Fare i conti con il passato

L’Italia è l’unico Paese europeo che io conosca che non ha ancora fatto i conti con il suo passato, non ha cioè ancora consegnato alla storia epoche ed eventi ormai trascorsi da molte decine di anni, e che si richiama continuamente al passato fondando su di esso, anziché sul presente e sul futuro, il proprio dibattito politico. I richiami continui e quotidiani al fascismo, alla resistenza, al presunto risorgere dei fantasmi del passato dimostra che non siamo un paese veramente libero e democratico, ma ancora prigioniero della faziosità e della partigianeria di chi, incapace di confrontarsi con l’avversario sulla base della normale dialettica, ricorre all’insulto ed all’applicazione di etichette infamanti, quasi che così facendo potesse nascondere i propri errori e la propria inadeguatezza nel fare proposte concrete e nel risolvere veramente i problemi.
Se facciamo una breve panoramica su altri paesi europei non troviamo nulla di simile. In Germania, ad esempio, i gruppi neonazisti esistono e vengono giustamente monitorati e condannati; ma non credo che un esponente di un partito di centro-sinistra ricorra all’infamante etichetta di “nazista” nei confronti di un avversario politico del centro-destra, perché giustamente distingue tra il fanatismo di pochi esaltati e la massa di moderati che, pur richiamandosi a principi e valori di destra, nulla ha a che vedere con gli estremisti. In Grecia, dove io sono stato più volte e ho potuto parlare con molte persone e conoscere la mentalità generale, il funesto regime dei cosiddetti “Colonnelli” viene giustamente condannato, ma vi è piena consapevolezza ch’esso appartiene alla storia e quindi nessuno accusa gli avversari di essere partigiani dei colonnelli. In Russia, dove il nuovo partito comunista ha più del 20 per cento dei consensi e forse vorrebbe ricostruire l’URSS in qualche sua nuova forma, non viene in mente a nessuno di accusare costoro di essere “leninisti” o complici delle nefandezze di Stalin. Il passato è passato, appartiene alla storia; va quindi conosciuto e studiato, ma non risuscitato eternamente nel presente per fondarvi sopra il dibattito ideologico.
In Italia, purtroppo, non si sono ancora fatti i conti con la storia e si continua a tirare fuori il fascismo ogni volta che qualcuno esprime un pensiero diverso da quello radical-chic e “politicamente corretto” che, a causa della supremazia culturale lasciata alla sinistra da decenni, domina in televisione, sulla carta stampata e nei centri di cultura del Paese come le Università. Ancora oggi nel 2019 la sinistra riesuma dal cimitero della storia il fascismo per bollare coloro che non aderiscono alla sua impostazione ideologica. Sei contro l’immigrazione incontrollata e pericolosa? Sei fascista. Sei contro le teorie gender e l’utero in affitto? Sei fascista. Ti permetti di far notare la sudditanza italiana ai diktat della Merkel e dei banchieri di Bruxelles? Sei fascista. E così si va avanti, qualunque cosa tu dica o pensi in maniera diversa dal pensiero unico radical-chic, che domina incontrastato anche quando ci sono governi di centro-destra. La riesumazione del fascismo, movimento politico concluso nel 1945, cioè ben 74 anni fa, si avvale anche di un altro canale di diffamazione e di demonizzazione dell’avversario: quello di generalizzare ed applicare a tutta una parte politica ciò che rappresenta una parte infinitesimale di essa. Sappiamo che anche da noi, come in Germania, esistono gruppi di esaltati nostalgici che fanno il saluto romano o inneggiano al Duce. Sì, purtroppo queste persone esistono, ma si tratta di gruppuscoli isolati e numericamente limitati, che non possono rappresentare alcun pericolo per una democrazia solida e radicata in Italia da oltre 70 anni, perché non hanno né il numero né la forza per far paura ad alcuno; eppure la sinistra strumentalizza l’esistenza di questi piccoli gruppi per lanciare fango sui milioni di persone che votano per la Lega o per Fratelli d’Italia, partiti accusati di connivenza, se non di complicità, con costoro. Si finisce quindi per sostenere che i milioni di persone che non votano a sinistra sono tutti fascisti, o almeno tacitamente disposti a strizzare l’occhiolino ai violenti. Sarebbe come dire che tutti i sostenitori di una squadra di calcio sono ultras violenti e pericolosi solo perché esistono alcuni fanatici che vanno allo stadio per far violenza e non per seguire l’incontro di calcio, o che tutti gli uomini sono assassini solo perché qualcuno di essi (forse uno su centomila) ha ucciso la moglie.
E allora viene da chiedersi: perché solo in Italia esiste questo sciacallaggio mediatico che ogni giorno applica etichette infamanti agli avversari, riesumando eventi ed ideologie ormai sepolte da decenni? Perché il fascismo è sempre presente sulla bocca di certi esponenti politici? Non si rendono conto costoro che dare del “fascista” a qualcuno oggi nel 2019 è come dargli del “garibaldino” o del “carbonaro”? Il passato va consegnato alla storia, va conosciuto e interpretato ma non strumentalizzato per affrontare il dibattito politico attuale, che deve fondarsi sul presente e sul futuro. Ma poiché io non me la sento di dire che tutti gli “intellettuali” di sinistra che ancor oggi parlano di pericolo fascista siano degli idioti (come invece loro dicono senza pudore dei loro oppositori) la risposta deve essere un’altra: che cioè le ideologie ed i sistemi di pensiero, qualunque essi siano, hanno bisogno di un “nemico” per poter sopravvivere, per poter giustificare i propri errori e la propria inconsistenza. La sinistra in Italia ha commesso infiniti errori dal 1945 e soprattutto dal ’68 ad oggi, si è rivelata incapace di governare il Paese e di dare ai problemi risposte concrete; ha abbandonato le proprie fondamenta per trasformarsi in una “lobby” di pseudo-intellettuali ricchi e totalmente distanti dalla base proletaria da cui era partita; ha dovuto sopportare di essere stata abbandonata dalle masse lavoratrici che adesso votano Lega o Cinque stelle. Di fronte a questo totale fallimento l’ideologia marxista (o quel che rimane di essa) non trova di meglio che dissotterrare il fascismo e tenerlo ancora forzatamente in vita con iniezioni di menzogne e di forzature, per poter sopravvivere ed autogiustificarsi attraverso la millantata necessità di difendersi da un fantomatico pericolo che nella realtà non esiste più da oltre 70 anni, se non nella forma folcloristica di pochi esaltati che non possono far paura a nessuno. Le ideologie sono dure a morire e farebbero di tutto per sopravvivere anche quando la storia le ha sconfitte, come è avvenuto con il comunismo. Incapaci di soccombere alla realtà oggettiva, essi gridano ancora “al lupo, al lupo!” per nascondere il loro totale ed irreversibile fallimento.

