Come studiare il mondo classico

Penso che esistano ben poche persone che, indipendentemente dal loro livello culturale, possano negare l’importanza del mondo classico in quella che è stata la nascita della civiltà occidentale nella quale anche adesso noi viviamo. Non esiste alcunché di importante, come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar, che non sia stato detto in greco, ed in effetti tutta la cultura moderna ha le sue radici in quel periodo: la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa, la musica, la ricerca scientifica, la politica e quant’altro. Per loro conto i Romani, pur non avendo aggiunto molto alle scoperte e alle invenzioni dei Greci, riuscirono però in molti casi a farle progredire ed a perfezionarle; e poi, con la loro conquista militare di tutto il mondo allora conosciuto (o quasi) diffusero ampiamente quella lingua e quella cultura che, con alterne vicende, è giunta fino a noi.
Conoscere l’Antichità classica è quindi fondamentale per ogni persona colta, perché il nostro senso storico ci suggerisce senza alcun dubbio che la conoscenza del passato è la chiave di volta che consente di comprendere il presente e di guardare con senso critico la realtà che ci circonda. Ma come va studiato il mondo greco e latino? Esiste un solo modo di conoscerlo o ne esistono molti? Certamente chiunque può specializzarsi in qualche aspetto particolare: c’è chi si occupa di arte antica e di archeologia, chi di letteratura, chi di studi linguistici ecc. Ma se volessimo analizzare in particolare tutti questi aspetti, il nostro discorso diventerebbe sterminato e non consono allo spazio disponibile in un blog; sarà perciò utile che io mi limiti, anche perché collegato alla mia esperienza di docente, a quanto avviene nei Licei e nelle Università, i luoghi cioè dove questi contenuti culturali vengono normalmente dibattuti.
Nel Liceo Classico, dove entrambe le lingue antiche vengono insegnate, i docenti si occupano normalmente della grammatica latina e greca nei primi due anni di corso (il ginnasio) e di storia letteraria e lettura di classici in lingua durante il triennio conclusivo. Di solito l’assegnazione alle cattedre avviene, se il Dirigente scolastico tiene all’efficacia didattica della sua scuola e non è solo un burocrate, secondo le inclinazioni di ciascuno: chi ha maggior interesse e competenze per l’insegnamento linguistico viene destinato al biennio, chi per la storia letteraria ed i classici al triennio. Io personalmente appartengo a questa seconda categoria, amo moltissimo le lingue latina e greca ma non mi piace insegnarle, mentre ho grande propensione per la storia letteraria ed i grandi autori greci e romani; e poiché, per mia fortuna, ho sempre trovato Dirigenti sensibili a questa mia inclinazione, sono riuscito a restare sempre al triennio conclusivo per l’intera durata della mia carriera di docente. E tuttavia, confrontandomi anche con colleghi di altri licei, ho constatato che non tutti utilizzano la stessa modalità di approccio agli studi classici e quindi all’insegnamento. Per quanto mi riguarda, io ho sempre privilegiato gli aspetti storici e letterari degli autori antichi, analizzando le loro opere dal punto di vista del valore artistico, della loro importanza nella storia del pensiero umano, degli elementi di continuità che possiamo rinvenire tra l’antico ed il moderno facendo paralleli, ad esempio, tra Plauto e Molière, tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau ecc., e cercando di far riflettere gli allievi sul rilievo generale e l’incidenza che queste opere hanno avuto nella storia della cultura; poiché tuttavia a giudizio degli antichi gli elementi formali del testo (stile, lingua, metrica, retorica ecc.) non sono secondari ma concorrono anch’essi alla determinazione del valore complessivo dell’opera, ho cercato di non trascurarli mai durante la lettura ed il commento dei testi in classe. Molti docenti di liceo seguono questa linea, ma purtroppo ve ne sono alcuni che invece continuano ad avere con i testi un approccio di tipo, per così dire, “ginnasiale”, conferendo importanza solo alle forme verbali, alle eccezioni morfologiche e sintattiche, alla numerazione dei frammenti ecc. Questo modo pedante di approcciarsi ai classici esiste purtroppo ancora, ed ecco che gli studenti si annoiano e poi, una volta conclusa la verifica su quella parte di programma, si dimenticano tutto. Se vogliamo che nella mente dei nostri giovani prenda stabile dimora qualcosa che concorra veramente a formare la loro personalità e che ricordino per sempre, dobbiamo insistere sul messaggio culturale della tragedia greca, sulla meravigliosa bellezza dei versi di Lucrezio e di Virgilio, sull’attualità del pensiero di Seneca, non sul genitivo assoluto o la consecutio temporum o peggio su eccezioni e forme secondarie che impareranno svogliatamente a memoria ma che non troveranno mai nel loro percorso scolastico. E’ chiaro, beninteso, che le strutture linguistiche di base vanno conosciute per interpretare i testi, ma non possiamo limitare a quelle, o in genere alle capacità di traduzione, le conoscenze che uno studente liceale deve possedere del mondo classico, altrimenti ne sviluppiamo la pedanteria, non la vera cultura. Per questo motivo vado sostenendo da tempo la necessità di cambiare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, non fondandola più soltanto sulla traduzione (che oltretutto oggi quasi nessun studente sa più fare), ma su quei contenuti storici, letterari, artistici ecc. che veramente formeranno la personalità del giovane, mentre le “regoline” verranno immancabilmente dimenticate anche da chi ottiene il punteggio massimo.
