Graece est: non legitur

“E’ in greco; non si legge”. Con questa frase, durante il Medioevo, alcuni monaci dei vari monasteri occidentali classificavano i codici scritti in greco, lingua per loro sconosciuta e che cominciò ad essere studiata in Italia solo tra il XIV ed il XV secolo, con l’avvento dell’Umanesimo; però, nonostante questa formula, in molti conventi si continuò a trascrivere meccanicamente i testi greci, pur senza conoscerli, e così tante opere dell’antichità si sono salvate e sono giunte a noi. Forse è stata proprio questa provvidenziale ignoranza degli amanuensi cristiani medievali che ha permesso la conservazione di testi comici ed anche osceni – come le commedie di Aristofane – che altrimenti, se si fosse compreso del tutto il loro contenuto, sarebbero certamente stati censurati.
Questa frase medievale l’ho apposta così, come titolo del post, perché mi pare tornata di grande attualità: da noi in Italia il greco antico viene studiato più che in ogni altro paese europeo (compresa la Grecia stessa), ma ogni anno che passa diventa sempre più difficile per gli studenti impararlo, come si è visto anche all’ultimo esame di Stato. In molti casi i docenti, specie quelli del triennio liceale del Classico, sono costretti ad accontentarsi di interrogazioni di storia letteraria più o meno soddisfacenti, oppure di traduzioni di classici imparate a memoria, per compensare uno scritto che non soddisfa mai. Un brano di greco anche di autori considerati facili (Lisia, Senofonte, Plutarco ecc.), se gli alunni non riescono a copiare con il cellulare come purtroppo spesso succede, non ottiene in un’intera classe che quattro o cinque sufficienze. A me, almeno, capitava questo. Diciamo che l’apprendimento della lingua greca non era facile neanche mezzo secolo fa, quando io iniziai il Ginnasio, ed anche allora molti venivano rimandati a settembre in questa materia o promossi a stento e sempre grazie all’orale; ma da allora ad oggi le cose sono notevolmente peggiorate e pertanto non sbaglieremo di molto se diremo che, nella fattispecie attuale, tolti quei tre o quattro alunni per classe che sono particolarmente studiosi o hanno specifica inclinazione per le lingue classiche, il greco non si impara più. Un gran numero di studenti termina il liceo, e magari anche con un buon voto, senza saper tradurre neanche un rigo di un autore greco di media levatura.
Vediamo quali possano essere le cause di questa situazione, che non sono certo io il primo a denunciare: già circa trent’anni fa il prof. Luigi Moretti,illustre epigrafista dell’Università di Roma, diceva che, viste le condizioni in cui gli arrivavano gli studenti riguardo al greco, sarebbe stato molto meglio al liceo far leggere una tragedia intera in italiano piuttosto che costringerli ad imparare, imprecando e sbuffando, qualche centinaio di versi in lingua. Già allora si manifestava la prima delle due cause di cui parlerò, mentre la seconda era del tutto sconosciuta. Vediamo quindi qual è “la prima radice” della decadenza delle lingue classiche (e soprattutto del greco) nella nostra scuola. Io la identifico con la progressiva perdita delle conoscenze di lingua italiana, più che con l’abbandono del latino alla scuola media, come alcuni sostengono. Se fin dalle elementari si imparasse a leggere ed a scrivere correttamente, a identificare le varie parti del discorso, a riconoscere le funzioni logiche dei vari componenti della frase, sarebbe questa già una buona base per imparare le lingue classiche; a ciò si dovrebbe aggiungere poi, alla scuola media, lo studio specifico dell’analisi logica e di quella del periodo, in modo da padroneggiare quelle strutture linguistiche che sono alla base dello studio del latino e del greco. Banalmente dico: se uno studente che arriva al Ginnasio non sa la differenza tra verbo attivo e passivo, tra soggetto e complemento (oppure crede che ogni complemento introdotto da “di” sia di specificazione!), tra proposizioni principali e subordinate, come potrà apprendere la morfologia e la sintassi delle lingue classiche? Il discorso vale ovviamente anche per il latino, ma mentre in questa materia gli studenti si muovono meglio per la maggiore vicinanza con l’italiano, con il greco invece, magari non all’inizio ma nel prosieguo degli studi, le difficoltà sono maggiori perché questa lingua possiede un sistema verbale particolarmente complesso, una sintassi diversa da quella latina e soprattutto un lessico quasi del tutto ignoto agli studenti. A mio giudizio non è tanto la mancanza del latino