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La versione di greco dell’esame di Stato 2018: insipienza o malafede?

In questo mio ultimo (speriamo) anno di insegnamento sono stato nominato Presidente di commissione in un Liceo delle Scienze Umane che è ubicato nello stesso edificio in cui si trova anche un Liceo Classico. Così stamane, durante una pausa dei lavori, ho avuto la curiosità di andare a vedere il testo di greco assegnato al Classico, e quando l’ho visto sono rimasto di sasso: si trattava di un brano di Aristotele, dall’Etica Nicomachea, non solo lungo, ma anche molto difficoltoso per la presenza di varie costruzioni e nessi sintattici inconsueti e del tutto diversi da quelli normalmente incontrati dagli studenti durante il lavoro curriculare del triennio liceale; c’erano verbi sottintesi, participi sostantivati senza articolo (proprio della lingua parlata o cancelleresca, non certo di quella letteraria), una citazione omerica di ardua comprensione con la presenza del duale (che gli studenti non incontrano mai nelle normali versioni), un genitivo assoluto facilmente confondibile con un altro di diversa funzione, una frase con quattro participi dello stesso verbo in diverse funzioni, e chi ne ha più ne metta.
Leggendo i commenti su Facebook ho visto che alcuni iscritti ai gruppi del settore hanno avuto il coraggio di affermare che questa prova era facile. Ma facile per chi? Forse per gli esperti della materia, i grecisti, i filologi, non certo per gli studenti, molti dei quali l’hanno trovata del tutto inaccessibile. E poi, detto tra noi, vorrei vedere quanti di questi professorini che si vantano tanto del loro sapere sarebbero in grado di tradurre così, all’impronta, un brano come questo! Per farcela occorre conoscere molto bene la lingua greca, i linguaggi particolari di essa ed anche gli stilemi propri di Aristotele, le cui opere spesso non erano destinate alla pubblicazione ma servivano come “manuali” all’interno della sua scuola filosofica; quindi, anche se l’argomentazione è rigorosa come sempre, la lingua non segue uno stile propriamente letterario ma è costellata di ellissi, significati specifici e non comuni, usi sintattici inconsueti, proprio come avverrebbe oggi se fossero pubblicati degli appunti personali che qualcuno ha preso in fretta senza avere il tempo di riguardarli e conferire loro una veste letteraria. E si pretende che gli studenti, che a fatica si orientano sulle solite versioni storico-narrative, abbiano gli strumenti per affrontare un brano come questo, pieno di particolarità ch’essi non hanno mai o quasi incontrato durante il loro percorso didattico?
E qui occorre cominciare a parlare dei funzionari del Ministero preposti alla scelta delle prove per l’esame di Stato. Costoro, a quanto pare, non sono mai entrati in una scuola dai tempi in cui erano studenti, non conoscono affatto la realtà attuale e agiscono senza alcun criterio logico. Chi non vede la contraddizione che c’è tra il pretendere, come fa il Ministero, che gli alunni facciano 200 ore di alternanza scuola-lavoro, che partecipino a progetti ed iniziative che portano via molto tempo scuola (si parla del 20% delle ore scolastiche in genere destinate ad altro che non è la normale lezione quotidiana), e l’assegnare all’esame di Stato una versione di greco di questa difficoltà? Allora, io credo, delle due l’una: o i Soloni del Ministero sono delle teste vuote che non capiscono niente di scuola e vivono in un mondo diverso da quello reale, oppure queste scelte vengono fatte a bella posta per danneggiare il Liceo Classico e distogliere le famiglie ed i futuri alunni dall’iscriversi a questa scuola. Sì, perché il Liceo Classico è capace di aprire la mente delle persone, farle ragionare con la propria testa, e questo dà fastidio a chi detiene una qualsiasi forma di potere: meglio quindi affossarlo assegnando prove inaccessibili in modo da dimostrarne la presunta inadeguatezza per la società attuale. Già la sola presenza del greco allontana molti dall’iscriversi per il timore che incute questa lingua misteriosa; se poi all’esame si provoca un fallimento totale proprio in questa materia, tale sentimento popolare non può che rinforzarsi.
