Archivi tag: manifestazioni di piazza

Proteste chiare e idee confuse

Ieri c’è stata a Roma una grande manifestazione studentesca a cui hanno partecipato anche i docenti, soprattutto quelli della CGIL e dei cosiddetti “Cobas”, evento che per fortuna non ha visto il sorgere delle solite scene di violenza che spesso purtroppo accadono. In questo misero blog, che ben pochi persone stanno leggendo (una media di 5 o 6 al giorno, una vera miseria), anch’io mi sento in diritto di esprimere la mia opinione in proposito. Ho sempre guardato con sospetto e diffidenza le manifestazioni di piazza, che spesso vengono strumentalizzate dai soliti teppisti e che in genere lasciano il tempo che trovano; queste di adesso, tuttavia, mi sembrano più giustificate di quelle degli anni passati, perché in effetti c’è un attacco alla scuola e a chi ci lavora che non ha precedenti in tutta la storia della Repubblica italiana. Il governo dei tecnici e dei banchieri, a causa dell’arida mentalità aziendalistica che si ritrovano, e per la necessità di sottoporsi servilmente ai diktat del mercato e ai poteri forti della finanza internazionale, considera l’istruzione come un qualcosa di inutile, di improduttivo, una fonte di spesa da tagliare e comprimere il più possibile. Dopo la proposta idiota delle 24 ore ai docenti, adesso è spuntato il taglio al fondo di istituto, e altre cose si preparano che andranno a danno di tutti i docenti, in primis dei precari che non vedono nulla di concreto nel loro futuro. Le scuole non hanno più nemmeno le penne e la carta igienica; si continua però a investire sconsideratamente in apparecchiature elettroniche (le LIM ad esempio, o lavagne multimediali) che hanno prezzi altissimi e non servono a nulla, o quasi. Anzi, servono a rimpinguare le casse delle aziende che le producono, con le quali il Ministero dell’Istruzione sembra avere un particolare feeling… e qui mi fermo, ne parlerò meglio in un prossimo post.

Quindi le proteste di questi giorni, da quando è stata emanata quell’abominevole condanna alla fame che è la cosiddetta “legge di stabilità”, sono giustificate; anzi, direi che lo sono più da parte dei docenti che degli studenti, perché l’attacco governativo è soprattutto contro chi insegna, chi si impegna ben oltre le 18 ore che gli stupidi ignoranti ci attribuiscono quasi che fosse il nostro unico impegno settimanale. Gli stipendi sono bloccati da anni, il che equivale a dire che sono stati decurtati nella fattispecie, perché nel frattempo il costo delle vita è molto aumentato. L’imposizione di tasse capestro come l’IMU ha fatto il resto. Gli studenti sono anch’essi danneggiati, è vero, ma non molto di più di quanto era avvenuto negli anni precedenti: le prospettive di adesso, purtroppo poco allettanti per i giovani, sono più o meno quelle di tre o quattro anni fa, mentre per noi docenti la situazione si è molto aggravata, da tutti i punti di vista.

Eppure, nonostante che le proteste siano comprensibili, mi pare che le idee di certi studenti (e forse anche di certi professori di certi sindacati) non siano ben chiare, sia perché le risposte di alcuni intervistati che abbiamo sentito alla TV sono state piuttosto generiche, sia perché sono comparsi slogan e striscioni del tutto anacronistici e privi di senso. Ne cito solo uno, che diceva: “Stop alla scuola di classe”, una frase che francamente mi ha lasciato allibito. Ma come si fa oggi, nel 2012, a sostenere un’affermazione del genere? Dov’è oggi la scuola di classe? Io non la vedo affatto, constato invece che non da anni ma da decenni la scuola è aperta e tutti, senza alcuna distinzione sociale e senza discriminazioni di sorta, se si escludono singoli casi rari o rarissimi. Quando mai oggi noi chiudiamo la porta ad un alunno perché figlio di operai o di braccianti agricoli, tanto per fare un esempio? Io stesso, che pure ho studiato negli anni ’70, non ho avuto alcun problema a inserirmi a scuola ed a essere valutato oggettivamente come i figli dei medici, dei notai o dei magistrati, io che venivo da una famiglia di semplici artigiani con poca cultura e ancor meno potere sociale. Esporre adesso uno slogan del genere significa non vedere la realtà, significa essere rimasti prigionieri di ideologie vecchie e ritrite, ormai sconfitte dalla storia e presenti soltanto nella mente di pochi irriducibili nostalgici. Parlare di scuola di classe oggi è come parlare di giacobini e di carbonari, si tratta di anacronismi incomprensibili, forse dettati ai giovani studenti da qualche genitore o nonno di lontana origine sessantottina, che ricorda i bei tempi della giovinezza e tenta pateticamente di rinnovarli in un mondo del tutto cambiato. Le ragioni della protesta ci sono, ma sono altre! Lasciamo perdere i fantasmi del passato, che oltretutto era un brutto passato, erano anni di violenza e di estremismo che non vogliamo più rivivere. E’ bene che i giovani si interessino alla società in cui vivono e quindi alla politica, ma non in questo modo: oggi i problemi sono altri, le ragioni della protesta sono altre, è l’ora di dimenticare un passato pseudorivoluzionario che altro non ha fatto che distruggere quel poco che di buono c’era prima nella scuola, per sostituirlo con assurdità e buffonate come il 6 politico o il “vietato vietare”. Questi bei princìpi sono quelli che ci hanno portati allo sfascio attuale, di cui si lamentano in primis, curiosamente, proprio coloro che in quegli anni si riempivano la bocca con quegli slogan. Stiano attenti, gli studenti di oggi, a non fare la stessa fine.

Annunci

2 commenti

Archiviato in Attualità