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Un ottimo libro in difesa del latino

Prima di parlare dell’argomento di questo post vorrei fare una riflessione di tipo editoriale. Un tempo la recensione di un libro (ossia la sua presentazione, con indicazione dei pregi e dei difetti) veniva pubblicata su riviste specializzate, le quali impiegavano molto tempo per accoglierla e poi stamparla. In particolare, ai direttori delle riviste scientifiche dedicate alle letterature classiche occorrevano dai tre ai sei mesi, in media, per decidere se accettarla o no; poi c’era da aspettare i tempi editoriali che talvolta, specie se il numero in uscita e quello successivo erano già al completo, si prolungavano moltissimo. Per farla breve, da quando la recensione veniva scritta a quando compariva sulla rivista potevano passare anche due anni o più. E poi quante persone la leggevano? Poche, pochissime direi, solo gli specialisti interessati a quel tipo di pubblicazione. Oggi invece, con l’avvento di internet, chiunque abbia un blog può decidere autonomamente di pubblicare una recensione, la scrive e la mette a disposizione in poche ore e forse, anzi quasi certamente, ha più lettori di quelli che avrebbe se il suo scritto restasse sulla carta in una rivista specializzata. Ecco dunque uno dei lati positivi delle nuove tecnologie, che sotto questo profilo non posso fare a meno di apprezzare.
Fatta questa osservazione estemporanea, veniamo al dunque. Ho da poco finito di leggere un nuovo libro che, pur avendo carattere divulgativo, si occupa nello specifico di un argomento che sta molto a cuore a tutti noi classicisti e docenti di materie umanistiche. L’autore è Nicola Gardini, studioso italiano nato nel 1965 e attualmente docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, ed il libro si intitola Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, uscito presso l’editore Garzanti nel maggio 2016 e già più volte ristampato. Confesso che prima di leggerlo conoscevo l’autore soltanto di nome, mentre poi ho scoperto che ha al suo attivo molte altre pubblicazioni di grande spessore; ma ciò che più me lo rende congeniale è il fatto ch’egli ha smascherato senza mezzi termini il marcio che ammorba l’Università italiana, dove i “baroni” cinici e arroganti continuano a fare il bello ed il cattivo tempo ed a pretendere l’ignobile servilismo dei portaborse, a cui l’Autore non si è voluto sottomettere ed è emigrato in Inghilterra per vedere finalmente riconosciuto, senza nepotismi e favoritismi, il proprio valore di studioso. Facendo salve le dovute differenze, quello di cui si lamenta Gardini è successo anche al sottoscritto, molti anni fa, quando si è visto escluso dall’Università proprio per non volersi adattare al sistema mafioso che è purtroppo ancora vivo e operante. Io però non ebbi l’ardire o la forza di volontà di emigrare, perché ero troppo attaccato al mio Paese; preferii entrare nella scuola, dove sono sempre rimasto con grande soddisfazione e pieno appagamento, continuando in modo autonomo l’attività scientifica che avevo iniziato da giovanissimo.
Entriamo finalmente in medias res. Il libro di Gardini si inserisce in quel dibattito attuale sull'”utilità” delle lingue classiche, o per meglio dire sulla legittimità della loro presenza nella scuola e nella cultura italiana. Sotto questo profilo può assomigliare ad altri volumi usciti sul tema come quello, celebre e molto fortunato nelle vendite, della studiosa italiana Andrea Marcolongo, che si occupa del greco e sul quale a suo tempo composi un post su questo blog (il 9 novembre 2016, rintracciabile dagli Archivi sulla colonna di destra oppure da “Cerca”, scrivendo il nome dell’Autrice). Diciamo che l’argomento è di attualità, non solo perché sono usciti questi libri che rivalutano meritoriamente gli studi classici, ma perché il dibattito è vivo anche sui social come Facebook (dove vi sono vari gruppi di discussione), sui giornali e su molti siti web, in cui le sorti del latino e del greco sono giustamente analizzate in parallelo con l’andamento nazionale delle iscrizioni al Liceo Classico, che da quest’anno finalmente – forse anche per merito del dibattito di cui dicevo – sembrano finalmente in ripresa.
Il libro di Gardini, pur proponendosi lo stesso fine di quello della Marcolongo, ha un’impostazione diversa e secondo me più efficace: mentre infatti la studiosa insiste di più sugli aspetti formali della lingua greca (il valore del medio, ad esempio, o quello dell’ottativo, oppure l’aspetto del verbo), rivelandone le peculiarità e mettendo in evidenza gli aspetti psicologici e sociali che tali fenomeni rappresentano, Gardini effettua sul mondo latino un’indagine eminentemente letteraria, facendo comprendere come gli scrittori romani siano stati veramente i padri del nostro tempo e come la loro sensibilità di fronte alla realtà circostante sia stata di una straordinaria qualità e spessore. Analizzando gli scritti dei principali poeti e scrittori della classicità romana, l’Autore ne coglie l’essenza e soprattutto l’eredità formale e sostanziale che hanno lasciato nelle letterature ed in generale nella cultura del mondo moderno. Sotto questo profilo, per me che ho sempre studiato e approfondito più gli aspetti letterari che quelli linguistici delle civiltà classiche, l’analisi di Gardini appare particolarmente illuminante e capace di avvicinare al mondo antico anche coloro che finora non ne sono mai stati attratti. Sono queste persone, soprattutto, che dovrebbero leggere il libro, più di coloro che da sempre sono convinti dell'”utilità” degli studi classici. E’ però un termine, questo, da collocare tra virgolette, perché il concetto di “utile” è profondamente frainteso in questa nostra società. Su questo ci sarebbe da svolgere un discorso piuttosto lungo, e quindi in questa sede preferisco soprassedere.
Riporto qualche esempio, tratto da questo libro, che mi è sembrato particolarmente suggestivo. Nel cap.8 l’Autore parla della prosa di Cesare, soffermandosi soprattutto su alcune sue pagine di ingegneria, quelle in cui descrive la costruzione, pezzo per pezzo, del ponte sul Reno, il grande fiume che separa la Gallia (l’attuale Francia) dalla Germania: qui egli rileva, con grande acume, che questa descrizione “mette in scena simbolicamente il lavoro stesso della lingua”, che è anch’essa assemblaggio di elementi diversi (ciò che chiamiamo sintassi) in vista di una certa funzione, e quindi la costruzione del ponte è in pratica una metafora della lingua stessa. Molto interessante è anche il cap. 11, dove i procedimenti compositivi adottati da Virgilio nell’Eneide ci rivelano appieno qual era il concetto romano dell’originalità, che non consisteva, secondo il pregiudizio romantico, nel non assomigliare a nessuno, ma nell’aggiungere o togliere qualcosa da ciò che era già stato scritto da altri (Ennio, Lucrezio, Catullo); ed è proprio questo “qualcosa” che ci dà la misura della grandezza artistica del poeta mantovano, in cui “la ripresa sistematica di espressioni, vocaboli o ritmi avviene perché certe espressioni, vocaboli e ritmi appaiono eccellenti, perfetti, perfino assoluti, e dunque possono significare, anche fuori dal contesto che li ha prodotti, qualunque nuovo significato possano assumere.”

