché (come qualcuno ha detto bonariamente) gli atleti gareggiavano nudi e questo avrebbe potuto turbare l’animo femminile, ma soprattutto perché le feste religiose erano rigorosamente divise tra maschili e femminili, per cui ogni cerimonia si svolgeva con rappresentanti di un solo sesso. E a questo riguardo mi viene in mente un pensiero mio personale, che so non essere condiviso dai più: che cioè alle Olimpiadi moderne vi sia un numero eccessivo di sport (alcuni dei quali, come il tennis ed il calcio, sono ormai soltanto professionistici), e che oltretutto si siano ammesse le donne anche a specialità che, per la loro rudezza, hanno ben poco a che fare con la femminilità. Mi riferisco al calcio, ad esempio, o ancor più al pugilato, una specialità in cui gli antichi, molto più saggi dei moderni, si sarebbero ben guardati dal coinvolgere il sesso femminile. A quanto pare la natura stessa è diventata oggi un’opinione, viene forzata a destra e a manca, e si adottano comportamenti e atteggiamenti che fino a non molti anni fa erano considerati del tutto innaturali. Io ho sempre creduto che uomini e donne, pur nella sacrosanta uguaglianza di diritti, avessero per struttura fisica e psicologica ruoli diversi; ma oggi il business travolge e sconvolge tutto, e così ci troviamo a vivere in una società dai valori trascurati, traditi o addirittura rovesciati. Lo sport, come vediamo dalle Olimpiadi di questi giorni, ci fornisce a questo riguardo un’ampia esemplificazione.

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