I falsi miti della Storia

La storia, come si sa, la scrivono i vincitori a loro uso e consumo. E’ una frase banale ma vera che tutti abbiamo potuto constatare, almeno quelli di noi che non sono più molto giovani e che sono andati a scuola negli anni ’70-’80 del secolo scorso. I libri di storia di allora – e anche quelli di adesso, ma un po’ meno – tendevano a presentare i fatti accaduti nel nostro Paese secondo un’ottica trionfalistica, esaltando alcuni periodi come “eroici” e condannandone altri come “oscuri”; ed in questo loro entusiasmo celebrativo, portato avanti coerentemente con una visione ideologica unica, ci fornivano un’immagine del nostro passato notevolmente distorta, se non addirittura falsificata. Si formavano così dei “miti”, degli episodi da osannare come glorie nazionali, e di questi “valori indiscutibili” riempivano la testa dei giovani studenti, senza accennare minimamente agli aspetti negativi ed anche vergognosi che c’erano dietro questi miti e che i nostri zelanti storici riuscivano abilmente a nascondere. Per semplificare e non estendere troppo il post, riferisco queste volute mistificazioni della realtà a tre momenti principali della nostra storia: il Risorgimento, la prima guerra mondiale e la cosiddetta “Resistenza” durante la seconda guerra mondiale. Su questi argomenti sono state dette le più grandi falsità, la verità storica è stata negata, nascosta ed anche palesemente tradita.
Il primo periodo, quello del Risorgimento nazionale, va dai moti del 1821 circa al 1860, anno dell’unificazione dell’Italia. A noi a scuola questo processo storico veniva presentato come un succedersi di atti eroici tendenti ad un fine giusto e indiscutibile, l’unità del nostro Paese che da tanti secoli giaceva sotto la dominazione straniera. I feticci da adorare di quella fase storica erano sopratutto Vittorio Emanuele II e Garibaldi, i quali nella realtà furono molto diversi da come venivano descritti e non meritavano certo l’alone eroico che veniva loro applicato: il primo era persona di scarsa iniziativa e non fece mai nulla di importante se non sfruttare la sorte di avere un primo ministro geniale come Cavour, il secondo era un avventuriero fanatico e spietato che non esitò a ordinare rappresaglie e massacri di cittadini inermi in Sicilia e altrove, rivelandosi per quel criminale di guerra che era. Ma la storia ce l’ha presentato come un novello Agamennone, un eroe senza macchia e senza paura, così come ci ha presentato come una prova di grande eroismo la celebre spedizione dei Mille, che fu invece un atto di puro terrorismo politico: la conquista del regno delle due Sicilie, infatti, non fu l’impresa gloriosa che i libri falsi e bugiardi hanno celebrato, ma una vera e propria invasione di uno Stato libero e indipendente, che aveva rappresentanze diplomatiche e relazioni sociali e commerciali con tutta l’Europa, una ingiusta occupazione non preceduta neanche da una regolare dichiarazione di guerra. Gli storici meridionali hanno da tempo dimostrato questa realtà, così come i brogli elettorali con cui i Savoia annetterono al loro stato, con plebisciti truccati, non solo la Sicilia e il resto del meridione ma anche la Toscana, l’Umbria, le Marche ecc. L’avidità di potere e di denaro dello stato piemontese e del suo re furono le vere ragioni del processo storico chiamato Risorgimento e celebrato come un’epopea patriottica, non certo il nobile ideale dell’unità d’Italia. E anche dopo l’unità il governo piemontese nel sud Italia fu una vera e propria dittatura sanguinaria, che fece rimpiangere di gran lunga il potere dei Borboni; ma questo i libri di storia lo dicono solo adesso, ai tempi miei non se ne aveva traccia.
Anche la prima guerra mondiale ci veniva descritta nei libri di storia come un’epopea eroica, provocata dall’assoluta necessità di liberare le terre “irredente”, dalle quali – a quanto si diceva allora – si levava il grido di dolore contro l’occupazione straniera. Anche questo è falso, se non del tutto, almeno in gran parte: gli abitanti dell’Alto Adige ad esempio, che loro non a caso chiamano Sud-Tirolo, non si sono mai sentiti italiani, neanche adesso, visto che si rifiutano di esporre la nostra bandiera, parlano e scrivono in tedesco e fanno sentire stranieri noi quando andiamo nei loro territori. Anche in questo caso l’attacco all’impero austro-ungarico fu proditorio da parte dell’Italia, come l’imperatore Francesco Giuseppe fece subito notare, perché da alleato il nostro Paese divenne improvvisamente nemico, senza una valida motivazione. E va detto anche che un’abile politica diplomatica avrebbe consentito ugualmente l’acquisizione da parte italiana di quelle terre che ci costarono invece più di 600.000 morti, giovani mandati in trincea allo sbaraglio, con armi inadeguate e ordini contraddittori. Non si comprende quindi come quel gravissimo errore storico, quella “inutile strage” come giustamente la definì il papa Benedetto XV, possa essere stato trasfigurato e mistificato tanto dagli storici da poter passare come un’impresa eroica. Ma si sa che i vincitori e gli storici asserviti al potere sono capaci di questo ed altro.
La terza e più grande falsificazione della realtà riguarda la seconda guerra mondiale ed in particolare il periodo della cosiddetta “Resistenza”, la guerra civile verificatasi dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Di questa fase storica si sono impadroniti gli storici comunisti o comunque di formazione marxista ed hanno avuto campo libero nello scrivere libri che poi, adottati nelle scuole, hanno indottrinato tante persone piegandole ad una verità profondamente distorta. Va detto anzitutto che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dalle forze alleate anglo americane; senza di loro nulla avrebbero potuto gruppi sparuti di fuggitivi male armati di fronte alla potenza dell’esercito tedesco che, pur avendo perduto molto della forza originaria, era ancora in grado di occupare stabilmente il nostro paese. Su quel periodo, inoltre, sono state compiute da questi storici disonesti tante omissioni e distorsioni: nessuno ha parlato delle foibe, ad esempio, nessuno ha messo adeguatamente in luce le atrocità commesse dai partigiani contro persone inermi e popolazioni civili mai compromesse con il fascismo, tante persone torturate e uccise dagli aguzzini con falce e martello anche dopo la fine della guerra, addirittura fino al 1947. Si sono giustamente evidenziate e additate al pubblico disprezzo le stragi nazifasciste, ma non si è detto una parola sulle responsabilità dei partigiani in quelle stragi, di cui la più atroce fu quella delle fosse Ardeatine, dove furono uccisi dai nazisti 335 civili italiani. Gli storici hanno descritto a lungo l’evento ma hanno taciuto il fatto che fu l’attentato di via Rasella, dove i partigiani uccisero 33 soldati tedeschi, a provocare quel massacro. Tutti sapevano, perché era scritto su tutti i muri, che per ogni tedesco ucciso sarebbero stati giustiziati dieci italiani, anche i partigiani lo sapevano; quindi i responsabili dell’attentato di via Rasella avrebbero dovuto presentarsi e prendersi le loro responsabilità, non nascondersi vigliaccamente provocando di fatto la morte di tanti civili innocenti. Oggi per fortuna la verità è venuta fuori, ma con difficoltà e per lodevole impegno di poche persone coraggiose, perché ancora adesso a mettere in dubbio il presunto eroismo dei partigiani e di chi li comandava si rischia il linciaggio morale, si rischia di ricevere la solita bollatura di “fascisti”, quando tutti sanno che il fascismo è finito da 74 anni e che è ormai giunto il momento di fare i conti con la storia. Ma per fare adeguatamente questi conti occorre obiettività, tolleranza e onestà morale, tutte qualità che i cattocomunisti e i radical-chic nostrani, pur ammantanti di buonismo e di carità cristiana, non possiedono affatto. Ma io non mi vergogno di dire quel che penso e lo dico proprio oggi alla vigilia del 25 aprile, una festa falsa ed ipocrita perché nel ricordo di una guerra civile, un periodo tanto tragico per la nostra patria quanto colpevolmente falsato dalla malafede degli storici marxisti, non c’è proprio nulla da festeggiare.