alla scuola media che ha danneggiato le lingue classiche, quanto la mancanza dell’italiano: dagli anni ’70 in poi infatti, specie per il nefasto influsso delle idee sessantottine, in molte scuole si è quasi cessato di far studiare la grammatica, ritenuta un residuato della vecchia scuola classista, per lasciare spazio ad altre attività, a progetti spesso inutili e fuorvianti. Si sono aboliti dettati, riassunti e temi perché ormai “obsoleti” sostituendoli con esercizi e letture del tutto inutili per la conoscenza della propria lingua. Non meravigliamoci quindi non solo del fallimento nello studio delle lingue antiche, ma neanche dell’ignoranza linguistica oggi così diffusa nella nostra società, dove trovare uno scritto senza errori di ortografia e periodi sconclusionati è ormai diventata una rarità.
Ma c’è anche una seconda causa che ostacola gravemente l’apprendimento liceale delle lingue classiche e soprattutto del greco: la diffusione della rete internet e degli strumenti informatici. La tecnologia, si sa, non è di per sé né buona né cattiva; dipende dall’uso che se ne fa. Se è indubbio che le novità telematiche abbiano rappresentato un grande progresso ed abbiano dato vita a tante opportunità prima sconosciute, è altrettanto certo che esiste anche il rovescio della medaglia, che nella scuola si manifesta con grande evidenza. Tutti gli studenti di oggi posseggono uno smartphone, quasi tutti anche un tablet e un computer, e tutti o quasi usano i cosiddetti “social” (facebook, instagram, twitter, ask ecc.); e questo è già un grave danno, perché tutto il tempo ch’essi passano su questi aggeggi (che non è poco!) è tempo tolto allo studio. Ma il problema non è soltanto questo, c’è ben di peggio. Va detto intanto che i mezzi informatici di oggi offrono i vari contenuti oggetto di ricerca in forma già compiuta, riducendo di molto la necessità di arrivare ad un certo risultato con le proprie facoltà intellettive; pensiamo ad esempio ai calcoli matematici, che nessuno svolge più da solo perché ci sono le calcolatrici; pensiamo che nessuno si sforza più di ricordare, ad esempio, dati storici, geografici e letterari, perché basta andare su Wikipedia e si trova tutto già pronto. Questa situazione ha fatto sì che proprio quelle qualità mentali come l’intuito, la deduzione, l’esercizio della memoria, che sono proprio le facoltà richieste per la traduzione di un brano di greco, si siano quasi del tutto perdute. E’ come se una persona si legasse un braccio al corpo per quarant’anni: una volta sciolto, non riuscirebbe più a muoverlo. E come si atrofizzano gli organi del corpo, così fanno anche le facoltà della mente. E c’è anche un’altra cosa da aggiungere per quel che concerne lo studio delle lingue antiche: che gli studenti di fatto oggi non traducono più, perché se il docente assegna delle versioni da svolgersi a casa loro non le fanno più da soli, ma scaricano agevolmente le traduzioni da internet, dove siti compiacenti offrono questo servizio riportando già tradotti tutti i brani presenti sui versionari adottati nei licei italiani. Durante i compiti in classe, poi, si ingegnano a trovare la versione con il cellulare su internet e copiarla; e spesso la furberia riesce, perché i docenti non possono perquisire gli studenti né controllare contemporaneamente venticinque o più persone, e se chiedono ai ragazzi di consegnare i cellulari essi ne consegnano uno e ne tengono un altro nascosto. Questo giochetto viene effettuato spesso anche agli esami di Stato ed i vari ministri dell’istruzione, pur consapevoli di quanto accade, non hanno mai fatto nulla per impedire questa vergogna.
Enunciate le due cause principali, non resta che ammettere che ci troviamo in una situazione penosa per quanto riguarda l’apprendimento del latino ed ancor più quello del greco. Sinceramente io non mi sento di suggerire soluzioni miracolose perché non esistono, a meno che non si voglia risolvere radicalmente il problema allineandoci a quanto avviene negli altri paesi europei, dove le lingue classiche sono ridotte a zero, o quasi. Purtroppo, quel che una volta era un vanto della scuola italiana, oggi si è ridotto ad una mera esteriorità, che tanti classicisti difendono ad oltranza per non ammettere il fallimento che ci sta dietro. Però, oltre a constatare la situazione oggettiva, non si può dire molto di più: ciò che è difficile, in effetti, non è fare la diagnosi di questa malattia, ma trovarne una cura. Una cosa è certa: se le cose continuano come vanno adesso, questa cura non la si troverà mai.

