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Bilancio sintetico del 2015

Un altro anno sta finendo, anzi finirà tra meno di un’ora… E nulla di particolarmente nuovo mi viene in mente di dire, se non che divento sempre più vecchio e meno tollerante delle assurdità che leggo e che vedo in giro. Si avvicina poi il momento di dover andare in pensione, che io giudico per me una vera e propria catastrofe, al contrario di tante altre persone che sono tutte tese, anima e corpo, al momento in cui lasceranno il lavoro. Per me è vero l’esatto contrario: io vedo la pensione come l’età della vita in cui non si è più utili alla società, in cui non si sa come passare il tempo in modo proficuo, in cui non viviamo ma ci lasciamo vivere, l’età in cui non si hanno più aspirazioni né desideri. Per dirla in una parola, l’anticamera della morte. Con questa mentalità, che io e pochi altri abbiamo, sono quasi grato alla signora Fornero per avermi dato la possibilità di restare in servizio, perché senza la sua tanto deprecata legge io sarei già in pensione, avendo maturato al 1° settembre 2015 la contribuzione massima richiesta dalle norme precedenti. So di averla detta grossa, perché quasi tutti odiano l’ex ministro Fornero per questo motivo, ma io la penso diversamente e confermo che non presenterò mai domanda di pensionamento ma me ne andrò solo quando mi cacceranno a forza di legge.
Cos’ha portato di nuovo il 2015? Dal punto di vista della mia vita privata, poco o nulla: i miei figli sono ormai adulti e se ne stanno per conto proprio, si fanno vivi soltanto nelle feste comandate, o poco più. Le mie abitudini sono le stesse di prima, tranne che quest’anno, purtroppo. sono emersi i primi problemi di salute legati all’età, malanni non troppo gravi ma neanche da sottovalutare; del resto, passati i 60, non si può più vivere da spensierati senza aver cura di noi stessi, come possono fare i nostri alunni di 16/17 anni, e questo è normale. Anche la mia attività di docente è proceduta nel 2015 come negli anni precedenti, con la novità però che l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Liceo Classico si è rivelato più impegnativo del previsto, tanto che mi ha costretto a ridurre quasi a zero la mia attività scientifica di studioso del mondo classico, che in passavo esercitavo con molto più agio. A questo calo dell’attività scientifica ha però contribuito anche la grossa truffa che ho subito da parte dell’editore Loffredo di Napoli (faccio il nome apertamente, e mi prendo la responsabilità di quel che dico) il quale, dopo avermi impegnato oltre quattro anni nella compilazione di una storia della letteratura latina, regolarmente pubblicata con il titolo “Scientia Litterarum” e adottata in molti licei, si è poi dileguato dichiarando fallimento e venendo quindi meno all’obbligo di onorare i contratti stipulati con gli autori. Secondo i miei calcoli la cifra che ho perduto per il mancato pagamento dei miei diritti si aggira sui 10.000 euro; ma ciò che mi rattrista di più non sono i soldi, bensì il fatto che la mia opera, per ovvi motivi, non viene più stampata e quindi tutta la mia fatica si è risolta nel nulla e sono rimasto, come si suol dire, con un pugno di mosche. E’ vero che potrei proporre la pubblicazione del mio lavoro, che ho già riveduto e sensibilmente corretto, ad un altro editore, ma è stata così grande la delusione che mi è passata anche la volontà di tentare nuovi progetti editoriali.
