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Rileggendo qualcosa del Manzoni…

a-manzoniIn questo periodo, stante la vicinanza del referendum costituzionale, ho deciso di non parlare di questioni politico-sociali sul blog; e ciò perché quel che scrive un docente può essere letto, sia pure per semplice curiosità, dai suoi alunni, che non dobbiamo condizionare in alcun modo. Per questo motivo io, fino al 5 dicembre, parlerò soltanto di questioni culturali e scolastiche, lasciando ad altri le disquisizioni sulla cosiddetta “attualità”.
In realtà, a mio avviso, nulla è più attuale della conoscenza del passato, perché solo attraverso il senso storico si può comprendere la realtà che ci circonda. Così, benché in questo articolo io parli, in maniera del tutto informale e senza la pretesa di dire nulla di nuovo, delle mie letture di questi giorni che riguardano un grande poeta e scrittore del XIX secolo, posso ben dire di affrontare un tema che è più “moderno” e contiguo al nostro pensiero di quanto si potrebbe immaginare. Mi riferisco ad Alessandro Manzoni, l’autore che proprio in questo periodo sto trattando con i miei alunni di quinta nello svolgimento del normale programma scolastico di letteratura italiana. Leggendolo e studiandolo confermo ancor di più la mia tesi secondo cui ai nostri giorni l’arte è morta e sepolta; per dimostrarlo basta confrontare l’arte manzoniana con i miseri prodotti degli imbrattacarte attuali, che solo forzando la lingua italiana si possono chiamare scrittori: tra i Promessi Sposi ed i romanzi di oggi c’è la stessa differenza di quella che può passare tra un elefante e una formica.
Scrittore celebrato ma anche denigrato al tempo stesso, esaltato per la sua grandezza artistica ma anche criticato per l’eccessiva presenza della fede cristiana nella sua opera (che qualcuno ha accusato di “odorare troppo di sagrestia”), Manzoni rappresenta comunque un autore fondamentale nella storia culturale del nostro Paese, colui che ha composto il romanzo più famoso della letteratura italiana e forse dell’intera letteratura europea. Ma quel che mi ha colpito, prima di arrivare ai Promessi Sposi, è stata la grande abilità descrittiva e psicologica ch’egli esprime nelle opere precedenti, dagli Inni sacri alle tragedie. Leggendo con i ragazzi il celebre coro del IV atto dell’Adelchi non ho potuto fare a meno di commuovermi e di sentire i brividi alla schiena nel riesaminare certi particolari che, pur letti altre volte in passato, non mi avevano mai dato le sensazioni che ho provato adesso, di fronte a studenti che hanno senz’altro percepito il mio stato d’animo. Ho potuto constatare la sublime perfezione di quei versi osservando con occhio diverso rispetto al passato la costante e misurata presenza degli aggettivi, i quali conferiscono al testo un’immediatezza, una bellezza, una suggestione indimenticabili: il personaggio di Ermengarda, vicina alla morte, viene descritto con pochi ma efficacissimi tocchi pittorici ravvivati proprio dall’aggettivazione. “Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto” dice il poeta; ed il quadro è già completo, ma particolare rilievo assume, a mio giudizio, proprio il fatto che quelle trecce siano “morbide”, il che significa “fresche, giovanili”, a indicare e compatire l’immatura morte della povera principessa; allo stesso modo le palme (cioè le mani) sono “lente”, ossia rilasciate, abbandonate, perché Ermengarda non controlla più neanche il suo stato fisico, corporale; analogamente, il suo volto è bianco per il pallore della morte e la sua fronte è “rorida” (lett. “rugiadosa”) perché imperlata del freddo sudore che precede la fine, ed il suo sguardo è “tremolo”, cioè vacillante alla ricerca della luce del cielo. A parte un probabile richiamo allusivo, in quest’ultimo particolare, al finale del libro IV dell’Eneide virgiliana, quando Didone morente ricerca in cielo la luce proprio come Ermengarda, ciò che colpisce di più il lettore e costituisce il principale veicolo della grandissima arte manzoniana è proprio il sapiente ed accurato uso degli aggettivi, in base ai quali si determinano i contorni di un’immagine indimenticabile.
