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E’ così utile la tecnologia nella scuola?

Ritorno qui su un argomento che non è nuovo, l’opportunità cioè o meno di affidarsi alle nuove tecnologie nella scuola ed in generale nel processo di apprendimento. I governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni si sono lasciati prendere tutti, indipendentemente dal colore politico, da una smania tecnologica senza controllo: nelle scuole non si sono più acquistati libri cartacei ma solo computers, lim ed altri strumenti informatici, il Ministero ci ha bombardato per anni con corsi di aggiornamento dedicati all’utilizzo delle nuove tecnologie, ci sono piovute dall’alto direttive che ci obbligavano ad usare questi strumenti ed imporli anche agli alunni, secondo una concezione dell’insegnamento la cui valenza didattica nessuno osava mettere in discussione. Di recente però ci si è accorti che questa ubriacatura tecnologica può portare con sé anche effetti negativi ed abbiamo saputo anche che in alcuni Paesi pionieri per l’uso delle tecnologie informatiche (v. gli Stati Uniti) si sta facendo marcia indietro e si sta tornando ai mezzi tradizionali di apprendimento. Per questo io riprendo l’argomento, dato che avevo previsto da tempo che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, ed anche perché sono convinto che questo sacro furore del Ministero dell’istruzione per la tecnologia non sia scevro da interessi privati, più o meno trasparenti, manifestatisi in accordi con le aziende produttrici di hardware e di software.
Non voglio parlare delle gravi insidie nascoste nel grande mondo della rete internet, anche perché l’argomento non riguarda solo la scuola ma la vita sociale in genere. Per restare invece in ambito scolastico, vorrei prima di tutto cercare di scoprire qual è, se esiste, la vera utilità dei nuovi strumenti informatici come, ad esempio, gli smartphone, la lavagna elettronica (LIM) ed i tablets. Questi oggetti, al massimo, possono avere la medesima utilità che hanno gli strumenti tradizionali, ma non vedo come possano averne una maggiore: leggere una definizione di matematica in un libro cartaceo o in un tablet, è forse diverso? Leggere una pagina di letteratura su un libro o su una LIM, non è la stessa cosa? Anzi, dico io, se qualche differenza c’è, non è certo a favore dei nuovi strumenti, perché leggere pagine e pagine su un computer o un cellulare stanca la vista e rende nervosi, oltre al danno potenziale alla salute provocato dal diffondersi delle onde elettromagnetiche. Quindi qual è il vantaggio? Non è neanche quello di attrarre maggiormente lo studente e farlo impegnare di più, perché i mezzi informatici non costituiscono più una novità ormai e non c’è quindi possibilità che attraggano chi già da tempo li conosce. E poi, se uno studente è svogliato o incapace, non sarà certo il tablet o lo smartphone in classe a interessarlo e impegnarlo nello studio: caso mai si allontanerà ulteriormente, perché sarà preso dalla forte tentazione di utilizzare diversamente questi strumenti; e così, mentre il professore crede ingenuamente che l’allievo stia seguendo la sua lezione sul cellulare, costui magari spedirà sms o si dedicherà ai videogiochi, in tutta tranquillità.
