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Perché io non sciopero il 5 maggio

Come molti sanno, per il prossimo 5 maggio è stato proclamato uno sciopero unitario di tutto il personale della scuola da parte dei principali sindacati, i quali, dopo un immobilismo durato decenni ed una contrapposizione frontale tra di loro, si sono adesso impegnati a fare muro comune contro la riforma della scuola avviata dal governo Renzi. Pare che l’adesione sarà imponente, almeno nelle città; ma ci saranno anche tanti docenti che, come il sottoscritto, hanno deciso di non aderire a questa forma di protesta perché non ne condividono le ragioni ed i presupposti. Da parte mia i motivi per i quali non intendo affatto scioperare sono principalmente due; potranno sembrare pochi, ma sono di assoluto rilievo. Il primo motivo concerne la natura stessa dello sciopero, che a mio giudizio è ormai diventato uno strumento di rivendicazione del tutto arcaico e obsoleto, che poteva giustificarsi negli anni ’60-’70, quando effettivamente c’era in Italia un clima di “lotta di classe”, tanto per usare un’espressione cara ad una parte politica che non è la mia e che anzi io ho sempre avversato. Oggi nel 2015 esistono altri modi per far sentire la propria voce che non siano la pura e semplice astensione dal lavoro; e se questo vale per le altre categorie, figuriamoci per la scuola, dove lo sciopero, oltre che obsoleto, è anche totalmente inefficace, direi anzi che è controproducente. Quali disagi provochiamo noi docenti alla società se facciamo sciopero? Nessuno, anzi finiamo per avvantaggiare proprio quel governo contro il quale vogliamo protestare, perché lo Stato risparmia circa 70-80 euro per ogni dipendente che si astiene dal lavoro (scusate se è poco!). A parte questo, nient’altro otteniamo, perché il nostro sciopero non provoca alcuna conseguenza: lo Stato risparmia, gli studenti sono contenti di saltare una giornata di lezione e tutto finisce a tarallucci e vino, e gli unici a restare scornati e danneggiati siamo proprio noi operatori della scuola. Ma c’è anche un secondo motivo che mi induce a rifiutare la logica dello sciopero in relazione alla riforma scolastica annunciata da Renzi e dal ministro Giannini, e cioè l’avversione preconcetta che i sindacati e molti docenti hanno per qualunque modifica venga introdotta, da qualsiasi governo, nel mondo della scuola. In questo caso poi le previsioni di molti colleghi, vere e proprie Cassandre del 2000, sono state catastrofiche: con la riforma finirebbe la libertà di insegnamento, si distruggerebbe la scuola pubblica, i docenti diventerebbero schiavi dei dirigenti ecc. ecc. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi stiamo al completo. Io ho letto più volte il disegno di legge in discussione alla Camera e francamente non vi ho trovato tutte queste catastrofi annunciate. Prima di tutto il superpotere dei Dirigenti scolastici, che sceglierebbero i docenti e potrebbero trasferirli dopo tre anni è già stato superato nei primi passi dell’iter parlamentare: adesso, con le modifiche introdotte, saranno investiti di questi compiti anche gli organi collegiali della scuola, e quindi non ci sarà affatto il preside-padrone di cui si aveva tanto timore. Personalmente, poi, ho sempre pensato che un certo aumento del potere dei dirigenti sarebbe opportuno, soprattutto nei confronti di quei docenti (che sono una minoranza, ma che purtroppo esistono) che non meritano il posto