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Controcorrente

Come spesso ho scritto qui sul blog, io leggo soltanto opere di scrittori classici, ed ho una particolare predilezione per la narrativa dell’Ottocento di tutti i paesi d’Europa. Così, in questa calda estate, ho letto per intero il romanzo A rebours di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), di solito tradotto in italiano con il titolo “Controcorrente”, oppure “A ritroso”. L’opera, uscita nel 1884, è considerata il “manifesto” del Decadentismo francese, perché in essa troviamo per la prima volta il superamento del realismo ottocentesco (che pure l’autore non abbandona del tutto) e vi appaiono già le profonde inquietudini dell’uomo del ‘900, a partire dalla rinuncia al ruolo guida che l’intellettuale in senso lato aveva creduto di possedere per molti secoli. La vicenda è estremamente semplice: un nobile giovane parigino, nevrotico e sognatore, è disgustato dalla noia e dal conformismo della società borghese, e decide perciò di ritirarsi dalla vita sociale e di andare ad abitare in una villa di sua proprietà con due soli domestici. Rinchiusosi in un mondo tutto suo, fatto di oggetti e di ricordi che corrispondono al suo gusto estetizzante, egli di fatto vive “controcorrente”, cioè in modo opposto a come vivono tutti gli altri. Ma questa sua esistenza non lo salverà dalla nevrosi, alla quale non riuscirà a sfuggire neanche affidandosi a Dio, in un suo ritrovato ardore religioso; per l’imperioso consiglio dei medici egli sarà costretto a trasferirsi di nuovo e tornare a Parigi, alla sua vita precedente.
Nel corso del romanzo, che in certo senso è autobiografico perché anche Huysmans visse le inquietudini del suo personaggio, vengono espressi giudizi su opere letterarie, filosofiche, artistiche ecc. che sono dell’autore, il quale evidentemente provava disagio di fronte ad una società che si andava velocemente evolvendo verso una nuova visione dell’uomo, non più sicuro del fine della sua esistenza e del suo ruolo in società, ma pieno di incertezze ed angosce. Una visione profetica, potremmo dire, poiché sia la storia che la cultura del ‘900 non faranno che confermare questa intuizione dello scrittore francese, a causa soprattutto della tragedia delle due guerre mondiali e della scoperta dell’inconscio da parte di Sigmund Freud. L’insoddisfazione di Des Esseintes, il protagonista del romanzo, si manifesta in opinioni negative su tutta l’arte passata e contemporanea che invece tanti altri ammirano: in particolare, nel capitolo III, c’è tutta una serie di giudizi stroncanti sulla letteratura latina, in cui non si salva neppure Virgilio, accusato di aver plagiato il greco Pisandro per la composizione del secondo libro dell’Eneide, e pari sorte subiscono anche Orazio, Ovidio, Tito Livio, Seneca e tanti altri. Gli autori latini ch’egli amava erano Lucano e Petronio, e non a caso: essi infatti, nella sua mentalità, rappresentavano una rottura con il pensiero comune, l’uno per il formalismo accentuato del suo poema, l’altro per la realistica raffigurazione di una società in decadenza, qual era quella che Huysmans vedeva nel suo tempo. Des Esseintes aveva interesse, per lo stesso motivo, anche per l’età della decadenza dell’impero romano, dove predominavano il vizio, la corruzione ed il culto delle forme esteriori.
Il motivo dell’uomo che, scontento della società in cui vive e delle sue meschinità, si ritira in solitudine, è antico: a me, che sono studioso del mondo classico, è venuto in mente la commedia Il misantropo di Menandro, autore vissuto tra il IV ed il III secolo a.C. Anche in quel caso Cnemone, il protagonista, si è ritirato a vivere da solo in campagna perché disgustato dall’avarizia e dall’egoismo che vede dominare in tutti gli uomini; dopo essere caduto in un pozzo, però, viene salvato dal figliastro e dal giovane innamorato di sua figlia, e così comprende che nessuno può vivere da solo ed essere totalmente indipendente. Il caso di Des Esseintes è però diverso, manifesto delle incertezze di fine ‘800 che la narrativa naturalistica non era riuscita a dissipare. Egli si crea un mondo artificioso fatto di oggetti (quadri, libri, piante) corrispondenti ad un gusto estetico contrario a quello comune; ma tale rifugio finirà per aumentare le angosce esistenziali del protagonista, perché non gli offre nulla di autentico e si ritorce continuamente su se stesso facendolo entrare in un vicolo cieco, in un pozzo non reale come quello del Cnemone di Menandro bensì virtuale, fatto di senso di inutilità e di profonda malinconia. Potremmo quindi dire che Des Esseintes soffre di depressione, una malattia che la solitudine, il rifugio in un “altrove” alternativo non può certo guarire. Con ciò non credo che Huysmans voglia rivalutare, come fa il comico antico, la socialità e l’omologazione dell’individuo in essa, perché neanche il tornare a Parigi lo solleverà dalla sua malattia. Il romanzo è in realtà, secondo il mio parere, una netta rappresentazione dell’intellettuale, della persona cioè che possiede una cultura superiore e per questo non sa adattarsi alla banalità del vivere comune; allo stesso tempo, però, non è neanche in grado di formarsi una condizione alternativa, e quindi l’incertezza, l’angoscia, la solitudine sono le sensazioni che lo accompagnano in tutta la sua esistenza.
Ho fatto prima il paragone tra Huysmans e Menandro, un poeta antico; ma se vogliamo invece trasportare gli ideali del romanzo nella nostra società contemporanea vediamo che anche oggi esistono i medesimi problemi, le stesse patologie che affliggevano Des Esseintes. La vita attuale, fondata sulla superficialità, sui valori materiali, sul rifiuto della cultura e di tutto ciò che è complesso e profondo, è certamente ancor peggiore di quella contro cui si rivoltava il protagonista di Huysmans; ed ancor oggi si avrebbe voglia di isolarsi, di crearsi un mondo alternativo a quello in cui siamo costretti a vivere, ancora oggi siamo in preda alle forti inquietudini che la società attuale produce in chiunque si senta diverso dalla massa e vorrebbe evitare di esserne fagocitato. Respingere il conformismo, le mode ideologiche, la massificazione, l’approssimazione oggi imperanti sarebbe il desiderio di molte persone, almeno di coloro che ancora credono in autentici valori; ma ci si può riuscire solo parzialmente, dato che il pensiero comune tende non solo a diffondersi sempre più, ma anche a schiacciare chiunque si discosti dagli stereotipi più diffusi. Per questo i Des Esseintes di oggi sono destinati al fallimento e a dover tornare nella Parigi della banalità, se soltanto desiderano non dico vivere, ma sopravvivere in questo mondo.

