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Il “burnout”, o depressione dell’insegnante

Ancor prima che il fenomeno di cui mi occupo oggi fosse definito con questa orribile parola inglese si sapeva che la categoria di lavoratori che, nel nostro Paese, ricorre di più alle cure degli psichiatri, è quella degli insegnanti. E’ un dato di fatto, non un’ipotesi, e dovrebbe essere sufficiente a controbilanciare l’idea, così pesantemente diffusa nell’immaginario popolare, secondo cui la nostra categoria lavorerebbe solo 18 ore a settimana, avrebbe quattro mesi di ferie, ruberebbe lo stipendio e così via. La realtà è tutto l’opposto: se c’è una professione logorante sul piano psicologico, che comporta però anche conseguenze fisiologiche e somatiche, è proprio quella di noi docenti. Sembra che finalmente il fenomeno sia stato riconosciuto, almeno in ambito medico e sociologico; non lo è invece ancora dal punto di vista politico-sociale, visto che anche gli insegnanti, come molte altre categorie, sono costretti dalla legge Fornero a rimanere in servizio fino a 66-67 anni di età, con la conseguenza che in Italia abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa. Questo scarto demografico con gli alunni, che in molti casi potrebbero essere non i nostri figli ma i nostri nipoti, aumenta il disagio della categoria e la depressione che ne deriva, in quanto ci sentiamo talmente lontani, anagraficamente, dai nostri studenti che per molti di noi risulta difficile entrare in sintonia con loro e con i loro problemi adolescenziali.
Etimologicamente la parola “burnout” significa “bruciato, fuso”, e debbo dire che non è usata fuori luogo, perché in effetti questa forma di depressione si presenta in forma di un esaurimento delle energie psichiche con cui ogni giorno dobbiamo affrontare il nostro lavoro. Le cause del fenomeno sono molteplici e diverse per ciascuno di noi; per quanto mi riguarda, pertanto, esporrò quelle che mi sembrano più appropriate al mio caso, dato che anch’io mi sento affetto da questa sindrome, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui quest’anno ho fatto domanda di pensione, pur potendo restare in servizio un altro anno ancora. La differenza di età con gli alunni, già ricordata, ha senz’altro inciso, ma non più di tanto, poiché i miei motivi di insoddisfazione e di recriminazione nei confronti dell’ambiente lavorativo derivano solo in minima parte dai miei studenti, con i quali continuo a star bene anche se per età potrei essere il loro nonno; debbo dire anzi che quando sono in classe a far lezione, quando la porta è chiusa e nessuno mi disturba, quando mi è consentito di fare il mio lavoro come credo che debba essere fatto, mi sento come al momento in cui ho cominciato a insegnare, quasi quarant’anni fa, e mi sento ancora pervaso da quell’entusiasmo e quella passione per la mia professione che avevo allora. Del resto, cosa c’è di più nobile del trasmettere la cultura? Come diceva Cicerone, la cultura è bella e utile solo quando non resta chiusa in chi la possiede, ma viene messa al servizio degli altri. Questa, appunto, è la missione del docente.
In verità i motivi della delusione, della depressione da insegnamento (non voglio più usare la parola inglese, parliamo la nostra lingua!), nel mio caso sono altri e non dipendono dagli studenti, i quali comprendono subito chi hanno davanti e sono disposti anche a lavorare seriamente se il docente dimostra per primo di avere amore per le sue discipline. I problemi sono altri, e dipendono dalla burocrazia, dalla cattiva gestione della scuola da parte della politica, dalle frustrazioni quotidiane che derivano dal dover accettare una realtà profondamente diversa da quella in cui da sempre si è creduto. Tanto per cominciare, noi docenti da anni veniamo sottoposti ad una serie sempre crescente di impegni e attività alle quali non corrisponde alcun miglioramento economico, perché i nostri stipendi sono sempre rimasti inadeguati rispetto a quanto avviene in altri paesi d’Europa, dove i colleghi non lavorano certo più e meglio di noi; a ciò si aggiunge una pessima considerazione sociale, perché il nostro ruolo e l’importanza della nostra professione non sono riconosciuti dall’opinione pubblica, la quale continua a pensare che lo stipendio che ci viene dato sia anche troppo alto rispetto al lavoro che svolgiamo. Già questo mancato riconoscimento della nostra professionalità è deprimente, ma a ciò si aggiunge la sostanziale impossibilità di avere qualunque progresso di carriera nel corso della vita lavorativa, tranne quello legata all’anzianità. A questo proposito debbo riconoscere che mi ero illuso nel 2015, quando il governo Renzi promulgò la legge 107 detta della “Buona Scuola”, perché in quella legge si parlava di un “bonus” premiale per gli insegnanti migliori e ciò sembrava in effetti un riconoscimento dell’impegno e della validità didattica