Per quanto riguarda poi lo studio personale a casa, l’utilizzo delle nuove tecnologie fa più male che bene. L’unico vantaggio, pur importante che sia, è che con internet si aprono nuove possibilità culturali prima indisponibili e quindi un alunno, se non ha compreso bene quanto dice il suo libro di letteratura italiana sulla filosofia del Leopardi (tanto per fare un esempio), potrà cercare dei siti web che glielo spieghino meglio. Ma quanti usano internet per questa funzione? Pochi. La maggior parte degli studenti tiene acceso lo smartphone durante le ore di studio per motivi propri, e questo rappresenta un danno irreparabile, perché fa perdere continuamente la concentrazione su ciò che si sta apprendendo: i nostri ragazzi prendono i libri, cercano di concentrarsi su un concetto e proprio sul più bello… tac: arriva un messaggino dall’amico ed ecco che debbono rispondere, e così ciò che stavano studiando va a farsi benedire. Io ho notato un grave abbassamento del livello di attenzione e di concentrazione degli studenti da quando esistono i cellulari, oltre che un’altrettanto grave riduzione delle capacità di memoria e di ragionamento autonomo. Affidarsi a questi aggeggi significa dare in prestito il proprio cervello a degli oggetti inanimati che lo annacquano fino a renderlo liquido del tutto.
Ma c’è un altro aspetto dannoso della tecnologia, che tocca tutti noi e non soltanto gli studenti: la graduale estinzione della capacità di scrivere a mano in modo ottimale, che un tempo era invece considerata molto importante nella società. Mia nonna, tanto per fare un esempio personale, aveva frequentato soltanto la seconda elementare, perché all’inizio del ‘900 la scuola non era per tutti e le ragazze venivano istruite ancor meno dei maschi, soprattutto in campagna: eppure aveva una grafia meravigliosa, un corsivo che ricordava quello dei manoscritti dei secoli passati, con le lettere tutte perfettamente tracciate. Oggi non si è più capaci di scrivere a mano proprio per colpa di questi nuovi strumenti che hanno tolto alla persona le sue prerogative secolari e rischiano di sospingerla in una nuova forma di analfabetismo. Un altro danno gravissimo è quello provocato dai correttori automatici di Word e di altri programmi di videoscrittura: eliminando automaticamente alcuni errori, infatti, hanno causato in chi scrive una forma di noncuranza circa la correttezza di quanto scritto, con la conseguenza che molti non fanno più caso se hanno messo l’h con il verbo avere, se hanno disposto giustamente gli accenti, se una parola si scrive con la s o con la z; perciò, quando il correttore non è più disponibile, gli errori si moltiplicano. C’è da vergognarsi a leggere i commenti che vengono mandati attraverso internet sui social network come Facebook o altri: sono pieni di errori grammaticali e ortografici, compiuti anche da persone diplomate e laureate. Sarà colpa della scuola, soprattutto della primaria, dove al posto delle vere lezioni si fanno per lo più insulsi progetti e dove per legge oggi non boccia più nessuno? Certamente sì, ma va anche detto che se una competenza posseduta da qualcuno viene lasciata a se stessa, non più rinfocolata e affidata a oggetti estranei all’uomo come sono gli strumenti informatici, finisce gradualmente per perdersi. Ed è quello che succede oggi, nell’epoca più avanzata tecnologicamente ma più arretrata culturalmente, in cui un nuovo analfabetismo si sta facendo strada a passi da gigante.

