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Il governo della demagogia

E’ molto tempo che non mi occupo direttamente di politica qui sul blog, né credo di aver molte credenziali per occuparmene: non sono né un esperto di partito, né un sociologo e neanche un giornalista; sono un semplice cittadino che ha sempre avuto un certo orientamento ma che adesso fa fatica a raccapezzarsi nel marasma attuale. Come prima osservazione mi viene da dire che questo esecutivo è molto eterogeneo e poco coeso, perché formato da due forze che hanno sempre avuto interessi e programmi totalmente diversi e che sembrano stare insieme solo per costituire una maggioranza, se non per amore delle poltrone. Io, per parte mia, ho sempre avuto una pessima opinione dei 5 stelle, persone totalmente inesperte e incompetenti di fronte alla complessità di dover amministrare una Nazione, capaci di ottenere i voti degli illusi che hanno creduto alle favole sul paese dei balocchi (il reddito di cittadinanza), su cui tornerò più avanti. Per quanto attiene alla Lega Nord, che ha molta più esperienza e competenza politica, mi fa meraviglia il fatto che accetti di governare con chi è tanto diverso; comprendo e approvo l’azione di Salvini sull’immigrazione, perché l’Italia non può essere lasciata sola a dover accogliere tutti coloro che fuggono dall’Asia o dall’Africa, e approvo anche la sua volontà di dare la priorità agli italiani perché tutte le altre nazioni europee prediligono i loro cittadini, ma non lo seguo su altre tematiche. In sostanza, si tratta di un governo ibrido, formato da componenti diverse e antitetiche, che non credo possa durare a lungo.
Le roboanti promesse fatte dai due partiti di governo prima delle elezioni non hanno molte probabilità di essere realizzate, perché formulate al buio e senza tener conto della reale situazione economica del nostro Paese; in più, alcune di esse sono palesemente ingiuste e diseducative. La peggiore di tutte, senza alcun dubbio, è il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei grillini che nelle regioni del Meridione, notoriamente inclini all’assistenzialismo, hanno preso una marea di voti. Ho sempre pensato di questa proposta tutto il male possibile, e non soltanto perché costa miliardi di euro che il nostro erario non può permettersi, ma soprattutto perché è ingiusta e deleteria: in pratica, se si realizzerà, verranno dati soldi a tanti furbetti per non fare nulla, per starsene sul divano a guardare la tv. Occorre ricordarsi di una cosa: molte persone, specialmente nel Meridione, hanno un reddito a volte anche cospicuo lavorando al nero, ma per la legge risultano ufficialmente disoccupate; costoro riceveranno il reddito di cittadinanza di cui non hanno affatto bisogno e lo spenderanno in generi superflui e di lusso. Proprio ieri ho visto un servizio in tv (mi pare su Rete4) girato in Sicilia, vicino a Enna, dove alcuni degli intervistati hanno detto che spenderanno il reddito di cittadinanza per comprarsi abiti firmati o automobili, oppure per viaggi e vacanze. Del resto, non è forse vero che con i propri soldi ciascuno può fare quello che vuole? Ma è grottesco che questi soldi vengano dallo Stato, che deve creare lavoro e investimenti, non distribuire “panem et circenses”, regalare soldi a chi non fa nulla. Questa è la più dannosa e subdola demagogia, in cui purtroppo molte persone sono cadute, dando fiducia ad un’armata Brancaleone che non sa cosa sia la politica e che procede al buio, senza rendersi conto di cosa stia facendo.
Ma c’è anche una proposta della Lega Nord, condivisa da tutto il centro-destra, che mi trova in totale disaccordo, la cosiddetta “flat tax”, cioè l’imposizione di un’aliquota unica (oppure di due sole aliquote) per il pagamento delle tasse. E’ evidente l’origine berlusconiana di questa proposta, perché un’aliquota unica, se applicata alla lettera, altro non farebbe che avvantaggiare i ricchi a danno della classe media dei lavoratori dipendenti, coloro che più contribuiscono alle entrare fiscali. Applicando un’unica aliquota (ad es. il 20%) un cittadino che guadagna 100 mila euro all’anno ne pagherebbe 20 mila, ma gliene rimarrebbero ben 80 mila, coi quali condurre una vita più che comoda; se invece questa stessa aliquota la applico a chi guadagna 10 mila euro all’anno, ne pagherebbe solo duemila, è vero, ma gliene resterebbero ottomila, con cui non è possibile condurre una vita dignitosa. Io credo invece che l’imposizione fiscale dovrebbe avere aliquote progressive in base al reddito (reddito reale però, accertato con controlli e non solo dichiarato): al di sotto di una certa soglia non si dovrebbero pagare tasse, mentre al di sopra le aliquote dovrebbero essere progressive dall’8 all’80 per cento; così i calciatori professionisti, i divi della tv, i grandi professionisti contribuirebbero veramente alle spese dello stato, e resterebbe loro comunque un guadagno più che sufficiente. Si ridurrebbe così, almeno in parte, l’assurda anomalia per la quale da noi in Italia un ricercatore che scopre nuove cure per importanti patologie viene pagato 1500 euro al mese (se va bene), mentre vengono dati milioni a dei baldi giovanotti solo per dare calci a un pallone.
