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Le lingue classiche: come insegnarle?

Ho visto che di recente si è costituito su facebook un gruppo di studiosi ed ammiratori delle lingue classiche, con sede a Firenze; questo gruppo, di cui in questo momento non ricordo il nome, si propone di rilanciare l’interesse per il latino ed il greco – e quindi anche il loro apprendimento – ponendosi su basi non tradizionali ma riprendendo invece un metodo che fece molto scalpore qualche decennio fa e di cui pensavo si fosse ormai perduto anche il ricordo. Si tratta di un procedimento apprenditivo noto come “metodo Oerberg”, dal nome dello studioso norvegese suo fondatore, e che consiste principalmente nell’approcciarsi alle lingue classiche con un sistema molto simile a quello in uso per quelle moderne, iniziando cioè dal dialogo, dalla lingua parlata, per passare poi solo successivamente all’analisi dei testi. In pratica, così come avviene per l’inglese ed altre lingue moderne, sia il latino che il greco andrebbero appresi non studiando la grammatica ma partendo direttamente da frasi più o meno semplici tipiche della vita quotidiana, tipo “come ti chiami?”, “da dove vieni”, “cosa fai stasera” e altre di questo genere. Imparando così dalla pratica le norme fondamentali della lingua parlata, si passa poi gradualmente alla lettura dei testi in lingua.
I sostenitori del metodo cosiddetto “naturale”, che si avvicina alle lingue antiche senza la grammatica e che solo in un secondo momento esamina le strutture morfologiche e sintattiche, affermano che con questo sistema i loro studenti riescono, quasi in modo miracoloso, a parlare latino e greco fin dai primi mesi di studio e che sono in grado, poco dopo, di leggere ed interpretare gli autori. Dal canto mio, invece, io non ho mai creduto a questa prodigiosa novità, soprattutto per due motivi: il primo è che le lingue antiche non si studiano per la conversazione, ma per la lettura di testi scritti molti secoli fa, e non può essere quindi valido per il loro apprendimento il medesimo sistema impiegato per le lingue moderne, molto diverse da quelle classiche per quanto attiene alla morfologia, alla sintassi ed alla stilistica. Il secondo motivo, molto più banale ma incontestabile, è la constatazione secondo cui, se questo nuovo metodo fosse stato veramente efficace come dicono, si sarebbe diffuso molto più ampiamente di quanto non sia oggi, perché sia docenti che studenti sarebbero stati ben felici di veder ridotte le loro fatiche per raggiungere risultati che vengono millantati come straordinari. Se ciò non è avvenuto una ragione ci sarà; ed infatti, ad un mio commento inviato alla pagina facebook di questo gruppo, la risposta è stata piuttosto seccata e inconcludente, perché gli esimi cultori del metodo Oerberg mi hanno risposto che la mancata diffusione del loro miracoloso elisir della cultura non è avvenuta per colpa dei professori retrogradi e refrattari alle novità.
Al contrario di quanto pensano costoro, io do per scontato che per l’apprendimento del latino e del greco non si possa fare a meno della grammatica, perché ritengo assurdo e improponibile leggere un testo classico senza conoscere la teoria della flessione, le declinazioni nominali e pronominali, la coniugazione dei verbi ecc. Penso anche che la grammatica vada studiata gradualmente ma con continuità, affrontando di pari passo un congruo numero di esercizi che mostrino, nella realtà effettuale dei testi, come le regole studiate in teoria trovino applicazione. Se questo è conservatorismo, beh, ammetto di essere un conservatore, e di certo – come sa chi mi conosce – questa non è una novità, né me ne dolgo più di tanto.
Un particolare aspetto del metodo “naturale” credo però che abbia un suo fondamento e che andrebbe seguito anche da chi svolge un insegnamento tradizionale: quello cioè di anticipare quanto più possibile, fin dal primo anno di studio o al massimo all’inizio del secondo, la lettura e l’analisi dei testi d’autore, iniziando ovviamente da quelli più semplici. Questo esercizio, se svolto bene sotto la guida del docente, dovrebbe consistere nel far scoprire agli alunni il giro di frase tipico degli scrittori antichi, le differenze soprattutto sintattiche e dell’ordo verborum che sussistono tra le lingue antiche e quelle moderne (ad es. la preminenza, nelle prime, della subordinazione rispetto alla coordinazione, la diversa posizione del soggetto e del verbo, le concordanze degli aggettivi anche posti a distanza dal sostantivo cui sono riferiti e via dicendo). Un lavoro di questo tipo svolto nel primo biennio di studi è indispensabile affinché ogni alunno possa affrontare con tranquillità il triennio conclusivo degli studi liceali, quando il docente sottoporrà alla classe esclusivamente brani tratti dagli autori, data la necessità di prepararsi adeguatamente alla seconda prova scritta dell’esame di Stato. Altrimenti si produrrà quella situazione che molto di frequente (per non dire quasi sempre) si riscontra nelle classi terze all’inizio dell’anno scolastico: gli alunni, in altre parole, conoscono bene e persino benissimo le “regole” grammaticali dal punto di vista teorico, qualche volta ricordano le eccezioni persino meglio del professore, ma falliscono miseramente una volta messi di fronte ad un testo d’autore, sul quale non riescono minimamente ad orientarsi perché le frasi e le versioncine che hanno svolto in precedenza non avevano degli autori classici se non un lontano ricordo. Questo presupposto, la conoscenza quanto più possibile anticipata delle strutture sintattiche e dello stile compositivo degli autori classici, è a mio parere l’unico aspetto del metodo “naturale” che possa essere accettato e perseguito, se vogliamo ottenere un apprendimento decente delle lingue classiche ed evitare il generale fallimento che molto spesso avviene, da questo punto di vista, nei nostri Licei. Che poi il tradurre dal latino e dal greco sia per i ragazzi di oggi, e per le ragioni che ho spiegato in altri post, sempre più difficile, è un altro discorso; ma sarebbe sbagliato a mio avviso rinunciare del tutto all’analisi autonoma dei testi classici da parte dei nostri studenti, perché questo è uno dei pochi esercizi scientifici ancora rimasti nella nostra scuola, è un lavoro di analisi, di riflessione e di scelta che apre la mente al pensiero critico e rende mentalmente più liberi e più consapevoli delle proprie qualità e dei propri mezzi espressivi.