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Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile

A mio parere, quello cioè non di un blasonato critico letterario ma di un semplice amante della letteratura di tutti i tempi, ben poche figure di poeti e di scrittori sono apparse così indefinibili, nel lungo corso della storia, come quella di Gabriele D’Annunzio: un intellettuale, oserei dire, che tutti conoscono ma che ben pochi hanno esaminato nella sua profondità e che riescono a definire, o comunque a far rientrare in un preciso movimento o anche tendenza letteraria invalsa ai suoi tempi.
Le storie letterarie, delle quali tutti noi ci serviamo o che comunque abbiamo consultato, collocano il nostro poeta nell’ambito del Decadentismo, qual era l’atmosfera culturale che si respirava in Italia ed in Europa nell’epoca a cavallo tra i secoli XIX e XX. Questo è certamente vero, ma la sensibilità decadente di D’Annunzio fu profondamente diversa da quella degli altri rappresentanti italiani di tale temperie letteraria, primo tra tutti Giovanni Pascoli. Ciò dipende anzitutto dalle differenze caratteriali, anche sul piano personale, tra i due poeti: mentre Pascoli, pur ritenendo il poeta superiore alla comune umanità in quanto a lui solo è concesso di cogliere l’essenza profonda delle cose, partiva “dal basso” delle descrizioni naturali e della rappresentazione della vita nei suoi aspetti più comuni, D’Annunzio faceva della peculiarità della condizione dell’intellettuale un motivo per giungere al superomismo, osservando cioè “dall’alto” la società come colui che, pur facendone parte, si sente su di un piano diverso, più alto della comune umanità, e su questo piano colloca anche i personaggi dei suoi romanzi.
Pur tuttavia l’indefinibilità di D’Annunzio, la continua apparente contraddizione che emerge dalle sue opere non deriva solo da motivi caratteriali, ma anche da una particolare forma di coscienza poetica, quella cioè che si lascia solo parzialmente avvolgere nell’atmosfera culturale dei suoi tempi ma che riscopre invece, con riferimenti diretti ma per lo più allusivi, tutta la grande tradizione della poesia classica, da Omero a Virgilio, da Dante a Carducci ed al Pascoli stesso.
Un breve accenno ai romanzi, in particolare a L’innocente e al Piacere. Che si tratti di opere pensate nell’ambito del decadentismo è chiaro, ma alla lettura emergono tratti ben visibili del verismo (in talune descrizioni crude e realistiche) ma anche del primo Verga, quello della fase romantica di Una peccatrice, Tigre reale ecc.: lo rivelano, se non altro, tratti psicologici dei protagonisti come i numerosi particolari con cui è descritta la forte passione d’amore dei protagonisti e l’idealizzazione della donna amata, oltre ad una particolare forza descrittiva degli elementi paesaggistici che ricorda da vicino la relazione tra uomo e natura propria del Romanticismo. Se poi ci affacciamo a leggere anche discorsivamente la grande produzione poetica dannunziana, non possiamo fare a meno di trovarci ricordi ed allusioni a tutta la tradizione classica ed italiana. Lasciando stare i poeti cronologicamente più vicini (da Leopardi a Carducci) troviamo in diverse raccolte dannunziane, e specialmente in Alcyone, chiari riferimenti al Cantico di frate Sole di San Francesco (“Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera”, in La sera fiesolana, 15-16), a Dante, ricordato in molte occasioni da D’Annunzio (v. ad es, sempre in Alcyone, I pastori vv. 14-15: “O voce di colui che primamente / conosce il tremolar della marina”, con chiaro richiamo ai vv 116-7 del primo canto del Purgatorio) ed anche agli stilnovisti: ai vv. 55-56 dell’ode Il dolce grappolo, tratto dalla raccolta Isotteo, si legge: “O madonna Isaotta, è dura cosa / ir le beltà non viste imaginando”, in cui il linguaggio cavalcantiano è mescolato ad una certa maliziosità che ricorda anche certe liriche del Poliziano ed in genere del periodo rinascimentale.
