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I guai della democrazia

Nell’Antichità classica illustri filosofi e scrittori (Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone) discussero a lungo su quale a loro parere fosse la miglior forma di governo, analizzando quelle che conoscevano (monarchia, aristocrazia, democrazia) e le eventuali loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, anarchia). Quello che può stupire il lettore moderno è che essi non davano alla democrazia, l’unica forma di governo che venga apprezzata oggi, alcun privilegio o vantaggio, ma la consideravano alla stregua delle altre, quando non addirittura peggiore. Anche in epoca moderna tuttavia, dopo che i princìpi fondanti della Rivoluzione francese si erano già affermati, ci fu chi dubitò dell’eccellenza del sistema democratico in quanto tale, e non esitò a indicarne i difetti: il filosofo e storico francese Alexis de Torqueville (1805-1859) ad esempio, che pure non era di principio avverso alla democrazia, affermò ch’essa altro non è se non la “dittatura della maggioranza”, non meno oppressiva per chi dissente di quanto non lo sia un dittatore per i suoi detrattori personali. Ancor più di recente Winston Churchill (1874-1965) ne dette un pessimo giudizio, aggiungendo però che gli altri sistemi politici sperimentati fino ad allora erano peggiori. Ma siamo veramente sicuri, vista la situazione politica dell’Italia di oggi, che la forma di governo democratica sia da preferire ad ogni altra e che non esistano alternative? Io so benissimo che non cambierà nulla da questo punto di vista, ma mi permetto ugualmente di esprimere la mia opinione e soprattutto le mie perplessità di fronte ad un sistema che non mi ha mai convinto e sul quale andrebbero fatte da chi di dovere opportune riflessioni. Indico qui di seguito alcuni punti che mi sembrano importanti per avviare un dibattito in proposito.
Punto 1. Il sistema democratico si fonda su un fattore puramente numerico, cioè quantitativo e non qualitativo, perché vince chi ha più voti, ossia la maggioranza. Ma la storia ci dimostra che non sempre le maggioranze hanno avuto ragione, anzi in alcuni casi è vero l’esatto contrario: Galileo Galilei, ad esempio, era l’unico a sostenere che la Terra girasse intorno al Sole e non il contrario, eppure aveva ragione; e se su questo punto si fosse continuato ad applicare il principio democratico della maggioranza, ancor oggi si crederebbe che la Terra stia al centro dell’Universo. Le decisioni prese a maggioranza non sempre sono state quelle giuste, ma spesso le più grandi ingiustizie e nefandezze sono state compiute proprio applicando questo criterio puramente quantitativo.
Punto 2. Il criterio della maggioranza potrebbe essere valido se tutti coloro che partecipano alla gestione della cosa pubblica (quindi tutti i cittadini che esercitano il diritto di voto) fossero persone intelligenti, colte e competenti. Ma purtroppo non è così: alle elezioni votano anche gli idioti, gli ignoranti e gli sprovveduti, ed il voto di un decerebrato mentale vale quanto quello di un premio Nobel. E’ evidente l’iniquità immane di questo principio: Socrate diceva che per fare un viaggio in nave non sceglierebbe il timoniere a caso, ma una persona che s’intenda del mestiere, e ciò vale tanto più per la politica, dove la competenza e la cultura sono ben più importanti della conduzione di un timone di una nave. Pertanto sarebbe indispensabile ammettere alle elezioni solo una parte dei cittadini, non tutti, perché chi non ha una coscienza politica ed una cultura sufficienti non può avere voce in capitolo nella gestione di uno Stato.
