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Ancora luoghi comuni sulla scuola e sui docenti

Ho letto poco fa, sul blog del “Gruppo di Firenze” (il link è a fianco tra i “blog che seguo”), i commenti ad un articolo di una certa signora Falco, dirigente scolastica di un Istituto comprensivo di Sesto San Giovanni, la quale tra l’altro dice: “Dovrebbe essere rivisto in ambito contrattuale il profilo professionale dei docenti della scuola pubblica, che non può più delinearsi quale lavoro eminentemente femminile, praticamente part time, a carattere quasi stagionale”.
L’assurdità di queste affermazioni, lesive oltretutto della dignità dei docenti, è stata rilevata da diversi colleghi che hanno commentato l’articolo; e così ho fatto anch’io, inviando questo contributo che intendo qui riproporre.

“La preside Falco, a mio giudizio, non fa altro che riesumare per l’ennesima volta antichi luoghi comuni sessantottini, del tutto distanti dalla realtà attuale. E’ pacifico il fatto – e penso che tutti qui lo riconosciamo – che il nostro lavoro non è affatto part-time e non si limita alle 18 ore settimanali, non credo ci sia bisogno di dimostrarlo ulteriormente. Tenere aperte le scuole il pomeriggio sarebbe un’inutile spesa per lo Stato; e poi, almeno per quanto mi riguarda, io curo la correzione degli elaborati, l’aggiornamento, la preparazione delle lezioni ecc. molto meglio a casa mia, dove ho tutto il necessario, piuttosto che nell’edificio scolastico. Non comprendo questa insistenza assurda, che viene soprattutto dalla sinistra e dal PD, sul voler tenere aperte le scuole al pomeriggio. Cui prodest? A noi no di certo, ma neppure agli alunni: nella mia scuola, ad esempio, abbiamo l’80% di pendolari, che non possono trattenersi oltre l’orario mattutino, tanto per dirne una.
E un’altra cosa poi: basta con questa assurda infatuazione per gli strumenti multimediali, che molti continuano a definire “nuovi” anche se ormai non lo sono più: sono 20 anni che esiste internet, i CD e quant’altro, e più di recente sono arrivate le LIM (spesa inutile a vantaggio esclusivo delle aziende produttrici), gli smartphon e i tablets; ma questi begli aggeggi possono soltanto essere usati come strumenti, non possono sostituire il cervello umano. Lo studio personale dell’alunno è affidato alle sue qualità ed al suo impegno, non certo a un tablet o una LIM. Finché non passerà questa sbornia informatica, che serve solo ad arricchire le aziende produttrici, si perderà sempre di vista il vero fine dell’insegnamento, in nome di una “modernità” che è solo di facciata, e non offre nulla di concreto.
L’unica riforma da fare alla scuola primaria sarebbe quella di tornare ad un insegnamento serio, che dia ai ragazzi gli strumenti concreti di conoscenza della lingua italiana e delle basi della matematica e della lingua straniera. E se qualcuno non raggiunge gli obiettivi minimi prefissati, è giusto che ripeta un anno o due, anche alla scuola primaria o secondaria di primo grado. Una ripetenza non distrugge nessuno, anzi consente di raggiungere con più agio e serenità le conoscenze e le competenze necessarie per il proseguimento degli studi. Saluti. Prof. Massimo Rossi – Montepulciano (Siena)”.

Occorre combattere con forza questi luoghi comuni che purtroppo esistono anche oggi e non fanno altro che squalificare la nostra categoria. E qui intendo contestare anche un’altra affermazione della Falco, quella circa la “femminilizzazione” del corpo insegnante. A parte il fatto che ciò non corrisponde a verità, perché c’è comunque in ogni scuola una parte di docenti uomini; ma poi non vedo che rilievo possa avere oggi, dopo tutte le lotte sostenute per le pari opportunità, un dato di questo tipo: l’efficacia didattica di un insegnante non dipende dal sesso, ma dalla professionalità, dall’impegno costruttivo nel lavoro, dalla personalità culturale e umana di ciascuno, a prescindere dal fatto che sia uomo o donna. Su questo punto si basa invece qualcuno tra i commentatori dell’articolo suddetto, il quale non ha esitato ad asserire che i nostri stipendi sono così miseri perché concepiti per le donne, nel senso che il contributo finanziario della moglie dovrebbe servire solo a integrare quello, ben più consistente, del marito. Ma anche questo è un luogo comune vecchio e ritrito, perché molte donne oggi guadagnano più degli uomini e contribuiscono in misura paritaria, e in molti casi preponderante, agli introiti di una famiglia media. E tanto che ci siamo, voglio contestare anche un altro luogo comune, quello cioè secondo cui il nostro stipendio sarebbe miserevole: è vero che è inferiore a quello di molti colleghi di altri Paesi europei, ma è anche vero che è più o meno in linea con quello di altri dipendenti pubblici di pari grado. Con la crisi economica che stiamo attraversando, non è proprio il momento di lamentarsi, dato che il nostro posto di lavoro – almeno per il momento – è sicuro. Se poi la situazione generale migliorerà, sarà giusto far recuperare alle nostre retribuzioni ai potere d’acquisto che avevano prima della crisi, ma per il momento non credo che si possa realisticamente chiedere molto di più: non perché non sia opportuno, ma perché i soldi non ci sono.

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