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Nanà ed il vero realismo

Tra le mie letture estive di quest’anno, che sono sempre dedicate ai cosiddetti “classici”, ha trovato posto anche Nanà, uno dei romanzi più noti dello scrittore francese Emile Zola (1840-1902), forse il più noto rappresentante di quel movimento letterario realista di solito designato con il nome di “naturalismo francese”. La lettura di questa opera, che si affianca ad altre del medesimo autore che già conoscevo, mi ha ispirato qualche considerazione personale che qui vorrei riferire.
Intanto, chi è Nanà? In sostanza, senza tanti giri di parole, è una prostituta di alto rango, una di quelle donne che nell’800 venivano chiamate, con reminiscenza classica, “cortigiane”, oppure più prosaicamente “mantenute”, perché vivevano delle elargizioni e dei regali dei loro amanti. Nel secolo XIX e soprattutto in Francia queste figure furono importanti nella letteratura, che molto spesso si occupò di loro: una delle più famose, ad esempio, è la Margherita Gautier protagonista del celebre romanzo La dame aux camelies (La signora delle camelie) di Alexandre Dumas figlio, da cui Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi trassero quel capolavoro della musica lirica italiana che è La Traviata. Il romanzo di Zola si inserisce perfettamente in questa tematica, presentando una figura di donna fortemente condizionata dai suoi tempi e dal suo mestiere, ma spesso portatrice di valori più autentici di quelli piuttosto squallidi degli uomini che la frequentano e che sono schiavi della sua bellezza, ma soprattutto dell’istinto sessuale. La trama del romanzo non è molto elaborata: Nanà da giovane viveva in miseria, ma riesce ad uscire da questa condizione facendo l’attrice di teatro e mettendo così in mostra tutto il suo fascino. Da qui a diventare cortigiana il passo è breve; ella si fa quindi mantenere dagli uomini che la frequentano, ma in sostanza li disprezza e li umilia, ed in questo modo intende prendersi la sua rivincita su una società ingiusta che la emargina e la condanna a quella vita disonorevole. Il suo ideale di amore, in contrasto con la sua vita, è invece molto elevato, ed a volte si lascia coinvolgere da un’autentica passione come quella per il giovane Giorgio Hugon, durante la quale ella pare dimenticarsi del suo mestiere, nel quale però ricade immancabilmente subito dopo, perché la società borghese ed ipocrita dell’epoca non sopporta che una “donna perduta”, come la si definiva, possa ritornare a condurre una vita normale. Così Nanà, che ha incontrato nel conte Muffat un ricchissimo amante, conduce un’esistenza caratterizzata dal piacere e da un lusso smodato, che però non sente come autentica e che finisce per annoiarla e deluderla, finché è abbandonata dal conte, finisce in miseria ed alla fine muore di vaiolo mentre cresce l’entusiasmo dei francesi per la guerra contro la Prussia.
Zola è uno scrittore molto potente e artisticamente eccellente, specialmente nelle descrizioni delle persone e dei paesaggi, oltre che delle azioni e degli avvenimenti. Il romanzo è quindi di grande levatura letteraria; però, al di là di questo indiscusso valore, a me ha suggerito alcune considerazioni personali. In esso ho visto anzitutto una delle tante corrispondenze e continuità tra le letterature antiche e quelle moderne, confronto che a me viene spontaneo fare per una sorta di deformazione professionale, dato che sono uno studioso del mondo classico. La figura della cortigiana, della donna che concede le sue grazie a certi uomini in cambio del mantenimento e della vita lussuosa, è nata nel mondo greco: in tale ambito acquistano particolare rilievo donne come la celebre Aspasia, amante del grande statista ateniese Pericle, e Frine, una cortigiana vissuta nel IV° secolo a.C. ed amante del grande scultore Prassitele, che a lei si ispirò per forgiare le statue di Venere. L’affascinante bellezza di quest’ultima fu resa celebre da un aneddoto che racconta come Frine fosse sottoposta a processo perché si era paragonata appunto ad Afrodite (Venere per i Romani), il che costituiva un atto di empietà; ma in quell’occasione il suo avvocato difensore, l’oratore Iperide, dimostrò alla giuria che quella donna aveva pieno diritto a confrontarsi con le dee, e lo dimostrò scoprendole il seno, un gesto da cui i giudici restarono convinti e furono costretti ad assolverla. La figura della cortigiana è inoltre importante nella commedia classica (Menandro in Grecia, Plauto e Terenzio a Roma), e rivela caratteri molto analoghi a quelli di Nanà e delle sue omonime moderne, dimostrando come questa sia una tematica letteraria che ha attraversato i secoli e che neanche oggi è esaurita. Adesso le donne di quel genere si chiamano “escort”, ma la loro funzione sociale è molto vicina a quella di Frine, di Margherita Gautier e di Nanà, perché i tempi cambiano ma i sentimenti e le pulsioni umane sono invariate, ed ancor oggi come sempre la debolezza maschile di fronte a questo istinto conduce e mantiene vivo questo genere di donne, che ha mutato nome ma che nella sostanza è sempre uguale a se stesso.