e culturale dei docenti. Lo giudicai un provvedimento giusto e sacrosanto, non tanto dal punto di vista economico perché si sapeva che il beneficio sarebbe stato esiguo, quanto da quello morale e professionale, in quanto l’essere compreso in quel novero significava vedere riconosciuta ufficialmente la propria professionalità, il che per me vale più di qualunque cifra. La realtà dei fatti ha però smorzato il mio entusiasmo e ne ha fatto emergere tutta l’infondatezza, perché questo “beneficio” (chiamiamolo così) non è andato ai docenti migliori sul piano culturale e didattico, cioè a coloro che sanno insegnare meglio e conoscono meglio le proprie discipline, ma a chi collabora con la scuola organizzando conferenze, attività varie costruite appositamente per pubblicizzare l’istituto nel territorio di appartenenza, manifestazioni varie che possono anche avere una loro utilità di facciata ma che ben poco c’entrano con il valore professionale del docente. Oltretutto la maggior parte dei dirigenti scolastici non ha neanche pubblicato l’elenco dei beneficiari del “bonus” del proprio Istituto, vanificando così del tutto il riconoscimento stesso e rendendolo di fatto una misera mancia pecuniaria senza alcun altro valore e significato.
Molti altri fattori depressivi ci sono nella scuola attuale per chi, come il sottoscritto, ha una concezione dell’insegnamento ormai evidentemente superata, un residuato archeologico da dimenticare al più presto. Oggi, per effetto delle leggi distruttive che si sono succedute negli ultimi decenni e di cui la 107 è solo la ciliegina sulla torta, la scuola è completamente diversa da come io l’ho vissuta e concepita fin dal momento in cui decisi di dedicarmi a questa professione. Adesso la lezione del docente agli alunni, la trasmissione della cultura, la formazione umana e culturale dei giovani sono diventate il fanalino di coda: quello che conta è invece l’immagine esterna, le varie attività che servono ad attrarre gli studenti e aumentare le iscrizioni, quasi che il valore di una scuola si misurasse sul numero di coloro che la frequentano e non sulla qualità del lavoro che vi viene svolto. E’ questo l’effetto del concetto di scuola-azienda che purtroppo da molti anni ci grava addosso come un macigno e ci costringe a privilegiare l’apparenza rispetto alla realtà, l’immagine esterna rispetto alla sostanza, la quantità rispetto alla qualità. Non possiamo più fare la giusta selezione che ogni scuola seria dovrebbe fare, perché le leggi ci costringono a promuovere praticamente tutti, altrimenti gli alunni non si iscrivono più e quindi l’istituto ne perde di immagine e anche di finanziamenti ministeriali; siamo stati costretti, sempre in base all’idea della scuola-azienda, ad accettare quell’autentica buffonata che è l’alternanza scuola-lavoro, un’iniziativa forse utile per gli istituti tecnici e professionali ma del tutto oziosa per i licei, che vedono i loro studenti perdere tempo scuola prezioso per andare a fare i camerieri, o qualcos’altro di simile; siamo oberati da una serie di attività parascolastiche ed extrascolastiche che potranno anche avere una loro ragion d’essere, ma tolgono spazio e tempo all’insegnamento curriculare e limitano il regolare svolgimento dei programmi, oltretutto sempre più corposi ed impegnativi. I nostri politici pretendono dalla scuola che faccia sempre di più offrendo sempre di meno e mortificando di continuo la professionalità dei docenti. Vogliono fare le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana, e tutto ciò a danno nostro.
Queste, ed altre ancora che non dico per non allungare troppo questo post, sono le ragioni del mio disagio, quello che viene chiamato appunto “depressione da insegnamento”, sempre per non usare la parola inglese. Io mi sento un vinto, uno sconfitto, costretto a vivere in un mondo che non è più il mio, e non certo per colpa degli studenti, che sono invece per me l’unico motivo di consolazione. E così, come tutti i vinti, cedo il campo e mi ritiro, prima che da questo disagio scaturiscano conseguenze peggiori. In un articolo sull’argomento, tempo fa, lessi che lo stato depressivo in cui lavorano i docenti può provocare un malfunzionamento dell’apparato immunitario, con la conseguente maggiore esposizione ad alcune patologie comprese quelle oncologiche. Una ragione in più per uscire il prima possibile da questo sistema logorante e devastante anche per la salute fisica, oltre che per quella psicologica. Poi continuerò a seguire le vicende della scuola, perché è la mia vita e sempre lo sarà; ma si tratterà di uno sguardo dall’esterno, simile a quello di chi sta sulla riva e osserva la tempesta, sereno non perché si compiaccia del male altrui ma perché questa lotta immane non lo tocca più. Concludo con questa immagine non mia, ma di un poeta latino molto importante che senz’altro i miei lettori più avveduti sapranno riconoscere.