Dal punto di vista delle vicende pubbliche, ben poco ho da dire. Sul governo Renzi non mi sento di pronunciare sentenze, perché a mio vedere non è ancora ben chiaro dove la sua politica ci condurrà; continuo però a pensare che l’azione di governo in un paese come il nostro sia difficile, e che sia molto più semplice e comodo fare opposizione senza doversi assumere responsabilità. Per questo giudico del tutto assurda ed inconcludente la polemica del Movimento cinque stelle (che io chiamo “Cinque stalle”), perché li considero un branco di incapaci buoni soltanto ad urlare e insultare il prossimo, senza mai fare una proposta concreta se non quella, demenziale, del “reddito di cittadinanza”, e mostrando, anche attraverso le continue espulsioni dei dissidenti, di non sapere neanche cosa sia la democrazia. Prima di cadere nelle mani di questi individui preferisco tenermi non solo il governo Renzi, ma qualsiasi altro regime, di chiunque sia. Ciò non significa ovviamente che approvi tutto ciò che viene deciso dal Governo e dal Parlamento, che comunque accetto per dovere civico: ad esempio, la riforma della scuola approvata proprio nel 2015 presenta ancora lati oscuri e certamente non costruttivi. Elementi negativi della cosiddetta “Buona scuola” a firma del ministro Giannini e dello stesso Presidente del Consiglio sono, a mio vedere, sostanzialmente due: l’organico potenziato e la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Il primo ha fatto sì che siano stati assunti, in molti casi senza che abbiano mai affrontato un concorso serio, circa 50.000 docenti che non hanno una cattedra e che dovrebbero coprire le supplenze ed effettuare i corsi di recupero ma che in realtà, una volta compiuti questi compiti, passano il resto dell’anno scolastico facendo poco o nulla, mentre noi docenti di vecchia nomina dobbiamo continuare a fare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, l’aggiornamento, le riunioni collegiali ecc. La seconda assurdità è appunto l’obbligo degli alunni di effettuare “stages” ed esperienze lavorative durante il percorso scolastico della scuola superiore, un’attività che ben si addice a coloro che frequentano istituti tecnici o professionali, ma non certo agli alunni dei licei, i cui programmi di studio e di formazione si riferiscono a modelli di cultura generale, all’astrazione ed al ragionamento, non alle attività pratiche. Tutto ciò complicherà la vita dei nostri giovani, già molto impegnati con gli studi e con le altre attività personali che quasi tutti svolgono; accadrà così che costoro, tirati a forza a doversi occupare di tante cose, finiranno per non far bene nulla, né la scuola né il lavoro. Affermando ciò rischio di apparire troppo pessimista, ma penso di conoscere la realtà scolastica attuale e le caratteristiche dei giovani di oggi abbastanza bene per non temere di essere smentito.

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La “buona scuola” è veramente buona?

Quando, lo scorso luglio, fu approvata in via definitiva la riforma del governo Renzi denominata “La buona scuola”, io scrissi un post qui sul blog dove mi sforzavo di sottolineare, oltre alle cospicue perplessità che vedevo nei colleghi e io stesso provavo, anche quelli che mi sembravano aspetti positivi. Alcuni provvedimenti, come ad esempio i 500 euro concessi a ogni docente per l’aggiornamento personale, continuo a ritenerli positivi, ma su altri le perplessità sono cresciute a dismisura. Una di esse riguarda la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che io trovo opportuna per gli istituti tecnici e professionali ma assurda ed inutile per i licei; ma un’altra cosa che mi lascia sbigottito, visto che si è materializzata proprio in questi giorni, è il cosiddetto “organico potenziato”, l’immissione in ruolo cioè di circa 50.000 persone in quella che hanno chiamato “fase C” per distinguerla da quelle precedenti.
Come si è svolta la faccenda? Il Governo aveva promesso l’immissione in ruolo di circa 120.000 nuovi docenti, in diverse fasi successive perché, a detta del Ministro e del Presidente del Consiglio, questo avrebbe dovuto eliminare totalmente il precariato nella scuola, quei docenti cioè che sono stati utilizzati per anni nei posti disponibili ma che non si erano mai finora visto riconosciuto il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato. Pare che il numero effettivo delle assunzioni sia stato di poco superiore a 100.000, un po’ meno quindi di quanto previsto; ma il clou della faccenda è un altro, che cioè di questi nuovi professori assunti in ruolo soltanto la metà circa viene effettivamente impiegato sulle cattedre vuote e disponibili (fasi 0, A e B), mentre quelli della fase C (circa 50.000 persone) non hanno una loro cattedra, ma dovrebbero essere utilizzati per supplenze, corsi di recupero, progetti vari ecc. Tutto questo ha dell’assurdo e del grottesco: insegnanti nuovi, spesso giovani e desiderosi di lavorare nelle classi e dimostrare finalmente le loro capacità professionali, se ne stanno in sala insegnanti senza far nulla o quasi, utilizzati per brevi supplenze a sostituire colleghi di materie diverse dalle loro, insomma a fare da tappabuchi. Questa situazione (che speriamo cambi dal prossimo anno ma che per adesso è quale l’ho descritta) crea frustrazioni e ingiustizie a non finire: non si vede perché, in effetti, noi docenti di ruolo con sede stabile nell’Istituto dobbiamo continuare a osservare rigidamente l’orario delle 18 ore settimanali in classe più altrettante di lavoro domestico (correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento ecc.) mentre questi giovani colleghi non vengono in realtà utilizzati se non pochissimo, per poche ore e per brevi periodi durante l’anno. Oltre che un’ingiustizia nei nostri confronti, è questa una mortificazione anche per gli stessi neoassunti, i quali si ritrovano senza un impegno preciso, senza poter esercitare appieno la professione che nella vita hanno voluto fare, e subiscono quindi un senso di frustrazione e di smarrimento.