La seconda riflessione che mi è venuta in mente leggendo Nanà è di tipo più strettamente letterario e riguarda il confronto tra il Naturalismo francese ed il Verismo italiano di Verga, Capuana ed altri, un argomento di cui ci parlano tutti i libri di storia letteraria. Caratteri del primo sono: una visione “scientifica” della realtà, che vede nel comportamento umano il riflesso di precise leggi naturali come l’ereditarietà, e la volontà di una denuncia sociale contro la mentalità borghese ed arretrata dell’800, quale la celebre Rivoluzione dell’89 non era riuscita a sradicare; in Italia invece questi caratteri non compaiono, sia perché Capuana e Verga considerano la loro produzione come un metodo di scrittura più che come un’analisi scientifica del reale, sia per il fatto ch’essi, pur rappresentando le difficili condizioni di vita del popolo, sono privatamente legati a posizioni piuttosto conservatrici e persino reazionarie, e quindi la loro indagine sulla società è una semplice rappresentazione, non l’aspirazione a qualcosa di diverso dall’esistente. Leggendo Nanà ho trovato conferma di questa distinzione ideologica, alla quale però vorrei aggiungere un’altra, quella che concerne il realismo come categoria letteraria. Intanto mi preme fare una premessa, che cioè a mio giudizio il realismo puro e semplice non può esistere in forma assoluta, sia perché lo scrittore, per quanto distaccato possa essere dalla sua pagina, non può fare a meno di trasferirvi almeno parzialmente la sua personalità, sia per un motivo semplice e banale che concerne l’aspetto linguistico dell’opera: se cioè gli scrittori definiti “realisti” come Verga avessero dovuto raffigurare la realtà com’è, avrebbero dovuto far esprimere i loro personaggi nel dialetto, non in una lingua nazionale o comunque comprensibile ad una vasta platea di lettori. Detto questo, mi pare però che, nelle varie gradazioni del cosiddetto realismo, il verismo italiano si sia spinto più a fondo del naturalismo francese, come possiamo vedere da quel semplice raffronto che io, da profano qual sono, posso istituire tra il romanzo di Zola e i Malavoglia, un’opera quest’ultima molto descrittiva e impersonale, nella quale i sentimenti e la psicologia dei personaggi sono rintracciabili solo dall’analisi del loro agire: così lo stato di depressione e di scoramento che assale la giovane Mena al termine del romanzo, quando scopre che la sorella Lia si è data alla prostituzione, non emerge dalle osservazioni dello scrittore ma solo nel momento in cui lei, chiesta in moglie da Alfio Mosca, risponde di essere “troppo vecchia” per il matrimonio, visto che ha ormai 26 anni. Da questo atteggiamento di rinuncia alla propria vita si evince il suo stato d’animo, senza che lo scrittore ce lo descriva altrimenti. In Zola invece c’è un’analisi psicologica profonda, uno scavo interiore che l’Autore compie dei suoi personaggi, mostrando se non di “saperne più di loro” (come avviene nella narrativa romantica) almeno di “saperne quanto loro”, accompagnandoli all’interno dei loro processi interiori. Mi ricordo, ad esempio, la splendida descrizione della notte insonne del conte Muffat il quale, credendosi tradito dalla moglie, vaga per le vie di Parigi e spia anche l’abitazione dove crede ch’ella si trovi con l’amante senza però avere il coraggio di farvi irruzione. Il coacervo di sentimenti e di furiose passioni che agitano l’animo del conte è descritto da Zola non dall’esterno ma dall’interno dell’anima del suo personaggio.
