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Società della comunicazione o dell’incomprensione?

Ognuno sa quanto i cosiddetti “social” abbiano preso campo oggi, al punto che molte persone utilizzano praticamente soltanto questi come mezzi di comunicazione, al punto da divenirne dipendenti: i giovani soprattutto sono sensibili al fenomeno, come possiamo notare, se è vero che alcuni di loro si rinchiudono nella loro stanza e rinunciano addirittura ad uscire e a costruire amicizie reali per corrispondere solo con quelle virtuali. Ormai tutti noi, e non solo i giovani, viviamo in questa atmosfera e comunichiamo con gli altri attraverso Facebook, Twitter, Instagram e altri social di questo tipo; se poi dobbiamo scrivere a qualcuno utilizziamo l’e-mail, non ci serviamo più della carta come usava un tempo. Il telefono resta sempre di lago uso, ma più per scambiare messaggi e consultare i social che per parlare a viva voce.
Quella che viviamo oggi è dunque l’era della comunicazione, in cui esistono teoricamente molte più forme di contatto umano di quanto accadeva qualche decennio fa. Eppure, stando almeno a quella che è la mia impressione, non mi sembra che queste maggiori opportunità abbiano migliorato di molto la vita di ciascuno di noi, ed al proposito vorrei fare due osservazioni. La prima è che è molto aumentata la percentuale delle persone che vivono in solitudine, nonostante abbiano i computers, gli smartphone e quant’altro; è una solitudine in parte volontaria, nel senso che molti si isolano dalle relazioni umane rinchiudendosi in casa propria, ma in parte è anche forzata, perché è proprio nell’era delle comunicazioni e delle informazioni che tante persone non riescono a trovare vere amicizie o relazioni sentimentali. Sembra un assurdo ma è così: un tempo, quando non esistevano questi strumenti moderni, quasi tutti avevano amici da frequentare e si formavano una vita di coppia che sfociava generalmente nel matrimonio; oggi invece, quando sembrano aumentate così tanto le occasioni di conoscenza, tante persone vivono in isolamento e aumentano sempre più i cosiddetti “singles”, cioè uomini e donne che non hanno una relazione sentimentale stabile. E se questa condizione a volte è volontaria e dovuta a ragioni di lavoro o altro, molto spesso invece coloro che restano in solitudine non lo fanno per scelta, ma non riescono ad uscire dall’isolamento nonostante tutte le opportunità comunicative che il mondo attuale sembra loro offrire.
Si tratta di un fenomeno difficile a spiegarsi, ed io non sono un sociologo. Quello di cui desidero parlare riguarda invece la seconda osservazione che vorrei fare a questo riguardo. I social danno a tutti (purtroppo, aggiungo io!) la possibilità di esprimersi, di commentare qualunque notizia o avvenimento, di stabilire contatti con persone conosciute o sconosciute. Ma questi contatti portano spesso all’incomprensione, ossia a non intendere la vera sostanza di ciò che è stato scritto. Mi spiego. Se due persone parlano a voce e sono fisicamente l’una accanto all’altra, in genere riescono a cogliere lo spirito e l’intenzione con cui ogni frase è stata pronunciata; nell’esposizione orale dei concetti infatti, come ci insegna la retorica classica, non conta soltanto ciò che viene detto, ma anche “come” viene detto, cioè il tono della voce, l’espressione del volto del parlante, la gestualità. Così una frase teoricamente offensiva, come ad esempio “sei uno stupido”, potrebbe non essere intesa come tale se pronunciata in tono scherzoso, con volto disteso e con un’amichevole pacca sulle spalle, il che potrebbe far intendere a chi è così apostrofato che colui che l’ha pronunciata aveva in realtà intenzione di ammonirlo benevolmente, non di insultarlo. Se invece quella stessa frase viene scritta e letta così com’è, non può essere intesa altrimenti che come offensiva.
Ecco perché dico che la grande opportunità comunicativa che offrono i social e gli altri elementi della rete (forum, questionari, blog ecc.) è spesso ingannevole, ed è molto alta la possibilità di essere fraintesi, perché quando scriviamo un commento su Facebook, ad esempio, non sappiamo come sarà recepito da chi lo leggerà. A me personalmente è accaduto molte volte di aver espresso una mia opinione con una certa intenzione e che poi il mio pensiero sia stato inteso in modo opposto, ed è successo anche, di recente, di aver espresso considerazioni generiche, senza alludere a nessuno in particolare, ma che invece qualcuno si sia risentito come se le mie affermazioni fossero state direttamente rivolte a lui. Purtroppo la parola scritta, presa da sola senza la presenza fisica di chi l’ha espressa, presenta questo rischio. Mi si dirà che il problema c’è sempre stato, perché la corrispondenza privata e le opere scritte di pubblico dominio non sono cosa di oggi; ma il dato curioso è che proprio nella civiltà di internet e dei social esso si è ingigantito a dismisura. L’epoca della comunicazione, che avrebbe dovuto avvicinare le persone tra di loro, ha finito per allontanarle, sia in senso materiale (con l’aumento della solitudine e dell’autoesclusione dalla società) sia generalmente in senso relazionale, perché ciò che scriviamo sui social può essere stravolto fino a farlo passare come l’esatto contrario di ciò che l’autore voleva dire. Anche questo, a mio parere, è un aspetto del pensiero unico e di quel tipo di censura che esclude me da Facebook per trenta giorni solo perché ho scritto la parola “negro”. Se i signori censori avessero avuto modo di sapere lo spirito e l’intonazione con cui l’ho detta e quali erano le mie reali intenzioni, forse non avrebbero preso questo provvedimento; forse, se si sapesse qual è lo stato d’animo di chi si esprime in un certo modo, non si darebbe del “razzista” a chi fa presente i problemi che l’eccessiva presenza degli stranieri in Italia comporta. Ma io credo che a certe persone e certe ideologie faccia comodo così: meglio non impegnarsi per capire, basta interpretare come si vuole ciò che si legge e poter così comminare condanne morali e materiali a chi l’ha scritto. Si ottiene il massimo utile con il minimo sforzo.

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