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Dovremo chiudere il Liceo Classico?

Com’è noto il Liceo Classico, una volta fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano e invidiato da tanti paesi esteri, è da alcuni anni in sofferenza a causa di un forte calo di iscritti che ha interessato sia le grandi città che i centri di provincia: nella mia regione, la Toscana, tanto per fare un esempio, abbiamo assistito in una provincia come Grosseto alla chiusura di due Classici su tre per mancanza di iscritti, e non molto meglio è andata nelle altre province. Il fenomeno, come tutti quelli analoghi, ha dato luogo ad una lunga serie di dibattiti volti a identificarne le cause ed anche, come succede, ad una caccia alle streghe: si sono accusati, per lo più, i professori delle materie umanistiche (soprattutto quelli di latino e greco) di utilizzare metodi antiquati, di costringere gli studenti a turni massacranti di studio per apprendere contenuti che per molte persone sono di dubbia utilità. Proprio oggi su Facebook, nel gruppo intitolato “Non chiudete il Liceo Classico!” è apparso un post scritto da una docente di latino e greco con molti anni di esperienza, la quale torna ad accusare “certi insegnanti” perché insistono troppo sulla grammatica, fanno tradurre ancora dall’italiano al latino, si fermano a lungo sulle leggi degli accenti in greco ed anche perché, come dice lei, obbligano gli studenti ad imparare lunghe liste di vocaboli a memoria. Metodi antiquati a suo giudizio, responsabili dell’avversione che i giovani manifestano nei confronti del Classico e che spiegherebbe il forte calo di iscritti. Anzi, c’è di peggio: l’autrice del post sostiene che a breve il Liceo Classico chiuderà i battenti del tutto, addirittura!
Sull’argomento mi corre l’obbligo, come diretto interessato in quanto docente di latino e greco da quasi quarant’anni, di fare qualche osservazione. A parere mio la collega autrice del post ha un po’ esagerato, ma nella sostanza ha ragione, nel senso che metodi d’insegnamento in voga quaranta o cinquant’anni fa non possono essere adatti ai giovani di oggi, che vivono in modo del tutto diverso dai loro genitori o nonni ed hanno una mentalità ed una formazione culturale molto diversa; ma non credo che la crisi del Liceo Classico dipenda soltanto dai metodi applicati da “certi docenti” arretrati e conservatori. Credo invece che la causa maggiore dell’abbandono sia la superficialità dei tempi moderni e lo scarso interesse per la cultura evidente a tutti i livelli, dai mass-media ai politici che dicono che “con la cultura non si mangia” fino ai semplici cittadini, la cui mentalità è fortemente condizionata dalle leggi economiche e di mercato. Secondo tale concezione della vita ciò che conta è solo il profitto e l’innovazione tecnologica, che rende possibile il benessere in cui viviamo e che non può più comprendere tra i suoi valori quelli che vigevano alcuni decenni fa; da ciò è derivata una abnorme valorizzazione di quel genere di cultura di cui si crede di vedere l’immediata utilità, vale a dire quella tecnica e scientifica, che molti continuano a considerare antitetica a quella umanistica. In questo clima economicistico e tecnocratico che ha ormai contaminato totalmente le società moderne non c’è più spazio per gli studi letterari ed umanistici in genere, considerati “chiacchiere” senza costrutto, roba da perdigiorno o da topi di biblioteca che non hanno nulla di meglio da fare; e le lingue classiche, a maggior ragione, vengono ritenute “inutili” e quindi da abbandonare totalmente. A questo si deve aggiungere anche la precisa volontà di certe persone, purtroppo spesso collocate nei posti di comando, di affossare gli studi umanistici proprio perché chi con questi si è formato è anche in grado di ragionare con la propria testa, di rendersi conto delle condizioni in cui vive e dell’intento buono o cattivo dell’agire altrui. In altre parole, la cultura è scomoda per chi sta al potere, molto più a suo agio in presenza di un popolo ignorante, dedito solo allo smartphone e alle scarpe all’ultima moda, un popolo di automi, di “yes-men” come si dice oggi, incapaci di reagire e proni di fronte alle contraddizioni ed alle ingiustizie. Questa, a mio giudizio, è la causa maggiore del declino del Liceo Classico, una scuola che apre la mente ed è perciò scomoda, da mortificare quanto più possibile.