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Il declino del Liceo Classico

Leggendo, in questi giorni, i dati emanati dal MIUR sulle iscrizioni alla scuola secondaria superiore per il prossimo anno scolastico 2013/14, si nota che a livello nazionale risultano in aumento gli istituti tecnici e professionali, mentre nell’ambito dei Licei, l’unico incremento significativo è quello dello scientifico delle scienze applicate. Non buoni sono invece i risultati dei Licei tradizionali, ed in particolare quello del Liceo Classico, per il quale risulta in calo la percentuale degli iscritti a livello nazionale, con un passaggio dal 6,7% del totale al 6,1%; se poi consideriamo che, attorno agli anni 2005-2007, la percentuale dei ragazzi che sceglievano il Classico era intorno al 10% del totale, il declino appare ancor più chiaro e inarrestabile,con un’accentuazione in questi ultimi due o tre anni.
Quali le cause di questo mancato gradimento degli studi classici e della cultura umanistica, che pure ha costituito da sempre la culla della nostra civiltà? In parte possiamo chiamare in causa la crisi economica, che induce le famiglie a ritornare al vecchio concetto del diploma da utilizzare dopo cinque anni di studi, senza dover affrontare l’Università, che come tutti sanno è molto dispendiosa; e questa motivazione può essere chiamata in causa per tutti i Licei, non solo per il Classico, cioè tutte le scuole che presuppongono, come naturale esito del proprio percorso formativo, la prosecuzione degli studi in ambito universitario. A ciò si è aggiunta però, per volontà del nostro Ministero e del ministro Profumo, una insistente propaganda, effettuata anche mediante spot televisivi, a favore degli istituti tecnici e professionali. Io considero vergognosa e bugiarda questa propaganda: vergognosa perché un ministro della Repubblica non deve mai favorire un ordine di scuole rispetto ad un altro, e illusoria perché con questi spot si è lasciata intravedere per i diplomati un’immediata immissione nel mondo del lavoro, un’affermazione che è pura e semplice fantasia, considerato l’attuale tasso di disoccupazione giovanile, che, se è elevato per i laureati, è elevatissimo per i diplomati, il cui inserimento nell’attività produttiva è sempre più problematico.
Ma per quanto attiene al Liceo Classico le cause del declino sono ancor più variegate. A quelle sopra descritte va aggiunta anche la superficialità della società moderna, che non tiene più in alcun conto la cultura e la formazione umana dei nostri giovani. Si tratta, nel caso specifico delle discipline umanistiche, di una formazione lenta e graduale, i cui frutti non si colgono subito, ma nel corso degli anni e durante l’intero percorso dell’esistenza: una mente che funziona, che mediante lo studio del passato sa comprendere il presente e programmare il futuro, che sa ragionare autonomamente e compiere in piena libertà intellettuale le proprie scelte, non si forma in poco tempo, né con poca fatica. Ma questi princìpi, che per noi uomini alle soglie della terza età e da sempre cresciuti con questo tipo di cultura sono ovvi e scontati, non lo sono per i giovani di oggi, figli della società del “tutto e subito” e alimentati con la tecnologia della tv e del computer, anch’essa peraltro vissuta passivamente e superficialmente da chi passa le sue giornate su facebook o su twitter. I ragazzi di oggi, condizionati dall’ignoranza dei mass-media, dei politici e dei ministri stessi, i quali fanno intendere che per realizzarsi nella vita è sufficiente saper usare un tablet o sapere l’inglese, non comprendono più nemmeno l’importanza ed il valore della cultura umanistica, e perciò non prendono più neanche in considerazione l’idea di frequentare un Liceo Classico. La loro è pura ignoranza, l’ignoranza di chi è inconsapevole del valore di certi studi e perciò li rifiuta a priori. A ciò si aggiunge il fatto che studiare il latino e il greco (oltre ovviamente alle altre materie) richiede tempo e impegno costante, una fatica che i giovani di oggi non sono più disposti a sostenere; e non solo perché non ne comprendono il valore e l’utilità, ma anche perché è la società stessa a distoglierli, una società dove chi meno si impegna e più si fa furbo ottiene i maggiori successi. Non va poi trascurato che quelle scuole a cui si iscrive la maggior parte degli studenti attuali richiedono un tempo dedicato allo studio molto inferiore a quello richiesto da un Liceo Classico, mentre ad un tale disimpegno totale o parziale corrispondono, nella maggior parte dei casi, valutazioni più alte sia negli esiti dei singoli anni di studio sia in occasione dell’esame di Stato. Non ci vuole molto a capire, con tali premesse, il motivo per cui i ragazzi di terza media, interrogati sulla scelta della scuola superiore, storcono il naso quando si nomina loro il Liceo Classico e pongono all’interlocutore varie domande, tra le quali le più frequenti sono due: “A cosa servono il latino e il greco?”, e “Perché dovrei studiare tanto per avere voti più bassi di quelli che avrò in altre scuole studiando meno?”. Già: perché dovrebbero sacrificare la loro gioventù, i loro anni migliori, sui libri? Andiamoglielo a spiegare, con gli esempi che si vedono oggi in questa nostra società, a cominciare da quelli che ci fornisce la nostra classe politica.

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