Sui risultati degli esami di Stato 2018

Qualche tempo fa sono stati resi noti i risultati su base nazionale degli esami di Stato delle scuole superiori. Il primo dato che risulta è che la percentuale dei promossi è del 99,6%, vale a dire la quasi totalità dei candidati. E qui già viene spontanea la prima domanda: sono tutti così bravi i nostri studenti, al punto che non boccia quasi nessuno? Allora tanto varrebbe dare loro la promozione d’ufficio, senza neanche fare l’esame: l’erario statale risparmierebbe molti soldi e la società non ci perderebbe nulla, visto che quello sparuto 0,4% di non promossi non potrebbe certamente recare gran danno né all’università, dove già arrivano persone che hanno ottenuto un buon voto ma non sanno neanche scrivere, né ad altri settori dell’economia globale. Da questo tipo di esame, ridotto quasi ovunque ad una formalità o poco più, non si vede quale vantaggio il consorzio sociale possa trarre, perché dove manca la selezione manca anche ogni forma di reale accertamento delle conoscenze e delle competenze di ciascuno. Così aumenta l’analfabetismo di ritorno, una piaga che già da diversi anni ci affligge: un gran numero di persone infatti, pur essendosi diplomate con buoni voti e magari anche laureate, non sanno capire ciò che leggono né formulare un periodo in forma scritta sintatticamente corretto.
Vi sono poi altri dati che fanno riflettere. Poco meno del 65% dei candidati ha ottenuto voti superiori a 70/100, mentre la percentuale dei 100/100 (cioè il voto massimo) raggiunge l’8%, di cui il 2,2% ha ricevuto addirittura la lode, per la quale è necessario non solo ottenere il voto più alto in tutte le prove d’esame, ma anche avere il massimo del credito (25/25) e una media negli ultimi tre anni non inferiore a 8 decimi, senza neanche un 7. Da ciò sembrerebbe ricevere conferma l’idea che un profano si farebbe dei nostri studenti, i quali sarebbero molto bravi a giudicare dai risultati d’esame, specialmente quelli delle regioni meridionali (Puglia, Calabria, Campania), dove la percentuale dei 100 e delle lodi aumenta a dismisura. Peccato che quando qualche studente di queste regioni (ma anche di altre del Centro o del Nord) si sono trasferiti nel mio Liceo a metà del loro percorso, hanno mostrato una preparazione quasi sempre inadeguata e hanno visto calare di molto i voti che ricevevano nelle scuole d’origine. Sarà un caso, non voglio indagare, ma penso che la valutazione degli studenti sia molto soggettiva e che quello che per un docente può essere insufficiente o mediocre può diventare discreto o buono per un altro, soprattutto se ragioni di opportunità o altre ancor meno confessabili gli consigliano di esser di manica larga per non avere fastidi. Purtroppo la realtà è questa, inutile fingere; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui nelle nostre scuole, anche nei licei classico e scientifico, vengono diplomati con alti voti studenti che hanno “buchi” spavventosi in molte materie e che escono dal loro percorso quinquennale senza sapere com’è finita la seconda guerra mondiale (e nemmeno com’è cominciata!) o se i “Promessi Sposi” li ha scritti Manzoni o Leopardi. Si passa sopra a lacune enormi minimizzando l’ignoranza altrui e valutando spesso positivamente la cosiddetta “tesina” che molti studenti addirittura copiano da internet senza neanche leggerla.
In base alla concezione che io mantengo della scuola e dell’istruzione, ed osservando l’ignoranza che c’è nella nostra società, tutto ciò non può che indignarmi, perché in un paese civile e moderno la cultura dovrebbe essere al primo posto e la scuola dovrebbe essere selettiva, perché aprendo le porte a tutti finiscono per avvantaggiarsene i soliti privilegiati, che in base a conoscenze o altri mezzi illeciti andranno poi ad occupare in società posti che si sarebbero invece dovuti assegnare secondo il merito. Qui da noi la meritocrazia non ha luogo, ed è questo un malcostume che nasce proprio nella scuola, perché se non si distinguono i meritevoli dagli asini si crea un inquinamento sociale che non può che favorire i secondi a danno dei primi.
Allora io dico questo: se si è convinti che all’esame di Stato non si debba bocciare perché, secondo il ragionamento di molti, gli studenti impreparati dovevano essere fermati prima (ma di fatto non lo sono stati, chissà perché!), facciamo però almeno una distinzione di voti, senza regalare alte valutazioni a destra e a manca a persone che non le meritano. Gli antichi Romani, ch’erano molto più saggi dei loro discendenti di oggi, avevano un proverbio che diceva omnia praeclara rara, cioè “tutto ciò che è prezioso è raro”, ed a questo ci dovremmo ancora attenere. L’oro ha molto valore perché è raro; se lo si trovasse dappertutto non varrebbe nulla. La stessa cosa vorrei che accadesse nei risultati degli esami, per quanto riguarda soprattutto i voti alti ed il voto massimo. Nei primi anni di applicazione di questo tipo d’esame i 100 erano piuttosto rari; oggi invece si sprecano dappertutto, in ogni classe deve essercene almeno uno, ed in alcune ve ne sono anche quattro, cinque o più. Possibile che ci siano ovunque tanti “geni” da meritare questa valutazione? Io per me ho sempre pensato che il voto massimo (10/10 per le prove curriculari, 100/100 allo’esame) andasse attribuito soltanto a chi rivela una preparazione completa, esaustiva e criticamente rielaborata in tutti gli argomenti richiesti. Se quello è il voto più alto, si presuppone che per assegnarlo occorra la vera eccellenza, e se il candidato mostra incertezze anche in una sola disciplina il 100 non ci stia più: del resto esistono in abbondanza altre valutazioni lusinghiere (i voti da 90 a 99) che possono ugualmente render giustizia a chi ha avuto un buon curriculum scolastico. Ecco, io di studenti con le caratteristiche che mi paiono corrispondere al 100/100 ne avrò avuti una decina al più in tutta la mia carriera di 40 anni di docenza, e così penso anche degli altri colleghi; invece il numero delle valutazioni massime cresce di anno in anno, finendo oltretutto per togliere valore ed importanza a questo traguardo perché, come dicevo sopra, solo ciò che è raro può dirsi veramente prezioso.
Ma anche questo, come ho detto altrove, fa parte della superficialità tipica dei nostri tempi, quando l’involucro esteriore delle cose conta molto di più della sostanza: come nelle persone viene apprezzato più l’aspetto fisico che le qualità intellettive, così la cultura vera e propria passa in secondo piano di fronte all’apparenza, rappresentata agli esami da un voto dietro il quale spesso c’è poco o nulla. Il 100 rende felici studenti, genitori e amici di colui o colei che l’ha ottenuto; se poi qualche materia del curriculum scolastico è stata ignorata del tutto o ci sono lacune spaventose importa poco, tanto poi, come si dice, la selezione la farà la vita. Ma se tutti sono messi alla pari, se tutti sono promossi e con alte valutazioni, chi farà le opportune distinzioni? E che selezione potrà fare la vita se non quella di privilegiare i soliti noti a danno dei capaci e dei meritevoli, destinati ad essere sfruttati in lavori sottopagati oppure, peggio ancora, ad emigrare all’estero?