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Aggiornamento, sì o no?

E’ di pochi giorni fa la notizia secondo cui il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (MIUR) ha emanato una norma che rende obbligatoria l’attività di aggiornamento per tutti i docenti in servizio, destinando allo scopo una cifra che supera i 300 milioni di euro. Visto il modo in cui viene organizzata la cosa, sorge spontanea l’idea di chiedersi se questi soldi non avrebbero potuto essere spesi meglio, magari per rinnovare il nostro contratto di lavoro scaduto dal 2009 (cioè da ben sette anni!), con un blocco pluriennale cui si è aggiunta anche la beffa, perché a me risulta che sarei dovuto passare all’ultimo scaglione stipendiale già da molto tempo, ed invece ogni anno mi viene posticipata la data di applicazione del nuovo stipendio al dicembre successivo. Comunque sia, lasciamo questo futile argomento e pensiamo invece all’aggiornamento obbligatorio, un altro bel regalo che i nostri politici ci hanno elargito.
Voglio precisare subito che io non sono contrario di principio all’aggiornamento dei docenti, anzi lo ritengo necessario e persino indispensabile, anche perché molti di noi, che quando erano giovani e precari leggevano, si documentavano, frequentavano le università e altro ancora, una volta entrati in ruolo e passato qualche anno tendono a tirare i remi in barca – come si suol dire – e replicare più o meno le stesse lezioni e gli stessi argomenti fino alla pensione. Ritengo però che un progetto di aggiornamento serio dei docenti dovrebbe principalmente – se non esclusivamente – riferirsi alle conoscenze relative alle materie di insegnamento di ciascuno e realizzarsi mediante corsi che ci rendano consapevoli delle nuove acquisizioni metodologiche, delle ultime novità della critica, delle nuove scoperte in ambito scientifico ma anche letterario, filosofico, storico e via dicendo. Questo genere di aggiornamento sarebbe veramente utile proprio per la didattica, perché non si può oggi insegnare la matematica o le scienze (ma anche l’italiano, il latino o la storia) con gli strumenti metodologici e critici di trenta o quaranta anni fa, quando si è laureata la maggior parte di noi, visto che i docenti italiani sono i più vecchi d’Europa, e non per colpa loro. Quando io mi sono laureato, tanto per fare l’esempio personale, il programma di letteratura italiana si fermava a Svevo e Pirandello; oggi questo non è più attuale né fattibile, perché dopo questi autori ci sono altri settant’anni di letteratura, sui quali farei volentieri un corso di aggiornamento, dal momento che insegno italiano in una quinta. Invece nessuno ci offre nulla di tutto ciò; siamo costretti ad aggiornarci da soli, ed è ben chiaro che un simile lavoro autonomo lo compie chi lo vuol compiere, mentre alcuni di noi restano fermi a più di mezzo secolo fa, visto che non esiste alcun obbligo al riguardo.
Ed allora, su cosa il nostro amato Ministero vuole che ci aggiorniamo? Sui soliti argomenti triti e ritriti che vanno di moda oggi: le competenze digitali, le lingue straniere e la normativa sugli alunni diversamente abili, BES e DSA. Ormai a livello ministeriale queste sono le sole cose a cui dare importanza, la didattica delle materie curriculari non interessa più a nessuno e si ha la pretesa di imporci (perché di imposizione si tratta) corsi che c’entrano poco con il nostro insegnamento e che poco ci interessano, e spiego il perché. Dell’infatuazione informatica del ministero non ne possiamo più: già da anni nelle scuole non si acquistano più libri né sussidi di altro genere, ma solo computers, tablets, LIM ecc. ecc., senza rendersi conto che questi oggetti sono solo strumenti che possono sì aiutare la didattica, ma non possono certamente risolvere tutti i problemi, né tanto meno sostituire i sussidi tradizionali come libri e quaderni, e men che meno il cervello umano; anzi, su questo ultimo punto avrei qualche riserva e potrei dire che il digitale può essere addirittura dannoso, perché finisce per atrofizzare la memoria e talvolta anche le capacità logiche degli studenti. Comunque sia, da parte della quasi totalità dei docenti ormai le nuove tecnologie sono abbastanza conosciute, almeno per quel che ci serve per le esigenze dell’attività quotidiana; non vedo quindi a cosa serve insistere all’infinito su queste competenze e conoscenze che nulla aggiungono alla nostra professionalità. Lo stesso dicasi per le lingue straniere, e per l’inglese in particolare. Si tratta di una lingua indispensabile ai giovani di oggi, considerato anche il fatto che – purtroppo – molto spesso sono costretti ad emigrare all’estero per trovare lavoro; ma di essa debbono occuparsi i docenti di lingua, i quali possono essere aggiornati o autoaggiornarsi come vogliono e come credono. Ma i docenti delle altre discipline cosa c’entrano? Perché io, che insegno italiano, latino e greco, debbo aggiornarmi in inglese che non c’entra nulla con il mio insegnamento? Anche questa è una fissazione dei tempi moderni, il voler mettere l’inglese dappertutto, come il prezzemolo; e così anche la nostra lingua, la più bella del mondo, viene continuamente imbastardita da questi termini anglosassoni non necessari ed impronunciabili.
Rimane il terzo settore su cui il Ministero vuole aggiornarci, che riguarda non tanto gli alunni disabili (per cui esistono i docenti di sostegno), quanto quelli con difficoltà specifiche di apprendimento (BES e DSA); ma anche su questo argomento siamo già stati informati abbastanza, abbiamo già tutti o quasi tutti seguito corsi di approfondimento, sappiamo cos’è il “piano didattico personalizzato” e come comportarci in caso che ci capiti nelle classe qualcuno di questi casi. Perché dunque ribattere sempre sugli stessi tasti e costringerci a seguire corsi durante i quali, presumibilmente, molti colleghi faranno finta di seguire e di nascosto leggeranno il giornale o sbirceranno sullo smartphone come i ragazzi? A me sembra che questa modalità di organizzare l’aggiornamento, che se fatto bene sarebbe veramente proficuo, sia invece ancora una volta un’inutile formalità, uno dei tanti tentacoli del formalismo e della burocrazia che ormai dominano la nostra scuola e che hanno tolto a molti di noi, che pure sono ancora contenti di andare in classe a fare veramente lezione, l’entusiasmo che prima avevamo nello svolgere la nostra professione.