Sulla manovra economica che il governo sta preparando in questi giorni ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire troppo questo post. Alcune questioni di principio, secondo me, sono apprezzabili, come quella di non essere più soggetti ai diktat dell’Europa e di far valere i diritti dei cittadini italiani. Su questo sono d’accordo, anzi dico che non avremmo neanche dovuto entrare nell’unione europea e tanto meno nell’euro, la moneta unica che strozza la nostra economia e ci rende soggetti a Parigi e a Berlino. Però ormai ci siamo dentro, non possiamo uscirne adesso senza gravissimi danni economici, soprattutto per i risparmiatori che vedrebbero dimezzato, se non peggio, il valore del proprio denaro. Con il debito pubblico che abbiamo, purtroppo, l’aiuto estero ci è necessario, altrimenti rischiamo di finire come la Grecia; quindi alzare la testa è possibile, ma in limiti ben definiti, perché non so cosa accadrebbe se i mercati internazionali cessassero di dare fiducia all’Italia e alla sua capacità di pagare gli iteressi sul debito. Quindi, anche se in linea teorica approvo quel politico che ha utilizzato il celebre “me ne frego” di lontana origine storica, in pratica mi auguro che non venga tirata troppo la corda, perché purtroppo non siamo nelle condizione di poter dettare legge. La colpa di ciò va ricercata nei politici del passato come Prodi, che ci hanno gettato in questo vicolo cieco della moneta unica, ma anche nella nostra cronica povertà e mancanza di materie prime. I conti con la realtà vanno fatti perché i sogni sono belli, ma svaniscono come fumo nell’aria.

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Perché i nostri giovani emigrano

Nell’ultimo fine settimana ho compiuto un breve viaggio a Londra per andare a visitare mia figlia che lavora là, ed ho avuto occasione di constatare come la visione del mondo inglese sia molto diversa dalla nostra ed abbia rispetto ad essa aspetti positivi e aspetti negativi. Mi riferirò in questo post al solo ambito lavorativo, proprio perché i nostri giovani – purtroppo, dico io – dopo essersi formati nelle scuole ed università italiane, non riescono qui da noi a trovare una stabile collocazione e sono costretti ad emigrare all’estero. Si forma così la più singolare contraddizione dei nostri tempi: cioè che l’Italia accoglie immigrati, rifugiati e profughi che non hanno cultura né professione e permette invece che i suoi giovani diplomati e laureati vadano ad arricchire le economie straniere. Quindi noi produciamo conoscenze e competenze che poi ci lasciamo sfuggire, mentre importiamo ignoranza e purtroppo anche criminalità.
Parlando con mia figlia e con una sua amica che lavora anch’essa a Londra da qualche anno, sono venuto a conoscenza di quelli che sono i vantaggi che inducono i nostri ragazzi a recarsi nella grande metropoli britannica. Anzitutto (e questo non lo possiamo negare) essa offre molte più opportunità di lavoro di quanto non faccia l’Italia, e con stipendi migliori: basta che un giovane arrivi a Londra e sia disposto ad iniziare facendo il lavapiatti in un ristorante e già guadagna uno stipendio almeno doppio di quello che riceverebbe in Italia per lo stesso lavoro. Inoltre vi è la possibilità di far carriera e migliorare la propria condizione molto più che da noi: se una persona è abile e volonterosa e dimostra di saper fare bene il proprio lavoro, avere idee innovative ecc., già dopo pochi mesi va a svolgere mansioni più qualificate e meglio pagate, senza dover aspettare che chi è sopra di lui si licenzi o vada in pensione. A detta dei nostri giovani che lavorano a Londra, quello che è più vantaggioso non è tanto la facilità con cui si riesce a trovare lavoro, quanto il fatto che lì conta davvero la meritocrazia: chi dimostra di avere delle qualità viene gratificato con promozioni veloci e altrettanto veloci aumenti di stipendio. La carriera dipende quindi dalle capacità individuali, non dalla pura e semplice anzianità di servizio, o peggio da conoscenze e raccomandazioni; anzi, a detta dei nostri ragazzi, lì questi mali italiani sono del tutto sconosciuti, così come è inconcepibile la volontà del dipendente di ingannare il datore di lavoro fingendosi malato o usando qualsiasi altro espediente. Se un dipendente invia un certificato medico, nessuno sospetta che sia falso, perché questo concetto è del tutto alieno alla mentalità inglese. Su questo punto, tuttavia, io ho le mie perplessità, perché sono convinto che la società perfetta non esista da nessuna parte, e che il presentare certificati fasulli o timbrare il cartellino e poi andare al mare non siano mali soltanto italiani, perché la persona umana ha i medesimi difetti e le medesime debolezze in ogni parte del mondo.
