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Il lavoro “part time” degli insegnanti

In questi giorni ha suscitato polemiche a non finire, come sempre avviene in questi casi, un’intervista rilasciata dall’on. Ilaria Capua, di Scelta Civica (il partitino di Monti), la quale ha candidamente affermato che gli insegnanti in Italia sono sottoutilizzati, cioè lavorano poco, che nessun’altra categoria ha così tanti privilegi ed infine che il loro stipendio non è così basso come sembra, anzi… Quindi, a suo giudizio, noi saremmo dei privilegiati, che lavorano poco e male, che si fanno tanti giorni di vacanza e che, per quel che fanno, sono pagati anche troppo. Naturalmente, dopo che sono state rese note queste dichiarazioni, apriti cielo! Nei blog e nei siti di scuola è cominciato un fuoco di reazione ininterrotto, con tanti colleghi indignati e infuriati contro la deputata: c’è stato chi ha proposto alla Capua di fare a scambio di lavoro e di stipendio, come accadeva nell’Atene del V° secolo a.C., quando un cittadino obbligato dallo stato a sostenere spese pubbliche poteva farsi sostituire da un altro da lui ritenuto più ricco, e se questi si rifiutava poteva obbligarlo all’antidosis, cioè lo scambio dei beni; c’è stato poi chi si è limitato agli insulti e chi ha elencato per filo e per segno tutti gli impegni che noi docenti abbiamo oltre le famigerate 18 ore di lezione settimanali.