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14 commenti

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14 risposte a “Graece est: non legitur

  1. Monia

    Carissimo Professore, mio figlio alle elementari ha avuto una bravissima maestra che ha lavorato molto sull’analisi Logica, grammaticale, poesie a memoria e dettati. Alle medie ha potuto vivere di rendita ( fortunatamente o disgraziatamente). Al liceo Classico ha avuto un ottimo approccio con le lingue classiche grazie anche alle basi avute negli anni precedenti ed a insegnanti preparati che si è trovato difronte, tra cui anche lei. La medicina potrebbe essere: studio e sacrificio per chi ha le potenzialità di andare avanti, altrimenti a lavorare.

    • Grazie, Monia, di ciò che hai scritto. Tuo figlio, che io conosco bene perché è stato mio alunno, è un’eccezione, appartiene a quella ristretta percentuale di studenti che sono adatti a gli studi umanistici e che hanno una vera e tenace volontà di imparare. Ma purtroppo sono pochi; la grande maggioranza è come descritto nell’articolo.

  2. Angelo Belloni

    Il solito contributo ineccepibile; c’è però una cosa che non mi torna e mi piacerebbe che approfondisse con la Sua sensibilità ed esperienza.

    Sostiene infatti che, nonostante tutto, quattro o cinque alunni raggiungono la sufficienza, sia pure nella traduzione di brani facili, e quattro o cinque per classe – devo dedurre anche negli ultimi tempi – si appassionano e si impegnano, con risultati non disprezzabili.

    Da una parte penso che i loro risultati a fine ciclo potrebbero essere molto migliori se il docente non fosse costretto a tirarsi dietro la zavorra degli altri.

    Dall’altra parte mi chiedo però perché gli altri ricadano nella categoria che ha così acutamente delineato.

    Non hanno il senso di quello che fanno? Hanno scelto una strada per la quale non hanno alcun interesse, solo per un pezzo di carta ed uno status symbol da buttare in faccia come mera esteriorità, ma nessun contenuto? Hanno il senso di cosa voglia dire vivere e di cosa questo comporti?

    Ritengo che la scuola, prima delle regole grammaticali e sintattiche di una lingua (o di qualsiasi altra materia), delle letture dei classici, dei compiti e delle interrogazioni, dei voti, delle promozioni o delle bocciature dovrebbe occuparsi di formare la persona per la vita, in primis come responsabilità nelle scelte e negli impegni che ne derivano.

    Noti che il problema c’era, salvo rare eccezioni, anche ai nostri tempi preistorici. Penso però che, se i ragazzi avessero il senso di quel che fanno e di quello che è loro richiesto, gran parte di quel che ha lamentato si risolverebbe da sé.

    • Le cose non stanno proprio come lei ipotizza, sig. Belloni. La maggioranza degli studenti che scelgono il Liceo Classico non ha un’idea precisa del tipo di studio che dovranno affrontare e del metodo che dovranno apprendere; e la società attuale, con le sue attrattive e la sua tecnologia dannosa per questi studi, non li aiuta affatto. Ciò nonostante – ed è questa l’unica nota di ottimismo che posso esprimere – il Classico risponde ancora, almeno in parte, a quella che lei indica come la finalità principale della scuola, ossia la formazione della persona per la vita. Se pure non arrivano a saper interpretare i testi latini e greci, anche solo la conoscenza dei capolavori della letteratura classica, assieme alle altre materie di indirizzo, fornisce loro una metodologia di apprendimento che li aiuta a ragionare ed a operare scelte con senso critico.