Va poi precisato che la condizione dei lavoratori stranieri in Inghilterra non è così rosea come sembra, per diversi motivi. E’ vero che il lavoro si trova più facilmente e si guadagna di più, ma bisogna tener conto anche del rovescio della medaglia, che non è di poco conto. Anzitutto il costo della vita in Gran Bretagna è molto più alto che da noi, per cui uno stipendio di 1400 sterline (circa 1500 euro) lì equivale a poco più di mille euro in Italia, visto il costo proibitivo degli affitti, dei trasporti e dei generi stessi di prima necessità. Inoltre c’è da dire che le condizioni di lavoro sono molto più dure che da noi: il lavoratore firma un contratto che lo obbliga a prestazioni spesso pesanti e al di là di ogni ragionevole resistenza umana, visto che ci sono turni, negli alberghi e nei ristoranti, che si prolungano fino a 14 ed anche 16 ore giornaliere, grazie ai quali i malcapitati che vi si ritrovano arrivano a fine turno stremati, e questo significa non avere alcun rispetto della dignità umana. Il lavoratore soggetto ad un “manager”, oltretutto, deve stare ben attento a quel che fa o che dice, perché non esiste alcuna garanzia a suo favore ed il datore di lavoro può licenziarlo a suo piacimento e senza neanche dover spiegare il provvedimento, con un solo preavviso di quindici giorni. Con la stessa facilità con cui si trova lavoro si può anche perderlo dopo mesi ed anche anni, magari soltanto per una frase non gradita al “capo” o per un ritardo di qualche minuto. Queste a me sembrano condizioni lavorative inaccettabili, una nuova forma di schiavismo, che giustamente in Italia non abbiamo più: il lavoratore deve sì impegnarsi per la sua azienda e svolgere i propri doveri, ma mantiene anche diritti inalienabili che invece, in Gran Bretagna, non vengono riconosciuti. Adesso poi, con l’uscita del paese dalla comunità europea, le cose andranno ancor peggio per chi dall’Italia e da altre nazioni vorrà andare a lavorare in Inghilterra, che accentuerà lo sfruttamento dei lavoratori stranieri e ne limiterà il numero a suo piacimento.
Tutto sommato debbo dire che, al di là dell’entusiasmo che i nostri giovani mostrano nel voler viaggiare, fare esperienze lavorative e di altro tipo in tutta Europa ed anche al di fuori di essa, e nonostante la globalizzazione e questo neo-stoicismo che fa sì che i nostri ragazzi si sentano ormai cittadini del mondo, a me dispiace che questo accada, e per due ragioni. La prima è squisitamente personale e riguarda mia figlia, che dopo una laurea brillantemente ottenuta in Italia ha deciso contro la mia volontà di andare a vivere e lavorare a Londra: l’affetto di un padre – e chi lo è lo comprenderà certamente – avrebbe voluto averla vicina e soffre per questo distacco che trova ingiustificato. La seconda ragione, che in certo senso è ancor più pressante, è un argomento a carattere generale, e cioè che trovo assurdo e deleterio il fatto che il nostro Paese, come Stato e come famiglia, abbia speso tanto (in termini economici ma non solo) per allevare ed istruire i suoi giovani e poi non sia capace di dare loro un lavoro ed in pratica li costringa ad emigrare all’estero. E mi dispiace sia per il cameriere che per il ricercatore universitario, in quanto la loro opera sarebbe necessaria all’Italia ed invece viene prestata per il godimento altrui, per paesi che li pagano bene sì ma li sfruttano e utilizzano le loro competenze per il proprio vantaggio. Siccome io sono sempre stato nazionalista e non credo nella globalizzazione e neanche in questa Europa che è utile solo ai paesi ricchi e non al nostro, vedo tutto ciò come un male, non come un bene. So di avere idee arretrate e di rimpiangere un mondo che non esiste più, ma il cambiamento del costume e della mentalità generale è stato così rapido che non sono riuscito ad adeguarmici, né credo ormai di poterlo più fare. Negli ultimi 30 anni è cambiato tutto, dalla concezione della famiglia a quella del lavoro e della stessa appartenenza ad un determinato paese o gruppo sociale, più di quanto non sia accaduto nei tre secoli precedenti. Per molti giovani (non per tutti) è facile adattarsi a questa nuova visione del mondo, ma per chi appartiene alle precedenti generazioni tutto ciò è un enigma senza soluzione.