che ricoprono, o per incompetenza nelle proprie discipline o per totale mancanza d’impegno nello svolgere i propri compiti; in questi casi, a mio giudizio, i dirigenti dovrebbero avere il potere di licenziare queste persone che rubano lo stipendio che ricevono, senza tutto quel garantismo sindacale che ha fatto sì che a tutt’oggi, in spregio a quanto si dice e si è detto sui “fannulloni”, certe persone continuino a restare in cattedra indisturbati, nonostante la loro azione sia inutile o addirittura dannosa per intere classi di studenti. Quel che mi stupisce e mi addolora di queste proteste e di questo ribellismo che porta allo sciopero, è il dover notare che molti colleghi non vogliono assolutamente essere valutati, ed anche per questo si oppongono alla riforma. A me sembra che se un docente è in buona fede, sa di essere preparato nelle sue discipline e di avere un’efficace azione didattica, non dovrebbe aver timore di nulla, anzi dovrebbe egli stesso chiedere di essere valutato, soprattutto se a tale valutazione corrispondesse un qualche beneficio economico. Personalmente io auspico e mi auguro che un ispettore ministeriale, competente nelle mie discipline, venga in classe ad ascoltare e valutare le mie lezioni; anzi, la cosa mi farebbe soltanto piacere e da ciò troverei gratificazione. Non vedo quindi il motivo per cui c’è tutta questa paura della valutazione da parte di molti colleghi, che scioperano anche per questo motivo. Forse sono in malafede, o non sono sicuri di se stessi? Se così fosse, non farebbe certo onore ad una categoria che rappresenta la parte intellettuale del Paese ed ha una funzione insostituibile nella società, quella di formare i cittadini di domani. Ed inoltre, non si sostiene forse da molte parti che bisogna prendere esempio dai paesi stranieri? In molti di questi paesi c’è la valutazione delle scuole e dei docenti, perché quindi non introdurla anche da noi, differenziando poi gli stipendi in base al merito? C’è anche da dire che, almeno da parte mia, io trovo in questa riforma annunciata (che probabilmente non andrà mai in porto) anche degli elementi positivi, che i rivoluzionari colleghi non considerano affatto: l’organico funzionale, che se ben realizzato potrà consentire alcuni miglioramenti del’azione didattica come la diminuzione degli alunni per classe; il riconoscimento del merito individuale, per quanto limitato a pochi casi; l’istituzione di un fondo di 500 euro per l’aggiornamento di ogni docente ed altro ancora. Il problema è che da noi protestare, urlare, insultare, salire sulle barricate, impedire a chi la pensa diversamente di parlare sono diventati lo sport nazionale; il non essere mai contenti di nulla, il dover sempre dire di no a tutto e a tutti, il giudicare negativamente qualunque cosa provenga dal governo in carica sono ormai gli atteggiamenti abituali nel nostro Paese, anche a livello di dibattito politico: basti vedere i modi incivili con cui certe opposizioni, come il movimento 5 stelle, si comportano nelle sedi parlamentari. L’esempio che arriva dall’alto scende facilmente in basso, tra i comuni cittadini, soprattutto quando è un esempio negativo; ed è molto più facile distruggere che costruire, come dimostra il fatto che i politici di opposizione ed i sindacati scioperanti contro la riforma Renzi sono stati capaci solo di dire no, senza entrare nel merito e senza chiarire affatto qual è la scuola che vorrebbero e come si dovrebbe realizzare.

