Come si deve scrivere un libro

Ho spesso ripetuto in questo blog che oggi l’arte in generale è morta, ed unico sollievo per chi l’ama è ricercarla nei grandi autori del passato. Se questo vale per tutte le arti (musica, pittura, scultura ecc.) è però particolarmente evidente nella letteratura, dove le produzioni odierne di romanzi, racconti poesie e simili non hanno più quasi alcun valore; direi anzi che in certi casi vengono pubblicati e letti autentici obbrobri, nefandezze di ogni genere spacciate per letteratura. Oggi tutti si permettono di scrivere libri, anche gli ignoranti, purché siano personaggi noti; e quel che è peggio è che gli editori, che mirano solo alle vendite ed al guadagno, sono disposti a pubblicare queste sconcezze mentre, se si presentassero oggi un nuovo Leopardi o un nuovo Manzoni, li caccerebbero via perché, magari, non hanno giocato a calcio o non hanno preso parte al “Grande Fratello”. Purtroppo, in una società dove dominano l’ignoranza e la volgarità, non potrebbe essere altrimenti: chiunque si sente autorizzato a scrivere ciò che vuole senza tener conto che anche per fare l’operatore ecologico (ex spazzino) occorre un minimo di competenza. Per scrivere un libro no, basta mettersi sulla tastiera di un computer e andare innanzi senza regole, così come le parole vengono alla mente l’una dopo l’altra, senza alcuna tecnica e spesso anche senza la minima conoscenza della lingua italiana. Robaccia come i romanzi di oggi un tempo non sarebbero neanche stati sfogliati da un editore che voglia dirsi tale, che senza indugio li avrebbe gettati dalla finestra; e ciò perché gli editori un tempo erano intellettuali anch’essi, che sapevano valutare il valore di ciò che veniva loro sottoposto, mentre ora badano solo al guadagno e mandano in giro di tutto, basta che se ne vendano molte copie. Ed il guaio è che tanta gente li acquista questi libri, buttando via così il proprio denaro.
Se fino a qualche decennio fa nelle Università esistevano le cattedre di retorica (ed in qualche paese mi risulta che esistano ancora) una ragione ci sarà: scrivere un libro, infatti, non è cosa che possa farsi a caso, ma occorre tener presenti tutta una serie di norme di tipo morfologico, sintattico, stilistico, retorico, norme che oggi non conosce più nessuno.
Qualunque opera narrativa dovrebbe essere costituita da queste componenti, da impiegare e dosare con criterio e sapienza:
1) Il racconto vero e proprio, cioè l’illustrazione e la descrizione del succedersi degli avvenimenti narrati;
2) Le sezioni dialogiche;
3) La descrizione esterna oggettiva (ad es. di un ambiente, un luogo, una persona, un oggetto ecc.)
4) La descrizione interna o soggettiva (la psicologia dei personaggi, i sentimenti, gli impulsi dell’animo ecc.)
Le prime tre componenti, sia pure in misura diversamente calibrata a seconda delle epoche e dei gusti letterari, sono presenti in tutti gli scrittori classici antichi e moderni. La quarta, invece, ha subito alterne vicende: particolarmente sviluppata negli scrittori romantici come Manzoni, che nei Promessi Sposi “ne sa più” dei personaggi e ne esplora talora arbitrariamente l’animo, è stata invece parzialmente rifiutata dagli autori naturalisti e veristi, dove l’autore doveva “saperne meno” dei personaggi e quindi doveva persino sembrare, come dice Verga, che “l’opera si sia fatta da sé”. Ci sarebbe da dire che nemmeno il movimento naturalista rispetta del tutto questo principio, dal momento che in opere come Nanà di Emile Zola i sentimenti dei personaggi vengono indagati e non emergono solo dalle azioni. Ma questo è un altro argomento, che ci porterebbe molto lontano, per cui è meglio fermarci qui.
Ecco ciò che volevo dire: nei romanzi e racconti di oggi (e ce ne vuole per definirli tali) questi elementi sono affastellati alla rinfusa, senza consapevolezza da parte degli autori, i quali scrivono a ruota libera senza tener conto dei canoni della narrativa classica. In alcuni di essi sono quasi assenti una o addirittura due componenti, in altri viene sviluppata quasi solo la n.2 (il dialogo), dando vita a paginate intere di scambi di battute in cui si perdono di vista le vices loquendi, cioè quali battute vadano attribuite ad un interlocutore e quali all’altro. Ne vengono fuori grossolani pasticci che assomigliano più alla lista della spesa che ad un ordinato succedersi di pensieri logici.
Per non allungare troppo il post accenno soltanto agli aspetti formali, importantissimi e non secondari per definire il valore di un’opera narrativa. Sul piano linguistico va curata e non operata a caso la scelta delle parole, perché i significanti sono basilari, nelle loro diverse accezioni, per assimilarne i significati: l’aggettivazione, ad esempio, è curatissima negli scrittori classici ed è utilizzata per definire sia fisicamente che psicologicamente i personaggi, mentre oggi è messa a caso, buttando là le prime parole che vengono alla mente. Lo stesso dicasi per lo stile: il periodo deve essere armonico e complesso, con uso corretto della punteggiatura, mentre molti scritti di oggi sono squallide sequele di gruppi di due o tre parole seguite da un punto, evidentemente perché di meglio non si sa fare. E’ importante, inoltre, l’ordo verborum , ossia la studiata disposizione degli elementi della frase, poiché la posizione dei singoli termini deve essere indicativa delle sensazioni che si vogliono trasmettere al lettore. Ad esempio, quando Dante in quel suo celebre sonetto dice “Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia” pone in posizione incipitaria gli aggettivi proprio perché il lettore sia impressionato dalle virtù di Beatrice più che dalla sua figura; se avesse detto “La donna mia pare tanto gentile ecc.” non avrebbe ottenuto lo stesso effetto, perché sarebbe venuta in primo piano la corporeità della donna, come se la si contemplasse in un dipinto, e non la gentilezza e l’onestà del suo animo. Un cenno, infine, voglio fare sull’uso delle figure retoriche, di cui gli “scrittori” moderni (tranne alcune eccezioni) ignorano perfino l’esistenza: la metafora, la metonimia, l’anafora, l’epifora, l’assonanza, il poliptoto, il chiasmo ecc. non sono giochi virtuosistici ma mezzi espressivi essenziali per collocare il lettore in una determinata disposizione d’animo. Non posso fare esempi perché questo scritto, che molti leggono sullo striminzito schermo dello smartphone, diverrebbe troppo pesante. Per comprendere il reale valore di questi elementi stilistici fondamentali rinvio al mio post del luglio 2018 intitolato “La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime”, che invito tutti a cercare nella sezione “Archivi” ed a leggere, per avere un’idea di cosa si possa a buon diritto definire arte letteraria.