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La rivincita del libro di carta

Alcuni anni fa, in coincidenza soprattutto con la capillare diffusione di internet nel nostro Paese, i sostenitori accaniti delle nuove tecnologie e del moderno ad ogni costo erano pronti ad asserire, a giurare persino, che entro pochi mesi il tanto celebrato e-book, cioè il libro elettronico da leggere sul computer, sul tablet e persino sul cellulare avrebbe del tutto sostituito il libro tradizionale cartaceo. E con questa convinzione i paladini delle nuove tecnologie elencavano i vantaggi che questo nuovo metodo di lettura avrebbe avuto, in particolare quello di poter ospitare migliaia di pagine in un supporto elettronico poco pesante e poco ingombrante, il quale avrebbe potuto da solo sostituire interi scaffali di libri ingombranti e polverosi. A questa pia illusione hanno creduto in molti, anche i solerti funzionari del nostro Ministero dell’istruzione, tanto da far uscire circolari che obbligavano (ed obbligano ancora) i docenti a scegliere libri di testo che siano totalmente o parzialmente “online”, cioè su internet, in modo da ridurre il peso che gli alunni avrebbero dovuto portare negli zaini, ma anche per mettersi alla pari – almeno così dicevano – con gli altri paesi europei, dove il digitale aveva già da tempo superato il cartaceo.
Vediamo cosa è accaduto in realtà, partendo proprio dal problema dei testi scolastici. Cosa hanno realizzato, di fatto, le case editrici? Rendendosi conto che gli studenti, nonostante tutti gli strumenti elettronici di cui sono dotati, hanno ancora bisogno di maneggiare il libro, poterlo aprire in qualsiasi momento, poterlo sottolineare ecc., cioè – in una parola – preferivano ancora il libro di carta, si sono limitate ad applicare ai testi delle appendici on-line che spesso non contengono nulla di nuovo né di particolarmente importante; nella maggioranza dei casi, in effetti, la parte fondamentale e indispensabile del testo resta quella cartacea, mentre online troviamo solo qualche lettura aggiuntiva, qualche testo degli autori in più (i meno significativi) o qualche videolezione di qualche minuto che nulla aggiunge a quanto contenuto nel libro cartaceo. Almeno per i testi di letteratura italiana, latina e greca, quelli cioè su cui lavoro io, le cose stanno esattamente come le ho descritte. Ciò significa, in modo inequivocabile, che questa ubriacatura informatica che ha contagiato il nostro Ministero si è rivelata un fuoco di paglia, poiché è apparso chiaro che libri e quaderni cartacei sono ancora insostituibili, e che l’ebook, almeno in ambito scolastico, non si è mai affermato. Poiché dopo tanti anni di insegnamento conoscevo bene gli studenti e le loro abitudini, io avevo da sempre previsto ciò che si sarebbe verificato, convinto come sono che oggetti come tablet, smartphones, LIM ecc., che ci venivano prospettati come prodigiosi e risolutivi, sono soltanto degli strumenti, e neanche i più adatti per uno studio serio e consapevole. Essi da soli non possono risolvere nulla: si può leggere una pagina di storia in un libro di carta o su un tablet, ma se non la si studia e non la si comprende si resterà sempre al punto di prima. Un alunno incapace o svogliato non diventerà intelligente e studioso solo perché ha in mano un tablet. Lo stanno comprendendo anche all’estero, nei paesi che spesso noi italiani amiamo scimmiottare come ad esempio gli Stati Uniti, dove stanno tornando ad usare gli strumenti tradizionali.
Comunque, anche al di fuori della scuola, il libro elettronico o e-book non si è mai affermato, e le previsioni di coloro che sostenevano la scomparsa prossima del libro di carta si sono rivelate del tutto fallaci. E qui mi piace citare Umberto Eco, un intellettuale da poco scomparso per il quale io non ho mai nutrito eccessiva simpatia, ma che su questo punto aveva assolutamente ragione. Egli diceva che il libro di carta si può leggere ovunque, anche sotto un albero, in barca o dovunque non esistano spine elettriche; lo si può segnare, sgualcire, è sempre pronto a darci un’emozione in qualunque momento, e soprattutto non danneggia la nostra vista e le nostre vertebre cervicali. In effetti, proviamo a leggere su un computer opere come la Divina Commedia o i Promessi Sposi, e vedremo poi in che condizioni saranno i nostri occhi dopo tante ore passate davanti ad uno schermo elettronico! Senza contare il fatto, per me fondamentale, che il libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa e può essere aperto e sfogliato anche dopo cinquant’anni dal suo acquisto, mentre l’e-book è qualcosa di evanescente, di labile, di provvisorio, perché basta un guasto al computer e una cancellazione dell’hard disk per vederlo sparire per sempre. La cosa strana è che ancora oggi gli alfieri del modernismo vanno sostenendo che i libri cartacei spariranno presto; ma la profezia è ancor più fallace di quella avanzata anni fa, perché i supporti ed i libri elettronici esistono ormai da molto tempo, e se avessero dovuto soppiantare del tutto la carta l’avrebbero già fatto. Se ciò non è avvenuto è perché si è compreso che il libro è sempre un oggetto prezioso che va maneggiato, annusato, sfogliato con cura e tenuto gelosamente in un luogo (la libreria) dove sia sempre visibile e disponibile, non nascosto dentro un computer e quindi invisibile fino a quando, con perdita di tempo e difficoltà, si riesce ad aprire il programma e poterlo visualizzare. Con ciò non voglio sminuire l’importanza di internet quando si tratta di reperire fonti e materiali per la ricerca: io stesso, quando ho compilato la mia storia e antologia della letteratura latina, ho fatto largo ricorso ai testi elettronici per l’antologia degli autori, anche perché mettersi a trascrivere a mano, in latino, un’intera commedia di Plauto o un’orazione di Cicerone sarebbe stato un lavoro enorme e antieconomico. Ma a questo servono appunto i libri elettronici, secondo me: sono strumenti per risparmiare tempo ed hanno uno scopo pratico, utili per quando si ha la necessità immediata di avere sottomano un testo. Ma se invece vogliamo leggere un libro per amore della lettura, per l’istinto innato di sapere e di conoscere, il vecchio libro di carta resta ancora l’amico più caro.