Gardini ci regala ottime osservazioni anche nei confronti di altri autori (Seneca, Orazio, Sant’Agostino ecc.) che non posso però qui riprodurre per non allungare indefinitamente l’articolo, un semplice post di un blog. Dirò soltanto che il filo conduttore che informa di sé i 22 capitoli del libro è l’importante tema della memoria, cioè tutto quel che concerne le riprese dirette, le allusioni, le corrispondenze ideali tra un poeta o uno scrittore ed i suoi predecessori. E’ un argomento questo che, analizzato per la prima volta nel mondo classico dal grande filologo Giorgio Pasquali, ha ricevuto in seguito una messe di buoni studi ma che ancora, per la sua vastità, deve essere esplorato a fondo.
Dobbiamo essere grati, in questo sciagurato periodo storico in cui la cultura diviene sempre più la Cenerentola della società, a studiosi come la Marcolongo, Gardini ed altri che si sono prodigati nella difesa delle discipline umanistiche e del latino e del greco in particolare. Forse proprio per loro merito qualcosa nella coscienza civile comincia a risvegliarsi, qualcuno comincia a comprendere che l’inglese e l’informatica non debbono essere gli unici idoli da adorare, ma che occorre invece un pieno recupero di quella tradizione umanistica che ha fatto del nostro Paese, per molti secoli, il faro culturale del mondo intero.

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La lingua “geniale”: un altro libro a difesa del greco