Punto 3. Già nell’antica Grecia il poeta Euripide, in una sua tragedia intitolata Le Supplici, aveva indicato con chiarezza un altro grave difetto della democrazia, il fatto cioè che le masse popolari non decidono in autonomia intellettuale le opinioni da esprimere, ma si lasciano facilmente influenzare dai demagoghi, persone cioè che, illudendo il popolo con promesse o false affermazioni, lo inducono a fare scelte sbagliate e a favorire la vittoria di chi meno lo meriterebbe. E’ quello che è successo alle ultime nostre elezioni del 4 marzo, quando la fatua retorica del Movimento Cinque Stelle, promettendo il Paese dei Balocchi con il tanto celebre quanto assurdo “reddito di cittadinanza”, ha ottenuto oltre 11 milioni di voti. Quella promessa è ingannevole perché non si troveranno mai i miliardi di euro necessari per realizzarla, e immorale perché darebbe soldi alle persone per non fare nulla; ma nonostante la mala fede e l’assoluta incompetenza di Di Maio e della sua banda di incapaci, molte persone ingenue e inadatte ad esprimere un voto libero e autonomo ci hanno creduto, e così si è realizzato quello che Euripide indicava con grande chiarezza: la democrazia si trasforma in demagogia, i ciarlatani e gli imbonitori sono quelli che attraggono di più le masse ignoranti.
Punto 4. Un altro rischio delle democrazie moderne, che non possono più essere dirette come quella dell’Atene del V° secolo a.C. ma sono soltanto rappresentative, è che esse si rivelino in realtà delle forme di partitocrazia, perché a decidere non sono più i cittadini ma i capi di partito che utilizzano a loro piacimento i voti ricevuti e non rendono più conto a chi li ha espressi. Da noi i parlamentari non hanno neanche il vincolo di mandato, il che significa che un deputato o un senatore può anche infischiarsene di chi l’ha messo in quella posizione e fare impunemente i propri comodi. A cosa servono dunque le elezioni? Dov’è e che valore ha la tanto celebrata “partecipazione” dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, quando i loro rappresentanti non rispondono più a chi li ha eletti ma solo ai capi del loro partito, quando addirittura non cambiano casacca?
Ovviamente queste mie considerazioni non hanno alcuna pretesa di incidere sull’opinione pubblica, sono solo l’esternazione dei dubbi che ho sempre avuto sul sistema democratico, che oggi pare l’unico possibile sulla terra e che si cerca persino di esportare a forza in quei paesi che non lo conoscono e non lo vogliono. Personalmente io vedrei possibili due soluzioni al problema, che nessuno però prenderà mai in considerazione. La prima, più radicale, sarebbe quella di abolire del tutto le elezioni, i partiti e tutto il sistema, istituire una scuola specifica per formare i politici e affidare a loro la gestione dello Stato, in base alle competenze di ciascuno. Sarebbe un “governo di tecnici” al di sopra e al di fuori dei partiti e delle ideologie. La seconda soluzione sarebbe quella di istituire un esame per tutti i cittadini, con il quale essi dovessero dimostrare di possedere una cultura e una coscienza politica sufficienti per esprimere un voto responsabile; e solo questi cittadini andrebbero ammessi alle urne elettorali, escludendo tutti coloro che, per superficialità e ignoranza, non sono all’altezza di adempiere a questo dovere civico. Ovviamente mi rendo conto che queste mie idee sono pure utopie e che non si realizzeranno mai; ma forse vale la pena di riflettere un attimo su questi problemi e chiederci se i sistemi democratici moderni siano veramente il meglio del meglio o se non realizzino piuttosto la “dittatura della maggioranza” intesa nel senso peggiore del termine, ossia come prevalenza delle masse incolte e pronte a lasciarsi influenzare da una propaganda perversa e ingannatrice.