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Esiste la coscienza nazionale?

La recente scomparsa del Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ci induce a qualche riflessione circa il suo operato e sull’eredità politica e ideologica che lascia. Senza giudicare nel merito dell’azione di questo personaggio eminente dei nostri tempi, debbo dire che io personalmente gli sono stato e gli sono grato per una fondamentale ragione: per aver tentato di ridare senso al concetto di Patria e di coscienza nazionale, che si era perduto quasi del tutto in precedenza a causa delle farneticazioni sessantottine e della parte politica che le aveva ispirate, tanto che solo pronunciare la parola “Patria” faceva quasi sorridere e pensare a qualcosa di superato o addirittura di reazionario. Il pensiero di Ciampi, pur in un’ottica di partecipazione completa ad una politica europea e internazionale, tendeva al recupero dell’orgoglio del nostro essere italiani, che noi per primi abbiamo volutamente accantonato.
Questo è il punto fondamentale, secondo me: che un popolo che denigra se stesso, che non è orgoglioso delle proprie origini, che ritiene migliori in tutto e per tutto gli altri Paesi in luogo del proprio, è un popolo destinato alla derisione altrui ed al personale fallimento. Se andiamo all’estero vediamo benissimo che la coscienza nazionale esiste, ed è molto sviluppata: gli svizzeri, ad esempio, esibiscono ovunque quella loro brutta bandiera con la croce, gli austriaci e i tedeschi ritengono sempre prevalente il loro interesse rispetto a quello altrui e spesso ci guardano con ironia e disprezzo perché abbiamo un’economia meno forte della loro, gli inglesi sono morbosamente attaccati alle loro inveterate tradizioni, tra cui la monarchia, stupido residuo di sistemi politici ormai tramontati; altrettanto si dica per gli americani, che stanno per scegliere il loro presidente tra due personaggi melensi e impresentabili. E per non parlare dei francesi! Orgogliosissimi della loro lingua, si rifiutano in gran parte di apprendere quelle straniere; guardano agli altri con sufficienza e arroganza, tanto da permettersi anche, in quel loro giornale satirico da quattro soldi, di insultare pesantemente le nostre città colpite dal terremoto e metterci in mezzo la mafia che non c’entra proprio nulla. Un’azione da criminali, con la quale ho finito per sempre di compiangerli per l’attentato che subirono un anno e mezzo fa, che a quanto pare non è servito ad altro che ad aumentare il loro livello di imbecillità.
Tutti i paesi esteri hanno orgoglio e coscienza nazionale; soltanto noi siamo i primi a denigrare il nostro Paese. Basta leggere i giornali o i commenti su internet, e vediamo che sono gli stessi italiani a sproloquiare sulle disfunzioni e i disservizi che ci sono da noi, come se gli aeroporti non venissero chiusi per nebbia anche a Londra o a Parigi, o come se la criminalità, la corruzione e compagnia bella esistessero soltanto in Italia. Per la mia limitata esperienza, con i viaggi all’estero che ho fatto ed in base a quello che ho letto, mi sono fatto la convinzione secondo cui i problemi sono ovunque, e non certo minori dei nostri. Se qualcosa va meglio in una nazione, ce n’è sempre qualche altra che va peggio. Perché dobbiamo sempre denigrarci e pensare che gli altri paesi siano paradisi terrestri quando non è affatto vero, ed i comportamenti degli stranieri, in ogni aspetto della vita sociale, sono spesso molto peggiori dei nostri. Non vogliamo considerare il vandalismo e la maleducazione che molti turisti stranieri dimostrano nelle nostre città? Non ci ricordiamo dei tifosi olandesi che provocarono gravi danni ai monumenti di Roma? L’avrebbero fatto a casa loro? Però se noi italiani siamo i primi a denigrarci e a parlare male del nostro Paese, non possiamo lamentarci della scarsa considerazione che abbiamo all’estero, non possiamo indignarci se la Merkel e Sarkozy, due ignoranti nella sostanza, si permisero di giudicare Berlusconi, nostro Presidente del consiglio legittimamente eletto, con un risolino di commiserazione. Il risolino andrebbe fatto a loro, per la loro politica miope e spesso assurda, ma nessuno lo fa, e anzi sono proprio i giornalisti ed i politici italiani che, pur di denigrare Berlusconi, furono persino contenti di quell’episodio squallido. Io, per parte mia, ritengo che noi italiani non siamo inferiori a nessuno, in nessun settore, e per la cultura e l’arte siamo sempre stati i primi al mondo. Cerchiamo di ricordarlo e di non lamentarci della nostra Patria. Sì, io uso volentieri questa parola e sono ben felice di essere italiano, non mi scambierei con nessun altro al mondo e sono grato al presidente Ciampi per aver almeno tentato di ricostruire una coscienza nazionale.
