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La “buona scuola” è veramente buona?

Quando, lo scorso luglio, fu approvata in via definitiva la riforma del governo Renzi denominata “La buona scuola”, io scrissi un post qui sul blog dove mi sforzavo di sottolineare, oltre alle cospicue perplessità che vedevo nei colleghi e io stesso provavo, anche quelli che mi sembravano aspetti positivi. Alcuni provvedimenti, come ad esempio i 500 euro concessi a ogni docente per l’aggiornamento personale, continuo a ritenerli positivi, ma su altri le perplessità sono cresciute a dismisura. Una di esse riguarda la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che io trovo opportuna per gli istituti tecnici e professionali ma assurda ed inutile per i licei; ma un’altra cosa che mi lascia sbigottito, visto che si è materializzata proprio in questi giorni, è il cosiddetto “organico potenziato”, l’immissione in ruolo cioè di circa 50.000 persone in quella che hanno chiamato “fase C” per distinguerla da quelle precedenti.
Come si è svolta la faccenda? Il Governo aveva promesso l’immissione in ruolo di circa 120.000 nuovi docenti, in diverse fasi successive perché, a detta del Ministro e del Presidente del Consiglio, questo avrebbe dovuto eliminare totalmente il precariato nella scuola, quei docenti cioè che sono stati utilizzati per anni nei posti disponibili ma che non si erano mai finora visto riconosciuto il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato. Pare che il numero effettivo delle assunzioni sia stato di poco superiore a 100.000, un po’ meno quindi di quanto previsto; ma il clou della faccenda è un altro, che cioè di questi nuovi professori assunti in ruolo soltanto la metà circa viene effettivamente impiegato sulle cattedre vuote e disponibili (fasi 0, A e B), mentre quelli della fase C (circa 50.000 persone) non hanno una loro cattedra, ma dovrebbero essere utilizzati per supplenze, corsi di recupero, progetti vari ecc. Tutto questo ha dell’assurdo e del grottesco: insegnanti nuovi, spesso giovani e desiderosi di lavorare nelle classi e dimostrare finalmente le loro capacità professionali, se ne stanno in sala insegnanti senza far nulla o quasi, utilizzati per brevi supplenze a sostituire colleghi di materie diverse dalle loro, insomma a fare da tappabuchi. Questa situazione (che speriamo cambi dal prossimo anno ma che per adesso è quale l’ho descritta) crea frustrazioni e ingiustizie a non finire: non si vede perché, in effetti, noi docenti di ruolo con sede stabile nell’Istituto dobbiamo continuare a osservare rigidamente l’orario delle 18 ore settimanali in classe più altrettante di lavoro domestico (correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento ecc.) mentre questi giovani colleghi non vengono in realtà utilizzati se non pochissimo, per poche ore e per brevi periodi durante l’anno. Oltre che un’ingiustizia nei nostri confronti, è questa una mortificazione anche per gli stessi neoassunti, i quali si ritrovano senza un impegno preciso, senza poter esercitare appieno la professione che nella vita hanno voluto fare, e subiscono quindi un senso di frustrazione e di smarrimento.
A mio giudizio queste assunzioni avrebbero dovuto svolgersi in maniera ben diversa, evitando due errori madornali che l’amministrazione ha compiuto. Il primo di essi, già peraltro evidenziatosi anche negli anni e decenni precedenti, è stato quello di assumere una massa ingente di persone senza prima sottoporle ad un concorso o un esame che accertasse la loro preparazione tecnica e la loro attitudine all’insegnamento, requisiti importantissimi per ogni docente. Di questo scempio la colpa va attribuita unicamente ai vari governi che si sono succeduti, i quali non hanno bandito i concorsi ordinari, l’unica forma efficace di accertamento delle singole competenze di ciascuno: dal 1999, anno di un passato concorso, si è arrivati al 2012, e nel frattempo lo Stato ha utilizzato personale docente di vari livelli, i cosiddetti “precari”, alcuni dei quali però (anche se di numero ridotto) non erano e non sono abbastanza preparati per svolgere una professione così delicata e importante. Alcuni laureati, presa l’abilitazione con esamini ridicoli magari molti anni fa, si erano addirittura dedicati ad altre attività, e ora sono stati chiamati ad insegnare senza che neanche loro se lo aspettassero più. Che docenti saranno costoro, e che sorte toccherà ai loro alunni?