Ogni azione, dice un noto principio della fisica, provoca una reazione uguale e contraria. Questo assunto mi è venuto in mente adesso riflettendo su quel che sta succedendo al Liceo Classico ed in genere alla cultura umanistica in Italia: avversata da molti, vilipesa da alcuni per ignoranza, odiata persino da altri, ha invece avuto negli ultimi tempi una folta schiera di strenui difensori, che hanno idealizzato il valore formativo delle lingue classiche fino a farne una sorta di idolo, di tempio sacro e invalicabile. In questa ottica io giudico la mentalità prevalente in certi giornalisti o scrittori (v. Paola Mastrocola), che esaltano ancora la traduzione dal greco e dal latino come unico mezzo di conoscenza della civiltà classica, oppure i gruppi di classicisti attivi su Facebook, vero manipolo di conservatori accaniti che non vogliono cambiare nulla nella struttura del Liceo Classico, dove l’insegnamento delle lingue classiche – a loro parere – dovrebbe restare come è sempre stato, incentrato soprattutto sulla grammatica (spesso sul grammaticalismo) ed essere refrattario ad ogni novità. Ho già espresso in un recente post la mia netta contrarietà a queste posizioni conservatrici, che altro non fanno che allontanare la cultura umanistica dalla società moderna e si chiudono in una torre d’avorio che sempre di più diviene autoreferenziale e avulsa dal resto del mondo.
In questa ottica di rivalutazione del mondo antico va collocato anche un libro uscito di recente. L’ha scritto una giovane studiosa, Andrea Marcolongo (che è una donna, come spesso ribadisce, pur avendo un nome maschile), si intitola La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco ed è stato pubblicato dall’editore Laterza. Dalla lettura si evince senza dubbio il grande amore che l’autrice ha per questa lingua, della quale ha cercato di evidenziare alcune particolarità che, perdute nelle lingue moderne, fanno del greco un idioma “geniale” appunto, e portatore di certi valori, certe sfumature di significato delle parole che ne costituiscono l’indubbia originalità. E’ questo il caso del valore aspettuale del verbo, esistente solo in greco tra le lingue oggi comunemente studiate: il fatto cioè che in quella lingua non conta tanto quando l’azione si svolge (cioè se è presente, passata o futura) quanto il come essa avviene, in qual modo si sviluppa, cioè se è un’azione durativa (sistema del presente), momentanea (sistema dell’aoristo) o risultativa (sistema del perfetto). E’ questa una delle particolarità del greco più difficili per i docenti da spiegare agli alunni attuali, proprio perché oggi si è perduto del tutto questo particolare valore del verbo. Ma già qui emerge uno dei difetti del libro della Marcolongo: lei dice all’inizio ch’esso è soprattutto rivolto a coloro che non sanno il greco, per far loro comprendere il fascino segreto di questa lingua, ma il modo in cui tratta i vari argomenti (con molti termini greci non traslitterati e persino brani in lingua originale) presuppone che chi legge il libro abbia una conoscenza – e neanche tanto superficiale – della lingua.
Va poi detto che alcune delle particolarità su cui la Marcolongo si sofferma (ad esempio l’uso dei casi, il duale e l’ottativo) richiedono anch’esse una conoscenza della lingua e risultano meno interessanti ed originali rispetto alla prima di cui si è occupata, cioè l’aspetto del verbo. Si nota bene, in tutto il libro, che l’autrice ha fatto una sforzo sovrumano per rendere chiara ed accessibile la sua esposizione, ma essa, almeno come a me è sembrata, è sempre rivolta agli “addetti ai lavori” e difficilmente può coinvolgere ed interessare coloro che non hanno mai studiato il greco e non hanno frequentato il Liceo Classico. L’amore che lei prova per questa lingua è senz’altro sincero, ma si continua ad avere l’impressione che questo sia un problema suo, che cerca di diffondere ovunque ma che può contagiare solo chi, come lei, è già affetto da questa “malattia”. Il bello di questo libro, semmai, è che non è accademico e che non pretende di approfondire questioni linguistiche o tecniche, un compito per il quale, come dice l’autrice, esistono già tante altre pubblicazioni. Un cenno particolare, a questo riguardo, va fatto per gli ultimi due capitoli, che escono dall’analisi linguistica stretta e affrontano problemi pratici, le modalità di traduzione dal greco e la storia della lingua. Su quest’ultimo argomento nulla di originale viene detto, mentre interessante è l’altro argomento, i suggerimenti per una buona traduzione: qui troviamo alcuni consigli utili agli studenti, che anch’io vado ripetendo ai miei alunni da molto tempo, come ad esempio quello di riflettere sul significato generale del brano da esaminare o quello di non affidarsi in tutto e per tutto al vocabolario, che è certamente un aiuto indispensabile ma che va anche saputo leggere ed interpretare.
In generale debbo dire che il libro mi è piaciuto, perché frutto di una grande passione che io condivido da tutta la vita. Solo due appunti vorrei fare alla Marcolongo. Enunciando il primo, mi riallaccio a quanto scritto all’inizio di questo articolo: mi pare cioè che dalla lettura emerga una visione un po’ univoca dello studio del greco, ossia l’assoluta predilezione per l’approccio linguistico (lo studio delle forme, la traduzione) mentre vengono messi in secondo piano tutti gli altri aspetti, ugualmente importanti, di conoscenza del mondo classico come la letteratura, la storia, l’arte, la civilizzazione ecc. Mi sembra cioè che l’autrice, come i conservatori dei gruppi Facebook, consideri lo studio linguistico assolutamente centrale e quasi unico senza considerare le altre facce della medaglia, un po’ come quegli innamorati che vedono nella persona amata solo i pregi e mai i difetti. La seconda critica invece (ed è questa una cosa che mi ha fatto un po’ arrabbiare durante la lettura del libro) è il giudizio quasi totalmente negativo che la Marcolongo dà sul metodo di insegnamento delle lingue classiche adottato nei licei, dei quali ha sottolineato la presunta inadeguatezza a fare amare e apprezzare le lingue classiche. A p. XII della Prefazione dice testualmente: “I metodi di apprendimento in uso, fatta eccezione per pochi e illuminati insegnanti, sono una perfetta garanzia di odio anziché di amore per chi osa avvicinarsi alla lingua greca.” Questa, a mio giudizio, è un’inaccettabile generalizzazione ed un’offesa alla professionalità di tanti docenti che quotidianamente si impegnano per fare apprendere la materia ai loro alunni in modo graduale e sereno, non certo per farla loro odiare. Forse l’esperienza dell’autrice negli anni di liceo è stata deludente, ma questo non l’autorizza ad esprimere un giudizio così negativo sulla scuola e sugli insegnanti. Tutti noi, sia che insegniamo al biennio o al triennio, facciamo di tutto per far amare le nostre discipline, mostrando amore per esse in prima persona; certo, è necessario anche verificare l’apprendimento e l’impegno degli alunni, e questo può provocare qualche tensione, ma da qui a parlare di odio per la materia ce ne corre. Dicendo questo la Marcolongo mostra di essere contagiata dalla solita mentalità disfattista così diffusa in Italia, che vede il male e la corruzione ovunque e quindi  anche nella scuola; ma per fortuna la realtà è diversa, e gli insegnanti che amano il proprio lavoro ed i loro studenti non sono “pochi e illuminati”, ma molti di più.