Per lo stesso motivo, però, un altro aspetto dell’operato di Ciampi mi trova molto meno d’accordo, cioè l’ingresso nella moneta unica europea al tempo del governo Prodi. In quell’anno, nel 2002, l’ingresso nell’euro fu una catastrofe per i consumatori italiani: con un cambio così alto nei confronti della lira noi non potevamo guadagnarci nulla, anzi i prezzi aumentarono a dismisura e si ridusse di molto il potere d’acquisto degli stipendi, perché per comprare qualcosa che costava, ad esempio, mille lire, poi occorse quasi subito un euro, che invece nominalmente valeva quasi duemila lire: quindi un raddoppio dei prezzi, o quasi. Ma anche quando questa speculazione è finita, io che – lo ammetto – mi intendo poco di economia, non vedo quale vantaggio ci sia ad avere una moneta comune con altri paesi, come la Germania e la Francia, che economicamente sono più forti di noi. E’ chiaro che i banchieri tedeschi e francesi modulano la moneta a loro piacimento, e questo è un altro punto fondamentale della perdita della nostra autonomia nazionale. Un Paese che non può battere moneta, e soprattutto che non può determinarne il valore in confronto alle altre per il commercio internazionale, è un Paese che non sarà più libero, sarà sempre soggetto ad altri. E noi abbiamo fatto più di mezzo secolo di lotte per l’indipendenza, per scacciare giustamente gli stranieri dalla nostra Patria, ed adesso ci troviamo di nuovo ad essere soggetti agli altri, ad avere in casa nostra una vera e propria dominazione straniera dei banchieri tedeschi e della signora Merkel, che farebbe bene a comandare solo a casa sua. Credo che sarebbe utile e dignitoso uscire dall’euro e tornare ad una moneta nazionale, sempre per quell’idea di indipendenza e di dignità italiana di cui non dobbiamo dimenticarci. L’ingresso nell’euro è l’unico atto che non posso approvare del presidente Ciampi, viste le conseguenze che ne sono derivate. Per tutto il resto, onore ad un grande italiano (e toscano) che da ieri non è più con noi.

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Ce lo chiede l’Europa? No, grazie!

Le recenti vicende della Grecia toccano e preoccupano tutti noi, anche in vista di una possibile bancarotta di quel Paese che potrebbe comportare un grave peggioramento delle condizioni di vita e un danno per tutti, soprattutto per i Paesi creditori che potrebbero non vedersi restituire quanto dovuto. Certamente la politica dei vari governi greci, tra cui quello attuale di Tsipras, ha gravi colpe, dalla falsificazione del bilancio pubblico attuata per poter entrare nell’area euro alla mancata realizzazione di importanti riforme come quella della pensioni, che invece in Italia è stata fatta. Però, nonostante tutto ciò, quello che personalmente mi colpisce è la perdita di autodeterminazione e di indipendenza dei popoli e degli Stati che compongono la cosiddetta “unione europea”, i quali non sono più liberi di sganciarsi da una moneta unica che si è rivelata un fallimento o di liberarsi dai lacci economici e politici imposti dall’Unione per ritrovare la propria identità nazionale.
Si dirà che la Grecia ha un pesante debito pubblico e che non può andarsene senza ottemperare ai propri doveri verso gli altri partners europei; ma in realtà la dittatura delle banche e della finanza internazionale non tiene avvinto alla sua catena soltanto il Paese ellenico, ma anche l’Italia, che pure è in una situazione economica un po’ migliore. Anche noi in un certo senso abbiamo perduto la nostra identità e la nostra autodeterminazione, e per diversi rispetti. Anzitutto non abbiamo più una moneta nostra, e non possiamo quindi intervenire sul suo valore e sul cambio con le altre monete, il che ci lascia in balìa dei capricci dei finanzieri europei, i quali modulano il valore dell’euro nei confronti del dollaro in funzione degli interessi dei Paesi economicamente più forti (la Germania in primis) e non certo in favore delle nostre industrie e della nostra agricoltura. In secondo luogo, siamo soggetti ai diktat europei per quanto riguarda la produzione agricola e industriale, che non possiamo più controllare, tanto da ricevere persino ordini grotteschi e malsani come quello di dover produrre il formaggio con il latte in polvere o di dover limitare la produzione di vino per non intralciare gli interessi dei francesi; e l’elenco potrebbe continuare a lungo. La mentalità comunitaria, inoltre, dovrebbe essere intesa nel senso che i problemi di uno Stato dovrebbero essere fatti propri da tutta l’unione europea. E invece cosa succede? Che sono state abolite le frontiere (altro grave errore, secondo me), ma esse vengono prontamente ricostituite da Francia, Austria, Germania ecc. quando si tratta di accogliere le migliaia di immigrati che arrivano sulle nostre coste. L’Europa è senza frontiere quando conviene a lor signori tedeschi e francesi, ma quando c’è da accollarsi dei problemi allora la patata bollente viene lasciata alla sola Italia, il Paese più debole e meno velleitario di tutti, abituato fin dai tempi delle lotte tra Francia e Spagna a prendere le botte dagli stranieri senza reagire. E guai a parlare di orgoglio nazionale! Se va bene ti ridono dietro, altrimenti ti accusano anche di essere un nostalgico del famoso ventennio!
