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Recensione a “Per le nostre radici” di Andrea Del Ponte


Tra i molti libri ed articoli che affrontano oggi la dibattuta questione dell'”utilità” dello studio delle lingue classiche, particolare rilievo assume un volume molto recente (pubblicato nell’agosto 2018 dall’editrice “Aracne” di Roma) che già dal titolo, “Per le nostre radici”, lascia intendere quale ne sarà l’argomento. L’Autore è un attivissimo docente genovese, il prof. Andrea Del Ponte, che io ho conosciuto tramite Facebook e con il quale ho subito familiarizzato sia per l’entità dei nostri comuni interessi sia per un’impostazione critica e ideologica che non si scosta di molto dalla mia. In questo ed in altri casi, ad onta di tutto ciò che di negativo si dice e si scrive sui nuovi mezzi di comunicazione, dobbiamo riconoscere che la tecnologia che ha creato internet ed i “social” può essere utile per fare nuove conoscenze ed istituire un proficuo confronto di opinioni.
Il libro testimonia senza dubbio il grande amore che Del Ponte nutre per le sue come per le nostre radici, ossia per le lingue classiche, ed in particolare la lingua latina cui il libro è essenzialmente dedicato; e come il sottoscritto e tanti altri studiosi, egli sente la necessità di difendere e giustificare lo studio e la conoscenza di queste nostre radici culturali, senza ovviamente escludere altre discipline ed altre conoscenze, che s’innestano nel tronco principale – quello classico – della nostra formazione di moderni uomini e donne dell’Occidente, quell’Abendland che si è fondata culturalmente per secoli sugli studi umanistici. Ma oggi più che mai la liceità degli studi classici è messa in dubbio dalla mentalità economicista e utilitaristica delle società moderne, ed ecco quindi la necessità di ribadire concetti e convinzioni che in passato nessuno avrebbe mai messo in dubbio. A tutti noi, nella nostra normale attività di docenti di Liceo, è capitato di sentirsi chiedere da futuri studenti, genitori o persone comuni: “A cosa serve il latino?” “A cosa serve il greco?”. Domande di questo genere, che non debbono essere subito liquidate come frutto di ignoranza, hanno bisogno di una risposta, se vogliamo che la tradizione umanistica continui a vivere e che il Liceo Classico, principale fucina di questi studi, non debba chiudere i battenti.
Il libro di Andrea Del Ponte si divide in tre capitoli. Il primo, “Radici storiche e attualità della Latinitas”, ricorda come la lingua latina andò affermandosi nel corso dei secoli e non perse mai la sua identità pur trasformandosi nelle varie lingue romanze, per studiare e comprendere le quali è necessario il continuo richiamo alla lingua base, mentre vani sono stati i tentativi di sostituirla con l’utopia di una lingua universale, come il famoso “esperanto” che in realtà si è rivelato un fallimento; nonostante quindi la minore conoscenza effettiva del latino che caratterizza i nostri tempi rispetto al passato, la lingua di Roma ha continuato ad affermarsi presso la Chiesa cattolica, la scuola, l’alta cultura degli organismi statali e delle Università (che spesso utilizzano motti e frasi latine) e persino nella canzone. Per quanto riguarda in particolare la scuola, il nostro Paese ha il vanto del maggior numero di corsi dove il latino è obbligatorio, più il Liceo Classico (circa il 6,7% del totale degli studenti) dove si studia anche il greco. Qualcuno vorrebbe rendere opzionali queste materie, così come accade in alcuni paesi europei, e l’Autore del libro è contrario a questa ipotesi; e qui io non concordo pienamente con lui, convinto come sono che nel nostro ordinamento, specie dopo la cosiddetta “riforma Gelmini” vi siano degli indirizzo di studio (v. il liceo linguistico) dove il latino ha uno spazio talmente limitato che sarebbe preferibile abolirlo e sostituirlo con letture di autori latini (e perché no anche greci) in traduzione. Come già altri studiosi hanno detto in passato, anch’io sono convinto che i molti insuccessi scolastici in questa materia dipendono anche dal fatto che sono in troppi a studiarla, anche studenti che per essa non hanno alcun interesse o propensione.
