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L’urlo dello sciacallo

Dopo la recente sentenza di condanna di Silvio Berlusconi da parte della Cassazione, sono tornati a farsi sentire gli sciacalli giustizialisti e forcaioli, primo di tutti il sig. Beppe Grillo ed i suoi servi seduti in Parlamento. Appena appresa la notizia, l’ineffabile “guru” del movimento ha subito chiesto che il Parlamento faccia decadere Berlusconi da senatore e lo dichiari ineleggibile. A parte il fatto che ciò sarebbe offensivo per quei 10 milioni di italiani che – votino o no per il PDL – non si riconoscono nell’area politica della sinistra, ma ciò che indigna di più è il fatto che proprio il sig. Grillo, che insulta e attacca tutti nel nome del nulla e della totale inconcludenza, è stato condannato egli stesso, addirittura per omicidio colposo di tre persone. Come può avere il coraggio un pregiudicato, perché di questo si tratta benché il reato sia solo colposo, di inveire contro gli altri e continuare a vomitare ingiurie a destra e a manca? Perché nel nostro Paese, nel nome di un malinteso concetto della libertà di espressione, si permette che un individuo di quella fatta, spregevole anche solo a vedersi, possa impunemente insultare tutti senza contraddittorio e senza che la magistratura prenda alcuna iniziativa? Forse perché il suo movimento ha avuto molti voti? Ma si tratta di voti qualunquisti, di pura protesta, senza alcuna precisa volontà politica; e anche i parlamentari dei 5 stelle, come ben si può notare già adesso, o sono incompetenti totali oppure si adeguano molto presto ai privilegi ed alle furberie della politica. E poi è inutile che si nascondano dietro il velame dell’antipolitica: il movimento di Grillo in realtà è di estrema sinistra, ha adottato il linguaggio becero di quella parte politica, ne condivide le idee (v. il sostegno al movimento No-Tav ed ai centri sociali, per esempio) e ne condivide anche l’odio feroce e distruttivo contro Berlusconi e il centro-destra in generale. Non credo però, quando torneremo a votare, che gli italiani si faranno imbrogliare ancora da questo guitto da baraccone.
Quindi anche Grillo, come tutta la sinistra, fa fronte comune contro il “diavolo”, il “Caimano”, come l’ha chiamato un loro regista, piuttosto insipido in verità. E la Magistratura, come vediamo da molti anni, si adegua, e colpisce da una parte sola. Io ricordo bene gli anni di Tangentopoli (1992/3): come si comportarono allora i magistrati? Provocarono un enorme terremoto politico, distrussero interi partiti (DC e PSI) ma non perseguirono mai i comunisti del PCI, che notoriamente ricevevano finanziamenti illegali dall’Unione Sovietica. Chissà perché, vogliamo chiedercelo? E’ la stessa domanda che mi pongo adesso, quando la persecuzione contro Berlusconi procede ininterrotta da vent’anni fino ad arrivare alla distruzione completa del personaggio, mentre gli scandali e le malefatte dell’altra parte (v. la vicenda del Monte dei Paschi di Siena) vengono trascurati, o comunque trattati con molta più mitezza. Ma la Magistratura, secondo la Costituzione, non dovrebbe essere al di sopra delle parti? Non dovrebbe stare fuori dalla politica? Fenomeni come Di Pietro e Ingroia, fedeli servitori della sinistra, non sono anomali in un Paese civile? Non è questo un conflitto di interessi altrettanto vistoso di quello di Berlusconi? A questo punto c’è da chiedersi se siamo ancora in un Paese democratico o nella Russia di Stalin, dove i processi-farsa servivano ad eliminare gli avversari e i dissidenti. Vi sono tanti modi di imporre un regime, e questo è uno dei più raffinati.

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Quale governo?

Sono passati quasi due mesi dalle elezioni politiche, e ancora siamo in alto mare per quanto riguarda la formazione di un governo. La cosa è spiacevole e dannosa, specie se consideriamo la situazione economica del Paese che non può più attendere, ed inoltre ci mette in cattiva luce con l’Europa e con il mondo. Certo, un risultato elettorale come quello cui abbiamo assistito non era prevedibile, specie per quel 25 per cento di qualunquisti che, per pura protesta e senza alcun progetto concreto, hanno dato il loro voto ad un’armata Brancaleone, a dei dilettanti allo sbaraglio che non hanno alcuna conoscenza della politica, né intendono prendersi alcuna responsabilità di fronte ai loro elettori. Perciò, forse tardivamente, molti italiani si sono accorti di avere sbagliato, perché la rabbia, le urla e gli insulti non conducono a nulla di positivo.
Rimangono in campo le altre due forze, il centrodestra ed il centrosinistra, più o meno con uguale consenso da parte dell’elettorato, salvo il fatto che una balorda legge elettorale (da cambiare subito!) concede il 55 per cento dei seggi a chi ha avuto solo il 29 per cento dei voti. Ma tant’è, c’è poco da fare in proposito. Ora però, se vogliamo seguire un ragionamento logico e nell’interesse del Paese, chi ha avuto la maggioranza (sia pur relativa) avrebbe l’obbligo di accordarsi con le altre forze per costituire un governo stabile ed in grado di varare quei provvedimenti di cui c’è tanto bisogno. Non c’è scelta: tolto di mezzo quel 25 per cento di avventurieri che non collaborano con nessuno, l’unica possibilità concreta e ammessa dai numeri (visto che la matematica non è un’opinione) è quella di un accordo tra i due maggiori partiti, cioè il PD ed il PDL. Tutti hanno capito che non c’è altro da fare, anche i bambini della scuola materna; gli unici che non lo hanno ancora compreso sono i falchi della sinistra tradizionale e postcomunista, a cominciare dal segretario del PD Bersani ed i suoi accoliti, irriducibile gruppo di “duri e puri” che mai verrebbero a patti col “nemico”. Così, per l’ostinazione di questi signori della sinistra, a due mesi quasi dalle elezioni non abbiamo ancora un governo e l’economia del Paese rischia di andare a rotoli, con conseguenze disastrose per tutti, anche per coloro, come i lavoratori del pubblico impiego, che finora si sono considerati al sicuro. Se questo accadrà, non resterà che individuare i colpevoli in coloro che, per odio ideologico, per chiusura mentale propria di un mondo ormai tramontato e per puri interessi di partito, non hanno voluto esperire l’unica soluzione possibile all’empasse attuale che ci fa canzonare da tutto il mondo. Eppure anche nel PD si sono levate voci di buon senso come quella di Renzi e di altri, che hanno cercato di far comprendere al segretario che di questo passo e con questa ostinazione non si andrà mai ad una soluzione; e per ricambio hanno ricevuto insulti da chi si ritiene infallibile, da chi pensa di avere il possesso assoluto della Verità e della Giustizia.
Io credo, piuttosto semplicemente, che questa assurda posizione di Bersani e C. derivi anzitutto dal timore di perdere voti e consensi all’interno del partito, in cui molte persone continuano ad odiare l’avversario e quindi male digerirebbero un accordo con il PDL e soprattutto con il suo presidente. Così i meschini interessi di partito e di conservazione delle poltrone prevalgono sulla logica e sul bene del Paese, di cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno vuole veramente. Eppure, mi viene da dire, un segretario di partito serio ed onesto avrebbe dovuto fare, come si dice oggi, “un passo indietro”, cioè dimettersi dopo la mancata vittoria alle elezioni; invece non solo Bersani non si muove, ma pretende addirittura di dominare e dirigere il partito come fosse un suo possesso, facendo dell’odio per il “nemico” di centrodestra il suo maggior argomento politico. Questo significa che, nonostante i vari nomi cambiati nel corso degli anni, quella parte del PD che fa capo a Bersani è ancora nostalgica di un’ideologia che la storia stessa ha dimostrato falsa e bugiarda.
E c’è anche un’altra cosa da dire, che riguarda una dichiarazione rilasciata ieri dallo stesso Bersani, il quale ha detto in sostanza di non poter governare con Brunetta o Gasparri, tanto per fare due nomi a caso. A parte il fatto che queste persone non sono né malfattori né affette da peste o malattie contagiose, ma poi, dico io, con quale autorità Bersani disprezza gli avversari quasi che lui fosse geneticamente superiore a loro? Io penso che anche questo sia un retaggio del passato, dei tempi dal ’68 in poi, quando i cosiddetti “intellettuali di sinistra” avevano (ed hanno ancora) la puzza sotto il naso, quella presunta superiorità umana e culturale che mai è stata dimostrata, ma che i radical-chic di oggi continuano impavidamente ad ostentare. A quanto pare Bersani ed i suoi considerano gli avversari come una razza inferiore con cui non avere contatti, così come i nobili di un tempo facevano con i contadini o i paesani, ai quali non rivolgevano nemmeno la parola. A me sembra che questo atteggiamento sia del tutto alieno dalla realtà attuale e si richiami a principi vecchi e ammuffiti come quello della lotta di classe, oggi improponibile perché non esistono più nemmeno le classi sociali di cui parlava il buon Marx. Ma non c’è da stupirsi: ormai siamo abituati alle contraddizioni ed alle buffonate dei politici, siamo – purtroppo – vaccinati contro tutte le fesserie di questo mondo.