A mio giudizio queste assunzioni avrebbero dovuto svolgersi in maniera ben diversa, evitando due errori madornali che l’amministrazione ha compiuto. Il primo di essi, già peraltro evidenziatosi anche negli anni e decenni precedenti, è stato quello di assumere una massa ingente di persone senza prima sottoporle ad un concorso o un esame che accertasse la loro preparazione tecnica e la loro attitudine all’insegnamento, requisiti importantissimi per ogni docente. Di questo scempio la colpa va attribuita unicamente ai vari governi che si sono succeduti, i quali non hanno bandito i concorsi ordinari, l’unica forma efficace di accertamento delle singole competenze di ciascuno: dal 1999, anno di un passato concorso, si è arrivati al 2012, e nel frattempo lo Stato ha utilizzato personale docente di vari livelli, i cosiddetti “precari”, alcuni dei quali però (anche se di numero ridotto) non erano e non sono abbastanza preparati per svolgere una professione così delicata e importante. Alcuni laureati, presa l’abilitazione con esamini ridicoli magari molti anni fa, si erano addirittura dedicati ad altre attività, e ora sono stati chiamati ad insegnare senza che neanche loro se lo aspettassero più. Che docenti saranno costoro, e che sorte toccherà ai loro alunni?
Il secondo madornale errore del governo Renzi è stato quello di prevedere il famoso “organico potenziato”, ossia un certo numero di docenti assegnato ad ogni scuola oltre all’organico normale delle cattedre presenti. E’ questa un’assurdità senza limiti, e per diversi motivi. Primo, come già detto, questi insegnanti non hanno una cattedra loro e quindi vengono impiegati in modo limitato e parziale, frustrando la loro stessa professionalità; secondo, questo provvedimento non abolisce affatto il precariato, perché questi docenti possono essere utilizzati solo per supplenze brevi e non coprono tutte le classi di concorso presenti in una scuola, e quindi sarà sempre necessario il ricorso a supplenti temporanei; terzo, lo Stato si trova a dover pagare quasi 50.000 stipendi in più del necessario, con una spesa ingente e del tutto inutile. La scuola non ha bisogno di personale in più rispetto all’organico, è sufficiente quello che c’era prima d questa legge; per il buon funzionamento dell’istituzione non si agisce con la quantità ma con la qualità, formando cioè insegnanti coscienti e preparati, reclutati con un concorso serio ed accurato e soprattutto messi di fronte alle classi vere di studenti, non a progetti perditempo e ad altre amenità. Sarebbe stato meglio che il nostro Governo, anziché spendere centinaia di milioni di euro in nuovi stipendi praticamente inutili, avesse pensato al rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo scandalosamente dal 2009, cioè da ben sei anni. Io avrei rinunciato volentieri anche ai 500 euro che ci hanno elargito per l’aggiornamento, che sono sì una buona iniziativa ma che non erano indispensabili, a favore di una revisione degli stipendi e soprattutto alla differenziazione di essi in base al merito individuale.

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La riforma che “premia” i docenti

Ad anno scolastico iniziato si cominciano a vedere gli effetti, positivi e negativi, dell’ultima riforma della scuola, quella del governo Renzi e del ministro Giannini. In base ad essa ci erano stati prospettati grandi vantaggi, che avrebbero dovuto ricadere come un ombrello protettivo sulle scuole e sui docenti, vantaggi che si possono sintetizzare in tre punti: l’organico funzionale (in base al quale saranno assegnati alle scuole docenti in più rispetto all’organico normale per migliorare la didattica e coadiuvare i colleghi), il famoso bonus di 500 euro a ciascuno di noi per il cosiddetto “autoaggiornamento” ed infine un aumento stipendiale (che comunque sarà minimo) per il merito individuale, un premio cioè da assegnare ai docenti ritenuti più “bravi” e didatticamente più efficaci. Ad uno sguardo esterno tutto ciò sembra encomiabile, ma nella pratica dei fatti la realizzazione di questi progetti sembra molto diversa da come ci era stato prospettato.
