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Scandali vecchi e nuovi

E’ veramente singolare constatare come periodicamente si accendano i riflettori dei mass media su eventi e situazioni presentati come nuovi e singolari, ma che invece hanno da sempre fatto parte del costume e dell’agire umano. Per fare un esempio,i vari telegiornali e carta stampata stanno parlando ininterrottamente da una settimana dello scandalo esploso intorno a quel produttore cinematografico di Hollywood che, secondo le accuse rivoltegli, avrebbe molestato sessualmente o addirittura violentato decine di donne aspiranti attrici con la promessa di far fare loro carriera nell’ambito del cinema. La questione in sé mi interessa poco, per non dir nulla; ma due brevi riflessioni mi sono venute in mente anche su questo argomento. La prima è che non si comprende perché queste accuse e queste denunce arrivino tutte adesso, quando i fatti risalgono a molti anni fa: perché quindi queste povere signorine e signore così offese non hanno denunciato prima l’accaduto? Forse perché al momento non conveniva? Già questo è un interrogativo di difficile soluzione. E poi c’è la seconda mia riflessione, che faccio pur essendo del tutto alieno dall’ambiente in cui i fatti sono avvenuti: siamo certi che queste donne siano solo vittime, oppure si sono volontariamente adattate a questa situazione per fare carriera, salvo poi lamentarsi e denunciare una volta ormai divenute intoccabili? Non credo che tutte coloro che, nell’ambito della moda, dello spettacolo, della politica ecc., hanno dovuto concedere simili favori per farsi strada siano state costrette con la pistola puntata alla testa; sono anzi convinto che alcune (non tutte, certo) l’abbiano fatto volontariamente, e qualche volta abbiano persino preso l’iniziativa… Ad ogni buon conto, meglio finire qui il discorso, altrimenti le nipotine delle femministe del ’68 mi scagliano chissà quali anatemi!
Tuttavia, tra gli scandali saliti alla pubblica attenzione negli ultimi tempi, ce n’è uno che mi coinvolge e mi interessa molto di più delle presunte molestie subite dalle aspiranti attrici, ed è quello dell’università, dato che vi sono state recenti inchieste sui nepotismi ed i favoritismi nelle assunzioni dei ricercatori e dei professori, concorsi truccati e compagnia bella. Mi fa specie che qualcuno si stupisca di questo procedere squallido e mafioso che esiste nelle nostre Università; e ciò non perché non sia un fenomeno grave e disgustoso – ed in effetti lo è – ma perché questo malcostume non è affatto una novità, c’è sempre stato. Anche quando mi sono laureato io, nel lontano 1978, i vari concorsi venivano tutti truccati dai “baroni” accademici, i quali sistemavano in cattedra prima di tutto i loro amici, parenti ed amanti varie, e poi i loro allievi preferiti, quelli cioè che avevano fatto loro ignobilmente i portaborse per anni o che avevano concesso loro favori di ogni genere, anche di ordine sessuale. L’università è sempre stata un vero porcile, come ha scritto in un suo libro un docente mio amico, anch’egli come il sottoscritto rimasto fuori dalla carriera universitaria proprio per non volersi sottomettere a quel sistema mafioso che ancor oggi è vivo e vegeto. Perciò non c’è da meravigliarsi: chi oggi si occupa dei concorsi universitari e ne denuncia le irregolarità credendo di fare uno scoop (come si suol dire) in realtà scopre l’acqua calda, perché le cose in quell’ambito sono sempre andate così.
