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I Medici in TV

Come qui ho più volte detto, io seguo molto poco la televisione, ma qualche volta faccio eccezione quando c’è qualche programma di contenuto storico o culturale che mi attrae in particolare, visto che la storia è una delle mie tante passioni. Così nelle ultime quattro settimane ho deciso di seguire integralmente lo sceneggiato “I Medici” (parte seconda), che ricostruiva la vita di Lorenzo il Magnifico ed in genere della sua famiglia.
Diciamo che in parte questo programma mi ha entusiasmato, in parte mi ha deluso. Cominciando dal primo aspetto, cioè il lato positivo dell’opera, debbo dire che ho ammirato molto la perfetta ricostruzione della civiltà del XV secolo, così ben riuscita anche perché lo sceneggiato è stato girato quasi tutto in splendide località della mia regione, la Toscana: non solo Firenze, ma anche le bellissime cittadine della Valdorcia, Pienza e Montepulciano, dove ancora si respira l’aria del Rinascimento perché a quell’epoca risale la maggior parte degli edifici che formano i loro centri storici. Nella stupenda cornice della piazza del Duomo e del palazzo Piccolomini di Pienza, con annessi giardini, sono state girate le scene ambientate in casa Medici ed in altri interni; i cipressi che si vedono durante le cavalcate di Lorenzo verso Milano sono in realtà quelli della Valdorcia, dai variopinti colori e sovrastata dalla maestà del monte Amiata.
Mi è sembrata ben riuscita anche la ricostruzione degli eventi, dalla morte di Piero de’ Medici alla congiura dei Pazzi; è vero però che non tutti i fatti narrati corrispondono alla precisa verità storica, perché è chiaro che i registi di oggi, pur ricostruendo con adeguata fedeltà un certo periodo, debbono però in qualche modo indulgere anche alla sensibilità degli spettatori moderni, specie se si tratta di opere per la televisione dove bisogna fare “audience”: così sono state un po’ esagerate le vicende d’amore, ad esempio quella di Giuliano de’ Medici e di Simonetta Cattaneo Vespucci, di cui non si hanno testimonianze così precise come lo sceneggiato vorrebbe far credere. La morte della bella Simonetta, inoltre, è stata chiaramente romanzata per accrescere il pathos di una storia strappalacrime, mentre nella realtà fu provocata dalla tisi, non dalla consunzione amorosa e dai maltrattamenti del marito. Sono state anche esaltate le forti passioni dei personaggi, gli intrighi e le congiure, sempre per aumentare l’interesse dello spettatore a voler scoprire la fine delle varie vicende, come se ci trovassimo dinanzi a un romanzo giallo o un film thriller. La figura di Lorenzo poi, sempre raffigurato come un bellissimo ed efebico giovane, era un po’ troppo centrale, come se tutta la politica fiorentina e l’attività bancaria della città facessero capo a lui. Al suo confronto tutti gli altri personaggi apparivano un po’ sbiaditi, tranne forse Jacopo Pazzi, che mi è sembrata una figura consona a quella dell’uomo di potere della Firenze rinascimentale, acceso dall’odio e dalla brama di ricchezza.
Nel complesso lo sceneggiato merita un giudizio positivo, se non altro perché si distingue dalla paludosa mediocrità dei consueti programmi televisivi. C’è però un aspetto che non mi è piaciuto affatto, cioè che, ricostruendo la vita di Lorenzo de’ Medici e la vita della Firenze del ‘400, non si sia dato quasi nessuno spazio alla grande fioritura culturale del periodo, l’Umanesimo, che segna l’abbandono dell’oscurantismo medievale e la nascita del pensiero moderno, dove è l’uomo e non più solo Dio ad essere al centro del mondo. Quasi nessun accenno alla grande arte letteraria del Poliziano, di Luigi Pulci, dello stesso Lorenzo; neanche una parola sulle grandi scoperte delle opere dell’Antichità avvenute in quel secolo, sugli studi filologici degli umanisti, sulla rinascita del teatro classico ecc. A parte un cenno all'”Ars amatoria” di Ovidio e alle poesie d’amore dedicate da Lorenzo a Lucrezia Donati, non c’è altro; e questa io la giudico una grave mancanza, perché Lorenzo de’ Medici non fu solo un uomo politico e un banchiere, ma anche un finissimo letterato e mecenate, cioè protettore di poeti, scrittori e umanisti che dettero a Firenze, all’Italia e all’Europa un tributo incalcolabile di cultura. Fu allora che nacque il Rinascimento, una delle epoche più luminose e creative che l’umanità abbia mai conosciuto. L’unica arte di cui si parla estesamente è la pittura di Sandro Botticelli, ma anche quella non viene celebrata per il suo valore, ma collegata come un corollario alla storia d’amore tra Giuliano de’ Medici e Simonetta Cattaneo, che in effetti il grande artista ritrasse ed a cui s’ispirò in alcuni suoi capolavori come la “Primavera”.