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Nani sulle spalle dei giganti

Questa celebre frase, da molti ripetuta, sembra che sia stata pronunciata per la prima volta da Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo. Essa significa che le nostre conoscenze e le nostre acquisizioni in ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale, non sono frutto delle capacità della nostra generazione, ma sono il risultato di secoli e di millenni di progresso, di arte e di cultura; quindi noi non vediamo lontano perché dotati di una vista eccezionale, ma solo perché siamo sulle spalle di chi è vissuto prima di noi ed ha costruito, mattone su mattone, il grande edificio della civiltà.
Ma oggi, purtroppo, la nostra società tecnologica e materialista si dimentica troppo spesso del passato, vive in un presente edonistico e fatuo che si alimenta di se stesso e non ritiene più necessario né utile conoscere gli eventi, gli uomini ed i periodi storici che hanno plasmato la nostra civiltà; e così rischiamo di cadere rovinosamente dalle spalle dei giganti, tornando a una forma di barbarie che è molto peggiore e più abietta di quella dei barbari dell’Antichità, perché ha la colpa di essere caduta nell’inciviltà non per opera altrui, ma di mano propria. Chi non conosce il passato, chi non apprezza quella cultura umanistica che ci mette in contatto con le azioni e le opere di chi ha costruito nei secoli la civiltà nel mondo, vive nelle tenebre dell’ignoranza e lì rimane, chiudendosi in una visione ristretta della vita che gode e apprezza soltanto ciò che “serve” o che può divertire nell’immediato. La perdita dei veri valori dell’umanità è oggi ben più di un rischio, è una realtà: lo si nota osservando il comportamento di tante persone e soprattutto di molti giovani, che perdono tutto o quasi il loro tempo a scambiarsi insulsi messaggi sui “social network” o in passatempi futili o addirittura nocivi.  La responsabilità di tutto ciò, ovviamente, non è loro, ma di coloro che, in ossequio alle norme del mercato e della globalizzazione, hanno diffuso e affermato una visione della realtà sociale e politica fondata sui soli valori economici, senza tener conto delle conseguenze disastrose che una tale mentalità, al di là del benessere materiale, avrebbe provocato e senza intervenire, anche coercitivamente, contro il degrado morale dei nostri tempi. Anche chi ha gestito il sistema dell’istruzione negli ultimi anni ha delle gravi responsabilità: anziché recuperare il vero valore formativo della scuola, la serietà ed il rigore degli studi, si sono blanditi sconciamente gli studenti giustificandoli in ogni modo, e si è anche pensato che l’introduzione degli strumenti informatici come le LIM o i tablets potessero risolvere tutti i problemi, facendo così non l’interesse di chi studia, ma di chi produce e vende questi oggetti. Si ritorna sempre allo stesso punto: l’economia, il guadagno sopra ogni altra cosa.
Mi piace qui riportare una frase di Hannah Arendt, filosofa tedesca del ‘900 ormai morta da tanti anni ma vera profeta dei nostri tempi. Ella scrisse già negli anni ’60 questa frase: “Da quando il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre.” Non so a che proposito e in quale occasione la Arendt pronunciò questa massima, ma essa pare calzare a pennello per i tempi attuali. Chi rifiuta il passato come “inutile”, chi dice che che lingue classiche non servono perché non si parlano più, chi dice che la filosofia è quella scienza “con la quale o senza la quale il mondo va tale e quale”, chi afferma che conoscere la storia non serve perché tanto “i personaggi storici sono tutti morti”, non si rende conto che si condanna per sempre non solo all’ignoranza culturale, ma anche all’accettazione passiva di ciò che gli viene imposto dall’alto, si condanna a diventare una macchinetta che esegue gli ordini del mercato e dei potentati economici, senza esser capace di vedere al di là del proprio computer, del proprio cellulare e senza saper progettare altro che le vacanze alle Maldive. Senza passato non c’è presente e non c’è futuro: ed è questo un concetto del quale io sono stato convinto da sempre, ma che oggi mi pare sempre più valido e attuale.

