Il nuovo esame di Stato? Io non partecipo

Per quanto riguarda l’esame di Stato conclusivo degli Istituti di secondo grado (un tempo denominato “esame di maturità”) ci sono quest’anno diversi cambiamenti rispetto a come tale appuntamento si svolgeva fino all’anno scorso: due sole prove scritte invece di tre, un maggior peso conferito al credito scolastico (cioè alla media dei voti che l’alunno ha avuto negli scrutini finali degli ultimi tre anni) ed una nuova modalità di svolgimento del colloquio. Questa sembra la novità più eclatante, dal momento che non è più data alla commissione la possibilità di intavolare sul momento gli argomenti da proporre al candidato, ma occorre preparare prima della prova una serie di buste chiuse contenenti gli argomenti da trattare; tra di esse lo studente ne estrarrà una a sorte e su quella si svolgerà il colloquio. Apparentemente la cosa sembra avere una logica ben precisa, che è quella di impedire che i candidati sappiano in anticipo quali sono le domande alle quali dovranno rispondere; ed il principio non è sbagliato, perché (diciamoci la verità) molto spesso avveniva finora che i commissari interni, e qualche volta anche quelli esterni, comunicassero in anticipo i contenuti del colloquio, per favorire ingiustamente gli studenti. Una volta mi accadde, come presidente di commissione, di notare che una docente interna avesse già scritto su di un suo quaderno, che incautamente aprì di fronte a me, i nominativi dei ragazzi con scritti sotto a ciascuno gli argomenti che avrebbe chiesto in sede di colloquio. Alla mia richiesta di chiarimenti costei, piuttosto confusa e rossa in viso, disse che quello era un pro-memoria che aveva compilato per sé e per evitare di fare troppe volte le stesse domande a molti candidati; ma si vedeva bene che stava mentendo e che in realtà aveva già comunicato ai suoi studenti ciò che avrebbe loro sottoposto, in modo che potessero prepararsi su quello ignorando tutto il resto. E la prova del mio sospetto arrivò poco più tardi: durante il colloquio di una ragazza considerata brillante dalla scuola e presentata con un’altissima media avvenne che costei, che aveva risposto brillantemente ai quesiti posti dall’insegnante interna, cadde miseramente di fronte ad una semplice domanda sulla stessa materia che io, come presidente, ebbi l’ardire di sottoporle. Era chiaro quindi che aveva studiato solo ciò che sapeva da tempo che le sarebbe stato chiesto. Questo piccolo episodio è solo uno degli innumerevoli esempi di illegalità che vengono compiuti all’esame di Stato da chi ritiene, erroneamente, che i voti alti e molto spesso “gonfiati” diano lustro alla scuola e ai docenti di quella scuola, considerato che, purtroppo, nella nostra società la forma vale molto più della sostanza. Dispiace constatare che comportamenti del genere avvengono in tanti luoghi: gli studenti vengono coccolati e aiutati in tutti i modi, anche al di là dei limiti della legalità e della decenza.
Certo è questo il motivo per cui il Ministero ha inaugurato questa nuova formula per il colloquio, anch’essa aggirabile ma con maggiore difficoltà. Il problema che si presenta, però, è che sul nuovo colloquio ci sono molti interrogativi che non sono stati chiariti da chi di dovere. Anzitutto: queste buste vanno preparate dalla commissione in sede d’esame oppure già durante l’anno scolastico il Consiglio di classe deve offrire uno specimen o esempi di buste già compilate per facilitare (e anche “indirizzare”, diciamo così) l’operato dei commissari? Molte scuole sembra che l’abbiano intesa così, riunendo i Dipartimenti e affannandosi a compiere un lavoro che forse neanche spetterebbe a loro. Ma che vogliamo farci? Spesso noi docenti siamo più realisti del re, cioè veniamo affetti da un lodevole zelo e ci riteniamo in obbligo di fare qualcosa a cui non siamo obbligati affatto, e questo è uno dei difetti più diffusi nella nostra categoria. Inoltre ci sono altri interrogativi sul colloquio, ad esempio questo: nelle famose buste da chiudere e far aprire poi ai candidati vanno messi gli argomenti per sommi capi (ad es., per italiano, Leopardi) oppure vanno specificati anche gli aspetti specifici ed i testi (ad es. A Silvia, vv. 30-40) su cui si svolgerà la prova? Io propendo per la prima ipotesi, ma parlando con alcuni colleghi in servizio ho saputo che invece, a loro giudizio, va specificato tutto. Ma in questo modo la commissione d’esame, se pur avesse gli esempi addotti dai colleghi del Consiglio di classe, sarà sottoposta ad un lavoro immane, perché per compilare schede di questo genere, così particolareggiate e afferenti a tutte le materie d’esame (che oltretutto andrebbero collegate tra di loro per il principio dell’interdisciplinarietà) occorrono non minuti, ma diverse ore. Quindi gli sventurati commissari saranno costretti a rimanere in sede, tutti i giorni, fino alle nove di sera per espletare questo lavoro? Se veramente sarà così, dubito che si troveranno molti presidi e docenti disposti ad assumersi un impegno del genere, considerato anche che i loro colleghi non impegnati nell’esame se ne staranno già comodamente a casa in vacanza. E poi, se tutti gli argomenti sono già specificati nella busta, non c’è il rischio che il colloquio d’esame si trasformi in un monologo univoco, una performance dello studente mentre i commissari se ne restano ad ascoltare in silenzio?
A causa di tutte queste novità, allestite in fretta dal Ministero e comunicate in ritardo alle scuole, restano sul nuovo esame molti interrogativi e molte incertezze che poi, nella fattispecie, graveranno sulle commissioni ed in particolare sui presidenti che ne sono i diretti responsabili. C’è il rischio concreto di un aumento del contenzioso che già esiste in abbondanza e del quale spesso si abusa, perché in presenza di norme nebulose e non ben definite aumenta certamente la probabilità di compiere errori di forma che possono provocare ricorsi e prolungati fastidi. Essenzialmente per queste ragioni io ho deciso quest’anno di non presentare la domanda di partecipazione all’esame, visto che essendo in pensione non sono più obbligato a farlo. Dopo qualche anno di interruzione, di recente è stata ripristinata la possibilità per presidi e docenti a riposo di far parte delle commissioni d’esame, nel limite temporale di tre anni dalla decorrenza della pensione; perciò avevo pensato di approfittare di questa opportunità, ma di fronte ad un possibile salto nel buio ed in vista di possibili spiacevoli conseguenze ho deciso di rinunciare. Già più volte mi è successo di trovarmi in situazioni non certo simpatiche: l’ultimo episodio si è verificato quando alcune persone in malafede travisarono volutamente quel che avevo scritto su questo blog per accusarmi di aver diffamato la loro scuola, mentre invece le mie considerazioni sulle irregolarità che si verificano durante gli esami erano generiche e non si riferivano a nessun Istituto in particolare; anzi, ironia della sorte, fu proprio in quella scuola che la mia commissione lavorò in un clima sereno e collaborativo, senza che emergesse mai alcunché di sospetto. C’è molta malevolenza in giro, la volontà di danneggiare il prossimo per il puro gusto di farlo, e questa è una ragione in più, che si aggiunge a quelle in precedenza enunciate, per rifiutarsi di partecipare a questo stanco rito che assomiglia sempre più ad una formalità priva di sostanza. Una ragione in più per andarsene al mare, specie quando si è ormai raggiunta un’età nella quale il riposo è molto più attraente delle polemiche inutili e dannose.

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