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Deve esistere ancora il “posto fisso”?

Come tutte le domeniche, anche oggi ho seguito (almeno all’inizio, poi generalmente ho altro da fare) la trasmissione “L’Arena”, condotta da Massimo Giletti su Rai 1. Dico subito che non ho molta simpatia per questo programma, perché molto spesso esagera nel mettere alla berlina le inefficienze e la corruzione della pubblica amministrazione, generalizzando e fornendo un’immagine del tutto negativa di una realtà che sicuramente ha dei difetti e dei malfunzionamenti, ma che nella maggior parte dei casi funziona bene o almeno in maniera accettabile; e così facendo, presentando cioè un quadro a tinte fosche dell’operato dei nostri politici ed amministratori, finisce per portare acqua al mulino dell’antipolitica e per favorire così il qualunquismo ed il disfattismo di Grillo e della sua banda di incapaci a 5 stelle. Per questo non mi piace quel programma, ma oggi l’ho ascoltato volentieri perché l’argomento in discussione era il licenziamento di alcuni dipendenti di un’ospedale di Salerno i quali, anziché andare regolarmente a svolgere il loro lavoro, timbravano il cartellino di presenza e poi se andavano al mare o altrove a farsi i fatti loro. Il dibattito è stato interessante perché tutti, più o meno, si sono detti d’accordo con questo provvedimento, anche perché – come ha sottolineato l’on. Salvini – è una vergogna che dei dipendenti pubblici, che sono regolarmente pagati a fine mese, si comportino in tal maniera quando ci sono centinaia di migliaia di giovani senza lavoro che sarebbero ben felici di poter timbrare quel cartellino e poter lavorare. Ma il lato più curioso del programma è stato l’intervento di un sindacalista della UIL, il quale non ha assolutamente difeso i licenziati, ma ha anzi affermato che il suo sindacato si costituirà parte civile nei processi a carico degli assenteisti, perché un simile comportamento va assolutamente impedito. Quel che mi ha fatto sorridere, appunto, è stato l’atteggiamento del sindacalista, in netto contrasto con l’azione del suo e degli altri sindacati della “triplice” (CISL e CGIL), i quali invece per decenni si sono fatti paladini e difensori degli assenteisti e dei fannulloni, opponendosi a qualunque provvedimento censorio o punitivo sulla base di un’ideologia garantista che, da sempre condivisa dai partiti di sinistra, ha provocato la permanenza sui posti di lavoro di persone indegne e incapaci. Meno male che adesso il sindacato si è accorto dell’errore e ha cambiato idea. Meglio tardi che mai!
Uno degli argomenti in discussione è stato appunto il garantismo eccessivo che abbiamo avuto ed abbiamo ancora in Italia, per cui un licenziamento nella pubblica amministrazione diventa più difficile di una scalata dell’Everest: il dipendente sanzionato, infatti, ha diritto a fare ricorso agli organi competenti ed al Tar, a chiedere l’aiuto del sindacato, dell’Ispettorato del lavoro, della magistratura ordinaria ecc. che quasi sempre gli danno ragione in modo aprioristico, determinando non solo il reintegro nel “posto fisso” che indegnamente occupa, ma costringono spesso anche il Dirigente che ha comminato la sanzione a pagare di persona, anche economicamente, le spese processuali ed a rifondere il lavoratore. Questo spiega largamente il motivo per cui molti dirigenti lasciano correre comportamenti scorretti ed illegali dei dipendenti, per timore di perdere poi la causa ed essere costretti a rimetterci i soldi e la pure la faccia. In queste condizioni, pertanto, è difficile dare torto a questi dirigenti.