La realtà nuda e cruda è che gli studenti di oggi, per una serie di ragioni che ho enunciato in altri post, non sono più predisposti a comprendere da soli i testi classici, a meno che non siano molto facili; la traduzione dal latino e ancor più dal greco, pertanto, è ormai diventata un esercizio per esperti filologi, non per ragazzi adolescenti che spesso arrivano al Liceo senza neanche conoscere le basi sintattiche della lingua italiana. Pretendere quindi che traducano come provetti grecisti brani come questo assegnato oggi è pura fantasia. E poi va anche detto che lo scopo dell’insegnamento delle lingue classiche ai licei non è quello di sfornare esperti latinisti o grecisti: per quello c’è l’università, i master, lo studio personale. Il valore delle lingue classiche per i liceali è quello di conoscere l’etimologia di tante parole italiane, di ragionare sui testi compiendo un lavoro di scelta e di analisi autonoma, di conoscere aspetti delle opere letterarie che senza la lettura in lingua originale non sarebbero accessibili (penso all’ordito retorico o agli altri elementi formali che per gli antichi avevano fondamentale importanza nella valutazione di ogni genere di scritti); ma questi obiettivi si possono ottenere anche leggendo i testi più complessi sotto la guida del docente e lasciando agli alunni il compito di tradurre brani più facili di tipo storico o narrativo, gli unici che possono affrontare con qualche speranza di successo. Va anche detto – e non è cosa secondaria – che lo sviluppo della tecnologia ha di fatto molto ridotto l’attività di approccio ai testi da parte degli studenti: ai nostri tempi, infatti, avevamo solo il vocabolario per tradurre e dovevamo farlo perché non potevamo presentarci a scuola senza aver svolto i compiti, adesso invece scaricano le traduzioni da internet, dai siti-canaglia che contengono già tradotti tutti i brani presenti nei versionari attualmente in commercio, e quindi non si esercitano quasi più. E’ triste dirlo in modo così crudo, ma questa è la realtà: perciò dico che è da incoscienti o da lestofanti in malafede, sapendo tutto ciò, proporre all’esame di Stato un brano come quello di oggi.
Aggiungo anche un’ultima considerazione su un argomento già discusso altre volte su questo blog. Io trovo del tutto fuori luogo continuare a fondare la seconda prova d’esame del Liceo Classico sulla sola traduzione, com’era ai tempi di Gentile nel 1923. E’ passato un secolo, la società è cambiata in modo straordinario e radicale ma al Ministero non se ne sono accorti, a quanto pare, perché pretendono dai ragazzi di oggi quello che si richiedeva ai loro bisnonni un secolo fa; anzi, alcune versioni assegnate quaranta o cinquant’anni fa erano più accessibili di quelle di adesso, ed è difficile quindi pensare che non ci sia dietro la malafede. Esistono tanti modi di approcciarsi al mondo classico: ci sono le conoscenze letterarie, artistiche, antropologiche, storiche ecc., ed è su tutte queste che dovrebbe fondarsi la seconda prova d’esame del Classico, non sulla sola capacità di traduzione. Come sostiene da tempo il prof. Bettini e molti altri me compreso, è l’ora di modificare questo residuato bellico della sola traduzione e inserire nella seconda prova anche esercizi su altre competenze, se non si vuole che il disastro totale che deriva dalle scelte ministeriali ricada sulla pelle degli studenti e di tutta la società. La scuola deve adeguarsi ai tempi, non continuare a pretendere in modo assurdo e antistorico ciò che i ragazzi di oggi non possono più dare. E poi chiediamoci questo: quando saranno passati quindici o vent’anni dall’esame di Stato, l’ex alunno del Liceo Classico ricorderà più facilmente il pensiero di Seneca, gli ideali espressi dalla tragedia greca, la stupenda bellezza della poesia virgiliana oppure le leggi degli accenti del greco e la consecutio temporum?

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La presenza del latino nei nostri Licei

Per parte mia ho sempre sostenuto che il latino, inteso come studio sia della lingua che della storia letteraria corredata dalla lettura diretta dei classici, è una materia altamente formativa, sia perché la nostra cultura italiana ha in gran parte origine da quella degli antichi Romani sia per il fatto che tale studio sviluppa le capacità intellettive e critiche dell’individuo; di questo sono stato e sono fermamente convinto, tanto che qualche volta, con buona pace di chi la pensa diversamente, mi sono anche spinto a dire – forse esagerando – che i corsi liceali dove manca il latino non sono da considerarsi veri licei ma piuttosto istituti tecnici camuffati sotto falso nome.