Pur tuttavia le accuse contro “certi insegnanti” di latino e greco, troppo pedanti e ancorati a vecchi metodi di insegnamento, hanno un indubbio fondamento, perché è del tutto ovvio, a mio parere, che noi che viviamo in questa scuola e amiamo le discipline classiche non possiamo illuderci di poterle insegnare come 50 anni fa, visto che gli alunni attuali sono nativi digitali ed hanno avuto nella scuola primaria una formazione ben diversa da quella che hanno ricevuto quelli della mia generazione. Io sono convinto – e l’ho scritto molte volte in questo blog – che se vogliamo salvare il Liceo Classico dobbiamo essere disposti ad innovarci, a cambiare qualcosa di sostanziale, a rendere insomma questa scuola al passo con i tempi ed in sintonia con le capacità apprenditive dei ragazzi del 2017, non di quelli del 1967. Cosa intendo dire? Una volta premesso che nessuno di noi (e tanto meno io!) ha la bacchetta magica, e che è più facile criticare che costruire, posso però tentare di fare una proposta, che ho già avanzato in quel gruppo di Facebook e per la quale ho già ricevuto una bella dose di insulti dai colleghi ultraconservatori che nel nostro ambito culturale sono forse la maggioranza. Partendo da un dato di fatto, cioè che i ragazzi di oggi non hanno più (tranne poche eccezioni) la disposizione mentale e le conoscenze di base per poter tradurre brani anche semplici scritti nelle lingue classiche, e considerato anche che di fatto non traducono più, specie al triennio liceale, perché scaricano le versioni già tradotte da internet e nei compiti cercano di copiare con il cellulare (e spesso ci riescono), tenuto conto di tutto ciò io ritengo che sarebbe preferibile fondare l’insegnamento più sugli aspetti letterari, storici e antropologici del mondo classico che sulle abilità linguistiche, che di fatto ben pochi studenti oggi possiedono. Con ciò non intendo affatto sostenere l’abolizione dello studio delle due lingue antiche, che resta comunque indispensabile per la comprensione delle dinamiche formali durante la lettura dei testi originali in lingua sotto la guida del docente; ma trovo assurdo e controproducente costringere i ragazzi a faticare ore sul vocabolario per tirar fuori poi quasi sempre (se non copiano) traduzioni penose che infondono anche nel docente, e non solo negli studenti, un senso di frustrazione e di profondo disagio. La valutazione dovrebbe dipendere in gran parte dalle conoscenze storico-letterarie e dalle letture degli autori in lingua o in italiano, riservando al lavoro di traduzione autonoma uno spazio minore di quello che ricopre adesso, quando il 50 per cento circa del voto conclusivo dell’anno scolastico dipende dall’esito delle prove scritte, cioè dalle traduzioni. Lo studio linguistico quindi, collocato nei primi due anni con completamento nel terzo, dovrebbe essere più snello e meno pesante di quel che è adesso, con l’abolizione degli inutili grammaticismi e degli esercizi mnemonici sulle cosiddette “regole” che servono a ben poco, dato che gli studenti, quando arrivano al triennio liceale, conoscono a menadito queste “regole” ma non sanno ugualmente tradurre alcun testo. Certo, per realizzare questo obiettivo, che certamente renderebbe il Liceo Classico una scuola più competitiva ed attraente perché al passo coi tempi attuali, ci sarebbe bisogno di un immediato provvedimento da parte del Ministero: la modifica della seconda prova scritta d’esame, ancor oggi consistente in una pura e semplice traduzione, antiquata perché rimasta nella sostanza uguale a se stessa dal 1923 (dalla riforma Gentile del governo Mussolini!) e non più alla portata degli studenti attuali. Da lungo tempo io sostengo questa posizione, che condivido con illustri studiosi come il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena e che mi pare l’unica soluzione per uscire da questo limbo che non soddisfa nessuno, benché i colleghi conservatori difendano ancora la traduzione come tanti paladini medievali chiusi nel loro fortino. Se il Ministero si renderà finalmente conto di come stanno in realtà le cose e rinuncerà a fondare la valutazione dei maturandi su una competenza che ormai pochissimi hanno, allora forse potremo inaugurare una nuova stagione per gli studi umanistici, il cui compito è quello di formare persone culturalmente avanzate e dotate di spitito critico, non certo quello di creare esperti traduttori dal greco e dal latino. Chi vorrà diventarlo e specializzarsi nello studio linguistico, potrà farlo in seguito durante gli studi universitari. Nessuno potrà né vorrà impedirglielo.

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