  3. Claudio

    Caro professore,
    non conoscendo il greco non posso dire molto, eccetto che parte del dramma sta proprio nell’isolamento del nostro Paese che lei accennava al principio: la padronanza (non la mera conoscenza) del latino, e in minor misura del greco, era un pilastro della civiltà cristiana essendo questa al contempo lingua comune “internazionale” (dei dotti, dei funzionari, dei commercianti), lingua del diritto e lingua sacra – ove il latino diventava lingua della “vulgata”, mentre solo i più colti avevano dimestichezza coi testi originali greci ed ebraici. Lingue tutt’altro che morte, comunque, e parte di una cultura (religiosa, filosofica, giuridica, artistica) largamente comune a tutti i cristiani d’occidente ancora un paio di secoli dopo la frattura protestante. Da tempo invece tutti questi vari elementi sopravvivono frammentati, come passioni di pochi cultori o interessi di cerchie di specialisti – oramai non è scontato che un professore universitario conosca il latino (tanto meno il greco) se non attiene al suo settore, per non parlare d’un medico, d’un architetto e forse finanche di un prete; e non è una situazione che faccia sperare miglioramenti in tempi brevi, anzi. Senza il suo naturale terreno, a mio avviso, il latino non può dare grandi frutti, quali che siano il metodo d’insegnamento e di verifica. La lunghezza mi sconsiglia di trattare in dettaglio gli altri punti del suo articolo…

    • Quello che lei dice è senz’altro vero, ma ciò dipende da tutta la struttura della società ed anche dal pensiero materialista di oggi, per il quale è utile solo ciò che produce effetti e vantaggi nell’immediato. La scuola, nonostante tutte le difficoltà che incontra, è oggi l’unica istituzione dove si cerca di ribaltare queste concezioni e di mantenere le nostre tradizioni culturali. Purtroppo ci riusciamo solo in parte, proprio per le ragioni esposte nel post.

  4. Alessandra

    Gentile Professore,

    sono un’insegnante di chimica, e purtroppo le devo dire che la situazione descritta riguarda, credo, un po’ tutte le materie. La chimica è una materia dotata di una forte logica interna, che permette di capire molte cose in base a pochi principi di base; inoltre richiede molta memoria, sebbene non sia affatto una materia mnemonica (lo dicono quelli che non sanno usare la logica come supporto alla memoria); permette di collegare il dato macroscopico a quello microscopico e viceversa (operazione che richiede notevoli doti di astrazione e immaginazione); richiede, nella scuola superiore, una matematica per niente difficile, ma che molti (troppi) non padroneggiano; si fonda su un uso corretto e rigoroso del linguaggio, che viene usato in modo a dir poco approssimativo; infine, si basa sulla capacità di osservare la realtà, porsi domande, formulare delle ipotesi, progettare un esperimento e verificare se le spiegazioni fornite reggono per ulteriori prove sperimentali. Mi rendo conto che non si tratta di una disciplina semplice. Io stessa ho impiegato molto tempo, all’università, per dominarne la logica, nonostante il liceo classico concluso ormai 27 anni fa con ottimi risultati. Il vero problema sta nel fatto che, nonostante io abbia abbassato tantissimo il livello di difficoltà di quanto insegno, rinunciando a priori a trattare come vorrei argomenti più complessi come gli equilibri chimici, mi ritrovo a constatare, proprio come lei, che le sufficienze non sono mai più di 4-5 in una classe. Gli studenti non hanno più occhi: ogni tanto chiedo ai miei allievi di descrivere alcuni fenomeni di un certo tipo che fanno parte della loro vita quotidiana. In breve, devono solo guardarsi intorno ed elencare. Ma loro non fanno questo: digitano invece su google, ad esempio: “influenza del calore sulle trasformazioni chimiche”, ed arrivano in classe con una sfilza di paroloni di cui non conoscono il significato. Quando faccio notare loro la facilità del compito assegnato, da svolgersi senza computer e senza ricercare nulla che non sia già nelle loro case, strabuzzano gli occhi …eh si, qualcuno, per fortuna ha ancora la capacità di sentirsi un po’ stupido per quanto ha fatto!!! Alessandra F. G.

    • Perfettamente d’accordo. La situazione da me descritta riguarda tutte le materie, perché in ogni ambito culturale occorrono ben precise capacità di apprendimento come la curiosità intellettuale, l’intuito, la riflessione e la memoria. Oggi purtroppo, non per colpa degli studenti ma di come è organizzata la società, queste qualità si stanno atrofizzando, e questo è il risultato, che anche lei descrive con grande lucidità. Io parlo del latino e del greco perché sono le mie discipline, ma l’argomentazione di fondo vale per tutte.

  5. PAOLA FOGLIATO

    Mio figlio ha iniziato a settembre il liceo classico. L’inizio è stato buono, per quel che riguarda il test di ingresso di italiano e le prime frasi e versioni: sicuramente la professoressa della scuola media ha fatto un ottimo lavoro dal punto di vista dell’analisi logica, che è la prima base per affrontare un percorso di studi impegnativo. Quello che secondo me è invece una palestra che manca alle generazioni attuali, e che non tornerà più, è la capacità dei ragazzi di “fare le ricerche”, come si diceva quando ero ragazzina io. In quegli anni, per una simile incombenza si acquisiva un metodo che consisteva nell’alzarsi dalla sedia e scrutare attentamente le librerie di famiglia, o nell’andare in biblioteca o da altri parenti, vicini di casa, etc.. a cercare informazioni e materiale da assemblare in modo coerente e uniforme per redigere il compito assegnato. Significava impiegare tempo, e aguzzare il cervello per arrivare a recuperare il maggior numero di informazioni possibile. Ora il sistema appena descritto non esiste più, equivale a raccontare ai ragazzini di oggi una storia di tempi remotissimi, quando invece era una prassi fino a una ventina di anni fa ancora. Ho dovuto insegnare a mio figlio lo scorso anno ad aprire almeno 3 – 4 siti per poter dire di aver fatto una “ricerca”, altrimenti la cosa spesso consisteva per lui nel fare un “copia e incolla” da un solo sito, Wikipedia o altro. Nessuno sforzo, nessun ingegno. Nessuno stimolo. Questo nella scuola media. Vedremo se alle superiori apprenderà un metodo per la ricerca. Credo che la fatica di andare alla ricerca del libro, dell’opuscolo, dell’enciclopedia, dell’articolo, sia ciò che mi ha davvero formata da ragazzina. Internet, in questo, è stato un mezzo che ha privato il nostro cervello della capacità di reperire le informazioni. Ciò che Internet ha tolto alle attuali generazioni è il trovarsi davvero alle prese fin dalla più tenera età con la fatica, con la non immediatezza di avere tutto a portata di mano. Reputo quindi che il fatto di frequentare comunque un corso di studi difficile, sia per lo meno una palestra, dove ci si abitui alla fatica e all’impegno costante

    • La conclusione del suo commento mi trova del tutto d’accordo: un corso di studi impegnativo ma bello e culturalmente elevato come il Liceo Classico certamente formerà la personalità di suo figlio e gli svilupperà il ragionamento e il senso critico, benché la società sia cambiata e non ci sia più quello spirito di ricerca e di curiosità culturale che avevamo noi ai nostri tempi, a causa di Internet e di tutte le tecnologie moderne. Ha ragione lei quando dice che raccontare ai ragazzini di oggi quel che facevamo noi sembra di parlare delle guerre puniche. Questa è la realtà: la società, la mentalità, il costume sono cambiati più in questi ultimi 30 anni che nei tre secoli precedenti, e tutti noi dobbiamo farcene una ragione.