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4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

4 risposte a “Sui risultati degli esami di Stato 2018

  1. Angelo Belloni

    Perfetto, come al solito.
    Non può tuttavia far capire che l’esame dovrebbe servire a segare i candidati impreparati, perché questo non è politically correct e La bannano da facebook.
    Dovrebbe dire che l’esame è un momento di verifica dell’efficacia dell’insegnamento, ma anche questo porterebbe a concludere che è del tutto inutile, perché il sistema scolastico è perfetto nei suoi processi ed autocontrolli tanto da avere un’efficienza del 99,6%. Cosa dobbiamo mai perdere tempo a controllare, quando nessun altro sistema al mondo ha una tale efficienza?
    Poi ci sono i però.
    Intanto i voti alti e le lodi concentrati in alcune regioni. Potrei in qualche modo capire il fenomeno se fosse casuale, proprio di alcune commissioni; ma dovrebbe essere allora distribuito in modo più o meno omogeneo su tutto il territorio nazionale, non concentrato e diffuso in alcune aree.
    Sulle lodi sono parzialmente in disaccordo: dovrebbe essere data a chi ha una buona preparazione curriculare (diciamo una media del 7, non fosse che come ha più volte sostenuto i voti assegnati sono spesso numeri del lotto) ed in più in alcune materie di suo interesse va oltre i programmi: il problema qui è che – se va troppo oltre – i commissari potrebbero non avere loro la preparazione per seguirlo e valutarlo.
    Il fatto che Lei abbia trovato gravemente impreparati ragazzi che altri docenti avevano giudicato preparatissimi è riconducibile a mio giudizio al fatto che nessuno si è mai preso la briga di definire cosa debba essere la preparazione attesa, sia come contenuti che come livello: ciascuno valuta con un metro proprio, che sarà anche giusto, ma è soltanto suo. Se tutto è lasciato alla soggettività è normale che qualcuno possa valutare come geni degli emeriti somari, con le conseguenze che giustamente lamenta nel Suo post (e che incontriamo tutti i giorni nella vita fuori della scuola).
    Se poi uno non sa chi, tra Manzoni e Leopardi, abbia scritto i Promessi Sposi, questo non è poi così grave come il fatto che il tizio evidentemente non ha mai letto, meditato e digerito l’opera, salvo al massimo essere andato a vedere sul Bignami come alla fine si è conclusa la vicenda.

  2. Rocco

    E’ anche vero che un sacco di insegnanti del Centro-Nord sono meridionali.

  3. Sapere di più per fare di più

    Analisi molto precisa. Per quanto riguarda i Bignami, che non ho mai utilizzato personalmente, ma ho spiluccato da mio figlio, devo dire che spesso hanno due doni che, a volte, mancano nei libri di testo: sintesi e chiarezza. Direi che potrebbero essere un buon punto di partenza per delimitare, in fatto di ignoranza, l’accettabile dall’inaccettabile. Se un sedicente studente ignora perfino ciò che si trova lì, probabilmente non è ciò che si dichiara.

    • Anch’io non sono così contrario ai famigerati “Bignami”, che magari erano troppo sintetici ai nostri tempi, ma che oggi possono andar bene, di fronte a libri di testo spesso confusi, pletorici e poco concludenti. In fondo sono semplici e chiari, e contengono l’indispensabile, cosa che non sempre i nostri studenti riescono ad acquisire.

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