Quanto accade all’Università, non da ora ma da svariati decenni, è ancor peggio: i docenti specialisti che si trovano nelle facoltà di Lettere Classiche ben raramente svolgono corsi sugli autori più significativi del mondo classico, quelli che serviranno veramente agli studenti destinati ad insegnare nei Licei, ma vanno quasi sempre a cercare poeti e scrittori semisconosciuti, magari vissuti in epoca tardo imperiale e autori di opere di scarso livello artistico come centoni, compilazioni e riassunti. E non basta: di questi autori secondari, che non portano alcun profitto agli studenti (a meno che non vogliano essi stessi fare i ricercatori) essi non evidenziano i contenuti globali delle opere e l’importanza globale di queste, ma si limitano a puri filologismi come l’analisi delle varianti dei codici, delle forme dialettali o eccezionali, con una pedanteria al cospetto della quale quella dei maestri del ‘500 immortalati dalle commedie del Bibbiena e dell’Aretino scompaiono. Ora io mi chiedo: a cosa servono queste elucubrazioni puramente testuali e filologiche se non a mettere in piedi sterili polemiche tra topi di biblioteca per decidere quale sia la “lezione” (così si chiama in filologia una parola o un passo) da inserire in un testo che nessuno leggerà? Già l’illustre latinista Concetto Marchesi, che insegnava e scriveva negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo, si indignava contro questi virtuosismi sterili e diceva, riprendendo un’immagine di Marziale, che gli studi negli atenei italiani erano diventati “un banchetto allestito per i cuochi e non per i commensali”, perché i filologi dialogano soltanto tra di loro, solo al loro orgoglio personale serve la loro pedanteria, gli studenti non ne traggono alcun beneficio. Ed oggi la situazione è ancor peggiore che ai tempi di Marchesi, forse perché i docenti universitari hanno ormai poco da dire su Omero, Euripide, Cicerone e Virgilio (spesso neanche li conoscono molto bene) e perciò si rifugiano in autori oscuri ignoti a tutti fuorché a loro. Così accade che gli studenti universitari, come i loro colleghi liceali, danno l’esame e poi si dimenticano tutto, e se capita loro una supplenza nella scuola debbono ristudiare tutto daccapo, come se all’Università non ci avessero nemmeno messo piede.
I classicisti duri e puri inoltre, con questa pratica del filologismo, della specializzazione estrema su minuzie, ottengono anche un altro risultato negativo, quello di allontanare l’opinione pubblica da una conoscenza anche minimale del mondo classico. I loro scritti sono praticamente incomprensibili a chi non appartiene alla loro conventicola, anche perché quando scrivono fanno di tutto per non farsi capire; e qui bisogna notare che gli studiosi esteri sono generalmente diversi, perché se leggiamo un commento ad un classico scritto da un inglese o un francese riusciamo a comprenderlo (se conosciamo la sua lingua ovviamente), se invece è un italiano a scriverlo diventa un geroglifico, un insieme di paroloni incomprensibili, pur se si trova in un’edizione divulgativa che dovrebbe arrivare ad un pubblico più vasto dei cosiddetti “addetti ai lavori”. Ciò diffonde l’opinione secondo cui certi studi sono “misteriosi” e riservati ad un’élite di professoroni, mentre tutti gli altri si sentono esclusi. E’ anche questo uno dei motivi, a mio giudizio, che allontana tanti giovani dall’avvicinarsi al mondo antico ed ad iscriversi al Liceo Classico, quando si diffonde l’idea che i professori di quella scuola, anziché aprire la mente dei ragazzi alle meraviglie degli scrittori greci e romani, li vessano con regole, regoline ed eccezioni. Purtroppo il conservatorismo pervicace che ancora nutrono molti colleghi di queste materie, chiusi nella loro torre d’avorio, è ciò che rovina gli studi classici stessi, li riduce a puro esercizio virtuosistico fine a se stesso. Se chi detiene il potere avesse una qualche conoscenza della scuola reale e dei suoi problemi, comincerebbe intanto a modificare i programmi dei licei dove s’insegna ancora il latino ed il greco, e ad adeguare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Classico alla realtà degli studenti e della società di oggi, senza imporre brani di traduzione assurdi come quello di Aristotele di quest’anno, fulgida dimostrazione dell’assoluta incompetenza del Ministero e dei suoi funzionari.