Una discussione particolarmente animata c’è stata sul blog del “Gruppo di Firenze”, il cui link si trova qui a lato, nella sezione “Blog che seguo”. Ad essa ho partecipato anch’io con un commento, nel quale mi dicevo sostanzialmente d’accordo con quanto sostenuto dai colleghi, perché penso che chi fa affermazioni come quelle della Capua può essere ispirato solo da due stati mentali ugualmente deteriori: l’ignoranza (se parla senza conoscere la realtà) o la malafede (se conosce veramente ciò di cui parla ma si pone lo scopo di denigrare una categoria sociale). Entrambi questi presupposti sono indegni di una persona che ricopre un incarico pubblico, nella fattispecie un parlamentare, e quindi bene hanno fatto i colleghi a reagire come hanno fatto. Però io ritengo che la giusta difesa della nostra professionalità – e la volontà di ribadire la pesantezza di un impegno che non si limita certo alle 18 ore – non debbano indurci a non voler vedere ciò che in esso potrebbe essere migliorato, né a negare gli inevitabili difetti che anche la nostra categoria mantiene al suo interno. Tanto per cominciare dobbiamo ammettere, perché è evidente, che non tutti gli insegnanti sono preparati o si impegnano allo stesso modo: ci sono anche quelli che non conoscono abbastanza le loro materie e che sono entrati in ruolo con abilitazioni regalate dalla demagogia sessantottina e sindacale, senza mai aver dato prova della loro reale competenza; ci sono coloro che svolgono anche altre professioni (ingegneri, avvocati, architetti ecc.) e che vengono a scuola con l’unico scopo di procacciarsi lo stipendio e la pensione, senza mettere alcun impegno reale né entusiasmo nel loro lavoro. Perché negare queste realtà? Ed è anche innegabile che, pur riconoscendo a tutti i docenti la dignità e l’importanza di tutte le discipline insegnate, non abbiamo però tutti lo stesso carico di lavoro. Possiamo forse paragonare le 18 ore di un docente di matematica e fisica in un liceo scientifico, o quelle di latino e greco in un liceo classico, con quelle di religione o di educazione fisica? Non si tratta di basso o alto profilo delle discipline, che sono tutte importanti e concorrono allo stesso modo alla media dei voti ed al credito scolastico dell’alunno; si tratta di uno sforzo mentale certamente diverso, sia durante le ore di lezione che nella loro preparazione domestica. Un’ora di lezione di italiano, latino, greco, matematica, fisica, ne presuppone almeno un’altra di studio e di aggiornamento: un’ora di religione cosa presuppone? E gli elaborati scritti? E’ vero che oggi molte discipline hanno le prove scritte, ma un conto è correggere un tema di italiano di una quinta superiore e un conto rivedere un test a crocette. Sarebbe quindi opportuno, dato che si parla da tanto tempo di valutazione della professione docente, cominciare a differenziare gli stipendi a seconda dell’impegno e del carico di lavoro di ciascuno.
Quando ho fatto questa proposta nel blog del “Gruppo di Firenze”, alcuni colleghi mi hanno pesantente attaccato, e lo hanno fatto ancor di più quando ho detto che le lamentele sull’esiguità degli stipendi mi sembrano eccessive, considerato anche il fatto che attualmente, con la crisi economica che il Paese sta attraversando, ci sono categorie – come i cassaintegrati, gli esodati o chi ha perso addirittura il posto di lavoro – che stanno certamente peggio di noi. La mia è un’opinione come un’altra, derivante forse dal fatto che io non ho mai fatto del denaro lo scopo della mia vita, ché altrimenti non avrei scelto questa professione, da sempre mal pagata; ma i colleghi non me l’hanno perdonata, dicendo che chi si accontenta dello stipendo fa il gioco di chi vuole screditare e umiliare ulteriormente la categoria. Ma io non intendevo dire che siamo ricchi e che gli stipendi non debbano essere adeguati; ho soltanto detto che lo stipendio non è la prima delle mie recriminazioni, poiché a me dà molto più fastidio, ad esempio, la scarsa considerazione che l’opinione pubblica ha del nostro lavoro, al quale non viene mai riconosciuto il rilievo sociale che invece possiede. Come ho detto in un altro post, a me capita di incontrare vecchi compagni di scuola delle elementari e delle medie che poi nella vita hanno svolto altre professioni, più o meno socialmente stimate; e quando dico loro che faccio l’insegnante, qualcuno sorride beffardamente come fecero la Merkel e Sarkozy nei confronti di Berlusconi. Questo a me dà un enorme fastidio, così come la disinformazione dei politici (vedi la Capua) e dei giornalisti quando parlano di scuola sottolineandone e ingigantendone solo i difetti senza mai parlare dei pregi. Se ci aumenteranno lo stipendio, sarò certamente contento; ma sarei più contento ancora se si cominciasse a considerare la scuola non come un peso per la comunità o un luogo dove si fanno chiacchiere alla barba di chi “lavora” veramente, ma un’istituzione necessaria ed anzi fondamentale per ogni Paese che voglia chiamarsi civile.

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Ancora luoghi comuni sulla scuola e sui docenti

Ho letto poco fa, sul blog del “Gruppo di Firenze” (il link è a fianco tra i “blog che seguo”), i commenti ad un articolo di una certa signora Falco, dirigente scolastica di un Istituto comprensivo di Sesto San Giovanni, la quale tra l’altro dice: “Dovrebbe essere rivisto in ambito contrattuale il profilo professionale dei docenti della scuola pubblica, che non può più delinearsi quale lavoro eminentemente femminile, praticamente part time, a carattere quasi stagionale”.
L’assurdità di queste affermazioni, lesive oltretutto della dignità dei docenti, è stata rilevata da diversi colleghi che hanno commentato l’articolo; e così ho fatto anch’io, inviando questo contributo che intendo qui riproporre.

