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Un esame da cambiare, anzi da abolire

Adesso che gli esami di Stato sono terminati e che tutte le scuole superiori hanno pubblicato i risultati, dove spiccano come tante perle rare voti alti ed altissimi, mi pare giunto il momento di fare una riflessione conclusiva su questo rito di fine anno scolastico che tiene impegnati molti di noi fino a circa il 10 di luglio, mentre gli altri colleghi più fortunati, non gravati da questo impegno, sono già in vacanza da quasi un mese.
Nella mia carriera ho partecipato agli esami di Stato (prima detti di maturità) in tutti i ruoli: membro esterno, membro interno e presidente. Con questa pluriennale esperienza mi sono fatto un’idea ben precisa, che consiste nel ritenere che l’esame, così com’è, sia diventato un’inutile farsa e che quindi vada profondamente cambiato, oppure abolito del tutto. Questa seconda soluzione sarebbe la migliore, se non altro perché parificherebbe la condizione dei docenti, alcuni dei quali lavorano adesso circa un mese più di altri, ed inoltre consentirebbe allo Stato di risparmiare un bel po’ di soldi (si parla di 150 milioni di euro all’anno) ottenendo in pratica lo stesso risultato: se infatti i Consigli di classe che effettuano gli scrutini stabilissero direttamente, senza esame, il voto conclusivo di ogni alunno, non credo ch’esso rispecchierebbe di meno il valore didattico dei singoli studenti, né sarebbe più generoso con loro di quanto non lo siano le commissioni d’esame attuali, che già sono generosissime. In pratica, non credo che avremmo voti più alti di adesso, quando già sono altissimi e molto al di là della reale preparazione dei ragazzi; e nemmeno ci sarebbero più bocciature, visto che già con l’esame di adesso non boccia più nessuno. I presidenti di commissione, forse intimoriti dallo spauracchio dei ricorsi al Tar, si presentano alle scuole esplicitando fin dalla riunione preliminare la volontà di promuovere tutti, indipendentemente dalla preparazione effettiva. Non dico che ciò accada sempre, ma nella maggior parte dei casi sì.
Nella mia lunga esperienza scolastica, prima come studente e poi come professore, ho assistito a due riforme degli esami di maturità, ed in entrambi i casi l’attribuzione dei voti ha subito un’inflazione a due cifre, come quella dell’economia italiana degli anni ’80. Con la riforma del 1969 i voti andavano da 36 a 60; i primi anni, diciamo fino al 1974-75, il 48 era già un voto alto ed i 60 erano rarissimi, poi ci fu invece un allargamento tale che negli anni ’90 il medesimo 48 era diventato un votino mediocre ed i 60 si contavano a bizzeffe. La stessa cosa è avvenuta con la riforma del 1999 che ha introdotto l’esame di Stato com’è adesso con i voti da 60 a 100: se nei primi anni i 100 erano rarissimi e dati solo nei casi di effettiva eccellenza in tutte le materie – come in effetti dovrebbe essere – oggi al contrario in ogni classe c’è almeno un 100, ed in alcune ce ne sono anche quattro, cinque o più. Basta che un alunno sia considerato “bravo”, abbia una buona ammissione e faccia un buon esame per avere assicurato il voto massimo, senza pensare che ci sono anche altre valutazioni (da 90 a 98 ad es.) che sono già molto alte e rendono pienamente giustizia a chi ha avuto un buon rendimento scolastico, magari con qualche cedimento in una o due materie. Invece no: il 100 è diventata una necessità assoluta, una pretesa vera e propria di ogni scuola, che con quei voti deve farsi pubblicità all’esterno, come del resto è naturale in questo clima economicistico e aziendalistico in cui si è voluto collocare il sistema dell’istruzione.