Termino adesso questo post perché già abbastanza lungo. Mi piace riferire le mie impressioni sulle pagine che ho letto, delle quali, come diceva Borges, sono orgoglioso più di quelle che ho scritto. Si tratta di considerazioni semplici, dilettantistiche, di un classicista che ama però fortemente anche la letteratura moderna, purché sia sempre classica e non contemporanea. Mi chiedo infatti che obbrobrio sarebbe Nanà se fosse opera di uno degli imbrattacarte di oggi: visto l’argomento e la vita della protagonista, sarebbe un coacervo di oscenità e di descrizione minuziosa di atti sessuali, che invece Zola, da grande artista qual è, fa comprendere senza mai compiacersi di particolari scabrosi. Gli scrittori classici erano signori che lasciavano intendere senza cadere nel fango; quelli di oggi invece sono dei cialtroni che spacciano per realismo ciò che è in realtà solo sconveniente ed osceno.

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Siamo al post n° 200!

Questo di oggi è il post n. 200 da quando ho inaugurato il blog (febbraio 2012). La quantità di osservazioni ed impressioni che ho scritto comincia quindi ad essere voluminosa, la si potrebbe raccogliere in un libro; ma la soddisfazione per aver raggiunto questo traguardo è purtroppo limitata da altre aspirazioni non realizzate, la maggiore delle quali riguarda il numero dei commenti, ancora molto scarso rispetto a quello che accade ad altri “bloggers” (lo metto tra virgolette perché non mi piacciono le parole inglesi nell’italiano). In certi periodi arrivo anche a 250 visite al giorno senza che nessuno dei lettori si degni di scrivermi qualcosa su quel che pensa di quanto ho scritto, siano pure critiche o comunque opinioni diverse dalle mie; il mio blog, infatti, non è stato concepito se non parzialmente come un diario o uno sfogo personale, ma soprattutto come un invito ad uno scambio di idee e di riflessioni su ciò che avviene nella nostra società ed in particolare nella scuola, che è il settore di mia specifica competenza. Quasi tutti, invece, si limitano a leggere e passano oltre, forse perché non hanno nulla da dire o perché non se la sentono di argomentare, preferendo restare in silenzio e tenere nascoste le proprie convinzioni.
Questi 200 post che si sono succeduti in oltre quattro anni hanno vari argomenti: per l’80% circa affrontano tematiche scolastiche (rapporto tra docente e alunni, valutazione degli studenti, legislazione e riforme varie della scuola ecc.), mentre il restante 20% è suddiviso tra argomenti di attualità (politica, costume ecc.) e brevi giudizi o recensioni su opere letterarie ed autori (Virgilio, Dostoevskij, Dickens, Pascoli, per citarne solo alcuni) che ho letto e sui quali ho elaborato studi od opinioni personali. Molto raramente ho parlato delle mie pubblicazioni e dei miei studi scientifici sulle materie di mia competenza (le lingue e letterature classiche) perché non mi pare questa la sede adatta per quella che potrebbe sembrare un’autocelebrazione; ho soltanto dichiarato apertamente quelli che considero i mali dell’editoria italiana, dato che la mia opera più impegnativa, una storia e antologia completa della letteratura latina per i Licei e l’Università, non viene più stampata (e non è quindi più in commercio) a causa del fallimento dichiarato dall’editore Loffredo di Napoli, il quale si è dileguato senza corrispondere agli autori quanto loro dovuto in termini economici e facendo scomparire le loro opere. Da questo comportamento disonesto io ho rimesso qualcosa come 10.000 euro circa, ma ciò che mi rammarica di più non è tanto il denaro quanto il fatto che la mia pluriennale fatica sia ormai andata sprecata.