Io credo che sarebbe l’ora per il nostro Paese di far sentire fortemente la propria voce e di riprendersi la propria identità nazionale, finendola una buona volta di sottostare passivamente ai diktat della finanza franco-tedesca che fa i suoi interessi, non i nostri. E’ inconcepibile che un Paese come il nostro, con il più grande patrimonio artistico e culturale del mondo intero, la cui unità è stata raggiunta con tante lotte e tante vittime, debba ora inchinarsi servilmente agli stranieri e rinunciare alla propria autonomia decisionale. L’Europa unita sarebbe un’ottima cosa se fosse l’Europa dei popoli liberi e dell’autodeterminazione di ciascuno di essi, non quella dei banchieri e degli speculatori francesi e tedeschi, che giocano con l’economia degli stati più deboli imponendo a tutti le loro volontà. E se per essere liberi fosse necessario uscire dall’euro, perché non farlo? Per qual motivo la moneta unica deve essere una gabbia chiusa a doppia mandata nella quale, una volta entrati, non si possa più uscire? Anche questo fa parte della libertà dei singoli stati, poter contare su una moneta nazionale che costituisce parte della propria identità; e da questo punto di vista io ritengo che entrare nell’euro sia stato un errore e che abbiano fatto benissimo altri paesi, come l’Inghilterra e la Svizzera ad esempio, che ne sono rimasti fuori ed hanno conservato la propria moneta. Non mi sembra che le loro economie o il loro tenore di vita siano tanto inferiori ai nostri; e ciò dimostra che questa nostra entrata nell’euro, che ci ha impoveriti tutti almeno nei primi anni, non era poi una necessità assoluta come Prodi e compagnia bella ci hanno voluto far credere.

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Viaggio a Londra

In questi pochi giorni di vacanze pasquali, ormai da vari anni ho l’abitudine di fare un viaggio di turismo culturale, di solito per visitare luoghi celebri o capitali europee. L’anno scorso toccò a Monaco di Baviera, su cui pochi giorni dopo scrissi un post intitolato “Viaggio in Germania” ed espressi le mie impressioni su quel paese, o almeno sulla zona che avevo visitato. Quest’anno è toccato a Londra, una delle città più famose del mondo ma da me sconosciuta, perché non c’ero mai stato prima di adesso; e siccome alcuni aspetti di essa mi hanno colpito, vorrei brevemente parlarne in questo post.
La prima cosa che impressiona il visitatore a Londra è la perfetta organizzazione dei trasporti. La metropolitana è molto efficiente, passano treni ogni due minuti circa e collegano, con una fitta rete di linee e di coincidenze, tutte le zone centrali e periferiche della città; l’utilizzo di questo mezzo è certamente il modo più veloce per spostarsi, benché esistano anche i mezzi di superficie, come i famosi bus rossi a due piani, che sono anch’essi molto efficienti. Il traffico veicolare è abbastanza disciplinato, tutti rispettano i semafori e le norme della circolazione.
A questo aspetto positivo se ne affianca però uno negativo, almeno per noi italiani: i prezzi molto alti dei trasporti, visto che per tre giorni io e mia moglie abbiamo speso, per utilizzare la metro, l’equivalente di oltre 100 euro. Il problema dei costi, comunque, riguarda ogni aspetto della vita e non solo i trasporti: altissimo è il prezzo degli affitti, tanto per fare un esempio, e altrettanto può dirsi per gli acquisti più comuni e per gli alberghi, carissimi anche se spesso di bassa qualità. E’ vero però che gli stipendi, pagati in sterline (pounds) sono mediamente molto più alti dei nostri, e la mancanza dell’euro non costringe la Gran Bretagna, cosa che avviene invece a noi, a dover seguire altri paesi per la politica monetaria, nel senso che gli inglesi possono battere moneta e interferire con il valore della sterlina in modo da regolare il bilancio tra importazioni ed esportazioni.
