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Le tre “perle” del ministro Fedeli

Non mi è mai capitato, finora, di esprimere giudizi sull’attuale ministro dell’istruzione, la senatrice Valeria Fedeli. Ho letto su di lei commenti negativi soprattutto dal punto di vista personale, dato che in molti le hanno rinfacciato il fatto di non essere laureata: ed anche a me pare strano che un ministro dell’istruzione e dell’università manchi di questo titolo, ma lo ritengo comunque il male minore, considerato che le decisioni prese in ambito scuola dipendono anche da altri Ministeri (vedi quello dell’Economia soprattutto) ed anche perché, se ci fosse il buon senso e la volontà di far bene, forse lo si potrebbe fare anche senza laurea. Ultimamente però le esternazioni del ministro (io continuo ad usare il termine al maschile, l’unico corretto secondo la lingua italiana, anche perché “ministra” fa pensare alla minestra) sono state numerose ed anche inopportune: ne citerò una sola, quando cioè ha detto che gli insegnanti dovrebbero avere uno stipendio doppio di quello che hanno. A nulla servono le buone parole se non c’è la possibilità di realizzare quanto si dice; dire una cosa simile e poi non farne di nulla lascia a noi docenti la sottile sensazione di essere presi in giro, sensazione che del resto abbiamo provato tante altre volte in questi ultimi anni. Da noi si pretende sempre di più e ci si concede sempre di meno, almeno dal lato economico. Ma lasciamo perdere questo problema, perché non è questo l’argomento che mi prometto di trattare in questo post, dedicato invece a tre proposte sulla scuola superiore che mi sembrano allucinanti. Forse la loro paternità risale a funzionari o pedagogisti della peggiore specie che vogliono mettere le mani sull’istruzione senza intendersene né punto né poco; sta di fatto però che il ministro le ha approvate ed anche lanciate attraverso la stampa ed i social.
La prima è la famigerata idea di ridurre la scuola secondaria superiore a quattro anni in luogo degli attuali cinque. A me una proposta del genere pare un’idiozia vera e propria: se i docenti universitari si lamentano della preparazione dei nostri studenti in italiano, matematica, lingue straniere ecc., preparazione che deriva da un percorso di studi di cinque anni, come può una mente sana pensare che in quattro anni si potrebbe fare di meglio? Io me lo chiedo, perché trovo la cosa talmente assurda da non dover neanche essere presa in considerazione. Per fare un paragone, una decisione in tal senso sarebbe simile a quella di chi pretendesse di costringere un treno che accumula sempre ritardo non solo ad annullarlo, ma ad arrivare a destinazione un’ora prima; oppure quella di chedere all’autore di un libro scientifico, che a fatica riesce a trasmettere il suo contenuto in trecento pagine, di contenere le stesse cose in duecento. Chiaramente tutto peggiorerebbe vistosamente: se non bastano cinque anni per formare bene i nostri giovani, come si può pensare di ottenere risultati migliori togliendo un anno? Caso mai ne andrebbe aggiunto uno, non tolto. E poi un provvedimento del genere non avrebbe alcun vantaggio pratico. A cosa servirebbe uscire da scuola un anno prima? Sarebbe utile se non esistesse il problema della disoccupazione e tutti i giovani, dopo il diploma o la laurea, trovassero immediatamente lavoro; ma siccome così non è, l’unico risultato che si otterrebbe è quello di aumentare la disoccupazione già intollerabile oggi con il percorso quinquennale. Mi si viene a dire che in altri paesi d’Europa il diploma si prende a 18 anni; ma, a parte il fatto che sono molti e forse di più quelli dove si prende a 19, perché dobbiamo sempre scimmiottare gli stranieri? Consideriamo poi che il livello culturale dei diplomati francesi, inglesi, tedeschi o altri è molto inferiore a quello dei nostri studenti; all’estero si specializzano in due o tre materie e non sanno nulla delle altre, e si diplomano per lo più con i test a crocette, un metodo nozionistico che non evidenzia nessuna qualità apprenditiva ed espositiva degli studenti. Il ministro ed i suoi funzionari dicano piuttosto la verità: che cioè l’eliminazione di un anno di studi servirebbe allo Stato per risparmiare soldi (si perderebbero circa il 20% delle cattedre) e per fare dei giovani dei perfetti soldatini che non sanno ragionare con la propria testa e sono proni, come tanti piccoli computer, ad obbedire ai diktat dei grandi poteri economici e del “politically correct”.
