Archivi tag: lingua latina

La presenza del latino nei nostri Licei

Per parte mia ho sempre sostenuto che il latino, inteso come studio sia della lingua che della storia letteraria corredata dalla lettura diretta dei classici, è una materia altamente formativa, sia perché la nostra cultura italiana ha in gran parte origine da quella degli antichi Romani sia per il fatto che tale studio sviluppa le capacità intellettive e critiche dell’individuo; di questo sono stato e sono fermamente convinto, tanto che qualche volta, con buona pace di chi la pensa diversamente, mi sono anche spinto a dire – forse esagerando – che i corsi liceali dove manca il latino non sono da considerarsi veri licei ma piuttosto istituti tecnici camuffati sotto falso nome.
Senza rientrare qui nel secolare problema dell'”utilità” del latino (e del greco per quanto riguarda il Liceo Classico), un concetto per il quale rimando al bellissimo libro di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, ed. Bompiani, su cui ho scritto un post su questo blog un paio di anni fa, vorrei adesso posare lo sguardo sullo stato reale in cui si trova questa disciplina nei licei italiani, dove evidentemente qualcosa non va sotto questo profilo. Al Liceo Scientifico, dopo le proteste dei tecnocrati che lamentavano il fatto che in quella scuola il latino avesse addirittura più spazio della matematica (orrore!), è intervenuta la malfamata riforma Gelmini a tagliare drasticamente le ore settimanali dedicate alla materia: da 4/5 nel biennio e 4/3 nel triennio si è passati a 3 ore settimanali in tutto il quinquennio, lasciando però inalterati i programmi. Si è voluto così, come si dice in Toscana, “fare le nozze con i fichi secchi”, sottoponendo docenti ed alunni ad una maggior fatica per poi ottenere risultati inferiori, perché è evidente che ciò che si faceva in cinque ore non lo si può fare in tre; l’esito dell’operazione è stato un forte abbassamento del livello culturale raggiunto dagli studenti, benché in molti Licei Scientifici (tra cui quello della mia città) i docenti abbiano continuato a lavorare seriamente e con grande professionalità. La perdita comunque c’è stata, non lo si può negare; e questo, cari signori sostentori della scienza e della tecnica, non avvantaggia certamente i ragazzi di quel Liceo, che si vedono parzialmente privati di una fonte di cultura che era fondamentale nella loro formazione e che li aiutava a ragionare autonomamente e criticamente. Ancora peggiore è la situazione nei licei Linguistico e delle Scienze Umane, dove le ore dedicate al latino sono talmente esigue da non consentire uno studio serio della materia, a prescindere dal valore didattico e culturale dei docenti. Al Linguistico addirittura il latino è presente solo nei primi due anni di corso, con due ore settimanali: in queste condizioni credo che neanche Cicerone in persona sarebbe capace di insegnare in qualche modo la sua lingua e la sua letteratura.
Nella fattispecie quindi, ad eccezione del Classico, negli altri Licei lo studio del latino è diventato poco più di una pura formalità, che lascia poco o nulla nel bagaglio culturale degli studenti dopo i cinque anni di corso. Allora io lancio una proposta, che non è nuova ma che non tutti conoscono e che spesso anche chi conosce dimentica: piuttosto che tormentare i ragazzi con la grammatica e la sintassi, di cui poi non rimane nulla, non sarebbe meglio abolire del tutto lo studio linguistico del latino, riservandolo soltanto al Classico? Piuttosto che fare poco e male, con alunni che dopo anni di corso non conoscono ancora le declinazioni nominali e le coniugazioni verbali, non potremmo trasformare la materia da “Lingua e cultura latina” in “Cultura classica”? Mi spiego. Potrebbe essere introdotto in tutti i corsi liceali un insegnamento di letteratura e civilizzazione greca e latina che preveda la conoscenza degli autori principali (anche con opportuni confronti con i poeti e gli scrittori moderni), letti però non in lingua ma in traduzione. Oggi esistono in commercio ottime traduzioni di tutti i principali autori antichi, alle quali si potrebbe ricorrere per far conoscere direttamente le loro opere agli studenti, i quali li leggerebbero in italiano e potrebbero quindi comprenderli senza scervellarsi con il vocabolario per tradurre, in modo osceno ed imprecando, dei pezzettini isolati di prosa. I testi tradotti potrebbero essere contenuti in manuali di storia letteraria che introducano le varie epoche storico-letterarie ed illustrino il pensiero ed il valore letterario de singoli autori. Del resto, non è forse vero che tutti noi utilizziamo le traduzioni quando vogliamo leggere un’opera scritta in una lingua che non conosciamo? Io, ad esempio, sono un appassionato di letteratura russa, ho letto tutto Dostoevskij tanto per fare un esempio, eppure non conosco una parola di russo. Perché non si può fare lo stesso con gli autori antichi, estendendo la conoscenza di essi anche al mondo greco e dando così anche ai ragazzi che non scelgono il Liceo Classico la possibilità di conoscere i grandi testi del mondo antico che hanno fortemente influenzato e formato la nostra cultura moderna? A questo riguardo è inutile che mi si dica che gli autori classici (specie i poeti) vanno letti nella loro lingua per essere veramente compresi. E’ vero, ma se ragioniamo così noi limitiamo la conoscenza di quel mondo ai pochi, pochissimi filologi che sanno orientarsi bene nelle lingue antiche, cosa che attualmente non riesce bene neanche agli studenti del Classico. E’ da ipocriti far finta di non sapere che oggi gli studenti di tutti i Licei dove c’è il latino non traducono più da soli ma scaricano le versioni già tradotte da internet; diventa quindi una farsa inutile pretendere quello che non è più possibile. E se al Classico deve giustamente restare lo studio linguistico e debbono essere tenacemente ostacolate le copiature, esso potrebbe tranquillamente essere abolito negli altri corsi, dove ormai è diventato una formalità senza valore. E’ arrivato il momento, secondo me, di avvicinare gli studenti di quei Licei al mondo classico in altra maniera, utilizzando testi tradotti ed illustrati dai manuali e dai docenti. Sono certo che a quegli alunni resterebbe molto più latino di quanto non ne resti oggi, quando ormai è diventato una Cenerentola, una materia trascurata e spesso inutile.

