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La “riforma” della scuola: i pro e i contro

Dopo lunga attesa, è stato finalmente presentato – a approvato dal Consiglio dei Ministri – il disegno di legge recante norme in materia di riforma della scuola, un provvedimento annunziato dal primo ministro Matteo Renzi già al momento dell’insediamento del suo governo. Trattandosi appunto di un disegno di legge, dovrà seguire la prassi consueta dell’iter parlamentare, durante il quale potrebbe subire modifiche anche rilevanti. Considerato ciò, sarebbe opportuno, per esprimere un giudizio motivato, attendere la conclusione di questo percorso; e tuttavia nel frattempo, pur consapevole del fatto che le osservazioni che qui esprimo potrebbero non essere più attuali tra qualche mese o qualche anno, sento la necessità di esprimere il mio parere su quello che adesso conosciamo delle intenzioni del governo e della loro eventuale applicazione alla realtà della nostra scuola.
Come ogni progetto, ogni iniziativa volta a cambiare o innovare l’esistente, anche la cosiddetta “buona scuola”, ossia la riforma targata Renzi-Giannini, presenta aspetti positivi e negativi, alcune proposte cioè che paiono ispirate al buon senso pratico ed altre che a mio giudizio sono discutibili, se non palesemente errate e peggiorative dell’attuale assetto del sistema scolastico nazionale. Qui di seguito esprimo un semplice parere su tutto quanto il disegno di legge, affidandomi soprattutto alla mia esperienza di docente “anziano” che ha ormai dovuto confrontarsi con tante “riforme”, o presunte tali, che ogni governo ha sentito l’impellente necessità di varare. A nessuno, d’altra parte, è venuto in mente che forse la scuola italiana, con opportuni correttivi, avrebbe potuto restare così com’era, anche perché quando si incensa il “nuovo” a tutti i costi si rischia sempre di aggravare la situazione e di adottare rimedi peggiori del male.
Comincio con gli aspetti della riforma renziana che mi sembrano positivi. Il primo – e qui penso che tutti dovrebbero essere d’accordo – è la concessione a tutti i docenti di un bonus di 500 euro annuali per l’aggiornamento, che potrà essere utilizzato per acquistare libri, strumenti didattici e informatici, o anche per visitare mostre e musei, oppure per assistere a spettacoli di provato interesse culturale. Su questo il governo merita tutta la nostra approvazione, purché il progetto si realizzi e soprattutto si riesca a reperire i fondi per renderlo operativo. Altro punto senz’altro positivo è l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, cioè quelle classi con 30 o più alunni nelle quali la didattica diventa veramente difficile sotto ogni punto di vista. Il compito di ridurre il numero degli alunni è demandato ai Dirigenti scolastici, i quali potranno, allo scopo, assumere docenti dall’organico funzionale, cioè da quel numero di professori che non hanno una sede fissa, ma saranno assegnati alle province ed alle scuole con un incarico della durata di un triennio, ma poi rinnovabile. A proposito del maggior potere concesso ai Dirigenti, che molti operatori scolastici e giornalisti stanno aspramente criticando, io dico che invece, per quanto mi riguarda, sono d’accordo e considero la chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole un progresso ed un segno di civiltà. Del resto, dal momento che molte persone portano come esempio da imitare ciò che accade negli altri paesi europei, è giusto osservare che in molti di questi paesi la chiamata diretta dei docenti esiste da molto tempo; non si vede quindi il motivo per cui non la si dovrebbe sperimentare anche da noi. Io personalmente non vedo questo grave pericolo del clientelismo e del nepotismo che molti paventano, quando affermano che i Dirigenti si sceglieranno i docenti in base alle simpatie personali, ai gradi di parentela o anche a cose peggiori che non voglio qui nominare; credo invece che interesse di ogni Dirigente sia quello di avere nel proprio istituto persone preparate e competenti, non amici sprovveduti, perché di tal circostanza ne soffrirebbe l’intera scuola e quindi anche il Dirigente stesso vedrebbe calare non solo il proprio prestigio, ma anche quello di tutto il suo istituto ed anche – cosa ancor più temibile – il numero degli iscritti. Nel disegno di legge è infatti prevista (sebbene molto ridotta rispetto alle dichiarazioni iniziali) la valutazione del merito dei docenti, la cui progressione di carriera non sarà più legata soltanto all’anzianità. Ed anche questa, come più volte ho sostenuto in questo blog, è a mio parere un’evoluzione positiva del nostro rapporto di lavoro, finora appiattito in un egualitarismo squalificante che considera e retribuisce tutti allo stesso modo, mentre invece è pacifico che i docenti non sono tutti uguali, né hanno tutti lo stesso carico di lavoro.