5 commenti

Archiviato in Attualità

5 risposte a “Fare i conti con il passato

  1. Anonimo

    In Germania l’esecuzione del saluto nazista in pubblico puó essere punita con la detenzione fino a tre anni e spesso vi é notizia di persone denunciate e arrestate per averlo fatto. In Italia c’é gente che fa il saluto romano in pubblico e non succede nulla.

    In Germania esporre la svastica in pubblico é reato (secondo un verdetto di tribunale apparso alcuni anni fa, nei francobolli d’epoca esposti al pubblico che rappresentano una svastica questa deve essere coperta e non visibile). In Italia capita non di rado di trovare bandiere fasciste o ritratti di Mussolini nei locali pubblici e non succede niente.

    La Germania ha fatto i conti col proprio passato, l’Italia evidentemente no.

    • Sono d’accordo con la sua ultima affermazione, che è la stessa appunto su cui si fonda l’articolo sul blog. Ma il mio argomento era un altro: il fatto cioè che in Italia si continua a dare del “fascista” a chiunque la pensi diversamente dal pensiero unico politicamente corretto che ci viene imposto dalla tv e dalla rete, fingendo di non rendersi conto che il regime fascista è finito da 74 anni. Che poi vi siano gruppuscoli di esaltati che fanno il saluto fascista, non mi pare che rappresentino un pericolo per la democrazia; comunque, per rispondere alle sue affermazioni, io potrei anche consentire che quel gesto fosse punito fino a tre anni di detenzione come in Germania, a condizione però che la stessa pena fosse comminata anche a chi esalta Stalin, Mao e il Che Guevara, canta “Bella ciao” in chiesa ed espone la falce e il martello, simbolo di morte e di oppressione non meno atroce della svastica nazista.

      • Anonimo

        Il punto centrale della mia risposta, invece, é la constatazione chesoltanto in Italia atti come il saluto romano in pubblico sono tollerati dalla legge, dall’opinione pubblica e da parte della politica.

        Basta andare su facebook per scoprire che il pensiero di tanti connazionali sul fascismo é “l’unico errore di Mussolini é stato quello di allearsi con Hitler”.
        Nel frattempo il rapporto annuale del CENSIS ci dice che il 48% degli italiani vorrebbe al potere un uomo forte che non debba rispondere al parlamento.

        Questo non significa che la gente sia ideologicamente fascista, ammesso che si possa esserlo nel 2019. Manca peró quella condanna netta del passato che -lo dico per averci vissuto- ho visto chiaramente in Germania.

  2. In Germania la legge è più dura perchè il pericolo è più presente, e perchè essendo un popolo più serio, quando fanno il saluto nazista lo fanno da nazisti sul serio. Da noi, il saluto romano e nazista si vedono spesso anche in chiave ironica (ai miei tempi quando volevi scherzosamente dare del dittatore a qualcuno, gli facevi il saluto romano o quello nazista, a volte integrati da un gesto dell’ombrello senza soluzione di continuità, e l’intento era chiaramente non apologetico). Parlo ovviamente, della vita di tutti i giorni del cittadino medio; per il militante medio di CasaPound il discorso è diverso. Poi bisogna vedere con che frequenza la legge tedesca sia applicata, in rapporto al numero effettivo delle infrazioni. Nel nostro piccolo, quando è inequivocabile l’intento apologetico, il saluto romano lo condanniamo anche qui. Nel 2015 è successo…

  3. La condanna del passato c’è, solo che c’è da una parte sola. Nessuno condanna come si dovrebbe le belve umane che gettarono gli italiani nelle foibe, i partigiani rossi torturatori e assassini e Togliatti che voleva consegnare l’Italia a Stalin. Continua invece il mito della Resistenza con grossi errori e mistificazioni, e continua ad esistere in modo ridicolo l’associazione dei partigiani (ANPI) 75 anni dopo la fine della guerra civile, che ha lo stesso diritto di sopravvivere che avrebbe un’eventuale associazione dei carbonari o dei giacobini, se non dei senatori che uccisero Giulio Cesare. Ecco in che senso non si è stati capaci in Italia di fare i conti con il passato. Si tiene in vita ciò che è morto da decenni, si paventa un pericolo “fascista” che non esiste solo per nascondere i tanti errori ed orrori compiuti dalla sinistra.

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