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15 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

15 risposte a “Come studiare il mondo classico

  1. gabriella coruzzi

    Quest’uomo scrive da Dio!!!!

  2. Sì, Massimo, concordo con la commentatrice, avendo portato all’esame di Letteratura Latina il tuo commento al quarto dell’Eneide, ed essendomi procurato tutti i volumi di Scientia Litterarum. Hai una mano particolarmente felice nella scrittura.
    Passando al contenuto del post, condivido le osservazioni sull’ermetismo della saggistica e sull’eccesso di filologismo (attenzione a non finire però nel crocianesimo). Per quanto riguarda la grammatica, sono d’accordo solo in parte: anche la regola e l’eccezione sono importanti, e per due motivi:
    1) perché, rintracciate in un testo d’autore, vengono richiamate alla memoria sempre meglio;
    2) perché l’uso di un tempo al posto di un altro, di un costrutto al posto di un altro non è quasi mai neutro.
    Prendi il carpe diem: dum loquimur (e qui vabbè, dum e il presente indicativo), fugerit invida aetas (futuro anteriore: sarà già passato il tempo che ci odia). Questo futuro anteriore dice tutto.

  3. Grazie per i complimenti sulla felicità della mia mano per la scrittura; in effetti, modestamente, è cosa che mi è sempre riuscita abbastanza bene, e anche adesso non perdo l’allenamento, perché so scrivendo un saggio e anche alcuni racconti, che tenterò di pubblicare quando avranno raggiunto la dimensione di un libro. Per il resto va bene quel che dici sulle regole, che in effetti vanno conosciute per tradurre; per le eccezioni, invece, io consiglio di saltarle in sede di spiegazione grammaticale e di illustrarle magari quando le si incontrano nei testi. Nel “carpe diem” il dum con il presente indicativo è regolare e indica l’azione nel suo svolgersi: per questo va tradotto con “mentre” anziché con “finché”.