Veniamo adesso agli aspetti negativi della riforma, quelli che non mi piacciono affatto perché temo che possano complicare la situazione attuale. Prima di tutto trovo assurda ed esagerata l’assunzione di oltre 100 mila docenti “precari” senza che siano stati sottoposti (tranne qualche caso) ad un reale e serio accertamento delle loro qualità professionali. Questo è dipeso dall’ignavia dei governi succedutisi negli ultimi anni, i quali non hanno più indetto concorsi ordinari a cattedre dai quali, pur con tutti i limiti che vi si possono individuare, si conseguiva almeno l’accertamento delle conoscenze relative alle materie di insegnamento. Quel che è stato fatto, invece, è stata la compilazione di graduatorie ad esaurimento in cui sono entrate persone che hanno sì effettuato servizio nella scuola anche oltre i 36 mesi stabiliti dalla Corte Europea per l’assunzione a tempo indeterminato, ma spesso li hanno svolti perché ve ne era la necessità da parte dell’Amministrazione, non perché ne avessero titolo in base ad accertate competenze. Questo è un grosso problema, perché la promessa assunzione dei precari si configura come una delle tante sanatorie che sono state compiute in ambito di impiego pubblico dagli anni ’70 in poi, sanatorie che hanno stabilizzato molte persone certamente idonee, ma anche altre che invece avrebbero dovuto svolgere altri mestieri, per il bene loro e della comunità. E adesso rischiamo di ritrovarci di nuovo in questa situazione, senza contare il fatto che questi docenti di nuova assunzione non avranno tutti una cattedra e saranno utilizzati dalle scuole (su chiamata del Dirigente) per supplenze o per la progettualità; così molti di loro, nella realtà effettuale, non avranno un vero impegno lavorativo continuo, mentre noi docenti di ruolo dovremo sostenere un carico di lavoro certamente maggiore, e questo a me pare ingiusto e assurdo.
Un altro aspetto non condivisibile della riforma scolastica è la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, cioè la partecipazione degli alunni dell’ultimo triennio delle superiore a “stages” o esperienze lavorative nelle fabbriche ed in altre aziende del territorio. Questa pratica, in realtà, esiste già, ma è giustamente riservata agli studenti degli istituti tecnici e professionali; adesso invece, con la riforma, si pretende di estenderla anche ai Licei, per un totale di 200 ore annue. A me questa norma pare un’assurdità, perché lo spirito dei Licei, soprattutto il Classico e lo Scientifico, è quello della formazione dello studente sulla base della cultura umanistica e scientifica, e non si vede cosa vada a fare in una fabbrica un alunno abituato a studiare latino, greco, filosofia, storia dell’arte, scienze naturali, matematica ecc. E’ chiaro che tutte le esperienze possono essere utili, ma sottrarre 200 ore ad un calendario scolastico che è già esiguo ed insufficiente per lo svolgimento dei normali programmi significa non realizzare bene nulla, né l’esperienza lavorativa né l’apprendimento delle materie curriculari: diciamo piuttosto che questo è un ulteriore passo compiuto con la volontà di vanificare nei giovani una formazione logica e capace di formare un pensiero autonomo, per avvicinarli ancor più al mondo del mercato, della produzione e del consumismo, proprio quei fenomeni sociali dai cui pericoli noi docenti dei Licei cerchiamo di metterli in guardia. Sempre in questa ottica, ci sono pure due altre proposte di questa riforma che non mi trovano affatto d’accordo: la presenza ossessiva dell’inglese e dell’informatica, i due principali idoli della pseudocultura contemporanea, e la concessione di sgravi fiscali alle famiglie che intendono iscrivere i propri figli alle scuole private (o paritarie che dir si voglia). Quest’ultimo punto è chiaramente un espediente, che non ci si attenderebbe da un governo costituito in gran parte da un partito di centrosinistra, per aggirare il dettato costituzionale, che riconosce sì il diritto all’esistenza delle scuole private, ma sancisce chiaramente ch’esse debbono operare “senza oneri per lo Stato”.