Per fare un accenno al settore dell’istruzione pubblica, di cui mi intendo un poco per averci passato una vita, debbo dire che la situazione è quella descritta sopra, forse anche peggiore di quella delle altre amministrazioni pubbliche: tutti sappiamo, infatti, che insegnanti assenteisti o impreparati ce ne sono purtroppo, anche se in minima percentuale. Verso costoro, comunque, i Dirigenti scolastici (o presidi come si chiamavano una volta) non possono in sostanza fare nulla, perché al minimo provvedimento disciplinare contro un docente (anche una semplice censura o sospensione di pochi giorni) subito intervengono i sindacati a difendere il docente “perseguitato”, viene messa in atto contro il dirigente una vertenza fatta di ricorsi agli organi competenti, di lettere minatorie di avvocati, di cavilli legali legati ad errori di forma e quant’altro che sia, di modo che il provvedimento punitivo viene quasi sempre cancellato, anche in casi di evidente inosservanza dei propri doveri stabiliti dal contratto della categoria. In molti casi, inoltre, il comportamento scorretto di un docente è difficilmente sanzionabile perché non verificabile con certezza; se un professore, invece di andare in classe, va al mare l’irregolarità è del tutto evidente, ma se, al contrario, si presenta regolarmente in classe ma non spiega, non conosce la propria materia, compie ingiustizie nella valutazione degli alunni e provoca in loro disgusto anziché amore per lo studio, tutto ciò è difficile se non impossibile da dimostrare, perché la parola degli alunni può agevolmente essere confutata dal docente e nessuno può andare in classe a verificare se quel professore è veramente degno della cattedra che ricopre e dello stipendio che riceve.
Sono contento del fatto che, almeno a livello generale, qualcosa si stia muovendo, perché sta crescendo ovunque l’indignazione contro gli assenteisti e gli incapaci, come dimostra anche l’annuncio del Presidente del Consiglio secondo cui, dopo l’approvazione di un apposito decreto del Consiglio dei ministri, sarà possibile licenziare queste persone entro 48 ore; dubito però che ciò possa veramente accadere, perché in Italia è ancora talmente forte il garantismo, il mito del “posto fisso” intoccabile, e tante sono le pastoie burocratiche che mi stupirei moltissimo se dovesse cambiare in poco tempo un malcostume che dura da 50 anni e più. Quel che occorrerebbe fare subito, a mio vedere, è dare ai Dirigenti delle varie amministrazioni (anche ai presidi delle scuole) la facoltà di poter licenziare chi non lavora o lavora male, o almeno di poterlo sospendere per un periodo di alcuni mesi; in questo modo il dipendente avrebbe modo di riflettere e rendersi conto del suo errore, e una volta reintegrato nel suo posto avvertirebbe senza dubbio la necessità di comportarsi diversamente per non incorrere nel licenziamento definitivo. Soprattutto andrebbe eliminata la possibilità del dipendente di rivalersi sul dirigente a livello economico, perché questo è il vero freno che impedisce l’adozione di provvedimenti più che necessari. Il mito del “posto fisso” deve finire per sempre, perché non si può più permettere a certa gente di rubare lo stipendio per una vita e, nel caso della scuola, di rovinare intere generazioni di studenti. Naturalmente – e non è neanche il caso di rammentarlo – prima di prendere provvedimenti punitivi un Dirigente deve avere prove inconfutabili delle inadempienze compiute, per evitare che qualcuno sia sospeso o licenziato per antipatie personali o per altri motivi altrettanto abietti di quelli di coloro che non compiono il proprio lavoro. La verità, come dice un saggio detto, sta nel mezzo, e gli eccessi vanno sempre evitati.