Annunci

7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Le materie dell’esame di Stato 2017

IL mio collega ed amico Paolo Mazzocchini, docente delle mie stesse discipline, mi ha mandato un commento all’ultimo articolo pubblicato qui sul mio blog, in cui mi chiede cosa pensi delle materie che il Ministero dell’istruzione ha scelto per l’esame di Stato del Liceo Classico del prossimo giugno. Anziché rispondergli nella sezione dei commenti preferisco dedicare all’argomento questo nuovo post, vista anche la discussione in proposito che si è scatenata su Facebook e forse anche su altri “social”.
Premetto che anch’io, come Paolo, sono rimasto perplesso di fronte alla mancata alternanza tra docenti interni ed esterni: l’italiano infatti è stato affidato anche quest’anno, come l’anno scorso, al docente esterno, mentre noi di latino e greco dobbiamo ricoprire di nuovo il ruolo di membri interni. La cosa è un po’ strana, non perché non sia legalmente ammissibile, ma perché dal 1999 ad oggi non era mai stata fatta (almeno a quanto io ricordo); la decisione del Ministero, pertanto, è stata quella di affidare agli esterni tre discipline considerate fondamentali, e cioè italiano, matematica e inglese, che saranno anche oggetto della prova Invalsi che gli studenti dovranno sostenere, prima dell’esame, a partire dal 2018.  Mazzocchini sospetta che dietro questa inattesa coincidenza delle tre materie affidate agli esterni con quelle della prova Invalsi si celi un occulto disegno di mettere in ombra le discipline caratterizzanti il liceo classico, cioè il latino ed il greco. Confesso che non ci avevo pensato, ma adesso questo suo commento attrae sull’argomento la mia attenzione, considerando anche che, come si dice, a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca. Del resto è evidente che da anni, da quando cioè esiste la funesta concezione aziendalistica della scuola, le discipline umanistiche sono viste da molte persone, anche con incarichi istituzionali, come inutili orpelli, o peggio come ostacoli alla formazione di quello che io chiamo il “pensiero unico”, ossia l’omologazione culturale che ci viene trasmessa attraverso la tv e gli altri organi d’informazione. Le materie umanistiche, come è noto, insegnano a riflettere, a pensare, a fare autonomamente le proprie scelte; in un mondo globalizzato quindi, dove è più utile chi obbedisce ai diktat anziché chi ragiona con la propria testa, queste discipline danno fastidio. Che ci si muova in questa direzione, del resto, lo dimostra il calo vistoso delle iscrizioni che, sia a livello nazionale che locale, si è verificato nei Licei Classici (nel mio, ad esempio, in dieci anni si è passati da tre ad una sola sezione); ed inoltre la volontà di procedere in questo senso si è manifestata anche nella continua pressione ministeriale a favore dell’inglese e dell’informatica, come se queste conoscenze fossero sufficienti a formare il perfetto cittadino, senza che debba perder tempo a tradurre delle lingue morte o a studiare le letterature del mondo classico. Che ci sia un accanimento contro il Liceo Classico è un’impressione che anch’io ho provato più volte, da quando l’ex ministro Berlinguer lanciò il progetto del “liceo umanistico” senza lo studio delle lingue antiche a quando, all’esame di Stato di alcuni anni fa, fu assegnata una versione di Aristotele praticamente intraducibile, che aveva tutto l’aspetto di un invito agli studenti a boicottare il Classico ed a scegliere altre scuole più “accessibili”.
Credo con ciò di aver risposto all’amico Paolo, dicendomi d’accordo con lui. Un altro aspetto però di queste materie scelte per l’esame mi preme sottolineare: che cioè l’italiano esterno del Liceo Classico sia stato affidato a docenti della classe 52 (Materie letterarie, latino e greco) anziché a quelli della 51 (Materie letterarie e latino), che quasi sempre insegnano italiano al triennio del Classico, mentre quelli della 52 lo insegnano quasi esclusivamente al biennio. Mi premerebbe sapere se si tratta di un mero errore materiale (e non sarebbe una novità, dato che in questi ultimi anni il Ministero ne ha fatti molti) oppure se veramente la letteratura italiana dell’800 e del ‘900 verrà richiesta da docenti che mai o quasi mai l’hanno insegnata. E poi c’è un altro dilemma: le domande di greco, nella terza prova ed all’orale, saranno formulate dal docente esterno di italiano o da quello interno di latino, visto che appartengono entrambi alla classe 52? Spero che in qualche modo il Ministero ci chiarisca il dilemma, perché se le cose restano così avremo all’esame due latinisti e grecisti, interno ed esterno, e nessun italianista, tranne il caso fortunato che uno dei due sia competente anche in letteratura italiana moderna e contemporanea; è vero infatti che per la classe 52 è previsto anche l’insegnamento dell’italiano ma questo, come ho detto, si esplica quasi totalmente al biennio, mentre all’esame di Stato il livello delle conoscenze letterarie richiesto è molto più elevato, senza contare la prima prova scritta dell’esame stesso. Staremo a vedere come finirà la cosa, ma per il momento dobbiamo dire che delle due l’una: o al Ministero sono incompetenti a tal punto da confondere le classi di concorso oppure c’è la volontà di imbrogliare gli affari semplici per danneggiare un indirizzo di studi, il Liceo Classico, che non è più nelle grazie di chi, a qualsiasi titolo, detiene una qualche forma di potere.