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La democrazia, da Euripide ai giorni nostri

In questo periodo estivo, quando il pensiero esula dai consueti problemi di lavoro, mi sono riproposto di non parlare di scuola, almeno fino a settembre, e di esprimere invece riflessioni su altri argomenti. In questo caso lo spunto per parlare di democrazia, l’unica forma di governo che oggi pare giusta ed attuabile, mi viene da una tragedia di Euripide, Le Supplici, che ho avuto il piacere di leggere quest’anno in classe con i miei alunni di quarta. In essa si parla del re Adrasto di Argo che, accompagnato dalle madri dei caduti nella celebre guerra dei “sette contro Tebe” (le supplici, appunto), viene ad Atene per chiedere al re Teseo di aiutarlo nel recuperare i corpi dei loro congiunti, che i tebani si rifiutano di restituire con la volontà di lasciarli insepolti. Nel secondo episodio della tragedia interviene un araldo di Tebe, il quale osa diffidare Teseo dall’impresa dl recupero dei cadaveri dei caduti, minacciandogli la guerra in caso di disobbedienza agli ordini del re tebano Creonte. In quell’occasione Euripide istituisce un interessante confronto tra il regime politico con cui è governata Tebe (la monarchia) e quello di Atene (la democrazia) compiendo con ciò anche un consapevole anacronismo, attribuendo cioè all’età mitica di Teseo l’esistenza del regime democratico che è in realtà molto più recente; a ciò si aggiunge anche un’incongruenza, perché Teseo è presentato come un re all’interno però di una costituzione dove il vero sovrano è il popolo. Comunque, al di là di queste incoerenze pur sempre perdonabili all’interno della finzione teatrale, il vero fulcro della discussione fra Teseo e l’araldo è la legittimità e l’efficacia del regime democratico, del quale il tebano elenca i più pesanti inconvenienti: in primo luogo, quando si è in troppi a decidere, si rischia che le decisioni vengano prese tardi e male, dopo lunghe discussioni spesso inutili o condizionate dall’interesse di qualcuno in particolare; in secondo luogo (ed è questo il vero nodo della critica) nella democrazia assembleare chi sa parlare meglio, chi riesce a convincere la maggioranza degli astanti delle proprie tesi induce il popolo a prendere decisioni avventate e addirittura catastrofiche per avvantaggiare in realtà se stesso, per brama di denaro o di gloria personale. Il demagogo finge di compiacere la massa, la lusinga con promesse e con dolci parole, ma in realtà mira soltanto al proprio vantaggio personale o quello della sua consorteria. E poi – continua l’araldo tebano – “il povero che lavora la terra non ha tempo da dedicare alle faccende pubbliche”, il che significa che, nonostante il populismo dei demagoghi, nella fattispecie chi decide sono sempre le classi dominanti: la democrazia, in tale prospettiva, altro non è che un’oligarchia camuffata e ingannevole. Da tutto ciò non deriva automaticamente, a mio parere, la conclusione che alcuni studiosi hanno tratto da questa parte della tragedia, che cioè Euripide fosse contrario alla democrazia; diciamo piuttosto che ne vedeva i limiti e i difetti, così come li vedeva il grande storico quasi suo coetaneo, Tucidide, che nel celebre discorso del II° libro delle sue Storie fece esporre a Pericle la democrazia così come avrebbe dovuto essere, non com’era in realtà, allo stesso modo di come Euripide fa parlare Teseo quando replica all’araldo tebano.
Lo spunto classico, che ovviamente è sempre presente alla mente di un professore di Liceo, mi induce a chiedermi se le parole che Euripide fa dire all’araldo tebano possano o meno applicarsi alla democrazia moderna, quella che oggi – almeno nel mondo occidentale – è ritenuta l’unica forma di governo ammissibile. E’ vero che il concetto moderno è ben diverso da quello antico, perché oggi possiamo al massimo parlare di democrazia rappresentativa (il popolo elegge i suoi rappresentanti in Parlamento ma non partecipa direttamente alla formulazione delle leggi), mentre nell’antica Atene la democrazia – almeno apparentemente, come il testo euripideo ci insegna – era diretta, nel senso che tutti i cittadini potevano partecipare all’assemblea popolare (ekklesìa) e avanzare proposte al parlamento (la boulè); diciamo piuttosto che le democrazie moderne derivano in gran parte dalla Rivoluzione francese del 1789, essendosi poi perfezionate nel corso della storia successiva. Ma il principio di fondo è lo stesso: il popolo vota, elegge i suoi rappresentanti che poi decidono a maggioranza sulle decisioni da assumere. Ma l’interrogativo che si pone Euripide, secondo me, è ancora attuale: esistono difetti di fondo nel regime democratico? siamo sicuri che sia la migliore o l’unica forma di governo?