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La rovina dei libri di testo

La bella trovata dell’ex ministro Profumo, di rendere obbligatoria da parte delle case editrici la produzione di testi totalmente o parzialmente on line, ha già prodotto un effetto nefasto che si sarebbe potuto prevedere: che cioè i libri cartacei, pur assottigliandosi ben poco dal punto di vista del volume e del peso, si sono banalizzati e semplificati in modo notevole, impoverendo i contenuti e gli argomenti ad un livello inaccettabile. Con la scusa che parte del libro è on line, gli editori propongono adesso per le scuole superiori testi contenenti compendi e riassunti di quelli che dovrebbero essere argomenti fondanti dei programmi scolastici, senza più quel livello di approfondimento che si richiederebbe ai Licei ed in particolare a quelli Classico e Scientifico. Si procede così a grandi passi verso l’edulcoramento della cultura, che diviene sempre più ridotta in pillole, in schemini riassuntivi, senza più andare alla vera radice dei problemi.
La mia storia della letteratura latina dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli da Loffredo nel 2009, è stata da molti criticata, oltre che per la disposizione della materia secondo i generi letterari e non secondo il mero criterio cronologico, anche per il forte approfondimento delle tematiche, che qualche volta ha sfiorato (lo ammetto) la prolissità: a Cicerone, in effetti, ho dedicato circa 60 pagine di sola teoria, le quali, a giudizio di alcuni colleghi, sono troppe per essere lette e studiate dagli alunni di oggi. Sarà anche vero, ma io ho sempre creduto che sia meglio abundare quam deficere, nel senso che dal molto si può ricavare il poco (basta tagliare ciò che si giudica eccessivo), mentre non è possibile il contrario. Recentemente mi sono capitate tra le mani due storie della letteratura latina, che un agente di alcune case editrici mi ha dato in saggio: ebbene, al loro interno erano costellate soltanto di figure a colori (adatte forse agli alunni della scuola primaria, non a dei liceali, ai quali ne bastano poche), di schemini riassuntivi, di rubriche varie, mentre mancava la sostanza: autori come Catullo, Virgilio e Orazio ridotti a 3-4 pagine appena di teoria, pagine piene oltretutto di luoghi comuni e di notiziole a tutti note fin dalla notte dei tempi. Questo non dipende certamente da mancanza di competenza degli autori (una delle due portava il nome di un illustre latinista e traduttore di classici), bensì da due pregiudizi molto pericolosi per la serietà degli studi: il primo è quello secondo cui nelle scuole oggi si lavorerebbe sempre meno, i ragazzi e i docenti sarebbero ignoranti e demotivati, per cui meno si offre loro e meglio è; il secondo è la falsa convinzione che mettendo su internet alcuni contenuti – spesso però superficiali anch’essi – si possa sostituire il libro di carta ed arrivare ad un apprendimento più veloce ed efficace.
Nulla di più sbagliato. L’errata convinzione che gli e-books possano sostituire il libro tradizionale, che i tablet possano sostituire gli strumenti comuni del lavoro scolastico sta arrecando gravi danni alle nostre istituzioni educative, ed il primo di essi, evidente a chi s’intende delle varie materie, è proprio l’impoverimento dei contenuti. Imitando la scuola straniera, specie quella americana, i nostri ministri si sono formati l’idea secondo cui il sapere va ridotto in briciole, in pillole, e che gli strumenti multimediali siano il tramite ideale per realizzare questo obiettivo. Io continuo invece a pensare che il libro ed i quaderni cartacei siano tuttora insostituibili, anche perché è assurdo e ridicolo pensare di poter svolgere un esercizio di matematica o una versione di latino sul tablet o sulla LIM; e poi, anche ammesso che sia possibile, questi nuovi strumenti non possono certo fare il miracolo di trasformare gli ignoranti e i vagabondi in intellettuali, a meno che per cultura non s’indendano i riassuntini che i testi semi-online di oggi sembrano offrire. La vera cultura è ben altra cosa. E poi faccio anche un’ultima osservazione: che cioè questi strumenti multimediali, che tutti si ostinano a chiamare “nuove tecnologie”, tanto nuove non sono, visto che internet esiste ormai da vent’anni. Se gli e-books o i computers avessero potuto rimpiazzare in toto gli strumenti tradizionali lo avrebbero già fatto, visto che ne hanno avuto tutto il tempo. Per adesso, di questa presunta rivoluzione tecnologica della nostra scuola si vedono soprattutto gli effetti negativi, come è appunto il pesante scadimento qualitativo dei libri di testo.

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Ancora luoghi comuni sulla scuola e sui docenti

Ho letto poco fa, sul blog del “Gruppo di Firenze” (il link è a fianco tra i “blog che seguo”), i commenti ad un articolo di una certa signora Falco, dirigente scolastica di un Istituto comprensivo di Sesto San Giovanni, la quale tra l’altro dice: “Dovrebbe essere rivisto in ambito contrattuale il profilo professionale dei docenti della scuola pubblica, che non può più delinearsi quale lavoro eminentemente femminile, praticamente part time, a carattere quasi stagionale”.
L’assurdità di queste affermazioni, lesive oltretutto della dignità dei docenti, è stata rilevata da diversi colleghi che hanno commentato l’articolo; e così ho fatto anch’io, inviando questo contributo che intendo qui riproporre.

“La preside Falco, a mio giudizio, non fa altro che riesumare per l’ennesima volta antichi luoghi comuni sessantottini, del tutto distanti dalla realtà attuale. E’ pacifico il fatto – e penso che tutti qui lo riconosciamo – che il nostro lavoro non è affatto part-time e non si limita alle 18 ore settimanali, non credo ci sia bisogno di dimostrarlo ulteriormente. Tenere aperte le scuole il pomeriggio sarebbe un’inutile spesa per lo Stato; e poi, almeno per quanto mi riguarda, io curo la correzione degli elaborati, l’aggiornamento, la preparazione delle lezioni ecc. molto meglio a casa mia, dove ho tutto il necessario, piuttosto che nell’edificio scolastico. Non comprendo questa insistenza assurda, che viene soprattutto dalla sinistra e dal PD, sul voler tenere aperte le scuole al pomeriggio. Cui prodest? A noi no di certo, ma neppure agli alunni: nella mia scuola, ad esempio, abbiamo l’80% di pendolari, che non possono trattenersi oltre l’orario mattutino, tanto per dirne una.
E un’altra cosa poi: basta con questa assurda infatuazione per gli strumenti multimediali, che molti continuano a definire “nuovi” anche se ormai non lo sono più: sono 20 anni che esiste internet, i CD e quant’altro, e più di recente sono arrivate le LIM (spesa inutile a vantaggio esclusivo delle aziende produttrici), gli smartphon e i tablets; ma questi begli aggeggi possono soltanto essere usati come strumenti, non possono sostituire il cervello umano. Lo studio personale dell’alunno è affidato alle sue qualità ed al suo impegno, non certo a un tablet o una LIM. Finché non passerà questa sbornia informatica, che serve solo ad arricchire le aziende produttrici, si perderà sempre di vista il vero fine dell’insegnamento, in nome di una “modernità” che è solo di facciata, e non offre nulla di concreto.
L’unica riforma da fare alla scuola primaria sarebbe quella di tornare ad un insegnamento serio, che dia ai ragazzi gli strumenti concreti di conoscenza della lingua italiana e delle basi della matematica e della lingua straniera. E se qualcuno non raggiunge gli obiettivi minimi prefissati, è giusto che ripeta un anno o due, anche alla scuola primaria o secondaria di primo grado. Una ripetenza non distrugge nessuno, anzi consente di raggiungere con più agio e serenità le conoscenze e le competenze necessarie per il proseguimento degli studi. Saluti. Prof. Massimo Rossi – Montepulciano (Siena)”.