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2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

2 risposte a “Come si deve scrivere un libro

  1. Vincenzo Caputo

    Mi chiedo quali autori moderni (o contemporanei) lei abbia letto, per avere una così bassa considerazione della letteratura recente. Non è che si è fermato ai soliti librettucci scritti dalle celebrità della tv, personaggi famosi, ecc., oppure libri destinati chiaramente ad un pubblico adolescente? Chiedo perché davvero non so come si faccia ad affermare che “l’arte in generale è morta”!
    Inoltre – senza offesa – ho anche la sensazione che lei consideri arte solo la letteratura (di cui ve ne intendete, seppur solo di quella classica, in virtù di quel che ho scritto precedentemente).
    Da quel che scrive dà l’impressione di non veder nulla oltre il proprio naso…

    • Signor Caputo, la sua ultima affermazione è un po’ offensiva, specie verso chi, come me, ha scritto e pubblicato diversi libri. Io di letteratura credo di intendermene abbastanza, e so distinguere la vera arte, che è quella dei secoli passati, dalle brutture di oggi, scritte senza tecnica compositiva e senza conoscere i principi della stilistica e della retorica. Io non conosco solo i libri di Pippo Baudo o di Totti, ma anche altra roba che si spaccia per letteratura, ma che di artistico non ha assolutamente nulla. La stessa cosa avviene con la pittura: gli sgorbi di oggi lei crede si possano paragonare agli affreschi del Cinquecento? Esiste oggi qualcuno che saprebbe realizzare sculture come quelle di Michelangelo o Canova? E la musica? Mi vuol paragonare Jovanotti a Mozart e Beethoven? Per questo dico che l’arte è morta, è finita per sempre in questi squallidi nostri tempi che sono quelli della vera barbarie, dell’ignoranza e dell’incultura. A confronto con i politici di adesso, Attila era un raffinato intellettuale.

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