Cominciamo dal primo punto, l’organico potenziato. A tutt’oggi non è dato sapere quanti docenti verranno assegnati ad ogni scuola, a quali classi di concorso apparterranno e soprattutto quali saranno le loro effettive mansioni. Poiché a livello nazionale e regionale ci sono alcune classi di concorso esaurite (prive cioè di docenti da assegnare) ed altre sovrabbondanti, sembra scontato che gli uffici regionali assegneranno alle scuole i docenti delle seconde, anche se gli istituti hanno richiesto quelli delle prime: in altre parole, se una scuola ha necessità di due docenti di informatica per approfondire le conoscenze degli studenti in questa disciplina (che oggi sembra importante più dell’aria che respiriamo), ma l’Ufficio Regionale non ne ha a disposizione perché la relativa graduatoria è esaurita, a quella scuola saranno assegnati magari due docenti di filosofia o di educazione fisica, e ciò stravolgerà del tutto il POF (cioè il piano dell’offerta formativa) e non potranno realizzarsi gli obiettivi proposti, bensì altri dei quali non v’era alcuna necessità. Non sappiamo poi quando questi nuovi colleghi entreranno in servizio, dato che, se hanno ricevuto in questo anno scolastico una supplenza annuale, hanno diritto di restare su quel posto fino al termine delle lezioni; ciò potrebbe significare che ce ne arrivino molti di meno di quelli che abbiamo richiesto, o che addirittura non ne arrivi nessuno. Non è stato precisato, infine, quali saranno i compiti reali che questi docenti dell’organico potenziato dovranno svolgere. Potranno fare le supplenze al posto dei colleghi assenti, ma ciò non eliminerà di sicuro il ricorso a nuovi contratti con supplenti temporanei, perché se in una scuola si ammalano due docenti della stessa disciplina e il collega dell’organico potenziato è soltanto uno si dovrà comunque chiamare un altro insegnante, e sarà così vanificata l’intenzione governativa di eliminare del tutto dalla scuola le supplenze temporanee. E se di docenti assenti non ve ne sono cosa accadrà? Probabilmente il collega dell’organico potenziato se ne starà senza far nulla, o forse si limiterà ai corsi di recupero o di potenziamento; ma non mi sembra giusto che il carico della didattica (non solo le ore di lezione frontali ma anche la correzione degli elaborati, la preparazione delle lezioni e quant’altro) ricada tutto sulle spalle dei docenti già di ruolo nella scuola mentre i nuovi colleghi siano pagati per fare poco o nulla. Meglio sarebbe, allora, distribuire il carico di lavoro su tutti i docenti presenti in organico, vecchi e nuovi, togliendo alcune ore o classi ai primi ed assegnandole ai secondi. Staremo a vedere cosa accadrà.
Secondo punto: il bonus di 500 euro generosamente elargito a ciascuno di noi. Di per sé la cosa è positiva, nessuno potrebbe negarlo; e va anche riconosciuto che nessun altro governo, prima di questo, aveva preso una simile iniziativa. Ci sarebbe però da dire, per amor del vero, che il nostro contratto è fermo dal 2009 e che da quella data gli stipendi sono bloccati, ragion per cui, se ciò non fosse avvenuto, in questo lungo lasso di tempo avremmo ricevuto ben più di 500 euro; ma lasciamo stare. Il problema è che non sappiamo esattamente come spendere questo denaro, soprattutto se, come sembra, andrà rendicontato a pena di restituzione. Pongo un problema: le iniziative di aggiornamento dovranno essere strettamente legate alle materie specifiche insegnate da ciascuno o no? Perché se così fosse i docenti di educazione fisica potrebbero usare questo denaro solo per acquistare oggetti da palestra o per assistere a spettacoli sportivi, tanto per fare un esempio. E potrò io, che insegno latino e greco, spendere di quei soldi per andare ad assistere ad uno spettacolo lirico, ad esempio alla Scala di Milano o al teatro dell’Opera a Roma? Francamente su questo punto non v’è molta chiarezza, e c’è il rischio concreto per molti docenti di dover restituire la somma ricevuta per averla impiegata in modo giudicato improprio.