Senza rientrare qui nel secolare problema dell'”utilità” del latino (e del greco per quanto riguarda il Liceo Classico), un concetto per il quale rimando al bellissimo libro di Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, ed. Bompiani, su cui ho scritto un post su questo blog un paio di anni fa, vorrei adesso posare lo sguardo sullo stato reale in cui si trova questa disciplina nei licei italiani, dove evidentemente qualcosa non va sotto questo profilo. Al Liceo Scientifico, dopo le proteste dei tecnocrati che lamentavano il fatto che in quella scuola il latino avesse addirittura più spazio della matematica (orrore!), è intervenuta la malfamata riforma Gelmini a tagliare drasticamente le ore settimanali dedicate alla materia: da 4/5 nel biennio e 4/3 nel triennio si è passati a 3 ore settimanali in tutto il quinquennio, lasciando però inalterati i programmi. Si è voluto così, come si dice in Toscana, “fare le nozze con i fichi secchi”, sottoponendo docenti ed alunni ad una maggior fatica per poi ottenere risultati inferiori, perché è evidente che ciò che si faceva in cinque ore non lo si può fare in tre; l’esito dell’operazione è stato un forte abbassamento del livello culturale raggiunto dagli studenti, benché in molti Licei Scientifici (tra cui quello della mia città) i docenti abbiano continuato a lavorare seriamente e con grande professionalità. La perdita comunque c’è stata, non lo si può negare; e questo, cari signori sostentori della scienza e della tecnica, non avvantaggia certamente i ragazzi di quel Liceo, che si vedono parzialmente privati di una fonte di cultura che era fondamentale nella loro formazione e che li aiutava a ragionare autonomamente e criticamente. Ancora peggiore è la situazione nei licei Linguistico e delle Scienze Umane, dove le ore dedicate al latino sono talmente esigue da non consentire uno studio serio della materia, a prescindere dal valore didattico e culturale dei docenti. Al Linguistico addirittura il latino è presente solo nei primi due anni di corso, con due ore settimanali: in queste condizioni credo che neanche Cicerone in persona sarebbe capace di insegnare in qualche modo la sua lingua e la sua letteratura.
Nella fattispecie quindi, ad eccezione del Classico, negli altri Licei lo studio del latino è diventato poco più di una pura formalità, che lascia poco o nulla nel bagaglio culturale degli studenti dopo i cinque anni di corso. Allora io lancio una proposta, che non è nuova ma che non tutti conoscono e che spesso anche chi conosce dimentica: piuttosto che tormentare i ragazzi con la grammatica e la sintassi, di cui poi non rimane nulla, non sarebbe meglio abolire del tutto lo studio linguistico del latino, riservandolo soltanto al Classico? Piuttosto che fare poco e male, con alunni che dopo anni di corso non conoscono ancora le declinazioni nominali e le coniugazioni verbali, non potremmo trasformare la materia da “Lingua e cultura latina” in “Cultura classica”? Mi spiego. Potrebbe essere introdotto in tutti i corsi liceali un insegnamento di letteratura e civilizzazione greca e latina che preveda la conoscenza degli autori principali (anche con opportuni confronti con i poeti e gli scrittori moderni), letti però non in lingua ma in traduzione. Oggi esistono in commercio ottime traduzioni di tutti i principali autori antichi, alle quali si potrebbe ricorrere per far conoscere direttamente le loro opere agli studenti, i quali li leggerebbero in italiano e potrebbero quindi comprenderli senza scervellarsi con il vocabolario per tradurre, in modo osceno ed imprecando, dei pezzettini isolati di prosa. I testi tradotti potrebbero essere contenuti in manuali di storia letteraria che introducano le varie epoche storico-letterarie ed illustrino il pensiero ed il valore letterario de singoli autori. Del resto, non è forse vero che tutti noi utilizziamo le traduzioni quando vogliamo leggere un’opera scritta in una lingua che non conosciamo? Io, ad esempio, sono un appassionato di letteratura russa, ho letto tutto Dostoevskij tanto per fare un esempio, eppure non conosco una parola di russo. Perché non si può fare lo stesso con gli autori antichi, estendendo la conoscenza di essi anche al mondo greco e dando così anche ai ragazzi che non scelgono il Liceo Classico la possibilità di conoscere i grandi testi del mondo antico che hanno fortemente influenzato e formato la nostra cultura moderna? A questo riguardo è inutile che mi si dica che gli autori classici (specie i poeti) vanno letti nella loro lingua per essere veramente compresi. E’ vero, ma se ragioniamo così noi limitiamo la conoscenza di quel mondo ai pochi, pochissimi filologi che sanno orientarsi bene nelle lingue antiche, cosa che attualmente non riesce bene neanche agli studenti del Classico. E’ da ipocriti far finta di non sapere che oggi gli studenti di tutti i Licei dove c’è il latino non traducono più da soli ma scaricano le versioni già tradotte da internet; diventa quindi una farsa inutile pretendere quello che non è più possibile. E se al Classico deve giustamente restare lo studio linguistico e debbono essere tenacemente ostacolate le copiature, esso potrebbe tranquillamente essere abolito negli altri corsi, dove ormai è diventato una formalità senza valore. E’ arrivato il momento, secondo me, di avvicinare gli studenti di quei Licei al mondo classico in altra maniera, utilizzando testi tradotti ed illustrati dai manuali e dai docenti. Sono certo che a quegli alunni resterebbe molto più latino di quanto non ne resti oggi, quando ormai è diventato una Cenerentola, una materia trascurata e spesso inutile.

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