Per i ricordi del mondo classico, tanto scoperti quanto allusivi, la lezione del Carducci (e poi anche del Pascoli) non poteva non influire: frequentissimi sono i richiami ai poeti antichi in tutte le raccolte, ma più diffusi nelle giovanili come Canto novo ed in quelle dove deliberatamente il mito classico sale in primo piano, come Alcyone; qui gli esempi da portare sarebbero moltissimi, ed è per me particolarmente gradito trovarne in quanto studioso dell’antichità greca e romana. Ne ricorderò solo due per ognuna delle due grandi letterature dell’antichità: nell’ode Sera sui colli d’Alba, dalle Elegie romane, si legge “e tu, o dolceridente pupilla”, dove l’aggettivo composto ricalca chiaramente quelli omerici; allo stesso modo, nell’ode Versilia (da Alcyone) il poeta definisce se stesso con l’epiteto “Occhiazzurro”, con cui in Omero è solitamente designata la dea Atena, definita “dagli occhi di civetta”, quindi cerulei, come quelli che il poeta, con allusione dotta, riferisce a se stesso. Ancor più numerosi i richiami ai poeti latini. Nella celebre ode La pioggia nel pineto, la più nota di D’Annunzio, il poeta afferma che lui ed Ermione, la donna amata, vanno “di fratta in fratta, or congiunti or disciolti / (e il verde vigor rude / ci allaccia i malleoli / c’intrica i ginocchi) / chi sa dove, chi sa dove”. Può ben darsi ch’io m’inganni, ma in questo intrico di macchie e di arbusti che avvincono le caviglie e le gambe degli amanti mi par di vedere un ricordo allusivo al celebre mito di Dafne cantato nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la bella ninfa, per sfuggire al raptus amoroso di Apollo, si attacca a terra e si trasforma nella pianta dell’alloro. Riferimenti più scoperti possiamo trovare a Virgilio, sia nelle accurate descrizioni paesaggistiche che ricordano certi luoghi delle Georgiche, sia in richiami a passi dell’Eneide: nella poesia citata sopra, Il dolce grappolo, si legge ai vv. 163-4 che “uno stuol d’augelli, d’improvviso / attraversò con ilari saluti”, esortando il poeta e la bella Isaotta a rimettersi in cammino per scoprire nuovi incantati paesaggi; e qui viene in mente il libro VI del poema virgiliano, dove ai vv. 190 e sgg. si parla di una coppia di colombe che rompono l’inerzia di Enea di fronte all’albero dal ramo d’oro, permettendogli di scorgerlo.
Queste mie osservazioni nascono da uno studio piuttosto ordinario dell’opera dannunziana, a me suggerito dalla necessità di dover trattare l’opera del poeta nel normale svolgimento del programma di letteratura italiana della mia quinta liceo classico. Non mi vanto di aver detto cose nuove, ché altrimenti avrei scelto una rivista specializzata e non il mio piccolo misero blog; sono anzi certo che altri prima di me hanno già arrivati a simili e molto più geniali conclusioni. Ho voluto scriverle perché fin dai miei studi liceali ho sempre avuto l’impressione che D’Annunzio sia un poeta che sfugge a precise definizioni e collocazioni, poiché nella sua produzione si affastellano suggestioni culturali che vanno ben al di là del Decadentismo e di ogni altra corrente letteraria. Anche il senso della natura e del paesaggio, in lui così forte e così ricorrente, ci lascia spesso stupiti, perché è difficile distinguere la brama del puro esteta, che vuol stupire il lettore e fare della sua poesia la voce del Vate onnipotente, dalla sensibilità personale verso l’altro da sé, profonda e al tempo stesso sfuggente come un velo ch’egli sembra voler continuamente porre dinanzi agli occhi del lettore.