La seconda proposta, legata alla prima, è quella di portare l’obbligo scolastico a 18 anni, anche qui scimmiottando altri paesi europei. Se realizzata, questa sarebbe una rovina totale delle nostre scuole, sempre più infestate da persone che vengono a scaldare il banco e non hanno alcun interesse per lo studio né per altro che non sia giocare con il telefonino e disturbare le lezioni impedendo anche ai volenterosi di apprendere. Perché, dico io, costringere chi non è portato allo studio, chi non ha interesse per la cultura, a stare a scuola per forza? E’ una violenza vera e propria ed un inutile tormento per chi starebbe meglio in un’officina o nei campi, dove il suo apporto al bene pubblico sarebbe certamente maggiore. Dove è scritto che tutti debbono diplomarsi e laurearsi? Ci sono persone molto intelligenti e sensibili, magari capaci di svolgere bene un qualunque lavoro artigianale o commerciale, che però non hanno alcun desiderio di studiare né alcun interesse. Prché obbligarli? In vista di quale vantaggio? Io, per parte mia, limiterei l’obbligo alla terza media, com’era molti anni fa; ottenuta la licenza media, poi, ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente se proseguire negli studi (ed in tal caso andrebbe incoraggiato ed aiutato, come prescrive la nostra Costituzione) oppure se entrare immediatemente nel mondo del lavoro. Ad un paese non servono solo medici, ingegneri e avvocati, ma anche operai, artigiani, idraulici ecc.
La terza proposta, la più sconvolgente e demenziale di sempre, è quella di permettere agli studenti l’uso degli smartphone in classe, un’idiozia che non si potrebbe trovare neanche nei film di Stanlio e Ollio, se i cellulari fossero esistiti ai loro tempi. A parte il fatto che la fiducia ministeriale negli strumenti digitali è assurda ed eccessiva in ogni caso, perché smartphone, tablet, lim ecc. sono solo mezzi accessori, non possono sostituire il cervello umano: se uno studente è incapace e svogliato, tale rimane anche con questi aggeggi elettronici, non diventa certo un genio grazie ad essi. La cosa più evidente, comunque, e che tutti sanno né alcuno può negare, è che permettere agli studenti di usare lo smartphone in classe significa perdere completamente la loro attenzione (già scarsa prima) e la loro partecipazione alle lezioni, perché, mentre farebbero finta di seguire la lezione con lo strumento elettronico, in realtà si trastullerebbero, come fanno purtroppo già adesso nelle ore libere dalla scuola, girovagando su whatsapp su facebook, su twitter, ask e altre amenità del genere. Veramente il ministro ed i suoi collaboratori credono che i nostri ragazzi, nativi digitali e capaci di perdere quasi tutto il loro tempo in questi trastulli, ad un tratto diventerebbero tutti seri e diligenti ed userebbero il telefonino per andare sui siti didattici? Chi pensa una cosa simile o è sciocco del tutto o è comunque ingenuo, e probabilmente non ha mai messo piede in una scuola. La realtà è ben diversa: l’uso degli smartphone da parte degli studenti è una vera e propria catastrofe anche quando non lo usano nelle ore scolastiche, perché perdono sui social molto tempo che viene sottratto allo studio ed anche perché copiano sistematicamente la traduzione delle versioni di latino e di greco (e questo è un punto dolente di cui dovrebbe occuuparsi chi di dovere). Permettere loro di usarlo anche durante le lezioni significa distruggere quel poco di autentico e non virtuale che ancora c’è rimasto nella vita dei giovani, annullare tutti i nostri sforzi per far ragionare i ragazzi autonomamente e per distrarli, almeno un po’, da questo mondo falso in cui spesso vivono. Perciò io dico fin da ora che, per quanto mi rimane da stare a scuola, non obbedirò mai ad una decisione del genere, e nelle mie ore lo smartphone continuerà ad essere assolutamente proibito. Se avrò problemi per questo, li affronterò come ho fatto sempre nella mia vita, perché ritengo che l’obbedienza non sia sempre una virtù, specie quando gli ordini sono idioti e pericolosi.