Il terzo punto, il più controverso, riguarda la valutazione individuale dei docenti, un argomento di cui si è molto discusso senza trovare un accordo, giacché ciascuno la vede a modo suo. Le indicazioni ministeriali, inoltre, sono vaghe e interpretabili variamente; l’unico punto certo è che sarà il Dirigente scolastico a decidere quali insegnanti della sua scuola saranno più meritevoli degli altri e potranno così accedere all’aumento stipendiale. Premetto che io sono totalmente d’accordo sul concetto di meritocrazia e trovo giustissimo premiare il merito individuale; quello che non mi convince sono i criteri che ho sentito dire qua e là. Secondo l’opinione prevalente (almeno così mi è sembrato di capire) saranno premiati quei docenti che collaborano con il Dirigente nella gestione della scuola (i vicari? ma non hanno già un riconoscimento economico per questa loro funzione?) oppure anche coloro che presentano e realizzano progetti, attività cioè che sono utili agli alunni ed alla scuola (non voglio negarlo, per carità!) ma che spesso hanno poco o nulla a vedere con la didattica vera e propria. Ed è parimenti discutibile, a mio giudizio, annoverare fra i criteri di scelta il successo formativo degli studenti, perché se un docente ha la sfortuna di capitare in una classe di svogliati o poco capaci, i risultati finali di quegli studenti agli scrutini o agli esami non potranno di certo essere esaltanti, e di questo non si può dare la colpa ai professori che insegnavano in quella classe. Sarebbe come seminare sulla sabbia del mare: per quanto buono e vitale sia il seme, non germoglierà nulla. Quel che occorrerebbe fare per valutare obiettivamente i docenti sarebbe avere a disposizione un esercito di ispettori e supervisori veramente competenti nelle varie discipline, i quali venissero nelle aule ad ascoltare le lezioni e a controllare il rapporto didattico e umano tra il docente ed i suoi allievi, compresa la revisione degli elaborati ed il metodo valutativo di ciascuno. Ma un progetto del genere costerebbe moltissimo e richiederebbe tempi molto lunghi, tanto che, come si suol dire, il gioco non vale la candela. Ed allora non resta che una sola cosa da fare: affidarsi alla competenza ed all’onestà intellettuale dei Dirigenti scolastici, ai quali spetta in proposito l’ultima parola. Consultandosi con tutte le componenti scolastiche, i capi di Istituto sanno bene quali sono i docenti più preparati e rispettati della loro scuola; auguriamoci che di questo tengano conto in modo prevalente, senza lasciarsi condizionare da altri fattori che con il merito e la professionalità di ciascuno c’entrano poco o nulla.

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Perché io non sciopero il 5 maggio

Come molti sanno, per il prossimo 5 maggio è stato proclamato uno sciopero unitario di tutto il personale della scuola da parte dei principali sindacati, i quali, dopo un immobilismo durato decenni ed una contrapposizione frontale tra di loro, si sono adesso impegnati a fare muro comune contro la riforma della scuola avviata dal governo Renzi. Pare che l’adesione sarà imponente, almeno nelle città; ma ci saranno anche tanti docenti che, come il sottoscritto, hanno deciso di non aderire a questa forma di protesta perché non ne condividono le ragioni ed i presupposti. Da parte mia i motivi per i quali non intendo affatto scioperare sono principalmente due; potranno sembrare pochi, ma sono di assoluto rilievo. Il primo motivo concerne la natura stessa dello sciopero, che a mio giudizio è ormai diventato uno strumento di rivendicazione del tutto arcaico e obsoleto, che poteva giustificarsi negli anni ’60-’70, quando effettivamente c’era in Italia un clima di “lotta di classe”, tanto per usare un’espressione cara ad una parte politica che non è la mia e che anzi io ho sempre avversato. Oggi nel 2015 esistono altri modi per far sentire la propria voce che non siano la pura e semplice astensione dal lavoro; e se questo vale per le altre categorie, figuriamoci per la scuola, dove lo sciopero, oltre che obsoleto, è anche totalmente inefficace, direi anzi che è controproducente. Quali disagi provochiamo noi docenti alla società se facciamo sciopero? Nessuno, anzi finiamo per avvantaggiare proprio quel governo contro il quale vogliamo protestare, perché lo Stato risparmia circa 70-80 euro per ogni dipendente che si astiene dal lavoro (scusate se è poco!). A parte questo, nient’altro otteniamo, perché il nostro sciopero non provoca alcuna conseguenza: lo Stato risparmia, gli studenti sono contenti di saltare una giornata di lezione e tutto finisce a tarallucci e vino, e gli unici a restare scornati e danneggiati siamo proprio noi operatori della scuola. Ma c’è anche un secondo motivo che mi induce a rifiutare la logica dello sciopero in relazione alla riforma scolastica annunciata da Renzi e dal ministro Giannini, e cioè l’avversione preconcetta che i sindacati e molti docenti hanno per qualunque modifica venga introdotta, da qualsiasi governo, nel mondo della scuola. In questo caso poi le previsioni di molti colleghi, vere e proprie Cassandre del 2000, sono state catastrofiche: con la riforma finirebbe la libertà di insegnamento, si distruggerebbe la scuola pubblica, i docenti diventerebbero schiavi dei dirigenti ecc. ecc. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi stiamo al completo. Io ho letto più volte il disegno di legge in discussione alla Camera e francamente non vi ho trovato tutte queste catastrofi annunciate. Prima di tutto il superpotere dei Dirigenti scolastici, che sceglierebbero i docenti e potrebbero trasferirli dopo tre anni è già stato superato nei primi passi dell’iter parlamentare: adesso, con le modifiche introdotte, saranno investiti di questi compiti anche gli organi collegiali della scuola, e quindi non ci sarà affatto il preside-padrone di cui si aveva tanto timore. Personalmente, poi, ho sempre pensato che un certo aumento del potere dei dirigenti sarebbe opportuno, soprattutto nei confronti di quei docenti (che sono una minoranza, ma che purtroppo esistono) che non meritano il posto che ricoprono, o per incompetenza nelle proprie discipline o per totale mancanza d’impegno nello svolgere i propri compiti; in questi casi, a mio giudizio, i dirigenti dovrebbero avere il potere di licenziare queste persone che rubano lo stipendio che ricevono, senza tutto quel garantismo sindacale che ha fatto sì che a tutt’oggi, in spregio a quanto si dice e si è detto sui “fannulloni”, certe persone continuino a restare in cattedra indisturbati, nonostante la loro azione sia inutile o addirittura dannosa per intere classi di studenti. Quel che mi stupisce e mi addolora di queste proteste e di questo ribellismo che porta allo sciopero, è il dover notare che molti colleghi non vogliono assolutamente essere valutati, ed anche per questo si oppongono alla riforma. A me sembra che se un docente è in buona fede, sa di essere preparato nelle sue discipline e di avere un’efficace azione didattica, non dovrebbe aver timore di nulla, anzi dovrebbe egli stesso chiedere di essere valutato, soprattutto se a tale valutazione corrispondesse un qualche beneficio economico. Personalmente io auspico e mi auguro che un ispettore ministeriale, competente nelle mie discipline, venga in classe ad ascoltare e valutare le mie lezioni; anzi, la cosa mi farebbe soltanto piacere e da ciò troverei gratificazione. Non vedo quindi il motivo per cui c’è tutta questa paura della valutazione da parte di molti colleghi, che scioperano anche per questo motivo. Forse sono in malafede, o non sono sicuri di se stessi? Se così fosse, non farebbe certo onore ad una categoria che rappresenta la parte intellettuale del Paese ed ha una funzione insostituibile nella società, quella di formare i cittadini di domani. Ed inoltre, non si sostiene forse da molte parti che bisogna prendere esempio dai paesi stranieri? In molti di questi paesi c’è la valutazione delle scuole e dei docenti, perché quindi non introdurla anche da noi, differenziando poi gli stipendi in base al merito? C’è anche da dire che, almeno da parte mia, io trovo in questa riforma annunciata (che probabilmente non andrà mai in porto) anche degli elementi positivi, che i rivoluzionari colleghi non considerano affatto: l’organico funzionale, che se ben realizzato potrà consentire alcuni miglioramenti del’azione didattica come la diminuzione degli alunni per classe; il riconoscimento del merito individuale, per quanto limitato a pochi casi; l’istituzione di un fondo di 500 euro per l’aggiornamento di ogni docente ed altro ancora. Il problema è che da noi protestare, urlare, insultare, salire sulle barricate, impedire a chi la pensa diversamente di parlare sono diventati lo sport nazionale; il non essere mai contenti di nulla, il dover sempre dire di no a tutto e a tutti, il giudicare negativamente qualunque cosa provenga dal governo in carica sono ormai gli atteggiamenti abituali nel nostro Paese, anche a livello di dibattito politico: basti vedere i modi incivili con cui certe opposizioni, come il movimento 5 stelle, si comportano nelle sedi parlamentari. L’esempio che arriva dall’alto scende facilmente in basso, tra i comuni cittadini, soprattutto quando è un esempio negativo; ed è molto più facile distruggere che costruire, come dimostra il fatto che i politici di opposizione ed i sindacati scioperanti contro la riforma Renzi sono stati capaci solo di dire no, senza entrare nel merito e senza chiarire affatto qual è la scuola che vorrebbero e come si dovrebbe realizzare.