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Perché io non sciopero il 5 maggio

Come molti sanno, per il prossimo 5 maggio è stato proclamato uno sciopero unitario di tutto il personale della scuola da parte dei principali sindacati, i quali, dopo un immobilismo durato decenni ed una contrapposizione frontale tra di loro, si sono adesso impegnati a fare muro comune contro la riforma della scuola avviata dal governo Renzi. Pare che l’adesione sarà imponente, almeno nelle città; ma ci saranno anche tanti docenti che, come il sottoscritto, hanno deciso di non aderire a questa forma di protesta perché non ne condividono le ragioni ed i presupposti. Da parte mia i motivi per i quali non intendo affatto scioperare sono principalmente due; potranno sembrare pochi, ma sono di assoluto rilievo. Il primo motivo concerne la natura stessa dello sciopero, che a mio giudizio è ormai diventato uno strumento di rivendicazione del tutto arcaico e obsoleto, che poteva giustificarsi negli anni ’60-’70, quando effettivamente c’era in Italia un clima di “lotta di classe”, tanto per usare un’espressione cara ad una parte politica che non è la mia e che anzi io ho sempre avversato. Oggi nel 2015 esistono altri modi per far sentire la propria voce che non siano la pura e semplice astensione dal lavoro; e se questo vale per le altre categorie, figuriamoci per la scuola, dove lo sciopero, oltre che obsoleto, è anche totalmente inefficace, direi anzi che è controproducente. Quali disagi provochiamo noi docenti alla società se facciamo sciopero? Nessuno, anzi finiamo per avvantaggiare proprio quel governo contro il quale vogliamo protestare, perché lo Stato risparmia circa 70-80 euro per ogni dipendente che si astiene dal lavoro (scusate se è poco!). A parte questo, nient’altro otteniamo, perché il nostro sciopero non provoca alcuna conseguenza: lo Stato risparmia, gli studenti sono contenti di saltare una giornata di lezione e tutto finisce a tarallucci e vino, e gli unici a restare scornati e danneggiati siamo proprio noi operatori della scuola. Ma c’è anche un secondo motivo che mi induce a rifiutare la logica dello sciopero in relazione alla riforma scolastica annunciata da Renzi e dal ministro Giannini, e cioè l’avversione preconcetta che i sindacati e molti docenti hanno per qualunque modifica venga introdotta, da qualsiasi governo, nel mondo della scuola. In questo caso poi le previsioni di molti colleghi, vere e proprie Cassandre del 2000, sono state catastrofiche: con la riforma finirebbe la libertà di insegnamento, si distruggerebbe la scuola pubblica, i docenti diventerebbero schiavi dei dirigenti ecc. ecc. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi stiamo al completo. Io ho letto più volte il disegno di legge in discussione alla Camera e francamente non vi ho trovato tutte queste catastrofi annunciate. Prima di tutto il superpotere dei Dirigenti scolastici, che sceglierebbero i docenti e potrebbero trasferirli dopo tre anni è già stato superato nei primi passi dell’iter parlamentare: adesso, con le modifiche introdotte, saranno investiti di questi compiti anche gli organi collegiali della scuola, e quindi non ci sarà affatto il preside-padrone di cui si aveva tanto timore. Personalmente, poi, ho sempre pensato che un certo aumento del potere dei dirigenti sarebbe opportuno, soprattutto nei confronti di quei docenti (che sono una minoranza, ma che purtroppo esistono) che non meritano il posto che ricoprono, o per incompetenza nelle proprie discipline o per totale mancanza d’impegno nello svolgere i propri compiti; in questi casi, a mio giudizio, i dirigenti dovrebbero avere il potere di licenziare queste persone che rubano lo stipendio che ricevono, senza tutto quel garantismo sindacale che ha fatto sì che a tutt’oggi, in spregio a quanto si dice e si è detto sui “fannulloni”, certe persone continuino a restare in cattedra indisturbati, nonostante la loro azione sia inutile o addirittura dannosa per intere classi di studenti. Quel che mi stupisce e mi addolora di queste proteste e di questo