11 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica, Uncategorized

Le lingue classiche: come insegnarle?

Ho visto che di recente si è costituito su facebook un gruppo di studiosi ed ammiratori delle lingue classiche, con sede a Firenze; questo gruppo, di cui in questo momento non ricordo il nome, si propone di rilanciare l’interesse per il latino ed il greco – e quindi anche il loro apprendimento – ponendosi su basi non tradizionali ma riprendendo invece un metodo che fece molto scalpore qualche decennio fa e di cui pensavo si fosse ormai perduto anche il ricordo. Si tratta di un procedimento apprenditivo noto come “metodo Oerberg”, dal nome dello studioso norvegese suo fondatore, e che consiste principalmente nell’approcciarsi alle lingue classiche con un sistema molto simile a quello in uso per quelle moderne, iniziando cioè dal dialogo, dalla lingua parlata, per passare poi solo successivamente all’analisi dei testi. In pratica, così come avviene per l’inglese ed altre lingue moderne, sia il latino che il greco andrebbero appresi non studiando la grammatica ma partendo direttamente da frasi più o meno semplici tipiche della vita quotidiana, tipo “come ti chiami?”, “da dove vieni”, “cosa fai stasera” e altre di questo genere. Imparando così dalla pratica le norme fondamentali della lingua parlata, si passa poi gradualmente alla lettura dei testi in lingua.
I sostenitori del metodo cosiddetto “naturale”, che si avvicina alle lingue antiche senza la grammatica e che solo in un secondo momento esamina le strutture morfologiche e sintattiche, affermano che con questo sistema i loro studenti riescono, quasi in modo miracoloso, a parlare latino e greco fin dai primi mesi di studio e che sono in grado, poco dopo, di leggere ed interpretare gli autori. Dal canto mio, invece, io non ho mai creduto a questa prodigiosa novità, soprattutto per due motivi: il primo è che le lingue antiche non si studiano per la conversazione, ma per la lettura di testi scritti molti secoli fa, e non può essere quindi valido per il loro apprendimento il medesimo sistema impiegato per le lingue moderne, molto diverse da quelle classiche per quanto attiene alla morfologia, alla sintassi ed alla stilistica. Il secondo motivo, molto più banale ma incontestabile, è la constatazione secondo cui, se questo nuovo metodo fosse stato veramente efficace come dicono, si sarebbe diffuso molto più ampiamente di quanto non sia oggi, perché sia docenti che studenti sarebbero stati ben felici di veder ridotte le loro fatiche per raggiungere risultati che vengono millantati come straordinari. Se ciò non è avvenuto una ragione ci sarà; ed infatti, ad un mio commento inviato alla pagina facebook di questo gruppo, la risposta è stata piuttosto seccata e inconcludente, perché gli esimi cultori del metodo Oerberg mi hanno risposto che la mancata diffusione del loro miracoloso elisir della cultura non è avvenuta per colpa dei professori retrogradi e refrattari alle novità.