Occorre combattere con forza questi luoghi comuni che purtroppo esistono anche oggi e non fanno altro che squalificare la nostra categoria. E qui intendo contestare anche un’altra affermazione della Falco, quella circa la “femminilizzazione” del corpo insegnante. A parte il fatto che ciò non corrisponde a verità, perché c’è comunque in ogni scuola una parte di docenti uomini; ma poi non vedo che rilievo possa avere oggi, dopo tutte le lotte sostenute per le pari opportunità, un dato di questo tipo: l’efficacia didattica di un insegnante non dipende dal sesso, ma dalla professionalità, dall’impegno costruttivo nel lavoro, dalla personalità culturale e umana di ciascuno, a prescindere dal fatto che sia uomo o donna. Su questo punto si basa invece qualcuno tra i commentatori dell’articolo suddetto, il quale non ha esitato ad asserire che i nostri stipendi sono così miseri perché concepiti per le donne, nel senso che il contributo finanziario della moglie dovrebbe servire solo a integrare quello, ben più consistente, del marito. Ma anche questo è un luogo comune vecchio e ritrito, perché molte donne oggi guadagnano più degli uomini e contribuiscono in misura paritaria, e in molti casi preponderante, agli introiti di una famiglia media. E tanto che ci siamo, voglio contestare anche un altro luogo comune, quello cioè secondo cui il nostro stipendio sarebbe miserevole: è vero che è inferiore a quello di molti colleghi di altri Paesi europei, ma è anche vero che è più o meno in linea con quello di altri dipendenti pubblici di pari grado. Con la crisi economica che stiamo attraversando, non è proprio il momento di lamentarsi, dato che il nostro posto di lavoro – almeno per il momento – è sicuro. Se poi la situazione generale migliorerà, sarà giusto far recuperare alle nostre retribuzioni ai potere d’acquisto che avevano prima della crisi, ma per il momento non credo che si possa realisticamente chiedere molto di più: non perché non sia opportuno, ma perché i soldi non ci sono.

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La tecnologia e la scuola

In questi ultimi anni il Ministero dell’istruzione e della ricerca (MIUR) non ha fatto altro che tagliare posti di lavoro, risorse e persino oggetti d’uso quotidiano alla scuola pubblica, tanto che, come tutti sanno, oggi non abbiamo più neanche le penne e la carta igienica. E’ però difficile spiegare allora come sia possibile e giustificabile che, in questo clima di austerità e di risparmio spinto fino all’assurdo come quello in cui stiamo vivendo, si spendano ancora tanti soldi per le apparecchiature elettroniche e le tecnologie, anche quando queste sono manifestamente inutili o comunque non indispensabili.

Così accade che nelle scuole manca tutto, però ci sono le famose LIM, lavagne elettroniche che costano migliaia di euro l’una e che, nella maggior parte dei casi, vengono usate dagli alunni per ascoltare musica scaricata da internet durante le ore “buche”, oppure per giochi elettronici o altre leggerezze di simile specie. Eppure, se veramente si volessero dotare le aule di collegamento a internet a fini didattici, cosa lodevole e peraltro confacente a questa nostra era tecnologica, sarebbe sufficiente dotarle di un proiettore da collegare al PC del docente per visionare contenuti adatti e controllati dal docente stesso; si otterebbe in tal modo il medesimo risultato, e forse anche migliore, con una spesa inferiore del 90% a quella attuale. In tempi di crisi, non mi sembra poco.

