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La democrazia di Facebook

Come moltissime altre persone, anch’io circa un anno fa mi sono iscritto a Facebook, il più popolare e diffuso dei social network tanto di moda ai nostri tempi. Non l’ho fatto per particolari motivi, ma solo per corrispondere con alcune persone o gruppi che avessero interessi simili ai miei: la cultura classica, ad esempio, o la letteratura italiana e straniera. Mi sono anche iscritto alle pagine facebook di alcuni enti culturali o quotidiani come “Repubblica”, allo scopo di partecipare alle discussioni su determinati eventi o notizie del momento. In questo non trovo nulla di male, se non il fatto che il sottoscritto, essendo di carattere un po’ suscettibile o, come si dice in Toscana, “fumino”, rischiava e rischia di sollevare polemiche o di avere con qualcuno scambi di battute e commenti non proprio ispirati al massimo della cortesia. Il rischio di scontri verbali con altre persone (ad esempio i sostenitori del cosiddetto “Movimento cinque stelle”) c’era sicuramente; ma non mi aspettavo che vi fosse anche uno stretto controllo sulle opinioni altrui da parte dei supervisori del network stesso.
E invece mi è successo di essere sospeso per tre volte dal poter inviare commenti o contenuti di qualsiasi tipo sulla mia pagina perché, secondo i misteriosi censori di Facebook, avrei violato gli “standard della comunità”, che sono quelli da loro stabiliti e che non ammettono deroghe; in base a questo principio, piuttosto generico in verità, i moderatori possono sospendere o anche cacciare per sempre chi vogliono senza neanche dargli una spiegazione. In effetti è vero che ho espresso opinioni in contrasto con il “pensiero unico” o il “politically correct” come lo vogliamo chiamare; ma io pensavo, come ho sempre pensato, che nel nostro Paese ci fosse ancora la libertà di opinione (articolo 21 della Costituzione) e che tutte le opinioni siano esprimibili in democrazia, purché in base ad esse non si commettano reati. Questo è ciò che è successo: ho criticato in un commento la politica italiana dell’accoglienza indiscriminata dei migranti, che un paese gravato da debiti e in difficoltà per dare lavoro ai suoi cittadini non può permettersi; un’altra volta ho criticato le buffonesche esternazioni dei cosiddetti “gay pride”, dove gli omosessuali si agghindano come pagliacci e in questo modo ridicolo e volgare cercano di attirare l’attenzione sui loro diritti, che a mio parere hanno già ottenuto in abbondanza. Per questi commenti ed altri simili, che riflettono la mia mentalità ed il mio modo di pensare, sono stato sospeso da Facebook, prima per tre e poi per sette giorni, senza ulteriori spiegazioni; in pratica sono stato accusato di razzismo e di omofobia, cosa che avviene a tutti coloro che non sono pedestremente allineati col pensiero comune oggi dominante.
La cosa in sé non ha una grande importanza, intendiamoci bene: se per sette giorni non posso inviare commenti a Facebook, pazienza, sopravviverò; del resto sono vissuto 60 anni e più senza essere iscritto a quel network; ma ciò che mi rende furioso e mi preoccupa veramente è constatare come la libertà e la democrazia nel nostro Paese siano oggi in grave pericolo, allorché il pensiero unico alla Boldrini – la “presidenta” della Camera che preferisce gli immigrati agli italiani – si serve di strumenti coercitivi per chiudere la bocca ai dissidenti. Questo è grave, gravissimo, è un metodo che ben si adatterebbe all’Unione Sovietica di Stalin, non ad un paese libero e democratico. Già su questo blog ho messo in guardia più volte sui pericoli del “pensiero unico” citando alcuni disegni di legge (ad esempio quello del deputato Scalfarotto contro l'”omofobia”) che limitano la libertà di opinione e pretendono di chiudere la bocca con la forza a chi si oppone alla loro mentalità. Anche la censura di facebook è un esempio di questo metodo sovietico, perché chi “sgarra” o non si allinea alle idee dominanti viene bannato, senza spiegazioni e senza dare al “reo” la possibilità di difendersi. E’ vero, come dice qualcuno, che Facebook non è una piazza pubblica ma un network privato, e come tale ha delle regole. Benissimo, ma queste regole sono di parte e non rispondono ad alcun criterio di libertà e di pluralismo; e questo è fortemente pericoloso, perché mettere a tacere con la forza gli avversari è un sistema in uso durante i regimi dittatoriali del XX secolo, come quello staliniano tanto caro alla signora Boldrini o quello fascista, tanto per usare questa parola che tanto volentieri i signori della sinistra e i “politically correct” lanciano come un fulmine contro gli avversari. Viene quindi spontaneo sospettare che anche Facebook, come tante altre fonti di informazione (tv, quotidiani, siti web ecc.), sia in realtà manovrato da poteri occulti che mirano a livellare i cervelli delle persone togliendo loro tutto ciò che fa scomodo al potere del “pensiero unico” e impedendo loro di ragionare in modo autonomo e critico. Ed io, da questo piccolo blog che poche persone leggono (specie adesso d’estate) lancio un grido di allarme perché nel nostro Paese ci sia veramente la libertà di opinione, secondo quanto stabilisce la nostra Costituzione, e che ciascuno possa aderire a qualsiasi pensiero o ideologia in contrasto con la mentalità dominante senza sentirsi bollare con appellativi come omofobo, razzista, fascista o peggio ancora. I veri fascisti sono loro, quelli cioè che utilizzano i più svariati metodi, dalle leggi coercitive al bando su Facebook, per tappare la bocca ai dissidenti ed a tutte le persone che, invece di bersi passivamente ciò che dice la tv, intendono continuare a ragionare con la propria testa.

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