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Giovanni Pascoli e i poeti latini

Pascoli

Durante questo mese di novembre è uscito a Napoli, sul n.161 della rivista internazionale “Critica Letteraria” diretta dal prof. Raffaele Giglio, un mio saggio a cui avevo lavorato anni fa e che adesso ho deciso di risistemare e pubblicare. Il contributo, di una lunghezza di circa 20 pagine a stampa, riguarda un aspetto particolare dell’attività culturale del nostro grande poeta Giovanni Pascoli (1855-1912) finora abbastanza trascurato dalla critica: le traduzioni ch’egli compì, lungo l’arco di quasi tutta la sua vita, di alcuni passi dei poeti classici, greci e latini. Non si tratta quindi del cosiddetto “Pascoli latino”, cioè delle straordinarie opere ch’egli compose direttamente nella lingua di Roma, bensì delle versioni compiute sui testi antichi. Stando a quel che scrisse la sorella Maria Pascoli nel 1913, il poeta aveva destinato a quest’opera di traduzione dei classici (specie Omero) gli anni della vecchiaia, ma purtroppo la morte precoce lo strappò a questa ed a ogni altra iniziativa.
Pascoli prediligeva tradurre i poeti greci, e soprattutto Omero; ma nella sua produzione risultano anche molte versioni dai latini, in particolare Catullo, Orazio e Virgilio, dei quali tuttavia egli prese in considerazione soltanto alcuni componimenti. Proprio su questi si concentra il mio saggio, nel quale vengono citati e commentati, a titolo esemplificativo, due brani per ciascuno dei tre poeti sopraindicati: tra di essi vi è il celebre carme 101 di Catullo (per la morte del fratello), lo stupendo passo delle “Georgiche” virgiliane sulla società delle api ed anche un “collage” formato da brevi passi delle “Satire” e delle “Epistole” di Orazio.
Ciò che è estremamente interessante notare è come il poeta italiano, nel riprodurre il dettato degli antichi, non abbia voluto rendere semplicemente quei testi in una lingua moderna, bensì abbia compiuto un’operazione di identificazione spirituale con essi, trasponendo nell’opera dei predecessori il proprio mondo fatto di sensazioni, di turbamenti, di angosce proprie di lui stesso e, in generale, dell’uomo del Novecento smarrito di fronte alla realtà ed al grande mistero della vita e della morte. Troviamo così, in Catullo, Virgilio e Orazio, l’eco potente della personalità pascoliana: la simbologia propria del decadentismo italiano ed europeo, la visione della poesia come insita nella realtà e della quale il poeta non è creatore ma scopritore, l’intimo senso della famiglia intesa come “nido” protettore, la meraviglia ed il mistero che si cela dietro i fenomeni naturali, la cui voce è sentita da Pascoli quasi come una voce umana, in conformità a quella “umanizzazione” della natura già compiuta dai poeti romani e soprattutto da Virgilio. Si tratta, in altre parole, di un’identificazione poetica che riduce o addirittura annulla le distanze temporali, quello cioè che io ho definito “il moderno nell’antico”.
Sono molto grato al prof. Giglio, ordinario di Letteratura Italiana all’Università “Federico II”di Napoli, ed alla sua rivista, per aver accolto questo mio contributo, del quale sono orgoglioso anche perché si discosta, sia pur di poco, dall’ambito strettamente “antico” di cui mi sono occupato in tutte le altre mie pubblicazioni. Ciò dimostra, o almeno dovrebbe dimostrare, che l’antico ed il moderno non sono mondi separati per cui ci si possa occupare del secondo senza conoscere il primo: tutte le manifestazioni artistiche e culturali, al contrario, sono strettamente unite al di là delle barriere spaziali e temporali, che a volte neanche si fanno notare più di tanto. Conoscere il passato, quindi, è condizione indispensabile per comprendere il presente senza rischiare di cadere negli abissi del tecnologismo e del modernismo, dietro a cui si agita continuamente lo spettro dell’ignoranza e della perdita del senso stesso di umanità.

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