ribellismo che porta allo sciopero, è il dover notare che molti colleghi non vogliono assolutamente essere valutati, ed anche per questo si oppongono alla riforma. A me sembra che se un docente è in buona fede, sa di essere preparato nelle sue discipline e di avere un’efficace azione didattica, non dovrebbe aver timore di nulla, anzi dovrebbe egli stesso chiedere di essere valutato, soprattutto se a tale valutazione corrispondesse un qualche beneficio economico. Personalmente io auspico e mi auguro che un ispettore ministeriale, competente nelle mie discipline, venga in classe ad ascoltare e valutare le mie lezioni; anzi, la cosa mi farebbe soltanto piacere e da ciò troverei gratificazione. Non vedo quindi il motivo per cui c’è tutta questa paura della valutazione da parte di molti colleghi, che scioperano anche per questo motivo. Forse sono in malafede, o non sono sicuri di se stessi? Se così fosse, non farebbe certo onore ad una categoria che rappresenta la parte intellettuale del Paese ed ha una funzione insostituibile nella società, quella di formare i cittadini di domani. Ed inoltre, non si sostiene forse da molte parti che bisogna prendere esempio dai paesi stranieri? In molti di questi paesi c’è la valutazione delle scuole e dei docenti, perché quindi non introdurla anche da noi, differenziando poi gli stipendi in base al merito? C’è anche da dire che, almeno da parte mia, io trovo in questa riforma annunciata (che probabilmente non andrà mai in porto) anche degli elementi positivi, che i rivoluzionari colleghi non considerano affatto: l’organico funzionale, che se ben realizzato potrà consentire alcuni miglioramenti del’azione didattica come la diminuzione degli alunni per classe; il riconoscimento del merito individuale, per quanto limitato a pochi casi; l’istituzione di un fondo di 500 euro per l’aggiornamento di ogni docente ed altro ancora. Il problema è che da noi protestare, urlare, insultare, salire sulle barricate, impedire a chi la pensa diversamente di parlare sono diventati lo sport nazionale; il non essere mai contenti di nulla, il dover sempre dire di no a tutto e a tutti, il giudicare negativamente qualunque cosa provenga dal governo in carica sono ormai gli atteggiamenti abituali nel nostro Paese, anche a livello di dibattito politico: basti vedere i modi incivili con cui certe opposizioni, come il movimento 5 stelle, si comportano nelle sedi parlamentari. L’esempio che arriva dall’alto scende facilmente in basso, tra i comuni cittadini, soprattutto quando è un esempio negativo; ed è molto più facile distruggere che costruire, come dimostra il fatto che i politici di opposizione ed i sindacati scioperanti contro la riforma Renzi sono stati capaci solo di dire no, senza entrare nel merito e senza chiarire affatto qual è la scuola che vorrebbero e come si dovrebbe realizzare.

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Docenti in atto e docenti in-decenti

Nella sezione Scuola del sito del “Corriere della sera” è apparso oggi un articolo di Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore e blogger che io seguo da tempo. Lo scritto mette l’accento sulla professione dell’insegnante, spiegando come la si possa e debba svolgere nel modo ottimale. Esistono, a suo parere, tre elementi indispensabili che ogni bravo docente deve possedere e senza i quali l’azione didattica produce noia e disinteresse: l’amore per ciò che si insegna, l’amore per le persone a cui si insegna (cioè l’empatia verso gli studenti) ed infine l’amore per come si insegna (cioè il metodo didattico). Su questa base distingue i docenti in altrettante categorie: i docenti “in atto”, cioè i veri maestri che suscitano negli allievi entusiasmo e curiosità intellettuale; gli “in-docenti”, cioè coloro che, pur possedendo competenza disciplinare nelle loro materie, non riescono a trasmettere entusiasmo negli studenti per vari motivi personali (insoddisfazione per lo stipendio, noie burocratiche, stanchezza ecc.); gli “in-decenti”, quelli che “Non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.” (sic!)