Al contrario di quanto pensano costoro, io do per scontato che per l’apprendimento del latino e del greco non si possa fare a meno della grammatica, perché ritengo assurdo e improponibile leggere un testo classico senza conoscere la teoria della flessione, le declinazioni nominali e pronominali, la coniugazione dei verbi ecc. Penso anche che la grammatica vada studiata gradualmente ma con continuità, affrontando di pari passo un congruo numero di esercizi che mostrino, nella realtà effettuale dei testi, come le regole studiate in teoria trovino applicazione. Se questo è conservatorismo, beh, ammetto di essere un conservatore, e di certo – come sa chi mi conosce – questa non è una novità, né me ne dolgo più di tanto.
Un particolare aspetto del metodo “naturale” credo però che abbia un suo fondamento e che andrebbe seguito anche da chi svolge un insegnamento tradizionale: quello cioè di anticipare quanto più possibile, fin dal primo anno di studio o al massimo all’inizio del secondo, la lettura e l’analisi dei testi d’autore, iniziando ovviamente da quelli più semplici. Questo esercizio, se svolto bene sotto la guida del docente, dovrebbe consistere nel far scoprire agli alunni il giro di frase tipico degli scrittori antichi, le differenze soprattutto sintattiche e dell’ordo verborum che sussistono tra le lingue antiche e quelle moderne (ad es. la preminenza, nelle prime, della subordinazione rispetto alla coordinazione, la diversa posizione del soggetto e del verbo, le concordanze degli aggettivi anche posti a distanza dal sostantivo cui sono riferiti e via dicendo). Un lavoro di questo tipo svolto nel primo biennio di studi è indispensabile affinché ogni alunno possa affrontare con tranquillità il triennio conclusivo degli studi liceali, quando il docente sottoporrà alla classe esclusivamente brani tratti dagli autori, data la necessità di prepararsi adeguatamente alla seconda prova scritta dell’esame di Stato. Altrimenti si produrrà quella situazione che molto di frequente (per non dire quasi sempre) si riscontra nelle classi terze all’inizio dell’anno scolastico: gli alunni, in altre parole, conoscono bene e persino benissimo le “regole” grammaticali dal punto di vista teorico, qualche volta ricordano le eccezioni persino meglio del professore, ma falliscono miseramente una volta messi di fronte ad un testo d’autore, sul quale non riescono minimamente ad orientarsi perché le frasi e le versioncine che hanno svolto in precedenza non avevano degli autori classici se non un lontano ricordo. Questo presupposto, la conoscenza quanto più possibile anticipata delle strutture sintattiche e dello stile compositivo degli autori classici, è a mio parere l’unico aspetto del metodo “naturale” che possa essere accettato e perseguito, se vogliamo ottenere un apprendimento decente delle lingue classiche ed evitare il generale fallimento che molto spesso avviene, da questo punto di vista, nei nostri Licei. Che poi il tradurre dal latino e dal greco sia per i ragazzi di oggi, e per le ragioni che ho spiegato in altri post, sempre più difficile, è un altro discorso; ma sarebbe sbagliato a mio avviso rinunciare del tutto all’analisi autonoma dei testi classici da parte dei nostri studenti, perché questo è uno dei pochi esercizi scientifici ancora rimasti nella nostra scuola, è un lavoro di analisi, di riflessione e di scelta che apre la mente al pensiero critico e rende mentalmente più liberi e più consapevoli delle proprie qualità e dei propri mezzi espressivi.

24 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica