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Le interrogazioni: come condurle?

Un altro post sulla scuola, uno dei tanti. Qui vorrei parlare di come a mio giudizio si dovrebbero condurre le verifiche sulla preparazione degli alunni nella scuola superiore. Premetto che a mio parere la classica interrogazione nostrana, con il prof. che fa le domande e lo studente che risponde, è infinitamente migliore, dal punto di vista dell’accertamento delle conoscenze e della formazione personale, rispetto agli sterili test a crocette che usano all’estero e che purtroppo trovano tanti estimatori anche da noi: anzitutto questi test si possono copiare facilmente o affidarsi alla fortuna crocettando a caso, ma poi in tal modo lo studente non impara mai a parlare, ad esprimersi, a costruire un ragionamento autonomo che gli sarà indispensabile nella sua vita futura. Detto questo, passiamo a trattare la parte operativa dell’argomento.
In un altro post di qualche anno fa (2013) discussi sull’opportunità di programmare o meno le verifiche in accordo con gli studenti ed espressi il mio parere favorevole, perché in certi periodi dell’anno scolastico (come ad es. a chiusura di quadrimestre), se i ragazzi non sapessero quando e da chi saranno interrogati, non riuscirebbero a organizzare il loro lavoro e rischierebbero di perdere il lume della ragione di fronte alla possibilità di essere interrogati in tre o quattro materie nello stesso giorno. Quindi io mi dichiarai allora, e mi dichiaro anche adesso, favorevole al cosiddetto “volontariato” ed alla pianificazione delle verifiche, restando inteso però che lo studente verrà interrogato su tutto il programma svolto fino a quel giorno e non solo sugli ultimi argomenti. Quando espressi questa convinzione ebbi dei commenti negativi, soprattutto da parte di persone che non vivono la realtà della scuola e hanno in mente la figura dello studente ideale, non quella reale che vediamo tutti i giorni. Lasciamo comunque perdere questo argomento e veniamo a parlare di come svolgere, nella pratica, un’interrogazione. Ovviamente anche adesso io esporrò il mio metodo e le mie convinzioni, senza pretendere di insegnare o di imporre nulla a nessuno; chi troverà utili questi consigli li potrà seguire, se vorrà, gli altri potranno controbattere e magari comunicarmi le loro ragioni inviando un commento a questo articolo, dato che me ne arrivano molti meno di quanti ne gradirei.
Vanno assolutamente evitate, secondo me, due abitudini ancora abbastanza diffuse, quella cioè di interrogare l’alunno facendolo restare seduto al suo banco e quella di verificare più alunni insieme (le cosiddette interrogazioni di gruppo, tanto di moda negli anni ’70 dello scorso secolo): nel primo caso, infatti, i suggerimenti da parte dei compagni vicini sono molto facili da comunicare e quindi le risposte possono non essere autentiche; nel secondo invece, quando si sentono più studenti contemporaneamente, è difficile stabilire poi, in sede di valutazione, chi ha risposto meglio e chi peggio, chi era più preparato e chi meno, perché si rischia di attribuire a Tizio ciò che ha detto Caio e viceversa.
La prova di verifica, a mio giudizio, deve essere sempre individuale. L’alunno va interrogato alla cattedra facendolo accomodare sulla sedia che si è portato dal suo banco, giacché lo stare in piedi è scomodo e non aiuta a creare un clima sereno. I compagni vanno tenuti a debita distanza e avvertiti che eventuali suggerimenti saranno interpretati come risposte non date e potranno comportare provvedimenti a loro carico. Le domande debbono essere espresse in modo chiaro, con volto sereno, senza che il docente mostri fastidio o addirittura disappunto di fronte ad esitazioni o a risposte non pertinenti. La prima cosa da fare è mettere lo studente a proprio agio e non farlo sentire come se fosse davanti ad un ufficiale dei carabinieri o di polizia; la verifica deve essere un colloquio, uno scambio di idee e non deve crearsi tensione o peggio terrore di fronte alla prova da sostenere. Se l’alunno si emoziona, cosa che succede spesso, il docente deve cercare di fargli animo e magari modulare il tono della voce e porre la domanda con altri termini, perché in caso contrario l’ansia può aumentare e provocare addirittura un blocco psicologico con conseguente “scena muta”. Se l’alunno non risponde alle domande e si mostra impacciato non sempre ciò dipende dalla mancanza di studio e di impegno; qualche volta è l’emotività che lo blocca, pur dovendosi ricordare che questo può essere anche un espediente che studenti e genitori usano per giustificare una prova andata male. Sta al buon docente accorgersi se veramente il ragazzo o la ragazza sono in difficoltà emotive oppure fingono di emozionarsi perché non hanno studiato.
Ho già detto che le domande vanno poste in modo chiaro e magari ripetute con termini diversi se non comprese alla prima, senza spazientirsi o formulare ingiuste accuse. Mentre lo studente parla occorre seguirlo e cercare di interpretare quel che vuol dire, anche se non si esprime nei termini più adatti. Non è opportuno interromperlo continuamente, perché ciò lo disorienta e gli fa perdere, come si dice, il bandolo della matassa; è invece opportuno lasciarlo parlare, fermandolo solo se si sta insabbiando da solo (cosa che succede spesso) o se sta dicendo fischi per fiaschi, correggendolo opportunamente e rimettendolo sulla giusta via. Cenni di assenso in caso di risposta positiva rinfrancano l’alunno e lo fanno sentire a suo agio; in caso invece di andamento non brillante, è opportuno certamente correggere gli errori, ma non nel modo in cui Quintiliano parla di certi maestri, i quali, a suo dire “rimproverano con astio, come se odiassero”. Anche in caso di esito negativo della verifica, dunque, è assolutamente necessario non usare rimproveri aspri, né commentare sfavorevolmente l’accaduto, perché questo danneggia l’autostima dei ragazzi e rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Basterà il voto non buono a responsabilizzare l’alunno e fargli comprendere che avrebbe dovuto studiare di più e meglio: inutile infierire o mostrarsi disgustati, perché ciò non aiuta nessuno a far progressi.
Il voto va attribuito con assoluto senso di giustizia, senza privilegiare né penalizzare nessuno, e soprattutto senza prevenzioni: non è detto che l’alunno Caio, abitualmente brillante, debba sempre prendere voti alti: se non va bene, un otto può benissimo scendere ad un quattro; ma per la stessa ragione non è detto che l’alunno Tizio, abitualmente mediocre, non possa migliorare e passare da un quattro ad un otto, ad esempio. La prevenzione che certi docenti hanno, buona o cattiva che sia per i propri allievi, è sempre sbagliata. In ogni caso un voto negativo non va mai, e dico mai, presentato all’alunno come un fallimento personale: quella è una mera valutazione di una singola prova, che può cambiare benissimo e migliorare, non è un giudizio sulla persona. Nulla è peggiore infatti dell’abbattimento e della perdita di autostima, che nell’età adolescenziale può essere deleteria e rovinare la vita anche sotto altri aspetti.
Io ho sempre cercato di regolarmi in base ai principi qui esposti e ho sempre messo nel mio lavoro tutta la buona volontà, nell’arco dei quasi 40 anni del mio insegnamento liceale. Ciò ovviamente non vuol dire che non abbia mai sbagliato o che non possa sbagliare ancora; ma  sono convinto che l’importante, nella docenza come in tutte le altre attività umane, sia cercare di fare del proprio meglio e lasciarsi guidare da criteri di onestà e di giustizia. Quando si è tranquilli con la propria coscienza la vita è certamente migliore; saranno poi gli altri a giudicarci, possibilmente con pari equanimità.

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La vergognosa vicenda del Giulio Cesare

E’ accaduto in questi giorni un fatto di cronaca che ha del grottesto e dell’assurdo, tale da risultare incredibile se non fosse tragicamente vero: due docenti del prestigioso liceo classico “Giulio Cesare” di Roma hanno fatto leggere in classe, ad alunni del ginnasio di 14-15 anni, un brano chiaramente osceno e pornografico tratto da un “romanzo” di una “scrittrice” attuale, certa Melania Mazzucco, sulla quale il mio parere è indicato dalle virgolette apposte su termini che meriterebbero miglior sorte. Mi ero riproposto di non intervenire sulla vicenda perché non sapevo cosa in realtà fosse stato letto in quel liceo ma adesso, dopo aver letto sul sito di “Orizzonte Scuola” il contenuto del brano, non posso fare a meno di esprimere il mio sconcerto e la mia indignazione per quanto è accaduto.
Anzitutto trovo inconcepibile che dei docenti, che dovrebbero avere una professionalità e un senso morale che li guida nell’educazione dei ragazzi, possano soltanto concepire un’idea del genere, utilizzare cioè la pornografia (perché di questo si tratta) a fini didattici. Nulla rileva il fatto che i ragazzi di oggi siano già consapevoli di certe cose; il compito della scuola non è quello di assecondare le tendenze attuali verso l’osceno e il volgare, ma semmai il contrario, cercare cioè di riportare i giovani ad un atteggiamento moralmente positivo e rispettoso anzitutto delle sensibilità altrui, sia sul piano dei contenuti che su quello del linguaggio. Non si tratta di “far conoscere la realtà”, perché la vita reale la si può approfondire anche senza usare parolacce o leggere in classi testi volgari e pornografici come quello della Mazzucco. Si sa che gli scribacchini di oggi, che non possono in alcun modo essere definiti scrittori (parola troppo nobile e non adatta a loro) ricorrono all’oscenità e al turpiloquio per stuzzicare i peggiori istinti delle persone e poter così vendere le nefandezze che scrivono; ma la funzione sociale della scuola è ben diversa, è quella di inculcare nei giovani i veri valori della moralità e della vita associativa, contrastando il marciume mediatico che ci viene imposto da televisione, internet e pubblicazioni vergognose come quella di cui si parla.
I due docenti di Roma sono stati giustamente denunciati dai genitori per il loro comportamento, ed io mi auguro che a ciò segua una condanna penale ed un’altra disciplinare; sarebbe giusto, a mio avviso, ch’essi fossero semplicemente licenziati, senza se e senza ma, perché hanno dimostrato chiaramente di non conoscere affatto i loro doveri e quindi di non essere all’altezza dei propri compiti, a prescindere dalla loro oggettiva preparazione didattica. I farisei del finto progressismo di oggi hanno reagito a ciò in maniera scomposta e ridicola, affermando che la denuncia dei genitori sarebbe un atto di omofobia soltanto perché in quel brano viene descritto un rapporto di tipo omosessuale; ma la falsità e la malafede di questa posizione è evidente nel fatto che le rimostranze riguardano l’oggettiva oscenità del brano e non il sesso dei protagonisti. In altre parole, il reato di corruzione di minori ipotizzato per i docenti avrebbe fondamento anche se in quel brano fosse stato descritto un rapporto tra uomo e donna, perché si tratterebbe sempre e comunque di pornografia, una delle vergogne dei nostri tempi che non deve mai e poi mai varcare le porte degli istituti scolastici. Alla stessa maniera ingenua (eufemismo) ha reagito l’autrice del brano incriminato, dicendosi sconvolta e dispiaciuta da chi non vuole che i giovani si confrontino con la realtà. Alla signora in questione io rispondo che i veri scrittori, quelli che sanno (o meglio sapevano) far successo con i loro libri, non avevano bisogno di infarcirli di oscenità e nefandezze: certe cose possono essere fatte ben comprendere ed intuire anche senza descrivere crudamente un fatto del genere. Anche Manzoni, Verga e Pirandello presupponevano, nei loro scritti, che tra i protagonisti delle loro opere fossero intervenuti rapporti sessuali, ma nessuno di loro ha sentito la necessità di descriverli minuziosamente, con riferimenti anatomici precisi e volgarità di ogni tipo. Queste schifezze che si scrivono oggi dimostrano una cosa sola: che la letteratura non esiste più, che per far leggere un libro a qualcuno bisogna mettere in primo piano l’aspetto più animalesco che c’è nell’uomo. Bella civiltà, di cui vantarsi!
L’onorevole Gasparri di Forza Italia ha presentato un’interrogazione al Ministero dell’istruzione per la vicenda romana, e a mio giudizio ha perfettamente ragione, e spero vivamente che la cosa non si fermi qui, anche per evitare che si proceda in questa deriva di degrado morale che già da tempo ha invaso il nostro Paese e di cui si vedono le tracce anche nel comportamento dei politici. Il fatto che il libro in questione parli di una relazione gay non c’entra nulla: ma chi non ha argomenti, chi è cosciente della propria nullità, non trova di meglio che accusare di omofobia, di oscurantismo e (perché no, già che ci siamo?) anche di fascismo chiunque creda nella famiglia tradizionale e nei valori che i nostri padri ci hanno trasmesso e che l’inciviltà moderna sta cercando, ormai da decenni, di annullare.

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Scuola e università: amici o nemici?

Riprendo a scrivere sul blog dopo un’assenza di alcuni giorni, che mi sembra del tutto giustificata: sono infatti stato impegnato a tempo pieno nella preparazione della mia relazione da tenere ad un convegno internazionale sulla Commedia greca organizzato dall’Università di Firenze, al quale io – semplice docente di Liceo – sono stato invitato. Mi sono dovuto misurare con docenti universitari illustri e ben noti in Italia ed all’estero, e spero di essermela cavata in maniera almeno decorosa; ma un’esperienza di questo tipo, per me che manco dall’ambiente universitario da vari decenni, è servita anche per osservare quel mondo, scoprirne alcuni lati più o meno positivi, confrontarli poi con l’ambito della scuola, nella quale vivo ed opero da oltre trent’anni.