Queste osservazioni, del tutto personali e quindi più o meno condivisibili, mi sono venute spontanee leggendo il testo del disegno di legge di riforma, che soltanto in parte sembra ispirato a principi giusti e tali da migliorare la qualità complessiva del sistema; ad essi però, purtroppo, se ne affiancano almeno altrettanti di segno opposto, che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. C’è soltanto da augurarsi che i passaggi parlamentari, se pure in Parlamento siedono persone di giudizio (il che non è affatto scontato), apportino modifiche che non siano ispirate a interessi di parte (v. le aziende costruttrici delle LIM o di altri strumenti disutili), ma alla reale volontà di costruire un sistema scolastico che sia veramente formativo, che determini negli studenti l’acquisizione di una vera cultura e della capacità di prendere in modo autonomo e critico le proprie decisioni, senza obbedire alle mode del momento o alla superficialità generale che ha ormai da tempo contaminato la nostra società.

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Perché l’inutile salverà l’umanità

Lo scorso 24 marzo, nella sezione “cultura” del sito web di “Repubblica” è uscita un’intervista al prof. Nuccio Ordine, docente di letteratura italiana all’Università della Calabria, il quale ha scritto un saggio pubblicato prima in Francia da “Les Belles Lettres” e poi in Italia da Bompiani. Il titolo del libro è: L’utilità dell’inutile, ed ha per argomento la lettura, la cultura fine a se stessa e non monetizzabile né classificabile nella categoria dell'”utile immediato”. Secondo lo studioso sarà questo l’antidoto che salverà il mondo dall’ignoranza, dall’imbarbarimento che è oggi provocato dallo strapotere delle leggi economiche di mercato, che non lasciano spazio a nessun’altra attività umana per la quale non sia prevista una finalizzazione immediata ed esclusiva alle logiche aziendali.
Purtroppo ho saputo soltanto oggi dell’esistenza di questo libro, che ho intenzione di leggere al più presto; ma fin da ora mi associo e solidarizzo totalmente con il suo autore. Trovo infatti incivile e fornace di barbarie questa tensione attuale verso tutto ciò che è “utile” nell’immediato ed ha come fine ultimo il guadagno materiale; e di questa mentalità facciamo esperienza proprio in questi giorni, quando i dati nazionali sulle iscrizioni alle scuole superiori ci confermano l’aumento degli istituti tecnici e professionali e l’inarrestabile declino del Liceo Classico. In effetti la mentalità dominante nella società attuale, che tiene in considerazione soltanto la logica del denaro e subordina all’economia ogni altro aspetto della vita civile, non può vedere di buon occhio una scuola che non “serve” materialmente a chi la frequenza. Quale utilità pratica può avere, nell’immediato, lo studio del latino, del greco, della filosofia, della storia ecc., materie oltretutto impegnative e che comportano una limitazione, per gli studenti, del tempo libero e delle attività ludiche? Quale attrattiva può avere un liceo in generale, ma in particolare il Classico, visto che non porta direttamente ad imparare un mestiere e quindi a guadagnare dei soldi? Meglio frequentare un istituto tecnico o professionale, in questi tempi di crisi, perchè così si consegue un diploma immediatamente “utile”. Questo è oggi il pensiero dei più, che non tiene conto però che per l’ingresso nel mondo del lavoro occorre essere qualificati, avere una cultura completa e non possedere solo competenze tecniche spesso neanche tanto approfondite. A ciò poi va aggiunta la considerazione, piuttosto banale ma vera, che in tempi di crisi se la disoccupazione affligge i laureati, tanto più affliggerà i semplici diplomati.