A tal proposito ricordo ancora, perché non me lo posso dimenticare per la sua gravità, un episodio che mi riguarda personalmente accaduto qualche tempo dopo la mia laurea, nei primi anni ’80. Anch’io, come altri giovani studiosi, mi illudevo di poter accedere alla carriera universitaria e già da allora ne avevo tutti i titoli, comprese pubblicazioni scientifiche di filologia greca che avevo iniziato a comporre ancor prima della laurea. Venuto a sapere di un concorso per ricercatore che si teneva in un ateneo dell’Italia centrale, che non era però quello in cui mi ero laureato, decisi di partecipare e compilai accuratamente la domanda con il curriculum e tutte le mie referenze. Ma ecco che due giorni prima di recarmi in questa città per sostenere le prove concorsuali ricevetti una telefonata da un docente di cui avevo seguito i corsi e da cui avevo ricevuto grandi lodi. Questa persona, informata della mia intenzione, mi avvertì per telefono dicendomi che quel concorso aveva già un vincitore, e quindi l’unico risultato che avrei ottenuto recandomi in quella città sarebbe stato quello di ammirarne le bellezze achitettoniche. La mia reazione fu indignata e decisi di non partecipare più a quel concorso, né ad altri che furono indetti dopo quello; diressi invece il mio interesse verso l’insegnamento nei Licei, dove entrai poco tempo dopo vincendo brillantemente il concorso ordinario a cattedre del 1983/84. E dell’ambiente universitario, proprio per il marcio che vi regna, non ho sentito più alcuna nostalgia.
Mi pare difficile, se non impossibile, porre rimedio a questa situazione. Istituire commissioni a livello nazionale risolve ben poco, perché i commissari saranno comunque docenti universitari che continueranno a sistemare i portaborse dei loro colleghi per vedere a loro volta sistemati i propri. Con questo sistema entrano in ruolo dei veri e propri incompetenti, che non avrebbero meritato neppure una cattedra alla scuola media inferiore. E se anche ciò è vero solo in alcuni casi, mentre in altri i vincitori dei concorsi sono persone degne di quel ruolo, ciò non sposta più di tanto il problema: il fatto cioè che chi vince il concorso possa essere competente non esclude che in lizza per quel posto vi possano essere stati candidati ancor più competenti che invece restano fuori. Ma nel nostro Paese le cose vanno così da tempo immemorabile, se pure è vero che già presso gli antichi Romani esistevano i nepotismi e le raccomandazioni: abbiamo lettere di Cicerone e di Plinio, per citare due autori abbastanza famosi, che non si fanno scrupolo a raccomandare i loro pupilli ai potenti di turno. Questa mentalità, mutatis mutandis, si è purtroppo perpetuata fino ad oggi, ed è veramente da ingenui meravigliarsene. Temo quindi che non si possa trovare alcun rimedio ai mali della nostra università, un ambiente che mi ha disgustato quasi quarant’anni fa e che ancor oggi continua a disgustarmi, tanto che non vi ho più messo piede. Questo è il rimedio che io personalmente ho trovato e che applico come un principio di vita, quello cioè di restare del tutto estraneo a ciò che non è accettato dalla mia coscienza.

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Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera”

L’ultimo post che ho pubblicato qualche giorno fa parla della disgregazione della famiglia e della società attuali, effetti dovuti in buona parte all’emancipazione della donna e ad un profondo cambiamento del costume. In quel caso io non ho certo negato il sacrosanto diritto delle donne a realizzarsi nel lavoro ed a rendersi indipendenti dai mariti o dalla famiglia di origine; quello che non mi piace – e lo ribadisco – è il comportamento di certe donne “in carriera”, le quali, in nome della propria ambizione o del miraggio del guadagno, rinunciano al loro ruolo naturale di madri, salvo poi accorgersi, quando è ormai troppo tardi, che qualcosa è mancato nella loro vita e che la libertà personale e l’indipendenza economica non le hanno salvate dalla solitudine e dal senso di frustrazione che prima o poi sopravviene.
L’argomento mi ha fatto venire in mente quella che in tutta la storia delle letterature antiche è la più celebre tra le donne “in carriera”, cioè Didone, la protagonista del IV libro dell’Eneide di Virgilio. E’ questo un testo a cui io sono particolarmente affezionato, non solo perché si tratta di un autentico capolavoro dell’arte letteraria, ma anche perché ho avuto l’onore di scrivere un commento su di esso, pubblicato nel 1998 dall’editore Signorelli di Milano (adesso parte del gruppo Mondadori) e adottato in molti Licei ed almeno in sei Facoltà universitarie. Tra i miei libri questo è quello di cui ancor oggi sono più orgoglioso, perché avere l’opportunità di commentare un testo così bello è un onore che non capita a tutti, né tutti i giorni.