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Una generazione tra due fuochi

Molte sono le osservazioni e le affermazioni che si fanno sui giovani di oggi, un argomento molto caro a politici ed opinionisti. C’è chi li denigra considerandoli qualunquisti e dediti soltanto al “carpe diem” ed al divertimento di bassa lega; chi sottolinea il fatto che non hanno ideali e pensano solo ai beni materiali; chi li definisce “bamboccioni” perché spesso vivono in famiglia fino a trent’anni e più, o li critica perché non sanno adattarsi ad accettare impieghi sottopagati o comunque non corrispondenti ai loro studi ed alle loro aspirazioni. Quel che spesso si dimentica chi emette questi giudizi è che le generazioni sono figlie del proprio tempo e della propria società, e che quindi, se i nostri ragazzi trovano difficoltà a realizzare i loro progetti, la colpa non è loro se non in piccola parte, perché sono le condizioni di vita attuali che li inducono a comportarsi nella maniera che vediamo.
Anzitutto va detto che anche noi, tre o quattro decenni fa, avevamo la legittima aspirazione di realizzarci nella vita lavorativa e sociale, ed anche allora chi era laureato non accettava di fare il facchino o la lavandaia; solo che quegli anni, se confrontati a quelli attuali, erano tempi d’oro, nel senso che l’orizzonte che si apriva di fronte a noi, pur dovendosi comunque “fare la gavetta”, era molto più ampio di quanto avviene oggi. Tanto per fare l’esempio personale, io mi laureai in Lettere Classiche nel 1978 e nel gennaio 1980, dopo aver svolto il servizio militare (che allora era obbligatorio) iniziai subito con le supplenze, e l’anno seguente ebbi subito un incarico annuale, che tenni sino alla vincita del concorso ed al passaggio in ruolo. Allora la scuola era in espansione e gli insegnanti mancavano, non come adesso, quando le graduatorie provinciali e di istituto sono lunghissime (specie nelle discipline letterarie) ed i posti disponibili sono sempre di meno. Lo stesso avveniva negli altri settori: i laureati in legge, medicina, ingegneria, biologia, farmacia e quant’altro dir si voglia potevano avere qualche difficoltà iniziale, ma poi si sistemavano in tempi più che ragionevoli. Oggi, per tutta una serie di motivi, tutto ciò non avviene più: la forte crisi economica ha aumentato di molto la disoccupazione, molte persone hanno addirittura perduto un lavoro che credevano stabile, ed in più ci si sono messe anche le nuove leggi sui pensionamenti che obbligano le persone a restare sul posto di lavoro fino a 65 anni e più. In queste condizioni, quando mai potrà avvenire un ricambio generazionale? E quando finalmente si creeranno posti di lavoro stabili per i nostri giovani?
Quella dei ragazzi che oggi escono dalle scuole e dalle università è una generazione anomala rispetto alle precedenti, che ha avuto un destino particolare e che resta sospesa, per così dire, tra due condizioni di vita diverse e opposte. I nostri giovani sono stati fortunati nella loro infanzia, perché dai loro genitori hanno avuto tutto (almeno in senso materiale), ed hanno dovuto faticare molto meno di noi per ottenere ciò che volevano: ai tempi miei nessuno o quasi aveva l’auto personale, ma dovevamo ricorrere, quando e come era possibile, alla gentile concessione dei genitori, i quali ci affidavano la macchina magari soltanto la domenica, e per pochi chilometri, visto che i soldi per la benzina o per divertirci erano quasi sempre contati. Oggi i ragazzi hanno tutto e subito: cellulari ultima moda, abiti firmati, moto ed auto nuove e personali tutte per loro, denaro in quantità da spendere come vogliono. Ovviamente non bisogna generalizzare, perché non tutte le famiglie hanno una disponibilità economica tale da soddisfare tutti i capricci dei loro figli; ma nella maggior parte dei casi è così. Questa vita da paese dei balocchi, però, finisce bruscamente quando i giovani, una volta diplomati o laureati, debbono inserirsi nel mondo del lavoro e procedere con le proprie gambe, cioè mantenersi da soli, un’esigenza che molti di loro sentono non meno di quanto la sentivamo noi. Allora tutto si complica e diventa angoscioso e difficilmente sopportabile; è infatti cosa molto dolorosa, come ben sappiamo, dover ridurre il proprio tenore di vita e tornare indietro, dover cioè misurare il denaro ed i beni materiali che prima, sotto l’ala protettiva dei genitori, erano abbondanti ed ottenuti senza fatica. Questa generazione, quindi, non è stata molto fortunata, se ben ci riflettiamo, perché ha avuto molto di più di quella precedente negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, ma è destinata ad avere meno di essa nella giovinezza e nella maturità. Non parliamo poi della vecchiaia, perché se già noi abbiamo ed avremo difficoltà per ottenere una pensione dignitosa, ai giovani di oggi c’è il rischio che la pensione non tocchi affatto, o che comunque debbano lavorare fino a 75 anni o più per averla. Una situazione non certo invidiabile, che dà a sufficienza ragione del fatto che molti ragazzi vivano ancora con i genitori fino ad età avanzate, e che altri rifiutino impieghi precari  e sottopagati. Francamente non è piacevole, dopo aver studiato – magari con buon profitto – per tanti anni, ritrovarsi a lavorare in un call-center a 500 euro al mese, e senza alcuna certezza sul futuro!