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Che fine ha fatto la “par condicio”?

Nella mia vita ho avuto occasione di assistere a molte campagne elettorali, per consultazioni di ogni tipo; ma quella di quest’anno, per le elezioni politiche del prossimo 4 marzo, mi sembra diversa dalle altre, connotata in modo particolare. Tanto per cominciare non mi pare rispettata nel suo spirito di base la legge sulla cosiddetta “par condicio”, che imporrebbe la parità tra tutti i leaders politici per quanto concerne lo spazio propagandistico loro riservato in televisione e negli altri organi di informazione. Le testate giornalistiche, a mio parere, non dovrebbero essere escluse da questo principio, dovrebbero quindi essere al di sopra delle parti e non prendere posizioni faziose, concedendo pari spazio e dignità a tutti i partiti che si presentano alle elezioni; ma così non è, perché certi quotidiani e altri periodici, pur non essendo ufficialmente organi di nessun partito, continuano imperterriti a fare pubblicità per l’una o l’altra delle parti politiche, attaccando spesso brutalmente quelli che considerano i loro avversari. Passando agli esempi pratici, mi pare piuttosto squallido che un quotidiano a larga diffusione nazionale come “Repubblica” stia di fatto facendo campagna elettorale a favore del PD e contro la compagine di centro-destra, accusata di continuo con i soliti marchi infamanti del razzismo e del fascismo. Questo atteggiamento si potrebbe tollerare in un giornale di partito, come l'”Unità” o il “Manifesto”, ma non in un quotidiano nazionale che dovrebbe stare super partes. Anche le TV nazionali, però, non scherzano; la Rai è tutta dalla parte del governo e dei partiti che lo sostengono, come si vede dal rilievo dato alla ripresa economica, alle leggi sul lavoro e sui diritti sociali ecc.; e soprattutto si nota dai continui attacchi contro il centro-destra e contro il Movimento Cinque Stelle, dato che ogni sera i vari TG1, 2 e 3 non mancano di ribadire i disservizi ed i problemi crescenti della città di Roma, proprio perché amministrata da un sindaco di quel gruppo politico. Non da meno è la 7, la televisione a diffusione nazionale che accoglie giornalisti e conduttori di primo piano come Lilli Gruber, Massimo Giletti, Formigli, Travaglio ed altri ancora. Qui assistiamo invece all’apoteosi dei grillini, presentati come salvatori della patria e unici “puri” in un mondo di corrotti e di mafiosi. Nulla di più falso.
Un’altra caratteristica di questa campagna elettorale anomala è la mancanza di confronti diretti tra i leaders dei partiti, i quali preferiscono essere intervistati da soli oppure, al massimo, inviano al dibattito qualche collega di loro fiducia, ma senza partecipare direttamente. Anche qui le varie televisioni offrono vantaggi consistenti ai 5 stelle, che vengono invitati sempre a parlare senza contraddittorio e sono quindi liberi di sproloquiare a loro piacimento, convincendo purtroppo molti ascoltatori. Il leader Di Maio, che non è certo nato con un cuor di leone (per parafrasare il buon Manzoni, che costui certamente non conosce) ha sempre evitato i confronti, nella consapevolezza della propria inferiorità culturale, e ha dato buca ogni volta che l’aveva promesso. Anche questo è un segno di imbarbarimento del costume sociale: se non si dialoga, non ci si confronta ma si preferisce fare il comizio da soli, significa che la democrazia è in pericolo, perché il pluralismo ed il confronto di idee sono alla base della vita democratica di un Paese civile.