Il secondo madornale errore del governo Renzi è stato quello di prevedere il famoso “organico potenziato”, ossia un certo numero di docenti assegnato ad ogni scuola oltre all’organico normale delle cattedre presenti. E’ questa un’assurdità senza limiti, e per diversi motivi. Primo, come già detto, questi insegnanti non hanno una cattedra loro e quindi vengono impiegati in modo limitato e parziale, frustrando la loro stessa professionalità; secondo, questo provvedimento non abolisce affatto il precariato, perché questi docenti possono essere utilizzati solo per supplenze brevi e non coprono tutte le classi di concorso presenti in una scuola, e quindi sarà sempre necessario il ricorso a supplenti temporanei; terzo, lo Stato si trova a dover pagare quasi 50.000 stipendi in più del necessario, con una spesa ingente e del tutto inutile. La scuola non ha bisogno di personale in più rispetto all’organico, è sufficiente quello che c’era prima d questa legge; per il buon funzionamento dell’istituzione non si agisce con la quantità ma con la qualità, formando cioè insegnanti coscienti e preparati, reclutati con un concorso serio ed accurato e soprattutto messi di fronte alle classi vere di studenti, non a progetti perditempo e ad altre amenità. Sarebbe stato meglio che il nostro Governo, anziché spendere centinaia di milioni di euro in nuovi stipendi praticamente inutili, avesse pensato al rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo scandalosamente dal 2009, cioè da ben sei anni. Io avrei rinunciato volentieri anche ai 500 euro che ci hanno elargito per l’aggiornamento, che sono sì una buona iniziativa ma che non erano indispensabili, a favore di una revisione degli stipendi e soprattutto alla differenziazione di essi in base al merito individuale.

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Chi è il docente meritevole?

Dato che da tanto tempo, ma specialmente in questi ultimi mesi in seguito al progetto “La buona scuola” del Governo Renzi, si parla di premiare il merito nella scuola e individuare così i docenti più bravi e preparati, vorrei provare a definire le caratteristiche che un professore dovrebbe avere nella scuola di oggi, con gli studenti “nativi digitali” che ci troviamo dinanzi tutti i giorni. Mi proverò a fare questa analisi, che certamente molti non condivideranno, anche perché ho constatato che le visite al mio blog, purtroppo diminuite negli ultimi tempi, si concentrano molto sui post che riguardano la figura del docente, tipo il famoso “decalogo” di comportamento che qualche mese fa tentai di tratteggiare. Ovviamente le opinioni che esprimo sono strettamente personali, quindi criticabili e confutabili sotto ogni aspetto; ed essendo io un docente con 34 anni effettivi di insegnamento e prossimo (ahimé) alla pensione, presumo che certe mie convinzioni appaiano superate, non condivise certamente dai nipotini del ’68 di cui parlo nel post precedente a questo.
Il primo e fondamentale requisito di ogni docente deve essere, a mio giudizio, la conoscenza approfondita e quanto più possibile completa delle proprie discipline. Ciò comporta, ovviamente, anche la necessità di aggiornamento, perché i contenuti culturali variano nel tempo e vi sono sempre nuove acquisizioni e nuove scoperte. Non mi si dica, a tal riguardo, che le letterature classiche sono fisse e immutabili: non è vero affatto, perché su di esse vengono pubblicati continuamente nuovi saggi e studi, che il docente ha il dovere di procurarsi, leggere e farne uso durante le sue lezioni. Non trovo assolutamente condivisibile l’atteggiamento di coloro (e sono molti, purtroppo!) che magari si aggiornano e studiano finché sono precari; poi, una volta entrati nei ruoli, tirano i remi in barca e continuano per 30-35 anni a fare le stesse lezioni trite e ritrite e a ridire continuamente le stesse cose.