A parte i problemi di ordine logistico ed economico che accomunano i due mondi, vi sono però anche rilevanti divergenze che nessuno cerca di colmare o almeno di attenuare. Il problema che mi sembra più rilevante, comunque, è l’assoluta mancanza di comunicazione e di collaborazione tra scuola e università, ciascuna delle quali procede per la propria strada senza tenere in alcun conto le esigenze dell’altra. I programmi, le metodologie, i rapporti umani e culturali si diversificano fortemente senza alcun collegamento, al punto che gli studenti, al momento del passaggio dal Liceo all’Università, si sentono smarriti e vivono una vera e propria crisi di identità del tutto simile, e spesso ancora più grave, di quella provata nel passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria, o dalla scuola media alle superiori. Sarebbe opportuno, a mio parere, cercare di avvicinare queste due realtà creando elementi comuni e contatti più frequenti, in modo da dare agli studenti un più consolante senso di continuità, che favorirebbe anche il successo degli studi ed eviterebbe molti abbandoni.
Cosa si dovrebbe fare, in concreto? Le scuole superiori, dal canto loro, dovrebbero dare agli studenti una maggiore informazione sulle facoltà e gli indirizzi universitari, evitando le scelte affrettate o dettate solo dal miraggio dell’impiego facile e del guadagno, che d’altro canto nessuna laurea può oggi garantire. Sarebbe anche opportuno che gli studi liceali si avvicinassero a quelli accademici nel senso di conferire ai contenuti una maggiore precisione scientifica: ad esempio, per quanto attiene alle letterature classiche e moderne, occorrerebbe dare spazio a elementi di metrica, di critica del testo, di analisi comparata che quasi mai, o per mancanza di tempo o di volontà, si riesce a fare. Ma anche i docenti universitari dovrebbero un po’ cambiare mentalità, abbandonando quel senso di fastidio, di supponenza e di superiorità che spesso provano di fronte ai professori ed agli studenti dei Licei, da loro considerati a priori come inferiori, talvolta persino come poveri ignoranti che non mette conto di rieducare. Questa è la realtà, sebbene non sia opportuno generalizzare; ed è capitato anche a me di invitare docenti universitari a tenere conferenze nel mio Liceo e che costoro si siano limitati ad esprimere quattro nozioncine banali (che noi già conoscevamo benissimo) perché evidentemente, a loro giudizio, non meritavamo di più.
E poi c’è un’altra cosa che le facoltà universitarie, almeno quelle letterarie che conosco meglio, dovrebbero fare: trattare nei loro corsi e nei loro convegni argomenti più generali, più fruibili, argomenti che fanno parte anche dei programmi liceali. Dico questo perché, esaminando i titoli dei vari corsi che i docenti di Lettere Classiche tengono nei loro Atenei, ben di rado capita di sentir parlare di Omero, Platone, Cicerone, Virgilio, o altri autori veramente basilari delle letterature classiche e che si studiano anche a scuola. Quasi sempre invece il loro interesse si indirizza verso autori secondari, quasi sconosciuti, “minori” in tutti i sensi, dei quali oltretutto non viene enucleato il valore storico e letterario generale, ma ci si perde in minuzie riguardanti una variante testuale o la particolare accezione di una parola da loro usata. Un tale livello di specializzazione rischia di diventare un dialogo tra esperti, persone che vivono nella torre d’avorio e che non hanno alcun contatto né con la realtà scolastica né, in generale, con il mondo esterno. Che vantaggio potranno trarre gli studenti da questa estrema specializzazione, che non servirà a nulla nel momento in cui andranno ad insegnare in un Liceo? Si tratta, come diceva un grande latinista del passato qual era Concetto Marchesi, di un pranzo preparato per i cuochi e non per i commensali. Finché certi soloni accademici continueranno a vivere nel loro mondo di sogno, fatto di minuzie, di pedanterie e di polemiche spicciole, nulla di concreto ne verrà alla scuola e nessuna collaborazione potrà veramente instaurarsi. Loro continueranno a guardarci dall’alto in basso e noi continueremo a stigmatizzare la loro supponenza ed astrusità, senza alcun vantaggio per nessuno.

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