Gli esponenti delle varie parti politiche, anziché confrontarsi e dialogare, si accusano e si insultano, e anche questo non è certo un buon segno. Il livore e l’odio per il “nemico”, residuo di vecchie ideologie, continuano purtroppo a imperversare. Lo dimostrano i fatti di Macerata, dove l’azione individuale di un pazzo che ha sparato per le strade è stata ignobilmente strumentalizzata da una parte della sinistra per le solite insulse accuse di razzismo e di “fascismo” contro gli avversari. Veramente qualcuno più intelligente c’è stato, come il segretario del PD Renzi, il quale si è rifiutato di aderire a questa campagna diffamatoria; ma molti esponenti della sinistra, come la signora Boldrini o lo scrittore Saviano, hanno ben rivelato la loro natura di sciacalli, quest’ultimo addirittura attribuendo al segretario della lega Salvini la responsabilità morale di quanto avvenuto a Macerata. Io sfido chiunque a sostenere che Salvini o altri del centro-destra abbiano mai detto che occorre sparare per strada agli extracomunitari; hanno detto solo che è necessario espellere i clandestini e che l’Italia non può accollarsi da sola il peso di milioni di immigrati che arrivano qua senza arte né parte e che finiscono per delinquere e rendere insicura la vita a noi italiani, che fino a prova contraria siamo a casa nostra. Del resto è ben chiaro ed evidente che le cose stanno così: gli stranieri che lavorano onestamente vanno rispettati e considerati cittadini a tutti gli effetti, ma quelli che delinquono debbono essere rimandati subito a casa loro, non essere mantenuti negli alberghi da una politica dissennata che ha preferito questa gente a molti italiani, costretti a vivere con pensioni inferiori a 500 euro mensili.
Una cosa che accomuna invece questa campagna elettorale alle precedenti è la gran quantità di promesse che gli esponenti politici fanno ai cittadini per strappare qualche voto in più; mi sembra anzi che adesso di sparate grosse come case se ne facciano anche più di prima. Anche sotto questo aspetto i campioni sono senz’altro i grillini, che finora hanno saputo soltanto urlare e insultare gli avversari dicendo pregiudizialmente di no a tutto e a tutti, e adesso si mettono invece a fare promesse roboanti ai quali solo gli stupidotti possono credere. Si va dal “reddito di cittadinanza”, che costerebbe 50 miliardi all’anno (dove li trovano, nelle tasche di Grillo?) e che oltretutto pagherebbe le persone per non fare nulla, fino alla promessa di abolire la legge Fornero, di aumentare le pensioni a tutti e finanziare le imprese abbassando le tasse, una promessa questa che però è comune anche ad altri partiti. Ora io mi chiedo: ma si sono accorti costoro che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come dice un antico proverbio? A dire sempre di no, a trattare tutti da mafiosi ed a fare promesse mirabolanti non occorre una grande scienza; ma quando si tratta di realizzare quanto promesso, quando occorre trovare le risorse economiche che non ci sono, allora la musica cambia. Se questi dilettanti della politica, che hanno dato finora prova di una totale incompetenza, dovessero malauguratamente arrivare al potere, si accorgerebbero ben presto di quanto la protesta fine a se stessa sia stupida e inconcludente, e di quanto sia difficile mantenere ciò che si è promesso con tanta enfasi. Ma prima di loro ci renderemmo conto noi di quanto il nostro Paese sia finito in un vicolo cieco, di come sia passato in breve tempo dalla padella nella brace.

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Bilancio sintetico del 2015

Un altro anno sta finendo, anzi finirà tra meno di un’ora… E nulla di particolarmente nuovo mi viene in mente di dire, se non che divento sempre più vecchio e meno tollerante delle assurdità che leggo e che vedo in giro. Si avvicina poi il momento di dover andare in pensione, che io giudico per me una vera e propria catastrofe, al contrario di tante altre persone che sono tutte tese, anima e corpo, al momento in cui lasceranno il lavoro. Per me è vero l’esatto contrario: io vedo la pensione come l’età della vita in cui non si è più utili alla società, in cui non si sa come passare il tempo in modo proficuo, in cui non viviamo ma ci lasciamo vivere, l’età in cui non si hanno più aspirazioni né desideri. Per dirla in una parola, l’anticamera della morte. Con questa mentalità, che io e pochi altri abbiamo, sono quasi grato alla signora Fornero per avermi dato la possibilità di restare in servizio, perché senza la sua tanto deprecata legge io sarei già in pensione, avendo maturato al 1° settembre 2015 la contribuzione massima richiesta dalle norme precedenti. So di averla detta grossa, perché quasi tutti odiano l’ex ministro Fornero per questo motivo, ma io la penso diversamente e confermo che non presenterò mai domanda di pensionamento ma me ne andrò solo quando mi cacceranno a forza di legge.