Ma di questa massa di 200 articoli, quanti in realtà ne vengono letti? Purtroppo la pagina iniziale del blog ne contiene pochi, e ad ognuno che viene pubblicato di nuovo ne sparisce un altro in fondo alla pagina. Eppure molti post vecchi di qualche anno, raramente ripescati attraverso i “tag” (altra parola straniera), hanno un contenuto anche più interessante e adatto alla discussione rispetto agli scritti più recenti. Cosa pertanto dovrebbe fare il lettore? Andare all’archivio apposto sulla fascia destra della pagina e vedere mese per mese (da febbraio 2012 ad oggi) quali articoli sono stati pubblicati. Si tratta però di un lavoro lungo e un po’ noioso, che pochi avranno la pazienza di svolgere. Perciò pubblico qui un elenco di post che giudico più interessanti e non strettamente legati, se non in parte, alle problematiche scolastiche, indicando il mese e l’anno in cui sono usciti sul blog. In tal modo il lettore, visitando l’archivio e selezionando il mese, potrà trovare subito l’articolo di suo interesse.
– Le fatiche dello studioso (sull’attività di ricerca svolta oltre il lavoro scolastico) – febbraio 2012
– La festa della donna (sul femminismo) – Marzo 2012
– la TV e la scuola – Giugno 2012
– L’ignoranza, la follia e la dittatura (politica) – Ottobre 2012
– Genitori e figli (sul rapporto generazionale) – Novembre 2012
– Politica e antipolitica – Novembre 2012
– Merito e meritocrazia – Dicembre 2012
– Le donne al Parlamento – Gennaio 2013
– La morte dell’arte (sulla fine dell’arte in genere nella società attuale) – Gennaio 2013
– Le bugie elettorali – Gennaio 2013
– Lo spettro della nuova anarchia (sul M5S) – Febbraio 2013
– Dopo le elezioni, il disastro (sui risultati delle politiche del 2013) – Febbraio 2013
– Il mito dell’età dell’oro ieri e oggi – Marzo 2013
– La triste fine di un autore di libri scolastici (sulla mia esperienza con l’editore Loffredo) – Marzo 2013
– Quale governo? – Aprile 2013
– Che cosa si festeggia il 25 aprile? (la mia opinione sulla cosiddetta “liberazione”) – Aprile 2013
– La dittatura della nuova religione laica (sui diritti civili e il “politically correct”) – Maggio 2013
– Giustizia e ingiustizia (sul sistema giudiziario) – Giugno 2013
– Nella terra d Giuseppe Verdi (un viaggio in Emilia) – Luglio 2013
– L’urlo dello sciacallo (sul comportamento dei parlamentari a cinque stelle) – Agosto 2013
– Le notti bianche (sul celebre racconto di Dostoevskij) – Agosto 2013
– Immigrazione e buonismo nostrano – Ottobre 2013
– Tragedia greca e mass media moderni (sulla comunicazione ed il potere) – Ottobre 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (un mio saggio su Pascoli di recente pubblicato) – Novembre 2013
– Libertas e licentia, ossia il linguaggio forbito del “Movimento Cinque Stalle” – Dicembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (su un allestimento della “Traviata” di G.Verdi) – Dicembre 2013
– I social network e la scuola – Gennaio 2014
– La Germania non ha pagato abbastanza (sul giorno della memoria) – Gennaio 2014
– I nuovi barbari in Parlamento (sul comportamento dei deputati del M5S) – Febbraio 2014
– Nani sulle spalle dei giganti (sulla storia della cultura occidentale) – Febbraio 2014
– Il piccolo ducetto a cinque stelle (sul sig. Beppe Grillo) – Marzo 2014
– Perché l’inutile salverà l’umanità (sull’apparente inutilità degli studi umanistici) – Marzo 2014
– I profeti di sventure non mancano mai (sulle Cassandre del 2000) – Aprile 2014
– Viaggio in Germania (impressioni di un viaggio) – Aprile 2014
– La mia malinconia è tanta e tale (studio sulla malinconia e la depressione) – Giugno 2014
– Scuola e università: perché tante disparità? (sui privilegi dei docenti universitari) – Luglio 2014
– La nostra TV e la truffa del canone – Luglio 2014