A prima vista dico subito che questa classificazione mi pare troppo schematica e rigida, ciò che non ci si aspetterebbe da una persona che conosce la scuola: esiste infatti una casistica di docenti molto più ampia delle tre categorie in cui ci ha confinato il buon D’Avenia, e svariate sono le ragioni per cui un’azione didattica può andare o non andare a buon fine. Si potrebbe obiettare, come prima ovvia osservazione, che il rapporto didattico è binario e interattivo, presuppone cioè un’azione combinata tra docente e studenti: se cioè, per dirla in parole semplici, il docente è bravo ed appassionato, ma si imbatte in una classe di scansafatiche o di sempliciotti, i risultati non potranno mai essere esaltanti. Il difetto principale dell’articolo di D’Avenia, a mio giudizio, è proprio questo: che non tiene conto delle diversità esistenti tra gli alunni, che non sono tutti uguali né tutti disposti ugualmente a reagire positivamente all’azione educativa. Se vogliamo fare un paragone di sapore biblico ma molto spicciolo, possiamo dire che il docente è il seme che fa nascere la pianta, mentre gli studenti sono il terreno. E’ vero che il seme deve essere vivo e non marcito, ma è altrettanto vero che se viene gettato sulla sabbia del deserto nessuna pianta può attecchire. E non mi si dica che l’impegno dei ragazzi dipende solo dalla qualità del docente, perché non è vero: ci sono studenti refrattari a ogni stimolo e ogni sollecitazione, che vengono a scuola perché costretti dai genitori ma completamente demotivati, che dovrebbero dedicarsi ad altro e magari entrare subito nel mondo del lavoro, senza scaldare inutilmente per anni i banchi scolastici.
E poi c’è un’altra precisazione da fare a proposito delle parole di D’Avenia: che il docente lavora con una pluralità di persone, tutte diverse tra di loro, e non può quindi pretendere di essere gradito a tutti allo stesso modo. Io stesso ne ho la prova, perché ho ricevuto e continuo a ricevere tante attestazioni di stima da studenti ed ex studenti, ma c’è stato anche qualcuno che mi ha odiato e persino insultato sui social network. Piacere a tutti è impossibile, qualunque sia l’impegno, l’entusiasmo, la competenza, la passione e tutto ciò che il Nostro considera prerogative del docente “in atto”.
Quanto ai docenti “in-decenti”, è vero che esistono, ma sono comunque una minoranza, comune del resto a tutte le professioni: non ci sono forse medici ignoranti e ottusi, avvocati incapaci, ingegneri che progettano edifici che crollano? Eppure di questi nessuno parla, mentre tutti sono pronti a gettare la croce sulla nostra categoria: nei commenti all’articolo di D’Avenia sul “Corriere”, tanto per fare un esempio, sono rispuntate ancora le teste vuote che vengono a ripetere il solito ritornello secondo cui noi lavoriamo solo 18 ore la settimana e abbiamo quattro mesi di ferie. Io neanche rispondo più a queste capre, e mi meraviglio che qualche collega perda ancora tempo con loro.
Il vero problema, quello che toglie a molti docenti bravi ed appassionati la voglia di insegnare, è lo squallido egalitarismo di origine sessantottina che ancora stiamo subendo, per cui nessuno controlla il nostro lavoro (se qualche dirigente ci prova viene quanto meno accusato di mobbing) e tutti riceviamo lo stesso stipendio, a prescindere dalla qualità del lavoro svolto. Con il potere dei sindacati ed il garantismo che abbiamo i fannulloni e gli incompetenti – che per fortuna non sono molti, come dicevo sopra – non si possono licenziare, anzi dobbiamo pure trattarli bene e togliere loro qualsiasi incarico aggiuntivo, perché tanto non lo svolgerebbero. Così tutte le incombenze toccano sempre alle stesse persone e gli “in-decenti” continuano a fare danni per una vita e a percepire uno stipendio che non meritano. Si abbia il coraggio di intervenire e di inserire nel contratto di lavoro il licenziamento per scarso rendimento, ovviamente documentato; ma questo dovrebbe valere anche per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, dirigenti, alti funzionari e politici compresi.

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