  4. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, sono pienamente d’accordo sull’intero contenuto del tuo nuovo articolo. In esso tocchi due punti essenziali, strettamente collegati l’uno all’altro: la sterilità dello specialismo sia nell’insegnamento liceale sia negli studi “accademici”. Soprattutto in questo secondo ambito la tronfia supponenza, la vanesia ostentazione di un presunto sapere iniziatico, cui corrisponde un linguaggio criptico e astrusamente contorto, da parte dei cosiddetti studiosi italiani si distingue spesso in modo ridicolo nel confronto con la sobria serietà ed essenzialità degli studiosi, indipendentemente dal livello individuale più o meno elevato, di altri paesi: degenerazione culturale, anche questa, tipica dei tempi calamitosi in cui, da alcuni anni, versa la nostra patria, soffocata e ammazzata dal dilettantismo presuntuoso e vuoto prima ancora che dalla disonestà e dalla corruzione.

    • Sono contento che tu concordi con me, Rodolfo, anche perché tu hai esperienza dell’ambiente universitario e dei difetti che l’affliggono. Anch’io constato spesso il “linguaggio criptico e astrusamente contorto” negli studiosi italiani, tanto che a volte faccio fatica a capire.

  5. Alessandro

    Professore, complimenti per questo post. La invito a leggere questo post:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/21/maturita-2018-la-prova-di-matematica-allo-scientifico-e-la-solita-spacconata-del-miur/4442099/

    Come vede, non solo le versioni di greco e latino, ma anche i problemi di matematica sono particolarmente difficili. Il MIUR vuole semplicemente nascondere la situazione tragica della scuola italiana, facendo finta che in media tutti sappiano svolgere determinate prove. Chi avrà il coraggio di dire che il re è nudo?

    • Ho letto il post che mi ha indicato e l’ho trovato molto probante; ciò significa che l’incompetenza con cui il MIUR sceglie le prove d’esame si estende a tutte (o quasi) le discipline, e ciò rende ancor più grave un simile comportamento. Alla base di ciò tuttavia, secondo me, non c’è solo imperizia, ma ipocrisia nel voler far credere che la scuola italiana è ancora “seria” come quella di 50 anni fa e che gli studenti debbano saper superare certe difficoltà. E’ un modo per dare la polvere negli occhi all’opinione pubblica e per nascondere una realtà scomoda, della quale è proprio il MIUR ed i vari governi succedutisi negli ultimi anni ad avere la maggior responsabilità.

  6. Francesco Di Giovanni

    Caro Massimo, su molte delle cose che scrivi non sono d’accordo. Tuttavia quando tratti il Latino e il Greco e la Letteratura che ne consegue non posso che solidarizzare. Amo queste discipline e penso che chi redige riforme e programmi dovrebbe fare tesoro delle tue indicazioni in materia. Cari Saluti, Francesco Di Giovanni

    • Purtroppo chi fa le riforme tiene ben poco conto di coloro che nella scuola ci vivono ed hanno una certa esperienza; non parlo per me, per carità, ma il fatto è che non ascoltano nessuno se non la volontà di risparmiare a tutti i costi e non investire mai nella cultura. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

  7. Alessandro

    Gentile Professore,
    aggiungo un’altra informazione relativa alla matematica: le prove di questa materia per entrare alla Normale di Pisa decenni fa erano molto più semplici, poi sono diventate via via più difficoltose. Questo sicuramente riguarda l’ampliamento dei programmi di matematica alle superiori. Eppure, i laureati di una volta non erano certo da meno di quelli di oggi. Forse perché alle superiori si trattavano meno argomenti ma in modo molto più approfondito, mentre oggi….. un sacco di attività fino a se stesse, molte più informazioni e molta meno FORMAZIONE.