  6. Giuseppe

    Illustre Professore, da studente di primo anno di lettere classiche mi trovo d’accordo con la sua analisi, basata sulla realtà effettuale, e non su inutili e fuorvianti buonismi. Tuttavia, aggiungo un altro aspetto secondo me degno di nota: quanto da lei descritto ha delle notevoli ripercussioni all’università, dove, come lei sa meglio di me, le abilità traduttive degli studenti non vengono quasi mai messe alla prova, giacchè viene data precedenza alla grammatica storica, alla fonetica e ad altre piccinerie, sicchè anche in simile circostanza gli alunni per riuscire a superare l’esame apprendono a memoria la traduzione (cosa che non avviene solo al liceo, dunque). Ho constatato, quando ero studente liceale, che numerosi universitari sdottoreggiavano nell’esporre i più astrusi e complessi fenomeni fonetici ma poi, messi dinanzi a un testo latino o greco senza traduzione a fronte, si trovavano spaesati. Io credo che prima di conoscere apocope, tmesi, ipostasi linguistiche, grammatica storica, etc, sia necessario padroneggiare perfettamente il latino e il greco come lingue, e non come entità astratte su cui discorrere mnemonicamente in italiano. Con stima.

    • Caro studente, “padroneggiare perfettamente il latino e il greco come lingue” è oggi diventato sempre più raro, e sono pochissimi, anche tra i docenti, che possono vantarsi di saperlo fare: lo constatiamo anche con i professori universitari, come dice lei, che spesso pontificano dall’alto su questioni di lana caprina senza poi sapersi esprimere su ciò che è veramente importante. Del resto le capacità traduttive, ormai molto rare, vengono poco in luce: al liceo gli studenti scaricano le versioni già tradotte da internet e quindi non fanno più esercizio, all’università imparano a memoria la traduzione per sostenere gli esami. A questo punto mi verrebbe allora da dire: lasciamo la parte linguistica agli esperti e dedichiamoci allo studio della storia letteraria e degli autori; ed i professori universitari dovrebbero smetterla con i filologismi e con i corsi inutili su autori sconosciuti del V° secolo dopo Cristo, e trattare argomenti sugli scrittori più importanti, quelli che serviranno veramente agli studenti se intraprenderanno la carriera dell’insegnamento liceale.

  7. Sapere di più per fare di più

    Analisi ineccepibile, che mi ha dato molto su cui riflettere. Riflettendo sul tema degli smartphone, e solleticato dal post di Giuseppe, mi è balenata l’idea che, forse, su questo tema, l’intero sistema scolastico sta sbagliando approccio. In questo momento, si sottopongono agli studenti, prove che, senza uno smartphone in mano, sono impegnative, e con lo smartphone in mano perdono significato, e ci si lamenta sia dello strumento che della disonestà intellettuale degli strumenti. E se, invece, confrontassimo gli studenti con prove che richiedono conoscenza della materia, intelligenza, e tutto quello che uno smartphone può dare? Ad esempio, invece di dare da tradurre un brano di un commentario di Cesare, o di chiunque altro, si potrebbe dare un paio di frasi e chiedere allo studente di identificarne autore, opera, capitolo, andarsi a pescare le copie fotostatiche dei manoscritti medievali da cui sono state ricostruite (p.es. il Codex Laurentianus, su Internet, si trova, e probabilmente ance altri), analizzarne le differenze e discutenre (traducendole), l’impatto sul significato finale. Oppure, dando un elenco di figure retorice dal nome anche astruso (visto che le definizioni possono trovarle su internet) e un brano, chiedere allo studente di elencare tutti i punti i cui compaiono. Tanto, su internet, la definizione si pesca in un attimo. Sono sicuro che, con la loro esperienza, i docenti possono trovare numerosi modi più brillanti di quelli sopraelencati, per valutare gli studenti e pretendere che spremano al massimo sia i loro cervelli che le moderne tecnologie. Lei che ne pensa?

    • Penso che alcuni degli esercizi proposti da lei già si fanno, ma nella maggior parte dei casi si continua a proporre le solite traduzioni facendo finta di non sapere che gli studenti non le fanno più da soli ma le scaricano comodamente da internet. Purtroppo nel nostro Paese proporre qualche innovazione è sempre arduo, perché il conservatorismo è molto forte e non vuole abbandonare metodi ed esercizi che oggi, con il profondo cambiamento della società, hanno poco significato. Comunque io ho sempre pensato che i moderni strumenti informatici servano anche per gli studi classici, ma non debbano mai sostituire il cervello umano; bisogna farne un uso proficuo e moderato, ma purtroppo ciò di raro avviene. Del resto la tecnologia di per sé non è né buona né cattiva: dipende dall’uso che se ne fa.

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