In seguito a questa situazione, di fronte ad uno Stato che non è capace di dare lavoro ai suoi cittadini, si verifica quindi un fenomeno molto spiacevole, almeno a mio giudizio: il fatto cioè che molti giovani, non riuscendo a trovare in Italia una sistemazione adeguata ai loro studi ed alle loro inclinazioni, si recano all’estero, determinando il fenomeno di un’emigrazione intellettuale che non ci fa onore come italiani ed avvantaggia i paesi esteri, che nulla hanno fatto per la formazione di queste persone ma che si avvantaggiano della loro forza-lavoro sfruttando la fatica altrui. Pensiamo ai tanti giovani ricercatori italiani che sono negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, persino in Giappone. Questi paesi non hanno speso un centesimo per la loro istruzione e formazione, alla quale hanno provveduto i genitori e le strutture pubbliche dello Stato italiano; i profitti del loro lavoro e della loro attività scientifica, vanno però a ai paesi ospitanti, i quali si avvalgono della loro opera in cambio di uno stipendio certo più alto di quello che otterrebbero in Italia, ma che comunque ripaga solo in parte il contributo ch’essi offrono a chi non ha mai fatto nulla per loro. Moltissimi giovani poi, che non fanno i ricercatori ma debbono accontentarsi di occupazioni comuni (e talvolta persino degradanti), preferiscono comunque andare all’estero perché il lavoro si trova più facilmente ed è pagato più che in Italia, ma sono destinati a restare comunque insoddisfatti ed a contribuire ad un’economia che non è la loro, oltre che a vivere lontano dalle loro famiglie e dalla loro terra. E’ una condizione simile, per tanti versi, a quella che sopportavano i nostri emigranti della fine dell’800 o del primo ‘900; soltanto che allora si andava all’estero per non morire di fame, adesso ci si va per potersi permettere il cellulare ultima moda o l’abito firmato, al momento in cui i giovani si rendono conto di non poter per sempre chiedere queste cose ai genitori. Così le famiglie si dividono, i figli partono e si disperdono nel mondo, contribuendo a quella globalizzazione ed a quella dispersione culturale ed umana che oggi è da molti considerata un valore positivo, ma che per me invece è l’esatto contrario, convinto come sono che ciascun cittadino dovrebbe restare nel proprio Paese e contribuire alla crescita ed al benessere della sua patria, non andare ad arricchire gli stranieri, spesso presuntuosi ed arroganti nei confronti di chi viene da fuori e soprattutto dall’Italia. Ma la responsabilità di questo stato di cose non è dei giovani, se non nel senso ch’essi sono in certo modo viziati ed abituati ad avere tutto, tanto da non voler rinunciare a nulla. Pur tuttavia, se in certi casi questo può essere vero, lo è anche un altro principio, quello cioè secondo cui un Paese che non sa dare lavoro ai propri cittadini, e li costringe ad andare all’estero, è un Paese fallito, in cui è necessario un profondo mutamento delle coscienze e delle scelte politiche ed economiche.

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Immigrazione e buonismo nostrano

In occasione della tragedia di Lampedusa, di cui sono rimasti vittime oltre 300 immigrati africani, ne abbiamo sentite di tutti i colori dai nostri politici, dai giornalisti e persino dal papa, sempre pronto a commentare a suo modo (e spesso a sproposito) i fatti che accadono nel mondo. In tale occasione il capo della chiesa cattolica, facendo eco a personalità delle istituzioni come la solerte presidente della Camera dei deputati, ha parlato di “vergogna” dell’Italia di fronte a quanto è accaduto.