Cos’ha portato di nuovo il 2015? Dal punto di vista della mia vita privata, poco o nulla: i miei figli sono ormai adulti e se ne stanno per conto proprio, si fanno vivi soltanto nelle feste comandate, o poco più. Le mie abitudini sono le stesse di prima, tranne che quest’anno, purtroppo. sono emersi i primi problemi di salute legati all’età, malanni non troppo gravi ma neanche da sottovalutare; del resto, passati i 60, non si può più vivere da spensierati senza aver cura di noi stessi, come possono fare i nostri alunni di 16/17 anni, e questo è normale. Anche la mia attività di docente è proceduta nel 2015 come negli anni precedenti, con la novità però che l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Liceo Classico si è rivelato più impegnativo del previsto, tanto che mi ha costretto a ridurre quasi a zero la mia attività scientifica di studioso del mondo classico, che in passavo esercitavo con molto più agio. A questo calo dell’attività scientifica ha però contribuito anche la grossa truffa che ho subito da parte dell’editore Loffredo di Napoli (faccio il nome apertamente, e mi prendo la responsabilità di quel che dico) il quale, dopo avermi impegnato oltre quattro anni nella compilazione di una storia della letteratura latina, regolarmente pubblicata con il titolo “Scientia Litterarum” e adottata in molti licei, si è poi dileguato dichiarando fallimento e venendo quindi meno all’obbligo di onorare i contratti stipulati con gli autori. Secondo i miei calcoli la cifra che ho perduto per il mancato pagamento dei miei diritti si aggira sui 10.000 euro; ma ciò che mi rattrista di più non sono i soldi, bensì il fatto che la mia opera, per ovvi motivi, non viene più stampata e quindi tutta la mia fatica si è risolta nel nulla e sono rimasto, come si suol dire, con un pugno di mosche. E’ vero che potrei proporre la pubblicazione del mio lavoro, che ho già riveduto e sensibilmente corretto, ad un altro editore, ma è stata così grande la delusione che mi è passata anche la volontà di tentare nuovi progetti editoriali.
Dal punto di vista delle vicende pubbliche, ben poco ho da dire. Sul governo Renzi non mi sento di pronunciare sentenze, perché a mio vedere non è ancora ben chiaro dove la sua politica ci condurrà; continuo però a pensare che l’azione di governo in un paese come il nostro sia difficile, e che sia molto più semplice e comodo fare opposizione senza doversi assumere responsabilità. Per questo giudico del tutto assurda ed inconcludente la polemica del Movimento cinque stelle (che io chiamo “Cinque stalle”), perché li considero un branco di incapaci buoni soltanto ad urlare e insultare il prossimo, senza mai fare una proposta concreta se non quella, demenziale, del “reddito di cittadinanza”, e mostrando, anche attraverso le continue espulsioni dei dissidenti, di non sapere neanche cosa sia la democrazia. Prima di cadere nelle mani di questi individui preferisco tenermi non solo il governo Renzi, ma qualsiasi altro regime, di chiunque sia. Ciò non significa ovviamente che approvi tutto ciò che viene deciso dal Governo e dal Parlamento, che comunque accetto per dovere civico: ad esempio, la riforma della scuola approvata proprio nel 2015 presenta ancora lati oscuri e certamente non costruttivi. Elementi negativi della cosiddetta “Buona scuola” a firma del ministro Giannini e dello stesso Presidente del Consiglio sono, a mio vedere, sostanzialmente due: l’organico potenziato e la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Il primo ha fatto sì che siano stati assunti, in molti casi senza che abbiano mai affrontato un concorso serio, circa 50.000 docenti che non hanno una cattedra e che dovrebbero coprire le supplenze ed effettuare i corsi di recupero ma che in realtà, una volta compiuti questi compiti, passano il resto dell’anno scolastico facendo poco o nulla, mentre noi docenti di vecchia nomina dobbiamo continuare a fare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, l’aggiornamento, le riunioni collegiali ecc. La seconda assurdità è appunto l’obbligo degli alunni di effettuare “stages” ed esperienze lavorative durante il percorso scolastico della scuola superiore, un’attività che ben si addice a coloro che frequentano istituti tecnici o professionali, ma non certo agli alunni dei licei, i cui programmi di studio e di formazione si riferiscono a modelli di cultura generale, all’astrazione ed al ragionamento, non alle attività pratiche. Tutto ciò complicherà la vita dei nostri giovani, già molto impegnati con gli studi e con le altre attività personali che quasi tutti svolgono; accadrà così che costoro, tirati a forza a doversi occupare di tante cose, finiranno per non far bene nulla, né la scuola né il lavoro. Affermando ciò rischio di apparire troppo pessimista, ma penso di conoscere la realtà scolastica attuale e le caratteristiche dei giovani di oggi abbastanza bene per non temere di essere smentito.

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