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3 commenti

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3 risposte a “I falsi miti della Storia

  1. Lucido, come sempre. Concordo su luci e ombre, ma il giorno in cui l’Italia fu liberata da un regime oppressivo va comunque festeggiata. Su chi abbia il merito primario non si discute

  2. In effetti, si tratta di una festa che con la democrazia sembra avere poco a che fare. La data del 25 aprile è la data in cui, circa una settimana prima della resa tedesca alle truppe alleate, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale e l’attacco a tutti i presidi nazifascisti (e fin qui tutto bene), e, allo stesso tempo assumese il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano» (non si capisce a che titolo, e su che basi), emanando decreti legislativi e stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini (e qui stiamo parlando di condanna a morte senza processo, cosa che sotto il regime di Mussolini, non sembra mai avvenuta). Meno male che pochi giorni dopo sono arrivate le truppe alleate…
    Ad ogni modo, per festeggiare la Liberazione sarebbe il caso di scegliere una data diversa.

    • Fu un periodo triste di guerra civile, in cui gli italiani si uccisero tra di loro in nome di diversi ideali, e ciascuno in quel momento era convinto di aver fatto la scelta giusta. Se la festa fosse celebrata come quella della liberazione dalla dittatura e la fine della guerra sarebbe sacrosanta; ma purtroppo si è sempre identificata con la festa di una parte sola, quella vincitrice, che ha posto tutto il bene in sé e tutto il male negli avversari, nascondendo il fatto che violenze e atrocità ci furono da entrambe le parti. Quando la verità storica sarà ristabilita, allora sarà giusto celebrare questa festa come quella di tutti gli italiani.

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