Mi è venuto spontaneo fare queste riflessioni in questi giorni perché siamo nel periodo delle iscrizioni alle scuole superiori da parte dei ragazzi provenienti dalla scuola primaria. Un tempo, quando era a tutti palese che conoscere il passato significa capire il presente e programmare il futuro, molti erano coloro che frequentavano le scuole umanistiche, e soprattutto il Liceo Classico; negli ultimi anni, invece, l’ignoranza sempre più diffusa e la mentalità utitaristica e materialista che vede l’istruzione soltanto in funzione del posto di lavoro o comunque di ciò che “serve” nell’immediato hanno via via diminuito gli iscritti a questo Liceo, che rimane a tutt’oggi il fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano ma che è ormai apprezzato solo da pochi. E’ anche questo, insieme ad altri, un segno della decadenza morale e civile dei nostri tempi, di quel ritorno alla barbarie e all’analfabetismo che, pur con i più sofisticati strumenti informatici, avanza inesorabilmente e che nessuno finora è riuscito ad arginare.

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A chi giova il declino del Liceo Classico?

Mi ha fatto sommamente piacere leggere ieri sera il blog del prof. Giorgio Israel, ordinario di storia della matematica all’Università “La Sapienza” di Roma, insignito di vari riconoscimenti internazionali e autore di molti libri di successo. Proprio lui, un insigne esponente della cultura scientifica, ha scritto un bellissimo post dove mette in guardia il nostro Paese dalle conseguenze disastrose che vengono e che verranno dall’abbandono della cultura umanistica, tangibile purtroppo con mano esaminando i dati delle iscrizioni alle scuole superiori per l’anno scolastico appena iniziato: da una percentuale di oltre il 10 per cento di alunni che sceglievano il Liceo Classico ancora negli anni 2008/2009, siamo passati ad una media nazionale del 6 per cento, ed in alcune regioni come l’Emilia-Romagna la percentuale si abbassa addirittura al 3,5. Anche nella mia regione, la Toscana, il calo è evidente e drammatico, ben pochi Licei Classici hanno mantenuto il numero abituale di iscritti.
Sull’argomento ho già scritto in questo blog, cercando di individuare – per quanto possibile – le cause del fenomeno: la crisi economica, che induce le famiglie a iscrivere i figli ai tecnici e professionali per avere prima possibile un diploma spendibile (ma quanto?) sul mercato del lavoro, ma soprattutto la superficialità della società attuale, ormai indirizzata alla sola categoria dell'”utile” e dell'”immediato”, per cui ciò che si chiede ad una scuola è una formazione che possa servire subito all’attività lavorativa, una scuola insomma dove non si facciano “inutili chiacchiere” come qualcuno definisce le materie umanistiche, e dove le competenze prevalgano sulle conoscenze. Un contributo notevole a questa sciagurata mentalità è stato dato anche dall’ex ministro Profumo, che ha fatto di tutto per favorire le scuole tecniche a scapito dei Licei (anche attraverso penosi spot televisivi) e ha proceduto sulla via dell’informatizzazione selvaggia delle scuole, come se bastasse saper usare un tablet o uno smartphon per diventare persone di cultura.
Il prof. Israel, proprio da matematico, afferma che “se muore il Liceo Classico muore il Paese”, perché la tecnologia di per sé, senza l’apporto delle conoscenze storiche, filosofiche, letterarie ecc., e soprattutto senza quella fluidità mentale atta a scegliere ed a ragionare autonomamente che la cultura umanistica contribuisce a formare nell’uomo, è destinata a fallire miseramente. Riportando la testimonianza di un illustre ingegnere, egli aggiunge che “nel contesto odierno, sempre più complesso e ricco di interrelazioni, servono persone di formazione vasta e aperta, in breve di formazione umanistica, che spesso solo il Liceo Classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati, altro che specializzazione.” Un Paese come il nostro, che possiede gran parte del patrimonio artistico, letterario e bibliografico dell’intero pianeta, non può permettersi di perdere, o anche soltanto di limitare, la propria identità culturale. Ancora il prof. Israel afferma che la carta vincente della nostra scuola è stata, finora, quella di aver saputo sintetizzare “la visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di tale sintesi è stata espressione l’ingegneria italiana, costellata di grandi personalità che non erano solo “pratici” di prim’ordine, ma scienziati e umanisti.” E conclude dicendo che chi si rallegra del calo del Liceo Classico “ride mentre stanno segando il ramo sul quale è seduto.”
Io non amo fare tante citazioni, ma questo post scritto da un accreditato esponente dell'”altra cultura”, quella che solitamente si chiama “scientifica” (e che spesso non lo è nel senso classico del termine), lo meritava veramente. Sul suo blog, inoltre, il prof. Israel riporta anche la testimonianza dell’ex ministro Corrado Passera, economista di livello internazionale benché criticabile nell’azione di governo, il quale ribadisce di non essersi affatto pentito di aver frequentato, a suo tempo, il Liceo Classico, e di non aver avuto alcuna difficoltà, in seguito, a intraprendere studi di matematica e di economia; dice anzi che considera una fortuna l’aver scelto quella scuola, perché “l’aver dedicato tempo a materie che creano curiosità, danno un metodo di studio, aprono l’orizzonte, mi è poi venuto molto utile nella vita”. Mi scuso per la nuova citazione, ma non potevo proprio farne a meno. Tutto ciò dimostra che gli spiriti più illuminati del nostro Paese, che spesso purtroppo non appartengono alla schiera dei politici, riconoscono una realtà che il pressappochismo e l’edonismo moderni, cui si aggiunge una bella dose di ignoranza, non sanno più vedere: che studiare il latino, il greco, la storia, la filosofia e quant’altro non significa riempirsi di chiacchiere, ma imparare a ragionare, a conoscere se stessi ed il mondo circostante, a comprendere cioè un sistema politico, sociale ed economico che spesso non viene interpretato, ma solo accettato passivamente, proprio da coloro che pensano di conoscerlo. L’uomo-macchina è la peggior invenzione dei tempi moderni, ed a questo conduce la tecnologia se resta sola, priva di quel supporto culturale e scientifico (nel senso etimologico del termine) che non senza motivo è stato sempre salvaguardato nei 2500 anni della nostra storia.

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Nella terra di Giuseppe Verdi