– Riforme e ostruzionismo (sulle assurde posizioni del M5S) – Luglio 2014
– Turisti stranieri e ordinaria maleducazione (sul comportamento incivile dei turisti) – Agosto 2014
– Osservazioni sulla crisi (c’è stata davvero la crisi economica come ce l’hanno raccontata?) – Agosto 2014
– La lingua italiana umiliata e offesa (4 post sull’uso scorretto della nostra lingua) – Settembre 2014
– I nipotini degeneri del ’68 (sulla persistenza di un’ideologia sbagliata) – Settembre 2014
– La TV e l’antipolitica (su certi programmi che portano acqua al mulino di Grillo) – Ottobre 2014
– Un libro per il futuro (su un saggio di Nuccio Ordine sugli studi umanistici) – Novembre 2014
– Atmosfera natalizia e tristezze private (una visione antitradizionale del Natale) – Dicembre 2014
– La società disgregata (sui problemi della famiglia attuali) – Gennaio 2015
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna “in carriera” (Virgilio e il mondo attuale) – Gennaio 2015
– Libertà di espressione o cattivo gusto? (i confini tra libertà di espressione e insulto) – Gennaio 2015
– Voglia di lavorare, saltami addosso! (sulla disoccupazione attuale) – Gennaio 2015
– Il Quirinale e gli intrighi di palazzo (sulla politica italiana) – Febbraio 2015
– Panem et circenses, ieri e oggi (come il potere seduce le masse) – Marzo 2015
– Viaggio a Londra (resoconto di un viaggio) – Aprile 2015
– Immigrazione e buonismo inopportuno (sul problema degli immigrati e rifugiati) – Maggio 2015
– Lo stupido buonismo nostrano (idem) – Maggio 2015
– Ce lo chiede l’Europa? No, grazie! (sulla sudditanza dell’Italia all’Europa dei banchieri) – Luglio 2015
– La democrazia, da Euripide ai giorni nostri (confronto tra la democrazia antica e quella moderna) – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (recensione al romanzo di Dickens) – Agosto 2015
– I giovani e lo “sballo”, segno di una società malata (sul comportamento dei giovani di oggi) – Agosto 2015
– L’infimo livello della nostra TV (giudizio sulla televisione italiana, specie sui programmi estivi) – Agosto 2015
– Residui di vecchie ideologie: il femminismo – Settembre 2015
– La scuola degli anni ’70 e quella attuale (interessante confronto) – Ottobre 2015
– Il teatrino del Parlamento (sul comportamento dei nostri parlamentari) – Ottobre 2015
– L’uomo nella fodera (su un interessantissimo racconto di A.Cechov) – Novembre 2015
– Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico (esilarante paragone) – Novembre 2015
– L’orrore della narrativa attuale (sul pessimo livello letterario dei cosiddetti “scrittori” di oggi) – Dicembre 2015
– Il Risorgimento a rovescio (sull’odiosa sottomissione dell’Italia ai diktat europei e tedeschi in particolare) – Gennaio 2016
– Deve esistere ancora il “posto fisso”? (sul lavoro e la disoccupazione) – Gennaio 2016
– Fannulloni veri e presunti tali (sui “furbetti del cartellino” ed altro) – Gennaio 2016
– Riflessioni sul terrorismo internazionale (dopo gli attentati di Parigi e di Bruxelles) – Marzo 2016

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Come si può rovinare un’opera d’arte

Ho parzialmente assistito oggi, sul canale Rai5 della tv, all’apertura della stagione lirica del più illustre teatro lirico italiano, la Scala di Milano, che giustamente, nell’anno del centenario della nascita di Giuseppe Verdi, ha voluto mettere in scena la “Traviata”, l’opera forse più famosa e popolare di tutta la produzione melodrammatica italiana. Ora io, da appassionato di musica classica e lirica qual sono (pur senza vantarmi di essere un esperto) pensavo di trovarmi di fronte ad una rappresentazione fedele al dettato del libretto ed alle intenzioni del Maestro quando la compose; ed invece ho subito una delusione tale che, dopo il primo atto, ho dovuto spegnere la tv e andare a fare la spesa al supermercato.