Un’altra paranoia del nostro ministero è quella del digitale a ogni costo, che pretendono di estendere anche ai libri di testo mediante la sostituzione parziale (e qualcuno l’auspica anche totale!) del libro di carta con quelli in formato elettronico. A me questa pare la stupidaggine più grossa che si possa immaginare, e per diversi motivi. Come possiamo anche soltanto pensare che gli esercizi di matematica, le traduzioni di latino, ed in genere i compiti scritti possano essere svolti esclusivamente sul pc o sul tablet? E’ un’assurdità, così come lo è il pensare che degli alunni possano leggere pagine e pagine di storia, di filosofia, di letteratura, in uno schermo elettronico, con il rischio di procurarsi danni cerebrali (le onde elettromagnetiche non sono innocue!) e soprattutto alla vista, che si stanca e si rovina a continuare per ore in questa occupazione. E poi il libro di carta si apre, si maneggia, si trova immediatamente ciò che serve; il computer invece va acceso, occorre attendere il tempo necessario all’apertura dei programmi e alla connessione, è molto più complesso e difficile potervi scrivere rispetto a quanto non lo sia su un quaderno o un qualunque foglio di carta. E poi, come si suol dire, scripta manent se lo scritto è reale, sulla carta; ma cosa avviene se l’hard disk si guasta o se entra un virus che distrugge o danneggia il software? Si perde tutto, addio libri e quaderni. Io per parte mia, pur accettando di buon grado le nuove tecnologie (sono l’unico della mia scuola ad avere un sito web costruito personalmente e senza l’aiuto di nessuno, fin dal lontano 2000), ne vedo anche i limiti. La tecnologia in certi casi è utile e fa risparmiare tempo e denaro, ma in altri casi non è affatto così, ed occorre rendersene conto. Il computer, come ogni altra invenzione dell’uomo, deve essere uno strumento al suo servizio, da usare quando serve, non quando complica inutilmente la vita. Il caso del libro elettronico, o e-book come lo chiamano, rientra appunto in questa casistica: non è affatto più comodo né più agevole del libro di carta, non offre alcun vantaggio reale a nessuno. E poi c’è da aggiungere un’altra cosa a conferma di questa mia posizione, che i sapientoni del ministero dovrebbero considerare: internet e l’e-book esistono più o meno da vent’anni, durante i quali il libro cartaceo ha continuato a vivere e prosperare. Se veramente l’elettronica avesse potuto e dovuto sostituirlo, l’avrebbe già fatto in tutto questo tempo, non vi pare? Abbandoniamo quindi per sempre questa furia iconoclasta contro il libro di carta, che resta invece uno stupendo e insostituibile amico di ogni persona di cultura. Chi non lo apprezza, si legga il libro di R.Bradbury, Fahrenheit 451, e forse capirà le ragioni che stanno dietro alle mie parole.

Ma il nostro ministero dell’istruzione e della ricerca (MIUR, che bella sigla!), che vuole risparmiare su tutto, finisce poi per spendere fiumi di denaro in iniziative che, sia pur non disprezzabili in sé, possono benissimo essere rinviate a miglior stagione. Sto parlando, ad esempio, del cosiddetto registro elettronico, che nella mia scuola ha ormai da due anni sostituito quello cartaceo. Non entro nel merito dell’utilità di questo strumento, i cui vantaggi pareggiano appena gli svantaggi,  talora non li uguagliano neppure; parliamo invece dei costi, visto che siamo in tempi di crisi e di tassazione selvaggia. L’azienda con cui la nostra scuola ha stipulato l’accordo per il passaggio al registro elettronico ha fornito un pc portatile (netbook) a ogni docente; considerando una spesa media di 200 euro per ogni computer e che noi siamo circa un centinaio, solo per questa dotazione sono stati spesi circa 20.000 euro, ai quali vanno aggiunti i totem (sorta di colonnette con display su cui gli alunni passano il tesserino con banda magnetica per segnalare la presenza a scuola), la linea internet, le centraline e quant’altro. Se tutto questo apparato si dovesse estendere a tutti gli istituti d’Italia, la spesa per il ministero sarebbe stratosferica, forse oltre il miliardo di euro. A cosa servono quindi i tagli al personale docente e non docente, l’aumento minacciato degli orari di servizio, il blocco degli stipendi e del contratto e via dicendo quando si getta via così il denaro pubblico, pagato da tutti i contribuenti? Il registro cartaceo andava benissimo, avrebbe potuto resistere ancora per molto, e non è affatto il caso di sostituirlo, a mio avviso,  soprattutto in questo periodo di gravi difficoltà economiche.

Queste considerazioni mostrano come l’incoerenza e la cialtroneria siano il Verbo orientante di chi ci governa, perché il modo con cui si agisce e si gestisce la scuola pubblica appare irrazionale e privo di qualsiasi logica. Se proprio vogliamo trovarne una, dobbiamo purtroppo insinuare che si tratti di una logica opportunistica, nel senso che le aziende che producono le LIM, i computer, i totem ecc. hanno pur bisogno di vendere i loro prodotti, e qualcuno mesta nel torbido ed è anche disposto, pur di trarne qualche vantaggio o guadagno personale, a gettar via così il pubblico denaro. Non mi viene in mente un’altra spiegazione per giustificare questa follia informatica che, nella realtà dei fatti, rallenta il lavoro anziché accelerarlo, aumenta i problemi anziché risolverli ed in pratica scontenta tutti o quasi senza offrire alcun beneficio concreto.

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