Ma questa trascuratezza per l’arte e la cultura, elemento fondamentale della vita di Lorenzo de’ Medici e dell’ambiente in cui visse, è anch’essa un segno dei nostri tempi: gli spettatori di oggi, in grandissima maggioranza, non sanno neppure chi erano i protagonisti di questo sceneggiato, non conoscono il periodo e le grandi opere che allora furono prodotte. Inutile quindi annoiare la platea televisiva con i libri i codici e le poesie, che avrebbero fatto sbadigliare e, quel che è peggio, cambiare canale; era necessario invece presentare la vicenda come una serie di storie d’amore, agguati, congiure e omicidi, perché a quelle il pubblico di oggi è abituato dai film polizieschi e vi si appassiona, tutto preso dalla “suspense” e ansioso di scoprire come il tutto va a finire. Così Lorenzo, Giuliano, i Pazzi e gli altri, a parte la diversa ambientazione ed il modo diverso di vestire, di viaggiare ecc., sono stati rappresentati come molto simili ai personaggi dei libri e dei film di attualità, perché quello vuole il grande pubblico della TV. Questa è l’impressione che ho avuto e me ne rincresce, perché anche questa – benché il programma sia qualitativamente superiore a molti altri – è una dimostrazione di quanto poco interesse susciti la cultura nella nostra società attuale, dove ci si appassiona e ci si diverte con tutto ciò che è superficiale e volgare, mentre ciò che richiede un po’ di riflessione e di conoscenze provoca noia e disgusto.

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Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile

A mio parere, quello cioè non di un blasonato critico letterario ma di un semplice amante della letteratura di tutti i tempi, ben poche figure di poeti e di scrittori sono apparse così indefinibili, nel lungo corso della storia, come quella di Gabriele D’Annunzio: un intellettuale, oserei dire, che tutti conoscono ma che ben pochi hanno esaminato nella sua profondità e che riescono a definire, o comunque a far rientrare in un preciso movimento o anche tendenza letteraria invalsa ai suoi tempi.
Le storie letterarie, delle quali tutti noi ci serviamo o che comunque abbiamo consultato, collocano il nostro poeta nell’ambito del Decadentismo, qual era l’atmosfera culturale che si respirava in Italia ed in Europa nell’epoca a cavallo tra i secoli XIX e XX. Questo è certamente vero, ma la sensibilità decadente di D’Annunzio fu profondamente diversa da quella degli altri rappresentanti italiani di tale temperie letteraria, primo tra tutti Giovanni Pascoli. Ciò dipende anzitutto dalle differenze caratteriali, anche sul piano personale, tra i due poeti: mentre Pascoli, pur ritenendo il poeta superiore alla comune umanità in quanto a lui solo è concesso di cogliere l’essenza profonda delle cose, partiva “dal basso” delle descrizioni naturali e della rappresentazione della vita nei suoi aspetti più comuni, D’Annunzio faceva della peculiarità della condizione dell’intellettuale un motivo per giungere al superomismo, osservando cioè “dall’alto” la società come colui che, pur facendone parte, si sente su di un piano diverso, più alto della comune umanità, e su questo piano colloca anche i personaggi dei suoi romanzi.
Pur tuttavia l’indefinibilità di D’Annunzio, la continua apparente contraddizione che emerge dalle sue opere non deriva solo da motivi caratteriali, ma anche da una particolare forma di coscienza poetica, quella cioè che si lascia solo parzialmente avvolgere nell’atmosfera culturale dei suoi tempi ma che riscopre invece, con riferimenti diretti ma per lo più allusivi, tutta la grande tradizione della poesia classica, da Omero a Virgilio, da Dante a Carducci ed al Pascoli stesso.
Un breve accenno ai romanzi, in particolare a L’innocente e al Piacere. Che si tratti di opere pensate nell’ambito del decadentismo è chiaro, ma alla lettura emergono tratti ben visibili del verismo (in talune descrizioni crude e realistiche) ma anche del primo Verga, quello della fase romantica di Una peccatrice, Tigre reale ecc.: lo rivelano, se non altro, tratti psicologici dei protagonisti come i numerosi particolari con cui è descritta la forte passione d’amore dei protagonisti e l’idealizzazione della donna amata, oltre ad una particolare forza descrittiva degli elementi paesaggistici che ricorda da vicino la relazione tra uomo e natura propria del Romanticismo. Se poi ci affacciamo a leggere anche discorsivamente la grande produzione poetica dannunziana, non possiamo fare a meno di trovarci ricordi ed allusioni a tutta la tradizione classica ed italiana. Lasciando stare i poeti cronologicamente più vicini (da Leopardi a Carducci) troviamo in diverse raccolte dannunziane, e specialmente in Alcyone, chiari riferimenti al Cantico di frate Sole di San Francesco (“Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera”, in La sera fiesolana, 15-16), a Dante, ricordato in molte occasioni da D’Annunzio (v. ad es, sempre in Alcyone, I pastori vv. 14-15: “O voce di colui che primamente / conosce il tremolar della marina”, con chiaro richiamo ai vv 116-7 del primo canto del Purgatorio) ed anche agli stilnovisti: ai vv. 55-56 dell’ode Il dolce grappolo, tratto dalla raccolta Isotteo, si legge: “O madonna Isaotta, è dura cosa / ir le beltà non viste imaginando”, in cui il linguaggio cavalcantiano è mescolato ad una certa maliziosità che ricorda anche certe liriche del Poliziano ed in genere del periodo rinascimentale.
Per i ricordi del mondo classico, tanto scoperti quanto allusivi, la lezione del Carducci (e poi anche del Pascoli) non poteva non influire: frequentissimi sono i richiami ai poeti antichi in tutte le raccolte, ma più diffusi nelle giovanili come Canto novo ed in quelle dove deliberatamente il mito classico sale in primo piano, come Alcyone; qui gli esempi da portare sarebbero moltissimi, ed è per me particolarmente gradito trovarne in quanto studioso dell’antichità greca e romana. Ne ricorderò solo due per ognuna delle due grandi letterature dell’antichità: nell’ode Sera sui colli d’Alba, dalle Elegie romane, si legge “e tu, o dolceridente pupilla”, dove l’aggettivo composto ricalca chiaramente quelli omerici; allo stesso modo, nell’ode Versilia (da Alcyone) il poeta definisce se stesso con l’epiteto “Occhiazzurro”, con cui in Omero è solitamente designata la dea Atena, definita “dagli occhi di civetta”, quindi cerulei, come quelli che il poeta, con allusione dotta, riferisce a se stesso. Ancor più numerosi i richiami ai poeti latini. Nella celebre ode La pioggia nel pineto, la più nota di D’Annunzio, il poeta afferma che lui ed Ermione, la donna amata, vanno “di fratta in fratta, or congiunti or disciolti / (e il verde vigor rude / ci allaccia i malleoli / c’intrica i ginocchi) / chi sa dove, chi sa dove”. Può ben darsi ch’io m’inganni, ma in questo intrico di macchie e di arbusti che avvincono le caviglie e le gambe degli amanti mi par di vedere un ricordo allusivo al celebre mito di Dafne cantato nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la bella ninfa, per sfuggire al raptus amoroso di Apollo, si attacca a terra e si trasforma nella pianta dell’alloro. Riferimenti più scoperti possiamo trovare a Virgilio, sia nelle accurate descrizioni paesaggistiche che ricordano certi luoghi delle Georgiche, sia in richiami a passi dell’Eneide: nella poesia citata sopra, Il dolce grappolo, si legge ai vv. 163-4 che “uno stuol d’augelli, d’improvviso / attraversò con ilari saluti”, esortando il poeta e la bella Isaotta a rimettersi in cammino per scoprire nuovi incantati paesaggi; e qui viene in mente il libro VI del poema virgiliano, dove ai vv. 190 e sgg. si parla di una coppia di colombe che rompono l’inerzia di Enea di fronte all’albero dal ramo d’oro, permettendogli di scorgerlo.
Queste mie osservazioni nascono da uno studio piuttosto ordinario dell’opera dannunziana, a me suggerito dalla necessità di dover trattare l’opera del poeta nel normale svolgimento del programma di letteratura italiana della mia quinta liceo classico. Non mi vanto di aver detto cose nuove, ché altrimenti avrei scelto una rivista specializzata e non il mio piccolo misero blog; sono anzi certo che altri prima di me hanno già arrivati a simili e molto più geniali conclusioni. Ho voluto scriverle perché fin dai miei studi liceali ho sempre avuto l’impressione che D’Annunzio sia un poeta che sfugge a precise definizioni e collocazioni, poiché nella sua produzione si affastellano suggestioni culturali che vanno ben al di là del Decadentismo e di ogni altra corrente letteraria. Anche il senso della natura e del paesaggio, in lui così forte e così ricorrente, ci lascia spesso stupiti, perché è difficile distinguere la brama del puro esteta, che vuol stupire il lettore e fare della sua poesia la voce del Vate onnipotente, dalla sensibilità personale verso l’altro da sé, profonda e al tempo stesso sfuggente come un velo ch’egli sembra voler continuamente porre dinanzi agli occhi del lettore.

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