Nonostante i prezzi elevati e la necessità di pagare praticamente ogni cosa, c’è però a Londra una lodevole eccezione: i luoghi d’interesse culturale, ed in particolare i musei, sono gratis. Questo avviene in pochi paesi ed è certamente motivo di plauso che va riconosciuto: la visita al British Museum che abbiamo compiuto, infatti, e che ci ha impegnati per quasi un giorno intero, è avvenuta senza dover spendere un centesimo. Beati gli inglesi, che si possono permettere di coprire i costi ingenti del mantenimento e cura dei propri monumenti senza chiedere contributi ai visitatori! Per il resto, oltre ai musei, Londra offre tutta una serie di monumenti, di chiese, di parchi naturali di notevole interesse.
Un’altra cosa che mi ha colpito è l’estrema varietà della popolazione, nella quale sono comprese praticamente tutte le etnie conosciute al mondo: europei, asiatici, afro e sud americani, persone di colore si muovono liberamente, e con ritmo frenetico, per la città, facendo comprendere a tutti come ormai l’Europa veda prosperare una società multiculturale e multietnica, senza che vi siano – almeno apparentemente – discriminazioni. E se pensiamo che la presenza degli stranieri sia elevata in Italia significa che non abbiamo visto cosa avviene altrove: a Londra, almeno a quanto ho potuto constatare, gli europei e gli inglesi in particolare sono in minoranza rispetto alle altre etnie, specie quelle asiatiche: nel quartiere dove abbiamo alloggiato, infatti, la gran maggioranza delle persone erano indiani, pakistani e cinesi, molto rare invece quelle con la pelle bianca.
In questa società multietnica londinese molti ed anzi moltissimi sono gli italiani, che abbiamo incontrato in gran quantità. Escludendo i turisti come noi, che pure nel periodo di Pasqua sono tanti, un gran numero di nostri connazionali vive stabilmente a Londra esercitando tutta una serie di occupazioni che vanno dal garzone di bottega al cameriere, dal gestore di ristorante al fattorino, fino al manager o all’uomo d’affari che vive e lavora nella City, uno dei centri della finanza mondiale. Però di italiani con mansioni di prestigio e con alti guadagni ce ne sono pochi; la maggioranza dei nostri connazionali sono purtroppo dei giovani che, per trovare quel lavoro e quel benessere che non potevano avere in Italia, sono emigrati a Londra e ci vivono da anni, riuscendo a sopravvivere dignitosamente a causa delle molte opportunità lavorative che questa metropoli riesce ad offrire. Parlando con dei giovani italiani che lavorano nei ristoranti e nei bar, mi sono molto rattristato, perché giudico ingiusto e vergognoso che un Paese come il nostro, uno dei più belli al mondo, non sia in grado di offrire lavoro ai propri cittadini, costringendoli a cercare scampo all’estero. Poiché io non mi sono mai vergognato di essere italiano, ed anzi ne sono orgoglioso, vorrei però che gli italiani non fossero costretti ad una nuova emigrazione che ricorda quella degli ultimi decenni dell’800 e dei primi del ‘900, quando i nostri connazionali partivano con la valigia di cartone in cerca di fortuna e spesso venivano male accolti e mal trattati dagli stranieri. Oggi questo problema è molto attenuato, visto che viviamo in una società multirazziale e non c’è più il rischio di vedere scritto in un locale “proibito l’ingresso ai cani ed agli italiani”, come purtroppo è accaduto in altri tempi; ma il giovane italiano che si reca all’estero ha comunque difficoltà ad inserirsi, ad imparare la lingua, ad essere considerato alla pari dei cittadini del paese ospitante. E poi è umanamente ingiusto che un ragazzo o una ragazza debbano staccarsi dalla propria terra, dalla propria famiglia, dai propri affetti, per trovare lavoro all’estero; a me piacerebbe invece che ciascuno potesse vivere e restare nel proprio paese e che andasse all’estero solo per turismo o perché lo desidera, non perché vi è costretto da una situazione economica difficile e soprattutto mal gestita. Mi auguro che le cose cambino in fretta e che l’economia possa ripartire, di modo che i nostri giovani possano mettere le proprie idee, la propria cultura e le proprie forze al servizio della loro patria, senza arricchire paesi stranieri che non hanno contribuito affatto alla loro formazione.