La grandezza del Manzoni come poeta e scrittore non può essere messa in discussione da nessuno, neanche dai suoi detrattori: si può criticare in lui l’eccessivo affidarsi alla giustizia divina anziché a quella umana, come ha fatto – con la miopia e la faziosità che la contraddistingue – la critica marxista; si può accusarlo talvolta di scarsa verosimiglianza, specie in certi episodi dei Promessi Sposi come la repentina conversione dell’Innominato o la singolare coincidenza nella stessa notte del matrimonio “irregolare” tentato da Renzo e Lucia e del tentativo di don Rodrigo di rapire la ragazza; ma lo spessore artistico dell’opera è incontestabile, anche perché essa trascende di gran lunga il realismo e la razionalità, principi estetici importanti sì ma non irrinunciabili nello spirito romantico. Ad un’arte descrittiva della società secentesca e della psicologia umana di altissimo livello si accompagna inoltre un messaggio culturale di grande rilievo, che a me pare concentrato in tre ambiti, quello religioso, quello politico-sociale e quello culturale. Sul primo e sul secondo, molto discussi e presenti in tutti i libri di storia letteraria, non intendo aggiungere nulla se non la particolare concezione che il Manzoni, in ossequio alla sua formazione illuminista ed alla successiva conversione, ha della ragione umana: essa è uno strumento indispensabile per comprendere la realtà e soprattutto per condannare le superstizioni e le false credenze dei secoli passati, nella cui persistenza non poca parte ha avuto la Chiesa cattolica; ma proprio nel momento in cui la fede cristiana è criticata per i suoi errori, viene anche recuperata in una prospettiva nuova e la ragione umana trova il suo limite proprio nella necessità di affidarsi a Dio ed alla sua infinita clemenza. Un rilievo particolare acquista invece, a mio giudizio, il concetto che Manzoni mostra di avere dell’importanza della cultura nella società umana, nella quale essa può giocare un ruolo sia positivo che negativo. Essa è ignobile e dannosa quando diventa uno strumento di oppressione nei confronti degli umili (v. gli incontri di Renzo con don Abbondio, l’avvocato Azzeccagarbugli e quando resta coinvolto nei tumulti di Milano), ma è invece un possesso prezioso quando è impiegata a fin di bene. Per questo Renzo vuole che i suoi figli imparino a leggere e scrivere, per non essere imbrogliati dai potenti come è toccato a lui. Ed ancor oggi, mutatis mutandis, questo messaggio è valido e attuale: anche nella nostra società la conoscenza non è un semplice orpello per distinguersi o per farsene vanto, ma il tramite indispensabile per capire noi stessi ed il mondo che ci circonda, per affrontare la vita con spirito critico e autonomia di giudizio.

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Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo

Come più volte ho scritto in questo blog, io leggo soltanto le opere letterarie classiche, intendendo per classici però ovviamente non solo quelli antichi, ma anche i moderni almeno fino all’epoca della seconda guerra mondiale, o poco oltre; non leggo mai invece quello che viene prodotto oggi o negli ultimi 50 anni, perché considero i cosiddetti “scrittori” attuali come pennivendoli e imbrattacarte che non conoscono non solo le regole fondamentali della narrativa, ma spesso neanche la sintassi italiana, figuriamoci quindi se possono essere accolti nell’ambito della grande letteratura! Purtroppo in questi nostri sciagurati tempi è morta ogni altra forma di arte, e quella dello scrivere non fa eccezione.
Così, in questa estate, ho letto con estrema attenzione il romanzo Oliver Twist di Charles Dickens (1812-1870), di cui avevo conosciuto ed apprezzato altri capolavori come Davide Copperfield. Questo romanzo, che narra la storia di un povero bambino orfano che cresce in un ospizio tra maltrattamenti e privazioni, mi ha inizialmente entusiasmato, sia per la profonda capacità narrativa dell’autore sia per la grande analisi psicologica che mette in atto, oltre che per la vigorosa raffigurazione dell’Inghilterra vittoriana del XIX secolo: ottime sono le descrizioni delle persone e dei loro caratteri, dei paesaggi di città e campagna, delle contraddizioni che si manifestavano in quei tempi grandi e tristi nello stesso momento, in cui le differenze sociali erano talmente marcate da rivelare con impressionante crudezza il divario esistente tra le regge dei ricchi ed i miseri tuguri dei poveri, sempre impegnati nella difficile impresa di sopravvivere in una Londra minata dall’indigenza e dal conseguente dilagare della criminalità. In questo mondo contraddittorio e crudele si muove il piccolo protagonista, che affronta alterne vicende ma riesce sempre e comunque a mantenere la propria dignità scontando colpe non sue ma ritrovando infine la sua redenzione totale e definitiva. Maltrattato e sfruttato da una banda di criminali che lo tiene a lungo con sé, Oliver non si integra mai in quella loro mentalità, anzi dal contrasto emerge ancora di più la sua indole buona e generosa, una luce che non smette mai di brillare in un mondo totalmente oscuro.