G.Verdi
Ieri domenica 21 luglio, così per fare qualcosa di diverso dal solito, ho deciso di fare un viaggio a Parma, o meglio a Busseto, il luogo natale di Giuseppe Verdi, uno dei più grandi compositori italiani, se non il più insigne in assoluto. Ascoltare le sue opere, che posseggo tutte in CD, è sempre un’emozione indimenticabile: la bellezza dei cori e delle romanze, l’intensità dei sentimenti che sa esprimere, la dolcezza e l’energia delle sue note sono qualcosa di inimitabile, autentico prodotto di un’arte grandissima, alla quale nessuno oggi può neanche lontanamente paragonarsi. L’arte oggi è morta, come ho scritto in un vecchio post di questo blog, e l’unica possibilità per noi per gustarla è avvicinarsi alle opere del passato; in particolare, l’800 è stato uno dei secoli più creativi della storia, e Giuseppe Verdi rappresenta una delle punte più elevate di quel grandissimo secolo. Dicevo che ascoltare le opere verdiane è una grande emozione; per questo mi è venuto il desiderio di vedere le terre in cui è nato e in cui è vissuto, nelle quale pare aggirarsi ancora il suo spirito.
La cittadina di Busseto non offre granché, a dire il vero, ed in una calda e umida giornata estiva come quella di ieri capita di incontrare poche persone. Comunque, al nostro arrivo, io e mia moglie abbiamo deciso di visitare il museo nazionale intitolato al Maestro, ma è stata una parziale delusione: in tante sale decorate da dipinti, allietate dalla musica di Verdi e arricchite da costumi indossati dai cantanti nelle opere, in effetti, non c’era nulla di autentico, perché i quadri d’autore che vi si ammiravano, tra i quali spiccavano quelli del grande pittore ottocentesco Francesco Hayez, erano tutte riproduzioni e copie, non sempre ben riuscite. L’atmosfera però si era ormai creata, e trovarsi in quei luoghi trasmetteva una certa suggestione che mi è rimasta per tutta la giornata.
Da Busseto ci siamo poi recati a Sant’Agata, dove si trova la grande villa, circondata da un immenso parco, che il Maestro acquistò a metà del secolo e nella quale visse per quasi cinquant’anni. Adesso è di proprietà degli eredi che ancora vi abitano, e soltanto una piccola parte è aperta ai visitatori: cinque stanze in tutto, in cui sono però conservati preziosi cimeli come dipinti, lettere, spartiti (non originali però), mobilio ecc., tutte cose che Verdi e la sua seconda moglie Giuseppina Strepponi usarono e toccarono con le loro mani. Vi è conservato anche il letto del Grand Hotel di Milano dove il Maestro morì il 27 gennaio 1901, letto che fu donato dall’Hotel alla casa di riposo per musicisti fatta costruire a Milano dallo stesso Verdi, e che poi fu riportato a Sant’Agata. Nel parco della villa si possono ammirare anche le piante esotiche che il compositore fece giungere da tutto il mondo e trapiantò personalmente; nella scuderia, infine, sono visibili le carrozze a cavalli che ancora usavano a quei tempi. Si dice che Verdi, quando si recò a San Pietroburgo nel 1862 per rappresentarvi “La forza del destino”, fece l’intero viaggio in carrozza a cavalli e vi impiegò 40 giorni.
Oggi purtroppo poche persone si interessano veramente all’arte e alla cultura, e molti giovani non sanno neppure chi sia stato Giuseppe Verdi, cosa abbia composto e quale sia stato il suo contributo (più o meno volontario e consapevole) all’Unità d’Italia. In questa società del consumismo e della superficialità non c’è più posto per la nostra grande tradizione culturale, l’edonismo moderno non ne sente più il bisogno. I politici stessi, specie quelli preposti all’istruzione ed alla ricerca, ritengono che basti parlare inglese o sapere usare un tablet o una LIM per completare la propria formazione. Ma la speranza è l’ultima a morire, e forse un giorno qualcuno si accorgerà che oggi più che mai, nell’era della tecnologia, la cultura umanistica è ancora necessaria, e la musica è parte integrante di essa, indaga il nostro animo e fa vibrare le corde più nascoste della nostra anima.

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Il declino del Liceo Classico

Leggendo, in questi giorni, i dati emanati dal MIUR sulle iscrizioni alla scuola secondaria superiore per il prossimo anno scolastico 2013/14, si nota che a livello nazionale risultano in aumento gli istituti tecnici e professionali, mentre nell’ambito dei Licei, l’unico incremento significativo è quello dello scientifico delle scienze applicate. Non buoni sono invece i risultati dei Licei tradizionali, ed in particolare quello del Liceo Classico, per il quale risulta in calo la percentuale degli iscritti a livello nazionale, con un passaggio dal 6,7% del totale al 6,1%; se poi consideriamo che, attorno agli anni 2005-2007, la percentuale dei ragazzi che sceglievano il Classico era intorno al 10% del totale, il declino appare ancor più chiaro e inarrestabile,con un’accentuazione in questi ultimi due o tre anni.