Il secondo requisito, altrettanto importante, è saper comunicare le proprie conoscenze agli alunni, cercando di rendere la lezione chiara, comprensibile e possibilmente attraente. E’ questo un compito molto difficile per ogni docente, perché interessare certi alunni alle problematiche letterarie, filosofiche o scientifiche, oggi, è un’impresa spesso disperata: basti pensare che i ragazzi vivono la maggior parte del loro tempo fuori della scuola, dove sono bombardati da messaggi televisivi e informatici che vanno in direzione opposta a quanto apprendono a scuola, messaggi che esaltano il denaro, la ricchezza, il facile successo e illudono i giovani di poter raggiungere questi traguardi senza fatica. Pretendere che un ragazzo o una ragazza di oggi provino più piacere a leggere Omero o Dante che a stare su Facebook è vana illusione; ma almeno cerchiamo di ridurre le distanze, per quanto è in nostro potere. In futuro i nostri ragazzi, divenuti ex studenti, ci ringrazieranno; e di questo sono sicuro, avendone avuto già tante dimostrazioni.
Altro requisito importante è saper tenere la disciplina e attribuire le giuste valutazioni alle prove effettuate dagli studenti. Essere arcigni e provocare un clima di terrore in classe è assurdo e controproducente; ma è altrettanto assurdo che il docente faccia l'”amicone” degli studenti, ci giochi insieme, dia confidenza ecc. Chi si comporta così è un insegnante fallito, a mio giudizio, perché non si merita il rispetto degli alunni e quindi non lo ottiene. Nelle valutazioni è parimenti errato, secondo me, distribuire a pioggia voti bassi solo per farsi rispettare, perché il rispetto lo si ottiene in altro modo; ma è altrettanto deleterio, quasi criminale a mio avviso, il comportamento di quei docenti che largheggiano coi voti e che per principio non danno insufficienze, per non mortificare gli alunni o – più spesso – per non avere fastidi da presidi e genitori. Chi si comporta così rovina i giovani che gli sono affidati, i quali non s’impegnano affatto in quelle discipline dove sanno di avere la sufficienza garantita; poi, a molti anni di distanza, si rendono conto di non sapere nulla di quelle materie e rimpiangono i docenti che, anche con i brutti voti, li costringevano a studiare. A 25 o 30 anni si comprende l’importanza dello studio; a 15 spesso no, e se la sufficienza è sicura si preferisce fare altro che non perdere tempo sui libri.
Senza dire altre cose che si trovano nel “decalogo”, aggiungo qui che la logica aristotelica del giusto mezzo mi pare ancor oggi la migliore: che cioè, in altre parole, sia giusto tenere un comportamento intermedio tra due difetti opposti, come appunto sono l’eccessiva severità e l’eccessivo buonismo che purtroppo è ancora così diffuso. Questo modo di pensare e di essere, a mio avviso, dovrebbe applicarsi anche nel comportamento quotidiano del docente, che dovrebbe affidarsi al proprio buon senso, prima che alle norme scritte sui regolamenti. Nel far valere i propri diritti con i colleghi e i dirigenti scolastici, ad esempio, trovo ugualmente errato sia l’atteggiamento di chi si sottomette e subisce anche soprusi senza reagire sia quello dei ribelli ad ogni costo, coloro che stanno sempre sulle barricate, che sono sempre pronti a far polemiche su qualunque cosa. E trovo sensato e ragionevole applicare il giusto mezzo anche nella maniera di presentarsi, nelle abitudini quotidiane e persino nel modo di vestire: a me personalmente (mi potrei sbagliare, ma io la penso così) non piacciono né i colleghi che si presentano con affettata eleganza, sempre impeccabili in tailleur o giacca e cravatta, né coloro che vengono a scuola sciatti e persino sporchi talvolta, con magliette scritte, blue-jeans strappati, trasandati e magari con la sigaretta in bocca, altro bruttissimo vizio che i professori non dovrebbero mai avere. Purtroppo colleghi così conciati esistono ancora, persone cioè che non riconoscono la dignità e il decoro del luogo dove lavorano, che non è né una spiaggia né un vicolo da scaricatori di porto. Dispiace dover dire queste cose ancora oggi, ma purtroppo è così; e a mio avviso i Dirigenti non dovrebbero emanare soltanto le solite circolari sull’abbigliamento degli studenti, ma dovrebbero controllare anche quello di coloro che agli studenti debbono essere di esempio.

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