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Dopo le elezioni, il disastro

Lo scenario che si apre dopo i risultati delle elezioni politiche 2013 è a dir poco preoccupante, per non dire disastroso. Purtroppo è successo l’irreparabile: i partiti tradizionali hanno subito uno smacco di non poco conto, soprattutto il PD che da mesi dichiarava con sicumera che avrebbe avuto il 51 per cento (o giù di lì), mentre il vero trionfatore è lui, Beppe Grillo, non un politico ma un istrione che è più ridicolo adesso di quando faceva il comico di professione. I cittadini, giustamente indignati contro la classe politica tradizionale, hanno espresso un voto di protesta, di rabbia, che si è concretizzato nell’appoggio dato ad un personaggio che nulla sa di politica e che si porterà in Parlamento una massa di incompetenti. Questo è molto grave, a mio vedere, perché così facendo si getta via il bambino con l’acqua sporca e si ricorre ad un rimedio peggiore del male: se infatti i politici tradizionali finora hanno governato male (e malissimo nel caso di Monti), i nuovi non governeranno affatto, sia perché con l’attuale composizione del Senato non c’è alcuna maggioranza, sia perché sono persone che nulla sanno di politica, di amministrazione, di come risolvere i problemi del Paese. Sono nuovi, sono giovani, è vero; ma questo basterà per assicurare che sappiano governare? Io credo proprio di no, perché per fare il deputato o il senatore non è sufficiente essere nuovi e giovani, occorrono conoscenze e competenze che questi damerini a 5 stelle non hanno, né potranno acquisire in pochi mesi. E cosa è stato capace di fare Grillo fino ad ora se non riempire le piazze con le sue volgarità, i suoi “Vaffa…” e i proclami pateticamente demagogici come il “mandiamoli tutti a casa”? Quando ha mai fatto una proposta concreta e realizzabile? Adesso in Parlamento ci sono anche i suoi accoliti, i quali si accorgeranno ben presto della differenza tra il dire ed il fare: tutti sono abili a criticare gli altri, a insultare, a cavalcare la tigre del “tutti a casa”. Vedremo cosa saranno capaci di fare loro quando si tratterà di passare dalle chiacchiere vuote del loro leader ai fatti, all’affrontare i problemi veri, quelli dei cittadini di ogni giorno.
A me che mi intendo un po’ di classici la situazione attuale fa venire in mente la trama di una celebre commedia di Aristofane, i Cavalieri, rappresentata nel 424 a.C. Qui due servi di Demos (il popolo), rappresentato come un vecchio rimbambito, si danno da fare per cacciare un demagogo che ha ridotto Demos in quello stato e continua a ingannare i cittadini; ma per eliminare il Paflagone (così viene chiamato il demagogo in questione, pseudonimo di Cleone) ricorrono ad un personaggio disonesto e volgare che fa di mestiere il salsicciaio e che, in un contrasto con Paflagone, riesce a sopravanzarlo ed a sostituirlo al governo della polis. Adesso accade lo stesso: il popolo si è ribellato ai politici tradizionali ed ha preferito l’imbonitore genovese. Non tarderanno ad accorgersi che si sono illlusi, ma sarà tardi.
L’unica prospettiva che si aprirebbe oggi, e che avrebbe un senso, sarebbe quella di isolare il salsicciaio e di unire le forze dei due partiti maggiori, formando un governo di grande coalizione che ha funzionato bene in altri paesi come il Belgio e la Germania, e che con una larga maggioranza potrebbe finalmente cominciare ad affrontare le questioni importanti che solo chi si intende di politica può sperare di risolvere. Solo che purtroppo da noi c’è una differenza sostanziale con quei Paesi: che in Belgio, in Germania e altrove gli avversari, pur rimanendo tali, sono disposti a collaborare e si rispettano tra loro, mentre da noi purtroppo i vecchi residui ideologici e gli odi di parte fanno sì che l’avversario è visto ancora come il “nemico” da demonizzare, da distruggere, con cui non bisogna aver nulla da spartire. Mentre in tutti i Paesi civili il passato è passato e si guarda al futuro con unanimi prospettive, in Italia l’insulto e la diffamazione sono ancora i principali caratteri con cui si esprimono gli esponenti politici e i giornali che li sostengono. Non ci vuole molto a dimostrarlo: un quotidiano come “Repubblica”, tanto per fare un esempio, dedica almeno quattro pagine al giorno all’insulto e alla denigrazione di Berlusconi, alimentando un clima di odio e di rancore che impedisce qualunque fattiva collaborazione, che pure altrove è possibile anche tra formazioni politiche provenienti da esperienze ed ideologie diverse. Ecco perché Bersani, pur sapendo di trovarsi in un vicolo cieco e rendendosi conto che una collaborazione con Grillo (che lui stesso ha definito “fascista mediatico”) sarà ben difficile, ha escluso qualunque possibilità di un governo con il PDL, che soltanto potrebbe affrontare concretamente la situazione in cui ci troviamo. Eppure, una volta riconosciuto che centrodestra e centrosinistra vogliono entrambi il bene dell’Italia, perché non collaborare? Si preferisce il salto nel buio, l’alleanza con gli anarchici che sanno solo distruggere, con l’istrione che finora ha riempito tutti i partiti, compreso il PD, di “Vaffa…” e altri insulti? Ancora una volta il cascame ideologico di cui è prigioniera la sinistra italiana ha prevalso sul bene comune, sulla ragione e sull’intelligenza.

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