Grande capolavoro, dunque, Oliver Twist? A giudicare dai giudizi della critica e dalla grande fortuna che ha avuto anche in ambiti diversi da quello letterario (ci sono state ben 15 riprese cinematografiche, contando solo le principali!) sembrerebbe di sì. Eppure, nonostante la bellezza delle descrizioni e l’eleganza dello sviluppo narrativo d’insieme, nonostante il realismo e la sottile ironia con cui viene descritta l’Inghilterra dell’età vittoriana, qualche difetto emerge in quest’opera, almeno a giudizio di noi uomini del XXI secolo. I caratteri più popolari, ma anche più banali, dello spirito romantico dell’epoca ci sono tutti, a partire da un sentimentalismo che ai nostri occhi appare eccessivo: passioni senza limiti né controllo, ad esempio, sono frequenti nel romanzo, dove il pianto e la disperazione si presentano in ogni momento e ben oltre il loro consueto manifestarsi nella vita reale; amore e odio hanno dimensioni alterate ed un po’ esagerate, senza alcun termine di mediazione. Questo visione manichea della realtà si manifesta poi in ogni carattere umano , assolutamente votato al bene o al male, tanto che a personaggi totalmente positivi (lo stesso Oliver, il signor Brownlow che lo accoglie, la signorina Rose ecc.) fanno riscontro altri perversamente malvagi e negativi (l’ebreo Fagin, lo scassinatore Sikes ed altri); non c’è praticamente alcun elemento di grigio, ma si passa inesorabilmente dal bianco al nero, come se il bene ed il male fossero due categorie assolute delle quali l’uomo può assorbirne una sola, restando del tutto al di fuori dell’altra. Non manca poi un altro elemento romantico per eccellenza, quello della redenzione della “donna perduta” di cui molti esempi troviamo nella letteratura dell’800, primo tra tutti La signora delle camelie di Alexandre Dumas da cui deriva La traviata del nostro grande Giuseppe Verdi. Nel romanzo di Dickens la figura di Nancy corrisponde proprio questo stereotipo: pur essendo vissuta sempre tra violenze e privazioni, costretta a vendere il proprio corpo e fatta compagna e schiava dal malvagio Sikes, ella conserva però nel suo animo un’innata bontà, che la spinge a tradire il suo aguzzino non per un vantaggio personale ma per il trionfo della giustizia, nel nome del quale pagherà con la vita questo suo atto di redenzione. I tratti convenzionali dell’eroina romantica ci sono tutti, e qui dobbiamo dire che Dickens è stato profondamente influenzato dal clima letterario e culturale vigente ai suoi tempi. Anche il lieto fine dell’opera corrisponde a questa aspirazione borghese ottocentesca ad un mondo migliore, dove il bene e la giustizia finiscono sempre per trionfare: così muoiono o vanno in rovina tutti i personaggi negativi del romanzo, mentre quelli positivi vivono tutti “felici e contenti”, non solo il piccolo Oliver che trova finalmente una famiglia ed una vita dignitosa, ma anche gli altri che l’hanno sostenuto ed aiutato in modo totalmente generoso e disinteressato.
Questi elementi qui esposti, a mio giudizio, fanno di Oliver Twist una grande opera sì, ma poco corrispondente alla realtà quotidiana, dove purtroppo non sempre trionfa il bene ed il male soccombe, ma spesso accade l’esatto contrario. Oggi poi, dopo la scoperta freudiana dell’inconscio e lo sviluppo ulteriore e conseguente della letteratura (si pensi, anche solo per l’Italia, a Svevo e Pirandello) non è più accettata una frattura così netta e manichea tra il bene ed il male, perché il carattere umano è più complesso di quanto si pensava ai tempi di Dickens e non è più racchiudibile semplicemente in una delle due categorie. Dobbiamo poi tener conto del fatto che quando Dickens scrisse il nostro romanzo aveva circa 25-26 anni e non aveva quindi ancora raggiunto la piena maturità artistica, il che potrebbe spiegare alcune incoerenze e inverosimiglianze che vi si manifestano, come ad esempio il fatto che il piccolo Oliver orfano e ramingo giunga in una Londra che già allora contava oltre mezzo milione di abitanti e vada a finire proprio nella casa della persona che aveva conosciuto suo padre, dove trova un ritratto che raffigurava i suoi parenti ed in base al quale il suo protettore ne scopre le origini. Sono espedienti da commedia classica, tipici di Plauto e Terenzio, che ancora sopravvivono nella letteratura moderna ma che non rispondono ai tratti del realismo alla Auerbach o anche soltanto ai canoni narrativi appena successivi del naturalismo francese e del verismo italiano. Con tutto ciò Oliver Twist rimane un capolavoro ed una grande testimonianza di quei tempi e di quella società, ed è dotato di una forza espressiva e di un fascino coinvolgente che gli scritti attuali non possono neanche sognarsi di raggiungere. La vera letteratura è questa, un’arte grandissima che oggi, nell’era di internet e della tecnologia, non esiste più, né mai esisterà in futuro. Per nostra fortuna tuttavia, visto lo squallore del presente, possiamo ancora dilettarci e commuoverci con le opere del passato, che, come dice Seneca, nessuno potrà mai toglierci perché appartengono a noi come noi stessi apparteniamo a loro.

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