Quali le cause di questo mancato gradimento degli studi classici e della cultura umanistica, che pure ha costituito da sempre la culla della nostra civiltà? In parte possiamo chiamare in causa la crisi economica, che induce le famiglie a ritornare al vecchio concetto del diploma da utilizzare dopo cinque anni di studi, senza dover affrontare l’Università, che come tutti sanno è molto dispendiosa; e questa motivazione può essere chiamata in causa per tutti i Licei, non solo per il Classico, cioè tutte le scuole che presuppongono, come naturale esito del proprio percorso formativo, la prosecuzione degli studi in ambito universitario. A ciò si è aggiunta però, per volontà del nostro Ministero e del ministro Profumo, una insistente propaganda, effettuata anche mediante spot televisivi, a favore degli istituti tecnici e professionali. Io considero vergognosa e bugiarda questa propaganda: vergognosa perché un ministro della Repubblica non deve mai favorire un ordine di scuole rispetto ad un altro, e illusoria perché con questi spot si è lasciata intravedere per i diplomati un’immediata immissione nel mondo del lavoro, un’affermazione che è pura e semplice fantasia, considerato l’attuale tasso di disoccupazione giovanile, che, se è elevato per i laureati, è elevatissimo per i diplomati, il cui inserimento nell’attività produttiva è sempre più problematico.
Ma per quanto attiene al Liceo Classico le cause del declino sono ancor più variegate. A quelle sopra descritte va aggiunta anche la superficialità della società moderna, che non tiene più in alcun conto la cultura e la formazione umana dei nostri giovani. Si tratta, nel caso specifico delle discipline umanistiche, di una formazione lenta e graduale, i cui frutti non si colgono subito, ma nel corso degli anni e durante l’intero percorso dell’esistenza: una mente che funziona, che mediante lo studio del passato sa comprendere il presente e programmare il futuro, che sa ragionare autonomamente e compiere in piena libertà intellettuale le proprie scelte, non si forma in poco tempo, né con poca fatica. Ma questi princìpi, che per noi uomini alle soglie della terza età e da sempre cresciuti con questo tipo di cultura sono ovvi e scontati, non lo sono per i giovani di oggi, figli della società del “tutto e subito” e alimentati con la tecnologia della tv e del computer, anch’essa peraltro vissuta passivamente e superficialmente da chi passa le sue giornate su facebook o su twitter. I ragazzi di oggi, condizionati dall’ignoranza dei mass-media, dei politici e dei ministri stessi, i quali fanno intendere che per realizzarsi nella vita è sufficiente saper usare un tablet o sapere l’inglese, non comprendono più nemmeno l’importanza ed il valore della cultura umanistica, e perciò non prendono più neanche in considerazione l’idea di frequentare un Liceo Classico. La loro è pura ignoranza, l’ignoranza di chi è inconsapevole del valore di certi studi e perciò li rifiuta a priori. A ciò si aggiunge il fatto che studiare il latino e il greco (oltre ovviamente alle altre materie) richiede tempo e impegno costante, una fatica che i giovani di oggi non sono più disposti a sostenere; e non solo perché non ne comprendono il valore e l’utilità, ma anche perché è la società stessa a distoglierli, una società dove chi meno si impegna e più si fa furbo ottiene i maggiori successi. Non va poi trascurato che quelle scuole a cui si iscrive la maggior parte degli studenti attuali richiedono un tempo dedicato allo studio molto inferiore a quello richiesto da un Liceo Classico, mentre ad un tale disimpegno totale o parziale corrispondono, nella maggior parte dei casi, valutazioni più alte sia negli esiti dei singoli anni di studio sia in occasione dell’esame di Stato. Non ci vuole molto a capire, con tali premesse, il motivo per cui i ragazzi di terza media, interrogati sulla scelta della scuola superiore, storcono il naso quando si nomina loro il Liceo Classico e pongono all’interlocutore varie domande, tra le quali le più frequenti sono due: “A cosa servono il latino e il greco?”, e “Perché dovrei studiare tanto per avere voti più bassi di quelli che avrò in altre scuole studiando meno?”. Già: perché dovrebbero sacrificare la loro gioventù, i loro anni migliori, sui libri? Andiamoglielo a spiegare, con gli esempi che si vedono oggi in questa nostra società, a cominciare da quelli che ci fornisce la nostra classe politica.