“La preside Falco, a mio giudizio, non fa altro che riesumare per l’ennesima volta antichi luoghi comuni sessantottini, del tutto distanti dalla realtà attuale. E’ pacifico il fatto – e penso che tutti qui lo riconosciamo – che il nostro lavoro non è affatto part-time e non si limita alle 18 ore settimanali, non credo ci sia bisogno di dimostrarlo ulteriormente. Tenere aperte le scuole il pomeriggio sarebbe un’inutile spesa per lo Stato; e poi, almeno per quanto mi riguarda, io curo la correzione degli elaborati, l’aggiornamento, la preparazione delle lezioni ecc. molto meglio a casa mia, dove ho tutto il necessario, piuttosto che nell’edificio scolastico. Non comprendo questa insistenza assurda, che viene soprattutto dalla sinistra e dal PD, sul voler tenere aperte le scuole al pomeriggio. Cui prodest? A noi no di certo, ma neppure agli alunni: nella mia scuola, ad esempio, abbiamo l’80% di pendolari, che non possono trattenersi oltre l’orario mattutino, tanto per dirne una.
E un’altra cosa poi: basta con questa assurda infatuazione per gli strumenti multimediali, che molti continuano a definire “nuovi” anche se ormai non lo sono più: sono 20 anni che esiste internet, i CD e quant’altro, e più di recente sono arrivate le LIM (spesa inutile a vantaggio esclusivo delle aziende produttrici), gli smartphon e i tablets; ma questi begli aggeggi possono soltanto essere usati come strumenti, non possono sostituire il cervello umano. Lo studio personale dell’alunno è affidato alle sue qualità ed al suo impegno, non certo a un tablet o una LIM. Finché non passerà questa sbornia informatica, che serve solo ad arricchire le aziende produttrici, si perderà sempre di vista il vero fine dell’insegnamento, in nome di una “modernità” che è solo di facciata, e non offre nulla di concreto.
L’unica riforma da fare alla scuola primaria sarebbe quella di tornare ad un insegnamento serio, che dia ai ragazzi gli strumenti concreti di conoscenza della lingua italiana e delle basi della matematica e della lingua straniera. E se qualcuno non raggiunge gli obiettivi minimi prefissati, è giusto che ripeta un anno o due, anche alla scuola primaria o secondaria di primo grado. Una ripetenza non distrugge nessuno, anzi consente di raggiungere con più agio e serenità le conoscenze e le competenze necessarie per il proseguimento degli studi. Saluti. Prof. Massimo Rossi – Montepulciano (Siena)”.

Occorre combattere con forza questi luoghi comuni che purtroppo esistono anche oggi e non fanno altro che squalificare la nostra categoria. E qui intendo contestare anche un’altra affermazione della Falco, quella circa la “femminilizzazione” del corpo insegnante. A parte il fatto che ciò non corrisponde a verità, perché c’è comunque in ogni scuola una parte di docenti uomini; ma poi non vedo che rilievo possa avere oggi, dopo tutte le lotte sostenute per le pari opportunità, un dato di questo tipo: l’efficacia didattica di un insegnante non dipende dal sesso, ma dalla professionalità, dall’impegno costruttivo nel lavoro, dalla personalità culturale e umana di ciascuno, a prescindere dal fatto che sia uomo o donna. Su questo punto si basa invece qualcuno tra i commentatori dell’articolo suddetto, il quale non ha esitato ad asserire che i nostri stipendi sono così miseri perché concepiti per le donne, nel senso che il contributo finanziario della moglie dovrebbe servire solo a integrare quello, ben più consistente, del marito. Ma anche questo è un luogo comune vecchio e ritrito, perché molte donne oggi guadagnano più degli uomini e contribuiscono in misura paritaria, e in molti casi preponderante, agli introiti di una famiglia media. E tanto che ci siamo, voglio contestare anche un altro luogo comune, quello cioè secondo cui il nostro stipendio sarebbe miserevole: è vero che è inferiore a quello di molti colleghi di altri Paesi europei, ma è anche vero che è più o meno in linea con quello di altri dipendenti pubblici di pari grado. Con la crisi economica che stiamo attraversando, non è proprio il momento di lamentarsi, dato che il nostro posto di lavoro – almeno per il momento – è sicuro. Se poi la situazione generale migliorerà, sarà giusto far recuperare alle nostre retribuzioni ai potere d’acquisto che avevano prima della crisi, ma per il momento non credo che si possa realisticamente chiedere molto di più: non perché non sia opportuno, ma perché i soldi non ci sono.

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