Anche questo allestimento, se pur ve n’era ancora bisogno, ha messo in luce il degrado dell’arte e della cultura che da tempo impera in questa società consumistica e tecnologica; ma sono rimasto male lo stesso perché credevo ingenuamente che un teatro lirico di fama mondiale come la Scala fosse immune dagli stravolgimenti e dalle storpiature che si vedono altrove. Ed invece non è stato così: del resto, che questa non è un’opinione soltanto mia è dimostrato dalle contestazioni che l’opera ha ricevuto dal loggione e dai giudizi negativi che si leggono sui giornali ed i siti internet.
Cos’è che non andava? Cominciamo dall’inizio. La regia teatrale, affidata ad un russo, tale Tcherniakov (che andrebbe spedito in Siberia), era disgustosa e anacronistica. Un’opera ambientata nel primo ‘800 mostrava attori e comparse vestiti in modo attuale, come se si trattasse di una vicenda degli anni 2000; c’erano persino donne coi pantaloni, che non erano certamente in uso a quell’epoca se non per le cavallerizze. La scena era quasi vuota e un po’ squallida nel primo atto; il secondo, addirittura, era ambientato in una cucina, dove Alfredo e Violetta tagliavano le verdure e preparavano la pizza, proprio un’occupazione adatta a due anime travagliate dai tormenti d’amore! Nell’ultimo atto (che non ho visto ma di cui ho letto sui siti web), al momento della morte di Violetta, Alfredo se ne sta tranquillo da una parte senza soccorrerla e mostrando piena indifferenza. Inoltre i cantanti stessi hanno mostrato un’immagine del tutto inadatta al contenuto ed all’ambientazione dell’opera: Alfredo era impersonato da un tenorino dalla voce tenue e insufficiente per il ruolo affidatogli, ed oltretutto aveva un aspetto da buon contadino a cui mancavano solo la zappa e un cappellaccio; la soprano Diana Damrau inoltre, che impersonava Violetta, aveva sì una buona voce (la migliore in effetti) ma era ridicola nel ruolo che ricopriva: costei è infatti una donnona giunonica che peserà un quintale, e non si vede quindi come possa interpretare il ruolo di una ragazza esile e malata di tubercolosi che muore appunto consunta da questa malattia: la soprano sprizzava salute da tutti i pori, l’esatto contrario di quello che avrebbe dovuto raffigurare. La domestica di Violetta, infine, era una megera grassa e dai capelli tinti di rosso che pareva più una Erinni dell’inferno pagano che una figura umile com’è nell’originale.
Tutto questo mi ha allibito e sconcertato, perché io ritengo che un’opera la cui vicenda si svolge in una certa epoca deve mantenere l’ambientazione, i costumi, i caratteri propri del contesto storico in cui fu concepita. Le cosiddette “attualizzazioni” delle opere antiche sono assurde e inopportune, perché quando un autore crea l’arte la crea per la società ed il pubblico del suo tempo, che tale deve restare nella memoria dei posteri: la “Traviata”, che deriva dal romanzo “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas, conserva il proprio fascino e la propria grandezza artistica solo se rappresentata come Verdi la concepì e la volle nel 1853. Ma purtroppo questi registi cialtroni si sono scatenati in tutti i campi dell’arte: una volta ebbi pure la sventura di vedere in tv la rappresentazione di una tragedia greca (mi pare il Prometeo di Eschilo) dove gli attori indossavano magliette e blue-jeans. Chissà cosa direbbe Eschilo se vedesse uno scempio del genere! Forse si accorgerebbe del fatto che nella società attuale, da almeno 60 anni, l’arte è morta completamente: oggi non ci sono più musicisti ma ciarlatani, né scrittori ma pennivendoli, né pittori ma imbrattatele. Questo non dispiacerebbe né a Eschilo né a Verdi, ma certo si indignerebbero mortalmente a vedere come l’ignoranza di oggi riesce a rovinare anche le loro opere, vera e autentica arte perduta in un mondo che non la comprende più.