Il secondo capitolo del volume, per me il più significativo ed interessante, ha per titolo “Il dibattito sull’utilità del latino” ed è inizialmente una rassegna cronologica di opinioni e pensieri sull’argomento, dai tempi del conte Monaldo Leopardi (padre di Giacomo) fino alla più recente attualità. Tutte le voci testimoniate in questa rassegna ribadiscono, da vari punti di vista e con diverse motivazioni, l’utilità e la necessità degli studi classici e quindi, senza richiamarle una per una, agiscono nell’unica direzione alla quale anche noi ci conformiamo. Ma poi, nella seconda parte del capitolo, Del Ponte presenta invece le voci dei detrattori degli studi classici, che possono suddividersi – per comodità espositiva – in esterni ed interni. Per quanto riguarda i primi non c’è bisogno di fare alcun nome particolare: sono tutti coloro che si sono lasciati trascinare dal potere assoluto della tecnocrazia, del neoliberismo e del neocapitalismo, cioè da una mentalità che mira soltanto al profitto e al consumismo, un “mostro” che travolge le stesse legitime istanze nazionali con l’arma micidiale dello spread e degli interessi sul debito, riducendo tutta la realtà ai valori materiali e rendendo quindi difficile per i giovani, minacciati dallo spettro sempre più concreto della disoccupazione, intraprendere gli studi umanistici. L’aziendalismo e l’economicismo di oggi hanno mortificato tutti quei valori umani e culturali in cui per secoli si è fondata la formazione dei giovani nel nostro Paese, e tale forma mentis è purtroppo entrata anche nella scuola stessa da quando si è cominciato a concepirla come un’azienda alla pari delle altre, da quando la forma conta più della sostanza, l’immagine esterna più della valenza formativa, da quando cioè il preside si chiama “Dirigente” e gli alunni “utenti”, come i consumatori di gas o di energia elettrica. Combattere questa aridità mentale che incensa solo i valori materiali, diametralmente opposti a quelli umanistici, è molto difficile; ma per chi sostiene gli studi classici c’è da fare i conti anche con la contestazione interna, cioè quei professori, pedagogisti o intellettuali che, pur sostenendo di fondo lo studio del latino e del greco, auspicano però innovazioni anche sensibili nelle metodologie di studio e di insegnamento; c’è infatti, sotto questo punto di vista, un dibattito che dura da tempo tra gli accesi conservatori che non vogliono cambiare nulla rispetto all’esistente (compresa la traduzione dal greco e dal latino) e coloro che invece, pur salvaguardando lo studio della lingua e l’analisi diretta dei testi, intendono comunque adeguare gli studi classici agli studenti di oggi, che sono molto meno abili – per una serie di ragioni di cui spesso ho parlato in questo blog – nell’esercizio di traduzione. La contesa si è accesa soprattutto intorno alla seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che in effetti quest’anno è cambiata e non prevede più soltanto la traduzione ma una conoscenza più ampia e variegata dei testi e della storia letteraria. Sotto questo aspetto il collega Del Ponte riconosce che il grammaticismo e l’eccessivo conservatorismo metodologico possano danneggiare gli studi, ma ribadisce la centralità della traduzione e adduce tutta una serie di valide ragioni; dal canto mio però io non concordo totalmente con lui ma mi avvicino alle posizioni del prof. Bettini che da anni conduce una battaglia contro l’analisi testuale fine a se stessa. Ritengo anch’io che lo studio linguistico non vada abbandonato, ma vada affrontato in modo più agevole e avveduto, eliminando la pedanteria di coloro che insistono per mesi su regole e regoline che magari gli studenti non incontreranno mai nel percorso successivo degli studi; sono poi anche convinto che le conoscenze di tipo letterario, storico, artistico ecc. non siano da porre su di un piano inferiore rispetto a quelle linguistiche, che oltretutto con il tempo finiranno per essere dimenticate. Non tolgo nulla al valore formativo e culturale della traduzione dal greco e dal latino, ma ribadisco che non bisogna conferirle un ruolo determinante ed esclusivo nella valutazione degli studenti, che certo tra vent’anni ricorderanno meglio il pensiero di Seneca o il metodo di Tacito rispetto all’ablativo assoluto o la consecutio temporum.
Il terzo capitolo del libro di Dal Ponte presenta, in ordine alfabetico, una rassegna di istituzioni, usi e costumi o situazioni contingenti di cui i vari scrittori latini, compresi quelli medievali e moderni, si sono occupati. Ciò dimostra quanto sia errato e assurdo definire il latino come “lingua morta”, quando invece è più viva che mai e continua a vivere insieme a noi nell’arte, nella scienza, nella liturgia ecc., benché molti dei moderni non se ne accorgano neppure. Il mantenimento degli studi classici è quindi non solo legittimo, ma addirittura indispensabile per farci comprendere il mondo in cui viviamo, le cui “radici” – per rifarci al titolo – affondano profondamente nel terreno dei secoli fino ad arrivare a quella Roma che dominò il mondo non solo militarmente ma anche culturalmente. L’essenziale è che si abbandoni una volta per tutte la categoria del “servire” inteso in senso praticistico, anche perché in questa specifica accezione nessuna disciplina servirebbe veramente, perché si può vivere anche senza conoscere non solo il latino, ma la letteratura italiana, la storia, la geografia, le scienze ecc. Come dice Nuccio Ordine, un altro studioso che ho recensito in questo blog e che si è occupato estesamente del problema dell'”utilità” del sapere, sarà proprio l'”inutile” a salvare l’umanità dalla nuova barbarie che, in nome del denaro e del consumismo, cerca di estendere ovunque i suoi artigli.