E invece a me, fin da ragazzo, piaceva e piace il Liceo Classico proprio perché è la scuola che “forma” di più e che “serve” di meno; e ciò perché sono da sempre convinto che l’istruzione da conseguire a scuola non è una serie di cognizioni tecniche o di “competenze” (come si suole dire oggi), che si possono meglio ottenere con corsi extrascolastici; l’istruzione è “formazione” completa del cittadino, che quando esce dalla scuola non deve saper smontare un motore o progettare un impianto elettrico, ma deve saper ragionare con la propria testa, effettuare le proprie scelte di vita e soprattutto comprendere la realtà che lo circonda: sarà poi l’Università e le successive esperienze di vita che gli consentiranno di specializzarsi e di acquisire competenze specifiche di quella che sarà la sua professione. La complessità del mondo attuale è il risultato di secoli e millenni di progresso del pensiero umano: di qui la necessità di conoscere il passato in tutti i suoi aspetti, da quelli linguistici alla storia civile, letteraria e artistica dell’umanità, un tesoro di cultura che soltanto le materie umanistiche sono in grado di fornire. Questa è la vera finalità dell’istruzione, che non si manifesta forse nell’immediato ma che si compie e si realizza nel corso della vita ed ha le proprie basi durante il quienquennio degli studi superiori. Ecco perché mi è sempre piaciuta di più la scuola che “serve” di meno, perché la formazione dell’individuo non può ridursi a mere e sterili cognizioni tecniche, non può essere affidata solo all’informatica o alle lingue straniere, oggi necessarie ma assolutamente insufficienti alla creazione di una coscienza e di un pensiero autonomi.
In questa nostra società tecnicistica ed attenta solo ai dati economici, dove il prestigio individuale si misura dal possesso dell’auto di lusso o dello smartphone di ultima generazione, non ci accorgiamo più che esistono altri valori che vanno al di là della logica del guadagno e dell’aziendalismo, i valori della cultura che esiste di per sé, senza dipendere da qualcos’altro o senza per forza dover “servire” a qualcos’altro. Come afferma il prof. Ordine in quell’intervista di “Repubblica”, “La logica aziendale guarda alla quantitas, sacrificando la qualitas. Gli studenti sono ridotti a “clienti”, mentre l’università dovrebbe essere il luogo dove si fabbricano eretici, il luogo della resistenza.” Poi, per chiarire, afferma anche che “l’eretico, nel senso etimologico della parola, è colui che è in grado di scostarsi dall’ortodossia dominante, che oggi coincide con la logica utilitaristica del profitto. Perciò il sistema scolastico deve formare uomini liberi, non costruire dei conformisti. L’incontro con un professore e con un libro può cambiarti la vita”.

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Una guerra tra poveri

In questo periodo autunnale noi che operiamo nella scuola ci troviamo impegnati, oltre che nel lavoro quotidiano ed in una serie di incombenze che ci piovono inaspettatamente tra capo e collo, anche in un’altra attività: il cosiddetto “orientamento in entrata”, che equivale poi alla presentazione del nostro Istituto agli alunni delle terze medie del territorio, allo scopo di attirare il più alto numero di iscrizioni possibile. Tutto questo si svolge in diverse maniere: ci sono scuole medie che restano aperte in certe date al pomeriggio per ricevere i rappresentanti delle superiori, quelle che ci consentono di visitare le loro classi al mattino durante le normali lezioni e quelle, infine, che non permettono affatto agli istituti superiori di incontrare i loro studenti, con il pretesto di provvedere in modo autonomo al loro orientamento.
Le modalità con cui le scuole superiori si presentano sono più o meno le stesse: ciascuna invia o consegna direttamente agli alunni delle terze medie ed ai loro genitori del materiale illustrativo (depliants, opuscoli ecc.) che esaltano e magnificano senza limiti i presunti pregi di ogni singolo istituto, spingendosi persino a prevedere per i futuri adepti un sicuro ingresso nel mondo del lavoro. E’ questa, come ognuno può constatare, una delle più grosse menzogne che oggi, con la situazione economica in cui ci troviamo, si possano dire ad un ragazzo di 14 anni, ed è un vezzo, se così si può chiamare, tipico degli istituti tecnici e professionali, i quali millantano spesso di saper dare una preparazione di cui ci sarà un gran bisogno nella società del futuro. Ma come, dico io, non si sa neppure cosa accadrà tra un mese in questa società fluida e instabile, e costoro pretendono di sapere quali professioni saranno richieste tra cinque o sei anni? I docenti che rappresentano questo tipo di scuole insistono sulla presunta “utilità” del loro percorso, e spesso ne danno un’immediata dimostrazione: qualche anno fa, in effetti, visitando una scuola media in occasione di un open day, vi trovai docenti e alunni dell’istituto alberghiero della mia zona che cercavano di attrarre iscrizioni… confezionando lì nell’atrio pasticcini e dolci vari e offrendo agli astanti l’aperitivo. Certo, ognuno usa le armi che possiede, ma non mi pare questo il modo migliore per evidenziare il livello culturale di un istituto scolastico.