Didone, regina e donna di grande bellezza, è partita dalla città fenicia di Tiro perché minacciata dal perfido fratello Pigmalione, che le ha anche ucciso il marito Sicheo, ed è approdata con parte del suo popolo sulle coste dell’Africa, dove sta costruendo la nuova città di Cartagine, destinata in futuro a diventare una delle più grandi potenze del Mediterraneo. Al momento della partenza Didone ha solennemente giurato, alla presenza del popolo, che dopo la morte violenta del primo marito non si sarebbe più sposata né si sarebbe più concessa ad alcun uomo: avrebbe quindi per sempre rinunciato all’amore ed alla maternità per essere soltanto una regina, cioè, in termini moderni, una “donna in carriera”. Così avviene per molto tempo; ma quando sulle spiagge di Cartagine sbarcano i troiani con il loro capo Enea, lì sbattuti da una tempesta, la regina li accoglie per dovere di ospitalità ma poi, per via dell’insana freccia di Cupido, si innamora perdutamente del condottiero troiano. E qui scoppia il “fattaccio”: pur non essendo ufficialmente uniti dal vincolo matrimoniale, i due vivono come marito e moglie, senza curarsi più di tanto dei loro doveri, quello cioè di Didone verso il suo popolo e quello di Enea di proseguire il suo viaggio fino al Lazio, dove dovrà fondare la nuova stirpe che darà origine alla potenza romana. Quando però Enea riceve dagli dei l’ordine di ripartire, Didone ovviamente si dispera; e quando l’eroe veramente partirà, a lei non resterà altra via che il suicidio, il quale avviene non tanto per l’amore tradito (come si è sempre pensato da parte sia dei critici che dei comuni lettori), quanto per l’onore perduto di fronte al popolo fenicio, il quale non potrà perdonare alla regina abbandonata di aver mancato al suo giuramento. E tuttavia, nel momento in cui Didone supplica Enea di non andarsene, o almeno di rimandare la partenza, emerge prepotentemente quella natura femminile che invano la regina aveva tentato di comprimere: è questo il passo, bellissimo e commovente, in cui Didone dice all’amante: “almeno se avessi avuto un figlio da te prima della tua partenza, se giocasse con me nel palazzo un piccolo Enea che per lo meno richiamasse il tuo volto, certamente non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata” (vv. 327-330, traduzione mia). Emerge in questo passo la fine analisi psicologica del poeta, il quale più di ogni altro ha saputo capire ed interpretare l’animo femminile: nel momento dell’abbandono e della solitudine Didone non è più regina, è tornata ad essere profondamente donna, a sentire quel desiderio di maternità che in lei è insopprimibile proprio perché mai realizzato.
Ritornando ai nostri tempi, mi pare di constatare che la società moderna ha spesso forzato la disposizione naturale delle persone in nome dell’indipendenza personale ma anche del guadagno e del consumismo, fattori che hanno profondamente influenzato il costume e la mentalità oggi dominante in società. Rimane però il fatto che quando la natura viene oppressa, negata, avvilita, prima o poi finisce per vendicarsi e farsi sentire in varie forme, anche attraverso l’angoscia ed il senso di vuoto che giunge puntuale a chi ha dedicato tutta la sua vita ad un’attività che poteva sembrare gratificante, ma che col tempo finisce per pesare come un macigno. Anche Didone voleva essere una donna “in carriera”; ma poi ha finito per accorgersi che qualcosa di importante le era mancato, che tutto ciò che aveva costruito le era caduto miseramente addosso. Ed è questo senso di vuoto, oltre alla perdita dell’amore e del dolore, la causa principale della sua fine.

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