Ora forse io sarò ignorante o disinformato, ma proprio non ho capito di cosa noi dobbiamo vergognarci. Siamo stati noi italiani forse ad ammazzare queste persone? Li abbiamo forse invitati a casa nostra e poi fatti naufragare? Non li abbiamo forse soccorsi, salvati e rifocillati, i superstiti, procedendo poi a spese nostre al recupero dei cadaveri? Cosa dovevamo fare di più, visto che gli altri Paesi europei, ai quali noi italiani spesso pensiamo come fossero paradisi terrestri, ci hanno da sempre abbandonato come se il problema dell’immigrazione fosse soltanto nostro? A me pare l’esatto contrario, cioè che l’Italia abbia fatto e faccia anche troppo per queste persone, che nessuno ha invitato a venire e che spesso, dopo aver avuto anche più di quanto si aspettassero, si permettono anche di ribellarsi ai centri di accoglienza, fare violenze e devastazioni, ritenendo un loro diritto ciò che è invece un aiuto umanitario, del quale dovrebbero semmai ringraziarci. Io ho sempre saputo che se qualcuno entra in casa mia, anzitutto deve esservi invitato; e di certo, se decido di ospitarlo, non può lamentarsi del trattamento che gli riserbo. Se quel che io faccio per lui non gli va bene, se ne resti a casa propria.
Le accuse rivolte dal papa, dai demagoghi di estrema sinistra e dai buonisti infiltrati nelle istituzioni non hanno alcuna ragion d’essere, se non la malafede di chi le formula. Sono anch’esse espressione di quella dittatura della religione laica di cui ho parlato in un altro post, una mentalità ormai dominante e diffusa attraverso i mezzi di informazione in base alla quale i “diversi” sono da preferire e da favorire in ogni modo rispetto agli altri. E così, dopo i portatori di handicap e i gay, sono adesso gli immigrati africani ad essere incensati sull’altare di questa religione laica, che bolla subito con il marchio del disprezzo e del razzismo chiunque si azzarda a non condividere questo buonismo dissennato.
Se la sono presa anche con la legge Bossi-Fini, l’unica norma giusta che tenta in qualche modo di regolare, se non di eliminare, il flusso degli arrivi, senza pensare che questa legge non c’entra assolutamente nulla con la tragedia di Lampedusa, che sarebbe avvenuta anche se la Bossi-Fini non ci fosse stata. Del resto, vogliamo chiederci perché i nuovi santoni della religione laica stile Boldrini o Rodotà, mentre attaccano la nostra legge, non dicono nulla di ciò che avviene in Spagna, dove gli arrivi dal Marocco sono regolati e spesso proibiti, o negli Stati Uniti, dove i soldati sparano addosso ai disperati che dal Messico cercano di raggiungere il loro Paese? Non viene da pensare che costoro siano un po’ in malafede e che utilizzino queste idee così libertarie e progressiste per fini di propaganda politica? Adesso vogliono abolire anche il reato di immigrazione clandestina (col beneplacito dei mentecatti del M5S), col risultato di vedere aumentato in progressione geometrica il numero degli stranieri senza lavoro e quindi anche della criminalità.
Ma la sicurezza dei cittadini italiani non interessa a nessuno? Nessuno si pone il problema del 40% di disoccupazione giovanile esistente in Italia, un dato che sconsiglierebbe qualunque persona di buon senso ad autorizzare l’arrivo in massa di stranieri che, non trovando occupazione, finiscono per ingrossare le file del crimine organizzato. E’ questo un dato di fatto che nessuno può smentire: proprio ieri, tanto per dire l’ultima, è stata sgominata a Milano una banda di dominicani che compivano furti, rapine e ogni sorta di reati, per non voler dire di più. Il problema esiste e come, e la sciagurata nuova religione laica non farà che accrescerlo, fermo restando il fatto che esistono anche tantissimi stranieri che lavorano onestamente e sono anzi un supporto insostituibile della nostra economia. Perciò dobbiamo regolare, non impedire del tutto l’accesso agli stranieri; ma essi debbono dimostrare di avere buone intenzioni, di lavorare onestamente e di rispettare le nostre leggi e la nostra cultura. Altrimenti vanno rispediti nei loro paesi di origine. Attualmente, con la crisi economica in atto, l’Italia non può affrontare da sola questa emergenza, non può permettersi di accogliere migliaia e migliaia di persone che arrivano qua senza nulla e senza prospettive. Forse sbaglierò, ma penso che ogni Paese debba provvedere prima ai propri cittadini, assicurando loro anzitutto un lavoro e una vita dignitosa; poi, se ve n’è la possibilità, possiamo aiutare anche gli altri. Ma accoglierli, mantenerli, dare loro casa e lavoro mentre ci sono italiani che dormono in macchina e vivono di stenti non mi pare degno di una nazione civile.

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