Esame da modificare quindi? Certo, anzi addirittura da abolire se deve continuare come adesso. Dico anzi che, avendo fatto esperienza di entrambe le tipologie, io preferivo di gran lunga l’esame precedente, quello in vigore dal 1969 al 1998, per un motivo specifico, perché cioè c’era una sostanziale parità tra il giudizio di ammissione del Consiglio di classe e le prove d’esame. Allora, almeno formalmente, non c’erano voti ma giudizi, e la normativa stessa invitava le commissioni a prestare particolare attenzione nei casi in cui gli esiti dell’esame si discostassero molto dai giudizi della scuola; così le commissioni stesse (quasi tutte esterne con un solo membro interno) tendevano a uniformare le due componenti, favorite appunto dal fatto che i giudizi sostituivano il voto numerico, che era soltanto quello finale da 36 a 60. E’ vero che l’esame si svolgeva unicamente su due materie scritte e due orali, ma era molto più serio di adesso: le due materie del colloquio orale, ad esempio, avevano a disposizione quasi mezz’ora per ciascuna, e c’era modo quindi di rendersi conto di qual era la reale preparazione dello studente. Adesso, quando i candidati debbono portare quasi tutte le materie del loro corso, in virtù di ciò l’esame sembra più severo ma non lo è affatto, in quanto i singoli commissari pretendono di giudicarli con una sola domanda o con due al massimo per ogni disciplina, perché il colloquio generalmente non viene fatto durare più di un’ora. Molto spesso, quindi, il giudizio che danno i commissari esterni è del tutto arbitrario, perché basato su un’impressione ricavata in pochi minuti e condizionata anche dall’atteggiamento dello studente: chi si presenta al colloquio con fare spavaldo, ad esempio, o fa lo spiritoso, o si è vestito in modo non gradito, rischia di essere fortemente penalizzato, anche se preparato più di altri. Ciò comporta inevitabilmente l’emissione di voti errati, o per difetto o per eccesso, e non corrispondenti al reale valore didattico dello studente; la buona o cattiva sorte quindi gioca un ruolo fondamentale ed a volte avviene che, con questi giudizi sommari, alunni bravi o addirittura brillanti per cinque anni abbiano ricevuto nelle singole prove (e di conseguenza nel voto finale) valutazioni più basse di altri molto meno capaci ed impegnati. Si dirà che così è sempre stato e che tutti gli esami sono un terno al lotto. E’ vero, ma fino ad un certo punto, perché l’esame precedente dava maggior valore ai giudizi di presentazione della scuola, mentre adesso il cosiddetto “credito” dell’alunno arriva al massimo a 25 punti su 100, e quindi il 75% del voto finale, una percentuale altissima, è dovuta alle prove d’esame dove i giudizi e le valutazioni conseguenti sono frutto di impressioni momentanee ricavate da tre o quattro minuti di colloquio o sulla valutazione di prove scritte dove ognuno adotta criteri diversi: un tema di italiano, ad esempio, per il commissario interno che conosce lo studente da anni può valere 10; per quello esterno invece, che legge per la prima volta quell’unica prova, può valere 6 o 14. Difficile allora mettersi d’accordo: si cerca un compromesso, ma non sempre lo si trova, con conseguenti liti e malumori tra i commissari. Ed alla fine, pur in presenza di commissioni molto generose, ci sono sempre ragazzi che restano delusi, alunni che magari hanno avuto un voto come 85/100, una buona valutazione, ma che si confrontano con altri che magari, pur avendo avuto per cinque anni un rendimento inferiore al loro, all’esame hanno preso di più.
Cosa fare allora? La decisione migliore, come dicevo sopra, sarebbe di abolire del tutto questo esame-burletta e sostituirlo con un voto finale attribuito dal Consiglio di classe sulla base dell’andamento didattico di tutti e cinque gli anni del percorso scolastico. Se invece, come temo, si vuole continuare a spendere soldi ed energie in questa farsa, occorrerebbe subito fare una cosa per rendersi meno ridicoli: far derivare il voto finale al 50 per cento dalle prove d’esame e per il restante 50 per cento dal giudizio della scuola. Ogni Consiglio di Classe, in base alla media finale ma tenendo conto dei risultati dell’ultimo triennio (o quinquennio) di studi, dovrebbe attribuire allo studente un voto conclusivo in cinquantesimi (ad es. 40/50); a sua volta la commissione d’esame dovrebbe avere a disposizione gli altri 50 punti, e così formare il voto conclusivo. Credo che in tal modo si avrebbero esiti più conformi a principi di lealtà e di giustizia, e molti studenti, pur avendo ricevuto un voto che rispecchia o anche supera la loro preparazione reale, non si lamenterebbero nel vedere dei loro compagni che, grazie a due o tre domande più facili o ad un’impressione migliore data alla commissione, finiscono per fare una figura migliore della loro. Cicerone diceva che la giustizia, somma virtù, consiste nel “dare a ciascuno il suo”; se i nostri politici e poi i dirigenti e i docenti facessero proprio questo principio, forse nella nostra scuola le cose andrebbero un po’ meglio.

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