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Segnalazione blog

Voglio dedicare un post apposito per segnalare ai lettori un interessantissimo blog, quello della professoressa Maria Rosa Orrù, docente di latino e greco (come il sottoscritto) presso il Liceo-Ginnasio “Dettori” di Cagliari. Si tratta di un blog esclusivamente didattico e scritto in funzione degli studenti, con esercizi, assegnazione di consegne, consigli ecc., ed è quindi diverso dal mio; mi piace però segnalarlo perché contiene anche una serie di lavori multimediali effettuati dagli studenti della collega Orrù che mi sembrano di grande importanza: in particolare, un video degli studenti sulla tragedia greca, di circa 16 minuti, spiega con chiarezza e precisione la portata ed il valore culturale dei grandi tragici greci. Ci sono inoltre presentazioni in Powerpoint su Saffo e sulla lirica greca, molto interessanti e ben realizzati.
Al di là della pura funzione didattica, quindi, il blog ha valore perché dimostra come la tradizione classica si possa ben amalgamare con le nuove tecnologie, e come con esse si riesca a coinvolgere gli studenti in un lavoro seducente per loro e proficuo per i lettori. La cultura umanistica è ancor viva e pulsante nella nostra società, e più che mai da recuperare in toto in un periodo storico in cui quei grandi valori espressi dagli scrittori antichi sono purtroppo in crisi. Oggi l’opinione comune ritiene falsamente che l’arido tecnicismo e il mero possesso delle tecniche informatiche o dell’inglese sia sufficiente per formare l’individuo ed il cittadino, e che la cultura umanistica sia sorpassata e non serva più. Molti di noi, come il sottoscritto e la collega Orrù, combattiamo ogni giorno una strenua battaglia contro l’ignoranza e la superficialità del pensiero comune e dell’analfabetismo di ritorno che ci affligge sempre più. Per questo, oltre a cercare di educare i miei studenti ai valori irrinunciabili dell’uomo e del cittadino, obiettivo non raggiungibile senza la cultura umanistica, tento di dare spazio anche ai colleghi impegnati in questo difficile compito. Per questo segnalo il blog della collega Orrù e le rivolgo i miei più sentiti complimenti.

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