Certamente però anche i licei partecipano a questa guerra tra poveri, rivaleggiando tra loro e con i tecnici e professionali per accaparrarsi iscrizioni, allo scopo di garantire la continuità del numero delle classi e quindi dei posti di lavoro. Ognuno magnifica le proprie dotazioni e le proprie caratteristiche: laboratori di informatica sempre attrezzati e moderni, aule speciali, attività di vario genere come gli scambi culturali ecc. In questa situazione di concorrenza spietata chi si trova in maggiore difficoltà è proprio il Liceo Classico, un tempo scuola d’élite culturale e prescelta per la qualità della formazione e per il metodo di studio e di analisi che fornisce, e oggi costretta invece a dibattersi tra ingiuste critiche e falsi pregiudizi, ed a giustificare lo studio delle discipline umanistiche, delle quali invece un tempo nessuno negava l’importanza ed il prestigio. Oggi ci sentiamo sempre più spesso accusare di proporre “roba vecchia” e “lingue morte”, di non fornire un’adeguata preparazione scientifica, di non essere insomma al passo con i tempi. E come possiamo difenderci da queste accuse? Possiamo ribattere, ma con poche probabilità di essere convincenti in un mondo in cui dominano la tecnologia e l’utilitarismo del “tutto e subito”, che il latino ed il greco concorrono in modo significativo alla formazione culturale di un giovane o una giovane, i quali, studiando le radici della nostra civiltà che vanno ricercate nel passato, saranno in grado di comprendere il presente e di programmare autonomamente il proprio futuro; che il metodo di analisi critica ottenuto con lo studio delle discipline umanistiche aiuta a diventare cittadini responsabili e capaci di interpretare la realtà senza farsi condizionare dalle mode e dai falsi miti; che i migliori ingegneri e matematici – guarda caso – hanno frequentato il Liceo Classico; che le statistiche elaborate anche di recente sul successo degli studi universitari dimostrano che chi viene dal Classico si laurea prima e con voti più alti degli studenti provenienti da altre scuole, e via dicendo. Purtroppo tutto questo non è sufficiente per chi non riesce ad andare al di là del puro tornaconto momentaneo (al Classico c’è troppo da studiare, non ci vado!) e della logica dell’utile immediato, dello studio che deve “servire subito”. E guai a dire, come qualche volta ha fatto il sottoscritto dinanzi a studenti e genitori delle terze medie, che la funzione degli studi non è solo quella di “servire”, ma soprattutto quella di “formare”, di creare coscienze e menti ragionanti, che sapranno sì mettere a frutto la cultura acquisita, ma non solo per trovare un posto di lavoro qualunque sia, bensì per essere veramente uomini e donne responsabili e padroni di sé.
Anche quest’anno ho partecipato a questo rito consueto dell’orientamento, visitando scuole medie e accogliendo studenti in occasione degli “open days” della mia scuola; e l’ho fatto non certo per interesse personale, visto che con l’anzianità anagrafica e di servizio che possiedo non rischio nulla per quanto riguarda il mio posto di lavoro, bensì per amore per la mia scuola e soprattutto per amore della verità, perché cioè ho una fede totale e immutabile nella validità culturale e formativa degli studi umanistici, e per questo cerco di spiegare a chi mi ascolta che il Liceo Classico non è una scuola inattuale né sorpassata, perché non c’è nulla di più moderno di una cultura che consenta di comprendere la società in cui viviamo in tutti i suoi aspetti, e che permetta al termine del percorso di operare qualunque scelta. Purtroppo ho avuto anche quest’anno non poche delusioni, soprattutto dovute al fatto che, essendo il nostro un istituto unico che comprende vari indirizzi liceali, siamo pressoché costretti a presentarci tutti assieme alle scuole medie: così, dovendo parlare in presenza dei colleghi dei licei scientifico, linguistico e delle scienze umane, ho dovuto sempre constatare che la loro offerta formativa suscitava negli astanti più interesse della mia, almeno sul piano numerico. Tutti gli anni succede, e tutti gli anni io continuo a testa bassa a sostenere le mie convinzioni, a parlare di latino e greco non come materie astruse che non vale la pena di studiare, ma come strumenti importanti (anche se, ovviamente, non unici!) per creare un pensiero consapevole e autonomo, che è forse la più alta espressione della libertà umana.

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