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La “riforma” della scuola: i pro e i contro

Dopo lunga attesa, è stato finalmente presentato – a approvato dal Consiglio dei Ministri – il disegno di legge recante norme in materia di riforma della scuola, un provvedimento annunziato dal primo ministro Matteo Renzi già al momento dell’insediamento del suo governo. Trattandosi appunto di un disegno di legge, dovrà seguire la prassi consueta dell’iter parlamentare, durante il quale potrebbe subire modifiche anche rilevanti. Considerato ciò, sarebbe opportuno, per esprimere un giudizio motivato, attendere la conclusione di questo percorso; e tuttavia nel frattempo, pur consapevole del fatto che le osservazioni che qui esprimo potrebbero non essere più attuali tra qualche mese o qualche anno, sento la necessità di esprimere il mio parere su quello che adesso conosciamo delle intenzioni del governo e della loro eventuale applicazione alla realtà della nostra scuola.
Come ogni progetto, ogni iniziativa volta a cambiare o innovare l’esistente, anche la cosiddetta “buona scuola”, ossia la riforma targata Renzi-Giannini, presenta aspetti positivi e negativi, alcune proposte cioè che paiono ispirate al buon senso pratico ed altre che a mio giudizio sono discutibili, se non palesemente errate e peggiorative dell’attuale assetto del sistema scolastico nazionale. Qui di seguito esprimo un semplice parere su tutto quanto il disegno di legge, affidandomi soprattutto alla mia esperienza di docente “anziano” che ha ormai dovuto confrontarsi con tante “riforme”, o presunte tali, che ogni governo ha sentito l’impellente necessità di varare. A nessuno, d’altra parte, è venuto in mente che forse la scuola italiana, con opportuni correttivi, avrebbe potuto restare così com’era, anche perché quando si incensa il “nuovo” a tutti i costi si rischia sempre di aggravare la situazione e di adottare rimedi peggiori del male.
Comincio con gli aspetti della riforma renziana che mi sembrano positivi. Il primo – e qui penso che tutti dovrebbero essere d’accordo – è la concessione a tutti i docenti di un bonus di 500 euro annuali per l’aggiornamento, che potrà essere utilizzato per acquistare libri, strumenti didattici e informatici, o anche per visitare mostre e musei, oppure per assistere a spettacoli di provato interesse culturale. Su questo il governo merita tutta la nostra approvazione, purché il progetto si realizzi e soprattutto si riesca a reperire i fondi per renderlo operativo. Altro punto senz’altro positivo è l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, cioè quelle classi con 30 o più alunni nelle quali la didattica diventa veramente difficile sotto ogni punto di vista. Il compito di ridurre il numero degli alunni è demandato ai Dirigenti scolastici, i quali potranno, allo scopo, assumere docenti dall’organico funzionale, cioè da quel numero di professori che non hanno una sede fissa, ma saranno assegnati alle province ed alle scuole con un incarico della durata di un triennio, ma poi rinnovabile. A proposito del maggior potere concesso ai Dirigenti, che molti operatori scolastici e giornalisti stanno aspramente criticando, io dico che invece, per quanto mi riguarda, sono d’accordo e considero la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole un progresso ed un segno di civiltà. Del resto, dal momento che molte persone portano come esempio da imitare ciò che accade negli altri paesi europei, è giusto osservare che in molti di questi paesi la chiamata diretta dei docenti esiste da molto tempo; non si vede quindi il motivo per cui non la si dovrebbe sperimentare anche da noi. Io personalmente non vedo questo grave pericolo del clientelismo e del nepotismo che molti paventano, quando affermano che i Dirigenti si sceglieranno i docenti in base alle simpatie personali, ai gradi di parentela o anche a cose peggiori che non voglio qui nominare; credo invece che interesse di ogni Dirigente sia quello di avere nel proprio istituto persone preparate e competenti, non amici sprovveduti, perché di tal circostanza ne soffrirebbe l’intera scuola e quindi anche il Dirigente stesso vedrebbe calare non solo il proprio prestigio, ma anche quello di tutto il suo istituto ed anche – cosa ancor più temibile – il numero degli iscritti. Nel disegno di legge è infatti prevista (sebbene molto ridotta rispetto alle dichiarazioni iniziali) la valutazione del merito dei docenti, la cui progressione di carriera non sarà più legata soltanto all’anzianità. Ed anche questa, come più volte ho sostenuto in questo blog, è a mio parere un’evoluzione positiva del nostro rapporto di lavoro, finora appiattito in un egualitarismo squalificante che considera e retribuisce tutti allo stesso modo, mentre invece è pacifico che i docenti non sono tutti uguali, né hanno tutti lo stesso carico di lavoro.