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La Germania non ha pagato abbastanza

Ricorre oggi 27 gennaio il giorno della memoria, il ricordo cioè dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti, oggi diventati luoghi di turismo. Due anni fa visitai il più tristemente famoso di questi campi, quello di Auschwitz-Birkenau, e debbo dire che l’impressione che si ricava da una simile esperienza è grande e sconvolgente. Una tristezza infinita prende il visitatore mentre si trova sul posto e all’uscita, uno sgomento che si materializza in una domanda che sovrasta tutte le altre: come è stato possibile tutto ciò? Come può essere accaduto che un popolo civile e progredito come quello tedesco, che aveva dato al mondo tante menti illuminate in ogni campo della cultura e dell’arte, si sia reso colpevole di un orrore di questo tipo? Uccidere migliaia di donne e bambini indifesi, con la più totale indifferenza, andava di pari passo con un genere di vita che, per altri aspetti, si può definire normale: il comandante di Auschwitz ad esempio, Rudolf Hoss (di cui ho letto di recente le memorie), ordinava ogni giorno l’esecuzione nelle camere a gas di migliaia di persone, non solo ebrei ma anche zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, malati fisici e mentali ecc.; eppure, proprio nelle vicinanze del campo, aveva la sua casa dove i suoi bambini giocavano tranquilli in giardino e la sera lui, quando rincasava, li accarezzava e giocava con loro come qualunque altro padre fa coi propri figli. Sappiamo che le SS avevano dei cani che trattavano con grande cura e che lo stesso Hitler era vegetariano, perché sosteneva che non si dovessero uccidere gli animali.
Le enormi contraddizioni che sorgono da queste notizie restano inspiegabili, benché sia risaputo che la logica feroce della guerra può far compiere, anche a persone normali e non violente nella vita privata, le più orribili atrocità. Ci si può forse accontentare della giustificazione che i criminali nazisti e lo stesso Hoss davano a chi chiedeva loro il perché di tanto orrore, il fatto cioè ch’essi erano soldati e obbedivano a ordini superiori, come ogni militare è tenuto a fare? Hoss in persona dice di non aver approvato lo sterminio degli ebrei, ma di non essersi potuto ribellare a quegli ordini, perché sarebbe stato giustiziato ed un altro avrebbe comunque preso il posto suo. Ma tutto ciò non è sufficiente a spiegare ciò di cui ancora oggi ad Auschwitz resta il ricordo: dalle tonnellate di capelli tagliati alle prigioniere mandate alle camere a gas, conservati in un’enorme teca, ai forni crematori, alle baracche di legno di Birkenau, dove entrava l’acqua, il freddo, l’umidità e che per le spaventose condizioni igieniche potevano da sole provocare enormi sofferenze e morte alle persone, in unione ovviamente con il vitto pessimo e scarsissimo. Qui l’umanità è morta per sempre, e nulla si può cancellare: dopo la Shoah anche l’arte è morta, perché l’uomo ha perduto i suoi più autentici valori e si è dedicato unicamente o quasi alla ricerca del benessere materiale.
Ma ciò che più mi indigna di questa immane tragedia è che la Germania non ha pagato abbastanza per il male che ha arrecato all’umanità intera. A parte i pochi gerarchi catturati e impiccati a Norimberga, la maggior parte di loro se la sono cavata o fuggendo all’estero (specie in America Latina) oppure riprendendo la vita di prima in tutta tranquillità, senza che nessuno li andasse a cercare. E non mi riferisco solo ai capi delle SS o della Gestapo, ma a tutti i piccoli ufficiali, sottufficiali o semplici kapò (sia uomini che donne) che nessuno ha punito per le loro atrocità, spintesi molto spesso ben al di là degli ordini ricevuti. Si è permesso alla Germania di non rendere conto al mondo, come popolo e come nazione, di ciò che ha provocato, degli orrori di cui non sono responsabili sono Hitler, Himmler o Heydrich, ma tantissimi comuni cittadini, e anche coloro che, pur sapendo cosa stava avvenendo, hanno taciuto. Si è consentito ai tedeschi di riprendersi dalle rovine della guerra, di riunificarsi nel 1989, di diventare la prima potenza economica d’Europa che, con la gabbia dell’euro, sta stritolando le economie degli altri Paesi, compreso il nostro. E la Merkel non può cavarsela con qualche discorsetto commemorativo, rimuovendo dalla coscienza del suo popolo un passato di questo genere.
La Germania fu trattata anche troppo duramente col trattato di Versailles dopo la prima guerra mondiale, mentre tutto sommato se l’è cavata bene dopo la seconda, almeno dal punto di vista delle responsabilità individuali. E’ prevalsa la teoria, avallata dai vincitori stessi incapaci di gestire la loro vittoria, secondo cui la colpa di quanto accaduto non era di un popolo intero ma solo dei suoi capi, già condannati o morti suicidi o anche, in tanti casi, fuggiti all’estero. Ma così facendo le ferite sono rimaste e sono insanabili anche dopo 70 anni, mentre il mondo continua a porsi gli stessi interrogativi e la Germania, senza più fare i conti col suo tremendo passato, mette nuovamente il cappio al collo dell’Europa con la dittatura dell’euro e dei potentati finanziari, anche senza bisogno di carri armati e di campi di sterminio.

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