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Il mondo classico e l’attualità

Dico subito, come premessa irrinunciabile, che io sono sempre stato contro le attualizzazioni dei periodi storici passati, che non posso concepire se non come forzature della realtà e come mancato rispetto per gli autori che hanno composto determinate opere e per il pubblico cui erano destinate. Già ho avuto modo di condannare, in post precedenti, certi allestimenti di opere liriche composte nei secoli XVIII o XIX e riambientate ai giorni nostri, un vezzo che ha contagiato molti dei registi attuali: in una rappresentazione del Rigoletto di Verdi, tanto per fare un esempio cui ho assistito personalmente a Firenze, il Duca di Mantova entrava in scena su uno scooter, una Vespa 50, ed io ancora sto a chiedermi quale fosse l’illuminata idea di quel regista nel presentare in tal modo un’opera del 1851. Anche in altri luoghi ciò è avvenuto: personaggi di opere settecentesche vestiti con jeans e minigonne, se non in costume da bagno, scene ambientate in locali alla moda o addirittura su spiagge affollate e altre “perle” di questo tipo. Non riesco a capire il motivo di queste grossolane forzature. Forse si crede di attrarre così gli spettatori, magari i piuù giovani, forzando la storia e confondendo il passato con il presente? A mio parere, invece, ogni prodotto artistico va collocato nel periodo e nell’ambiente culturale in cui fu prodotto, cercando di interpretare le aspettative del pubblico di allora e di comprendere il messaggio culturale che l’autore voleva esprimere. Che poi questo messaggio, “mutatis mutandis”, possa avere una sua validità anche ai giorni nostri, è un altro discorso; ma falsare la realtà, a mio parere, è sempre sbagliato.
Ad ogni buon conto, essendo io un docente di latino e greco, debbo dire che le attualizzazioni che mi hanno dato più fastidio sono quelle che riguardano il mondo greco e romano, che non sono mancate, purtroppo. Già negli anni ’70, a causa del malefico influsso delle idee sessantottine, si erano viste rappresentazioni di tragedie greche riambientate ai nostri giorni, con allusioni e riferimenti scoperti all’attualità: il Prometeo incatenato di Eschilo ad esempio, che mostra la sofferenza del Titano gravemente punito dall’autoritarismo di Zeus, veniva assimilato alle lotte del popolo cileno contro la dittatura di Pinochet o quella dei greci contro il regime dei colonnelli, quando addirittura Zeus non diventava il presidente degli Stati Uniti fortemente avversato per la guerra del Vietnam. Ora io mi chiedo: è lecito sfruttare in modo così volgare e meschino dei capolavori della letteratura antica e stravolgerli forzatamente per volerli ad ogni costo piegare a problemi attuali che nulla c’entrano con Eschilo e la sua opera? Già allora queste mistificazioni mi sembravano assurde e faziose, così come certi libri – composti quasi sempre dalla critica marxista – dove alcuni autori antichi venivano interpretati a torto con categorie ideologiche moderne. Il povero Lucrezio ad esempio, autore del meraviglioso poema De rerum natura dove si interpreta con squisita poesia il mondo e la vita umana secondo la filosofia epicurea, veniva presentato come un marxista ante litteram: uno studioso inglese, il Farrington, arrivò a dire che in Lucrezio si trovavano i germi della lotta di classe e della rivendicazione dei diritti del proletariato. Un assurdo senza pari, per cui c’è da chiedersi come sia possibile che la faziosità moderna cerchi impossibili alleati anche negli antichi, dove non c’è nulla di tutto ciò che questi critici hanno presunto e descritto mediante una costruzione ideale totalmente falsa.
Debbo dire tuttavia che lo spunto per questo post mi è venuto da un recente intervento di Maurizio Bettini, illustre filologo classico che ho conosciuto personalmente e che stimo, ma che stavolta non posso condividere. In un articolo sul Manifesto di pochi giorni fa, egli fa riferimento al I° libro dell’Eneide virgiliana, in particolare all’episodio in cui Didone raccoglie Enea ed i profughi troiani scampati a un naufragio, paragonandolo al problema dei migranti di oggi; e dice che il senso di umanità che animò la regina di Cartagine nell’accogliere quelle persone dovrebbe essere lo stesso da applicare adesso nell’accogliere coloro che arrivano sulle nostre coste sui barconi o sui gommoni. Anche questa è un’attualizzazione di un’opera classica, ma a mio giudizio fuori luogo: non si possono mettere sullo stesso piano, infatti, società totalmente diverse e mentalità altrettanto diverse, oltretutto mediate attraverso il filtro dell’arte. Nell’opera di Virgilio l’accoglienza dei compagni di Enea ha una finalità puramente letteraria, quella di preludere alla tragica storia d’amore tra Didone e l’eroe troiano, e non tiene conto affatto delle difficoltà di tipo sociale ed economico che una migrazione di massa come quella attuale può provocare in una nazione come la nostra, già gravata dalla disoccupazione e da molti altri problemi. L’Eneide è letteratura e risponde a pure finalità artistiche e letterarie, non può essere piegata a situazioni del tutto diverse e lontanissime nel tempo. E poi c’è anche un’altra cosa da dire, così in generale, che cioè questi studiosi che prendono dal mondo classico ciò che fa loro comodo per sostenere la loro ideologia non tengono conto di altri aspetti delle società antiche che pure sono incontestabili. Nell’antichità, tanto per dirne una, si riteneva normale il dominio assoluto dell’uomo sulla donna nel matrimonio, così come l’esistenza della schiavitù, di persone cioè che erano di esclusiva proprietà di altre; era legale la tortura degli schiavi per ottenere confessioni da usare contro i loro padroni; nessuno metteva in dubbio la legittimità della pena di morte, che nella civilissima Atene del V° secolo a.C. veniva applicata anche per reati per i quali oggi non si va più nemmeno in carcere. Perché questi solerti interpreti non tengono conto anche di queste realtà delle società antiche che oggi appaiono del tutto antistoriche e che nessuno vorrebbe più veder tornare in auge nel nostro tempo? Se si prende ad esempio il mondo antico per ciò che ci fa comodo e che sembra collimare con certe idee oggi di moda, lo si dovrebbe fare anche per ciò che non ci piace o non ci convince. Meglio dunque lasciare gli antichi al loro tempo ed al loro posto, senza paragoni assurdi e improponibili: la lezione del mondo greco-romano è importante per noi, è la nostra base culturale ed umana, ma va assimilata con saggezza e sempre tenendo conto delle distanze, non solo cronologiche ma anche ideali.