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Ancora luoghi comuni sulla scuola e sui docenti

Ho letto poco fa, sul blog del “Gruppo di Firenze” (il link è a fianco tra i “blog che seguo”), i commenti ad un articolo di una certa signora Falco, dirigente scolastica di un Istituto comprensivo di Sesto San Giovanni, la quale tra l’altro dice: “Dovrebbe essere rivisto in ambito contrattuale il profilo professionale dei docenti della scuola pubblica, che non può più delinearsi quale lavoro eminentemente femminile, praticamente part time, a carattere quasi stagionale”.
L’assurdità di queste affermazioni, lesive oltretutto della dignità dei docenti, è stata rilevata da diversi colleghi che hanno commentato l’articolo; e così ho fatto anch’io, inviando questo contributo che intendo qui riproporre.

“La preside Falco, a mio giudizio, non fa altro che riesumare per l’ennesima volta antichi luoghi comuni sessantottini, del tutto distanti dalla realtà attuale. E’ pacifico il fatto – e penso che tutti qui lo riconosciamo – che il nostro lavoro non è affatto part-time e non si limita alle 18 ore settimanali, non credo ci sia bisogno di dimostrarlo ulteriormente. Tenere aperte le scuole il pomeriggio sarebbe un’inutile spesa per lo Stato; e poi, almeno per quanto mi riguarda, io curo la correzione degli elaborati, l’aggiornamento, la preparazione delle lezioni ecc. molto meglio a casa mia, dove ho tutto il necessario, piuttosto che nell’edificio scolastico. Non comprendo questa insistenza assurda, che viene soprattutto dalla sinistra e dal PD, sul voler tenere aperte le scuole al pomeriggio. Cui prodest? A noi no di certo, ma neppure agli alunni: nella mia scuola, ad esempio, abbiamo l’80% di pendolari, che non possono trattenersi oltre l’orario mattutino, tanto per dirne una.
E un’altra cosa poi: basta con questa assurda infatuazione per gli strumenti multimediali, che molti continuano a definire “nuovi” anche se ormai non lo sono più: sono 20 anni che esiste internet, i CD e quant’altro, e più di recente sono arrivate le LIM (spesa inutile a vantaggio esclusivo delle aziende produttrici), gli smartphon e i tablets; ma questi begli aggeggi possono soltanto essere usati come strumenti, non possono sostituire il cervello umano. Lo studio personale dell’alunno è affidato alle sue qualità ed al suo impegno, non certo a un tablet o una LIM. Finché non passerà questa sbornia informatica, che serve solo ad arricchire le aziende produttrici, si perderà sempre di vista il vero fine dell’insegnamento, in nome di una “modernità” che è solo di facciata, e non offre nulla di concreto.
L’unica riforma da fare alla scuola primaria sarebbe quella di tornare ad un insegnamento serio, che dia ai ragazzi gli strumenti concreti di conoscenza della lingua italiana e delle basi della matematica e della lingua straniera. E se qualcuno non raggiunge gli obiettivi minimi prefissati, è giusto che ripeta un anno o due, anche alla scuola primaria o secondaria di primo grado. Una ripetenza non distrugge nessuno, anzi consente di raggiungere con più agio e serenità le conoscenze e le competenze necessarie per il proseguimento degli studi. Saluti. Prof. Massimo Rossi – Montepulciano (Siena)”.

Occorre combattere con forza questi luoghi comuni che purtroppo esistono anche oggi e non fanno altro che squalificare la nostra categoria. E qui intendo contestare anche un’altra affermazione della Falco, quella circa la “femminilizzazione” del corpo insegnante. A parte il fatto che ciò non corrisponde a verità, perché c’è comunque in ogni scuola una parte di docenti uomini; ma poi non vedo che rilievo possa avere oggi, dopo tutte le lotte sostenute per le pari opportunità, un dato di questo tipo: l’efficacia didattica di un insegnante non dipende dal sesso, ma dalla professionalità, dall’impegno costruttivo nel lavoro, dalla personalità culturale e umana di ciascuno, a prescindere dal fatto che sia uomo o donna. Su questo punto si basa invece qualcuno tra i commentatori dell’articolo suddetto, il quale non ha esitato ad asserire che i nostri stipendi sono così miseri perché concepiti per le donne, nel senso che il contributo finanziario della moglie dovrebbe servire solo a integrare quello, ben più consistente, del marito. Ma anche questo è un luogo comune vecchio e ritrito, perché molte donne oggi guadagnano più degli uomini e contribuiscono in misura paritaria, e in molti casi preponderante, agli introiti di una famiglia media. E tanto che ci siamo, voglio contestare anche un altro luogo comune, quello cioè secondo cui il nostro stipendio sarebbe miserevole: è vero che è inferiore a quello di molti colleghi di altri Paesi europei, ma è anche vero che è più o meno in linea con quello di altri dipendenti pubblici di pari grado. Con la crisi economica che stiamo attraversando, non è proprio il momento di lamentarsi, dato che il nostro posto di lavoro – almeno per il momento – è sicuro. Se poi la situazione generale migliorerà, sarà giusto far recuperare alle nostre retribuzioni ai potere d’acquisto che avevano prima della crisi, ma per il momento non credo che si possa realisticamente chiedere molto di più: non perché non sia opportuno, ma perché i soldi non ci sono.

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