Veniamo adesso agli aspetti negativi della riforma, quelli che non mi piacciono affatto perché temo che possano complicare la situazione attuale. Prima di tutto trovo assurda ed esagerata l’assunzione di oltre 100 mila docenti “precari” senza che siano stati sottoposti (tranne qualche caso) ad un reale e serio accertamento delle loro qualità professionali. Questo è dipeso dall’ignavia dei governi succedutisi negli ultimi anni, i quali non hanno più indetto concorsi ordinari a cattedre dai quali, pur con tutti i limiti che vi si possono individuare, si conseguiva almeno l’accertamento delle conoscenze relative alle materie di insegnamento. Quel che è stato fatto, invece, è stata la compilazione di graduatorie ad esaurimento in cui sono entrate persone che hanno sì effettuato servizio nella scuola anche oltre i 36 mesi stabiliti dalla Corte Europea per l’assunzione a tempo indeterminato, ma spesso li hanno svolti perché ve ne era la necessità da parte dell’Amministrazione, non perché ne avessero titolo in base ad accertate competenze. Questo è un grosso problema, perché la promessa assunzione dei precari si configura come una delle tante sanatorie che sono state compiute in ambito di impiego pubblico dagli anni ’70 in poi, sanatorie che hanno stabilizzato molte persone certamente idonee, ma anche altre che invece avrebbero dovuto svolgere altri mestieri, per il bene loro e della comunità. E adesso rischiamo di ritrovarci di nuovo in questa situazione, senza contare il fatto che questi docenti di nuova assunzione non avranno tutti una cattedra e saranno utilizzati dalle scuole (su chiamata del Dirigente) per supplenze o per la progettualità; così molti di loro, nella realtà effettuale, non avranno un vero impegno lavorativo continuo, mentre noi docenti di ruolo dovremo sostenere un carico di lavoro certamente maggiore, e questo a me pare ingiusto e assurdo.
Un altro aspetto non condivisibile della riforma scolastica è la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, cioè la partecipazione degli alunni dell’ultimo triennio delle superiore a “stages” o esperienze lavorative nelle fabbriche ed in altre aziende del territorio. Questa pratica, in realtà, esiste già, ma è giustamente riservata agli studenti degli istituti tecnici e professionali; adesso invece, con la riforma, si pretende di estenderla anche ai Licei, per un totale di 200 ore annue. A me questa norma pare un’assurdità, perché lo spirito dei Licei, soprattutto il Classico e lo Scientifico, è quello della formazione dello studente sulla base della cultura umanistica e scientifica, e non si vede cosa vada a fare in una fabbrica un alunno abituato a studiare latino, greco, filosofia, storia dell’arte, scienze naturali, matematica ecc. E’ chiaro che tutte le esperienze possono essere utili, ma sottrarre 200 ore ad un calendario scolastico che è già esiguo ed insufficiente per lo svolgimento dei normali programmi significa non realizzare bene nulla, né l’esperienza lavorativa né l’apprendimento delle materie curriculari: diciamo piuttosto che questo è un ulteriore passo compiuto con la volontà di vanificare nei giovani una formazione logica e capace di formare un pensiero autonomo, per avvicinarli ancor più al mondo del mercato, della produzione e del consumismo, proprio quei fenomeni sociali dai cui pericoli noi docenti dei Licei cerchiamo di metterli in guardia. Sempre in questa ottica, ci sono pure due altre proposte di questa riforma che non mi trovano affatto d’accordo: la presenza ossessiva dell’inglese e dell’informatica, i due principali idoli della pseudocultura contemporanea, e la concessione di sgravi fiscali alle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private (o paritarie che dir si voglia). Quest’ultimo punto è chiaramente un espediente, che non ci si attenderebbe da un governo costituito in gran parte da un partito di centrosinistra, per aggirare il dettato costituzionale, che riconosce sì il diritto all’esistenza delle scuole private, ma sancisce chiaramente ch’esse debbono operare “senza oneri per lo Stato”.
Queste osservazioni, del tutto personali e quindi più o meno condivisibili, mi sono venute spontanee leggendo il testo del disegno di legge di riforma, che soltanto in parte sembra ispirato a principi giusti e tali da migliorare la qualità complessiva del sistema; ad essi però, purtroppo, se ne affiancano almeno altrettanti di segno opposto, che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. C’è soltanto da augurarsi che i passaggi parlamentari, se pure in Parlamento siedono persone di giudizio (il che non è affatto scontato), apportino modifiche che non siano ispirate a interessi di parte (v. le aziende costruttrici delle LIM o di altri strumenti disutili), ma alla reale volontà di costruire un sistema scolastico che sia veramente formativo, che determini negli studenti l’acquisizione di una vera cultura e della capacità di prendere in modo autonomo e critico le proprie decisioni, senza obbedire alle mode del momento o alla superficialità generale che ha ormai da tempo contaminato la nostra società.

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