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Atmosfera natalizia e tristezze private

Anche quest’anno il Natale, se Dio vuole (come si dice dalle mie parti) è passato, ed è stata per me una liberazione; ora ci resta Capodanno e l’Epifania, altre festività tradizionali che impongono a tutti noi un comportamento particolare e diverso dal solito: occorre fare acquisti, uscire di casa, “fare” qualcosa per la notte di San Silvestro (altrimenti si fa la figura di vecchi da ospizio) e soprattutto è necessario essere allegri e gioiosi perché “è Natale”. Questo ci impone la società con la sua dittatura mediatica e consumistica: basta infatti accendere la televisione in questo periodo, a qualsiasi ora del giorno e della notte, per essere sommersi da pubblicità natalizia, musichette altrettanto festaiole e scontate come “jingle bell”, “tu scendi dalle stelle”, “bianco Natale” (che bianco non è più da tanti anni perché in questo periodo non nevica mai) e via dicendo. L’aziendalismo e lo sfrenato consumismo moderno hanno trasformato quella che era una ricorrenza religiosa in una festa commerciale, dove si fa a gara a chi spende di più, a chi fa i regali più costosi o a chi si concede la vacanza più esotica. Questo dovrebbe indignare chi è veramente credente, ma così non è, perché tutti si conformano a questo clima artificioso e fittizio che si viene a formare in questi giorni.
A parte comunque l’aspetto consumistico, che già di per sé è squallido e persino insipiente, perché un regalo andrebbe fatto quando se ne sente il bisogno, quando ce n’è necessità, e non perché siamo in un determinato periodo dell’anno, quello che a me dà più fastidio è questo clima di allegria, di gioia forzata e innaturale che viene diffuso dai mass-media durante le feste natalizie. La persona umana non è una macchinetta o un computer, la cui immagine di sfondo può essere cambiata a piacimento: se abbiamo uno stato d’animo condizionato da malinconia, depressione o altri problemi di vario tipo, non saranno di certo le luci natalizie delle città o le musichette della TV a farceli superare; se poi vi sono difficoltà di ordine economico, come molte persone oggi purtroppo hanno, non sarà certo l’atmosfera natalizia a risollevare chi ne è afflitto. Anzi, è vero l’esatto contrario: l’allegria artificiale prodotta in questi giorni rischia di deprimere ancor di più chi, per vari motivi, non è felice. Ricordo, a tal proposito, la bella poesia intitolata “La Befana” di Giovanni Pascoli, uno dei poeti italiani da me preferiti; in essa la vecchietta tradizionale, vestita di neve e di gelo, si avvicina alla villa del ricco ed al casolare del povero, dove una madre piange perché non ha nulla da donare ai suoi figli, benché ne abbia il medesimo desiderio della madre ricca, che può invece pienamente soddisfarlo. Quella madre povera sarà stata triste abitualmente, ma lo è ancor più durante le festività, poiché proprio allora l’angoscia del suo animo la tormenta assai più che nelle altre stagioni dell’anno. La stessa cosa accade oggi, quando questo clima festaiolo e gaudente rischia di ferire profondamente chi non si trova nelle migliori condizioni psicologiche o materiali.
Anche questo, benché non sia il peggiore, è un aspetto della dittatura mediatica e ideologica che ci viene imposta dall’alto, da questa società consumistica e materialistica, per cui chi non fa quello che fanno gli altri è “out”, è un essere strano e riprovevole, da emarginare o per lo meno da guardare con sufficienza e con un sorrisetto ironico. Se non vuoi comprare regali per Natale o l’Epifania sei considerato un eccentrico complessato, se non vai a sciare sei ritenuto un pezzente o uno spilorcio, se non organizzi cene come quella di Trimalchione o non vai a ballare l’ultimo dell’anno passi per un vecchio barbogio, e così via. L’omologazione imposta dalla società è totale, come è dimostrato anche dai servizi televisivi relativi alle ferie natalizie ed estive: dicono sempre che la maggioranza degli italiani non va in ferie perché non ha i soldi, senza considerare il fatto che esistono molte persone che i soldi li avrebbero, ma non vanno a sciare o alle Bermude perché non ne sentono la necessità e stanno meglio a casa loro. No, questo è inconcepibile per una mentalità comune, suffragata e sostenuta dalla televisione, che ci vuole tutti uguali, tante marionette governate da chi dall’alto ne manovra i fili. No, mi dispiace, io non ci sto, anche a costo di essere considerato strano e particolare; dico anzi, con grande orgoglio, che l’essere diverso dal gregge belante per me è un vanto, non certo un problema.

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