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Nella terra di Giuseppe Verdi

G.Verdi
Ieri domenica 21 luglio, così per fare qualcosa di diverso dal solito, ho deciso di fare un viaggio a Parma, o meglio a Busseto, il luogo natale di Giuseppe Verdi, uno dei più grandi compositori italiani, se non il più insigne in assoluto. Ascoltare le sue opere, che posseggo tutte in CD, è sempre un’emozione indimenticabile: la bellezza dei cori e delle romanze, l’intensità dei sentimenti che sa esprimere, la dolcezza e l’energia delle sue note sono qualcosa di inimitabile, autentico prodotto di un’arte grandissima, alla quale nessuno oggi può neanche lontanamente paragonarsi. L’arte oggi è morta, come ho scritto in un vecchio post di questo blog, e l’unica possibilità per noi per gustarla è avvicinarsi alle opere del passato; in particolare, l’800 è stato uno dei secoli più creativi della storia, e Giuseppe Verdi rappresenta una delle punte più elevate di quel grandissimo secolo. Dicevo che ascoltare le opere verdiane è una grande emozione; per questo mi è venuto il desiderio di vedere le terre in cui è nato e in cui è vissuto, nelle quale pare aggirarsi ancora il suo spirito.
La cittadina di Busseto non offre granché, a dire il vero, ed in una calda e umida giornata estiva come quella di ieri capita di incontrare poche persone. Comunque, al nostro arrivo, io e mia moglie abbiamo deciso di visitare il museo nazionale intitolato al Maestro, ma è stata una parziale delusione: in tante sale decorate da dipinti, allietate dalla musica di Verdi e arricchite da costumi indossati dai cantanti nelle opere, in effetti, non c’era nulla di autentico, perché i quadri d’autore che vi si ammiravano, tra i quali spiccavano quelli del grande pittore ottocentesco Francesco Hayez, erano tutte riproduzioni e copie, non sempre ben riuscite. L’atmosfera però si era ormai creata, e trovarsi in quei luoghi trasmetteva una certa suggestione che mi è rimasta per tutta la giornata.
Da Busseto ci siamo poi recati a Sant’Agata, dove si trova la grande villa, circondata da un immenso parco, che il Maestro acquistò a metà del secolo e nella quale visse per quasi cinquant’anni. Adesso è di proprietà degli eredi che ancora vi abitano, e soltanto una piccola parte è aperta ai visitatori: cinque stanze in tutto, in cui sono però conservati preziosi cimeli come dipinti, lettere, spartiti (non originali però), mobilio ecc., tutte cose che Verdi e la sua seconda moglie Giuseppina Strepponi usarono e toccarono con le loro mani. Vi è conservato anche il letto del Grand Hotel di Milano dove il Maestro morì il 27 gennaio 1901, letto che fu donato dall’Hotel alla casa di riposo per musicisti fatta costruire a Milano dallo stesso Verdi, e che poi fu riportato a Sant’Agata. Nel parco della villa si possono ammirare anche le piante esotiche che il compositore fece giungere da tutto il mondo e trapiantò personalmente; nella scuderia, infine, sono visibili le carrozze a cavalli che ancora usavano a quei tempi. Si dice che Verdi, quando si recò a San Pietroburgo nel 1862 per rappresentarvi “La forza del destino”, fece l’intero viaggio in carrozza a cavalli e vi impiegò 40 giorni.
Oggi purtroppo poche persone si interessano veramente all’arte e alla cultura, e molti giovani non sanno neppure chi sia stato Giuseppe Verdi, cosa abbia composto e quale sia stato il suo contributo (più o meno volontario e consapevole) all’Unità d’Italia. In questa società del consumismo e della superficialità non c’è più posto per la nostra grande tradizione culturale, l’edonismo moderno non ne sente più il bisogno. I politici stessi, specie quelli preposti all’istruzione ed alla ricerca, ritengono che basti parlare inglese o sapere usare un tablet o una LIM per completare la propria formazione. Ma la speranza è l’ultima a morire, e forse un giorno qualcuno si accorgerà che oggi più che mai, nell’era della tecnologia, la cultura umanistica è ancora necessaria, e la musica è parte integrante di essa, indaga il nostro animo e fa vibrare le corde più nascoste della nostra anima.

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