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Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico

Pochi giorni fa ho scritto un post su questo blog intitolato “La scuola e l’attualità”, dove parlavo tra l’altro del confronto tra argomenti dei normali programmi e gli avvenimenti attuali. Oggi, purtroppo, il terrorismo internazionale è materia di discussione su tutti i mass media ed in ogni ambiente sociale; così, leggendo oggi con i miei alunni un brano dello storico Tito Livio (libro II, cap.12), mi è venuto in mente un curioso paragone tra due eventi apparentemente del tutto avulsi tra di loro: la storia di Muzio Scevola, il leggendario eroe che si lasciò bruciare la mano su di un braciere ardente, ed i terroristi che attualmente provocano nel mondo tanti lutti e sciagure.
Questo leggendario eroe della storia romana, che io già conoscevo da molto prima che potessi leggere Livio perché già alle elementari la mia dotta maestra ce ne aveva raccontato le imprese, si mise in testa di penetrare da solo nel campo dei nemici etruschi e di compiere un attentato per uccidere il loro re Porsenna. Ottenuto il permesso ed entrato nell’accampamento nemico, si trovò dinanzi al re durante la distribuzione della paga ai soldati; e siccome il sovrano era accanto al suo segretario ed era vestito più o meno come lui, Muzio non sapeva chi dei due dovesse colpire, né poteva chiedere ad altri chi  fosse il re, perché in tal caso si sarebbe tradito. Quindi colpì a caso, proprio come un moderno terrorista, e uccise il segretario di Porsenna, il quale poi, dopo aver avuto prova dell’intrepido coraggio di Muzio al momento in cui quest’ultimo si lasciò bruciare sul braciere ardente la mano che aveva fallito il colpo, lo liberò. Prima di andarsene, tuttavia, Muzio gli aveva detto che altri trecento giovani romani erano pronti ad agire come lui, a compiere cioè ripetuti attentati contro il re finché questi non cadesse ucciso. Questa minaccia terroristica spaventò Porsenna ben più di una battaglia in campo aperto, e così decise di togliere l’assedio a Roma.
Il pensiero e l’azione di Muzio Scevola, che pur non è esistito realmente ma costituisce per Livio un simbolo dell’antica virtù romana, non sono molto diversi da quelli dei terroristi di oggi: entrambi colpiscono il nemico a casa sua e lo attaccano proditoriamente, senza affrontarlo in una battaglia regolare; entrambi giocano sull’effetto di sorpresa, cioè l’attacco improvviso contro l’avversario quando costui non se l’aspetta ed in un momento di apparente tranquillità; entrambi sono disposti a morire per il loro credo, come vediamo al momento in cui Muzio, interrogato da Porsenna, afferma che i Romani sono pronti ad uccidere o ad essere uccisi, con lo stesso coraggio e la stessa fermezza. Oserei dire che, se al tempo dell’antica Roma fossero esistite le armi di oggi, Muzio Scevola si sarebbe fatto esplodere e sarebbe morto lui assieme al re nemico, al suo segretario e a chissà quant’altri degli astanti.
Il paragone è senz’altro curioso e mi è venuto in mente così, in un momento di relax; vi sono però talvolta considerevoli analogie tra eventi della storia e della cultura antiche e quelli del mondo attuale. Già in un post di qualche mesi fa ebbi a dire (sempre con piglio leggero e con evidente ironia) che la Didone di Virgilio è l’archetipo della donna in carriera, quella che non pensa alla famiglia ed ai figli ma solo ad essere una regina ed a ricoprire ruoli che normalmente, almeno nell’Antichità, erano riservati agli uomini. Di questi esempi ne possiamo trovare molti, e le analogie sono tante perché in fondo la natura umana è sempre la stessa, nonostante il passare dei secoli. Studiare il passato è quindi enormemente importante per comprendere la realtà di oggi, perché tutto ciò che ci circonda (dalla lingua alle istituzioni sociali e politiche, per non parlare di ogni forma di arte e di cultura) ha avuto la sua nascita ed il suo primo sviluppo nel mondo classico. I paragoni che faccio io, in questo ed in altri post, sono una piccola cosa, curiosità più che vere notizie; ma sono anch’essi testimonianza di quella continuità ideale tra antico e moderno che oggi, purtroppo, non è abbastanza valutata e che, anzi, a molte persone sfugge del tutto.

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