A me pare che il problema enunciato nelle Supplici, l’esistenza cioè di demagoghi che condizionano con le loro promesse e le loro blandizie il voto degli elettori e la conseguente attribuzione del potere, sia quanto mai attuale: anche oggi chi sa essere più convincente utilizzando la TV ed i mezzi multimediali ottiene il maggior consenso, salvo poi dimenticarsi delle promesse fatte non appena ottenuta la maggioranza dei voti e assunto il potere. Direi anzi che il problema della demagogia e del populismo c’è molto più oggi che nell’antichità; lo si vede dal fatto che, oltre a coloro che sono al potere e fanno gli interessi propri anziché quelli di chi li ha votati, ci sono anche altri che cercano di conquistarsi il favore delle masse popolari rimestando nel torbido ed evidenziando in ogni modo i problemi irrisolti e le difficoltà della gente per ottenere voti a loro volta: il crescere dell’antipolitica ad esempio, provocato da Grillo e dai suoi per ottenere consensi, ha portato ad uno scontro dialettico che impedisce il reale progresso del Paese, perché dire sempre di no a tutto e criticare ogni iniziativa presa dal governo è atto demagogico ed eversivo almeno quanto quello di chi governa o ha governato a vantaggio proprio.
C’è poi un’ultima riflessione che vorrei fare. In democrazia, si sa, vince la maggioranza, nel senso che a prevalere è chi ha anche un solo voto più dell’avversario; e questo vale sia per le elezioni cui possono partecipare tutti i cittadini sia per ogni altro genere di assemblea. Ma siamo sicuri che la maggioranza abbia sempre ragione e decida per il meglio? O non è vero piuttosto quello che diceva il filosofo inglese Stuart Mill, che cioè la democrazia altro non è se non “la dittatura della maggioranza”? Da molto tempo mi pongo questo problema, potendo constatare che nella storia tante volte hanno avuto ragione le minoranze, anche singole persone contro intere comunità: Galileo Galilei era solo o quasi a pensare che la terra ruotasse attorno al sole e non viceversa, e subì anche persecuzioni dalla Chiesa per questa sua idea, eppure aveva visto giusto. Perciò mi chiedo se non sarebbe meglio che lo Stato, come voleva Platone, fosse governato dai filosofi, cioè da persone colte e competenti che avessero una specifica preparazione in quella grande scienza che è la politica, senza eleggere invece uomini e donne che spesso non solo hanno una dubbia moralità, ma sono anche incompetenti sui problemi specifici di cui si debbono occupare (e le riforme della scuola ce lo dimostrano senza dubbio). Oltre a ciò a me pare inconcludente (e qui so di esprimere un concetto che può sembrare eversivo) che a votare siano tutti i cittadini, e che il voto dell’ultimo ignorante conti quanto quello di un premio Nobel: se veramente si vuol far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati, dovrebbero votare soltanto le persone fornite di una certa cultura e di una coscienza politica, perché in caso contrario ritorna d’attualità il pensiero di Euripide, cioè che il demagogo ed il populista hanno buon gioco a convincere le masse poco acculturate (per non dire ignoranti del tutto) ad appoggiare le loro mire ed a creare così un regime che della vera democrazia ha solo la parvenza. Pur sapendo che la realizzazione di quanto qui detto è improponibile, io continuo a ritenere che il regime democratico, almeno come lo si intende oggi nei paesi occidentali, non sia necessariamente il migliore, e che anzi non sia neanche l’unico possibile.

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