  8. Sapere di più per fare di più

    Quadro molto accurato, purtroppo. In effetti, gli accademici che parlano in modo fumoso di questioni irrilevanti, in Italia, non sembrano scarseggiare in nessuna disciplina. Spero che, come accade per le discipline più scientifiche, ne abbiamo ancora qualcuno che meriti gli onori della fama internazionale anche per le discipline classiche, e sappia parlare in modo chiaro di cose importanti (a proposito, può segnalarcene qualcuno, se c’è?).
    Per quanto riguarda lo studio dei classici, quando io frequentavo il liceo era da poco iniziato il dibattito pro e contro il nozionismo, e ovviamente, come tutti gli studenti, io ero contro, perchè meno nozioni fossi stato costretto mandandare a mente, meno fatica avrei dovuto fare. Crescendo, però, mi sono reso conto che le nozioni sono gli unici fatti a nostra disposzione, e senza quelli, non si più argomentare nè pro, nè contro, alcuna opinione. Insomma, senza nozioni, esercitare un ragionamento critico degno di questo nome, non mi sembra facile, ammesso e non concesso che sia possibile. Nel momento in cui decidiamo di spiegare dei testi ad una platea che non è in grado di leggerli, non la stiamo un po’ forzando ad accettare acriticamente le nostre opinioni storiche, estetiche, poetiche su di essi (per quanto corrette, autorevoli e ragionate possano essere)? Insomma, va bene non fossilizzarsi su regole, regoline ed eccezioni, ma senza una morfologia solida, un vocabolario di 1000-1500 termini (equivalente, più o meno, a quello di un parlante di 5 anni), le basi della sintassi dei casi e di quella del periodo, e un po’ di sensibilità, non si va da nessuna parte… Sbaglio?

    • Sono sotanzialmente d’accordo con quanto Lei dice in questo commento. Intanto non dobbiamo dare un’accezione negativa al termine “nozioni”, perché i dati di fatto (regole di grammatica, fatti storici, dimostrazioni di matematica ecc.) non sono affatto inutili, sono anzi indispensabili per fare qualunque ragionamento. Quello che volevo dire io, a proposito degli studi classici di cui m’intendo un poco, è che non si può studiare il latino ed il greco basandosi solo sulla grammatica: per tradurre un brano non basta sapere le “regole”, bisogna lavorare d’intuito e di ragionamento per comprendere quello che l’autore voleva veramente dire. E poi del mondo antico ci sono altri aspetti che vanno conosciuti: la storia della letteratura, la storia dell’arte, la filosofia ecc. In questi campi di indagine ci sono ancora in Italia buoni studiosi, che però hanno per lo più il vizio di scrivere e parlare in modo astruso, quasi non volessero farsi capire. Io, come docente di liceo che ha scritto libri per la scuola, mi sono preoccupato anzitutto che il mio messaggio giungesse veramente agli studenti, potessero comprenderlo e assimilarlo nel modo dovuto. Non so se ci sono riuscito del tutto, ma ci ho comunque provato.

  9. Giuseppe

    La Sua idea mi sembra la più ragionevole, e comunque merita attenzione perchè si basa su una logica ben precisa da me invece non riscontrata in altre proposte, tra le quali quella di affiancare la canonica versione d’esame di 16 righe ad un commento (già riuscire a tradurre decentemente un brano latino o greco è impresa ardua, aggiungendo alla prova pure un commento non si complicherebbe ancor più la vita agli studenti?). Lei – mi sembra – mira all’acquisizione, da parte dei Suoi alunni, di contenuti che possano aiutarli a comprendere meglio il mondo circostante; apprezzo il fatto che, a quanto ho capito, Lei dia più rilievo non agli aspetti nozionistici, seppur ineliminabili, bensì all’aspetto universale degli argomenti letterari. La ringrazio anche per aver offerto, in quest’articolo, interessanti spunti culturali, che poi, a causa della mia ignoranza, ho dovuto approfondire (ignoti mi risultavano l’Aretino e il Bibbiena; appassionante riscontrare il rapporto tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau, oppure quello tra il teatro di Plauto e quello di Moliere, anche se quest’ultimo argomento l’avevo trattato già a scuola). Mi permetta una domanda: nel Suo Scientia Litterarum propone altri confronti come questi?

    • Nella mia storia letteraria latina “Scientia Litterarum” ho fatto confronti tra gli autori antichi e quelli moderni (non solo italiani) ogni volta che se ne presentava l’occasione ed il confronto non sembrava forzato. Quanto alla seconda prova d’esame, è chiaro che se si affiancasse alla traduzione un commento, oppure domande di tipo letterario, il brano da tradurre dovrebbe essere ridotto almeno della metà rispetto a quanto avviene oggi.

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