Brevi considerazioni estive

Mi sto accorgendo che in questo periodo le visite al mio blog stanno vertiginosamente diminuendo: da una media di 250 accessi al giorno in primavera, siamo passati adesso ai 100/120, circa la metà. E ad agosto sarà ancora peggio, perché la gente non ha voglia in estate di leggere nulla che non siano i settimanali di gossip o i romanzetti penosi scritti dagli imbrattacarte di oggi, che qualcuno ha ancora il coraggio di chiamare scrittori. E invece io, in questo breve post, ho intenzione proprio di fare il contrario, di suggerire cioè a chi si trovasse per caso a passare di qua di approfittare delle vacanze – da noi rigorosamente sempre di luglio e soprattutto di agosto – per migliorare un po’ la propria cultura, il che è sempre una buona cosa. Avrei due consigli da dare, che corrispondono al mio pensiero e dei quali sono convinto. Il primo è di leggere sui tradizionali libri di carta, senza farsi attrarre da smartphone, tablets e altri ordigni di questo genere, che già Umberto Eco indicava come inadatti alla lettura; hanno infatti bisogno di una certa abilità da parte del lettore che non tutti hanno (a me ad esempio saltano le pagine se inavvertitamente tocco un altro tasto del tablet e non ritrovo più ciò che stavo leggendo), e soprattutto sono soggetti a scaricare le batterie e non dappertutto si trovano prese di corrente per ricaricarli. Il libro di carta, oltre ad essere più bello e affascinante con il suo caratteristico odore, si può portare dappertutto: in spiaggia, in barca, su una panchina ecc., e non c’è mai il rischio che la pagina scompaia davanti ai vostri occhi. Il secondo consiglio è quello di non leggere la robaccia che viene scritta adesso e contrabbandata per letteratura: ho avuto più volte modo, su questo blog, di spiegare come i romanzi e i racconti dei cosiddetti “scrittori” attuali sono per lo più un ammasso di parole scritte di getto, senza ordine sintattico né stilistico, senza alcun pregio retorico, pagine di periodi di due o tre parole seguite dal punto oppure dialoghi interminabili di brevi e squallide battute. E’ bene invece leggere i classici, antichi e moderni ma sempre classici, scrittori cioè che non hanno mai finito di dire ciò che volevano dire, artisti che non sono stati e non saranno mai dimenticati, come invece avver.rà a breve termine per gli scribacchini di oggi. I grandi romanzi dell’800 ad esempio, dagli italiani ai francesi agli inglesi ai russi, costituiscono un tesoro d’arte che gratificano ancora adesso l’anima di chi legge e ci fanno comprendere la nostra umanità e l’essenza del mondo che ci circonda.
Personalmente, in questo periodo estivo ed in attesa della pensione che scatterà il prossimo 1° settembre, ho alcuni impegni editoriali che intendo portare avanti, ma riesco anche a trovare il tempo per la lettura, che per me è sacrosanto. Le opere che ho per le mani in questi giorni sono due grandi classici della letteratura italiana dei primi secoli: il Trecentonovelle di Franco Sacchetti scritto nel XIV secolo, e il poema cavalleresco Morgante di Luigi Pulci, del secolo seguente. Quel che mi ha stupito di queste due opere, che già parzialmente conoscevo per aver insegnato italiano nel triennio del Liceo Classico, è la grande spontaneità del linguaggio usato dai due autori, un linguaggio alquanto comprensibile anche oggi per chi conosce la lingua italiana, sebbene per qualche espressione particolare sia ancora necessario leggere le note esplicative del libro. Le novelle del Sacchetti sono argute e piacevoli, raccontate con semplicità ma volte a svelare particolari tratti dell’animo umano, come la tendenza ad ingannare o a schernire gli altri, l’egoismo personale, l’ingenuità di alcuni che, loro malgrado, restano vittime della furbizia altrui. Il modello del Boccaccio è evidente, ma Sacchetti riesce comunque a tagliarsi ampi spazi di originalità, sia nella spontaneità dell’espressione che nel tono narrativo. Un po’ deludente, invece, è il poema del Pulci, soprattutto per chi come me ha letto in precedenza gli analoghi poemi dell’Ariosto e del Tasso, composti nel secolo successivo ma più validi artisticamente sia per la psicologia dei personaggi che per la bellezza delle immagini poetiche. Certo, anche nel Morgante ci sono pagine molto felici, ma ve ne sono altrettante piuttosto fiacche e tali da rivelare una composizione quasi forzata da parte dell’autore, come s’egli tirasse a concludere prima possibile un impegno preso ma per il quale non aveva più, come all’inizio, la necessaria ispirazione. Oltretutto il protagonista, il gigante Morgante, appare pochissimo nell’opera, tutta incentrata sulle proverbiali e risapute avventure dei paladini Orlando e Rinaldo, cantati da una lunga tradizione popolare che risaliva, in ultima analisi, alla Chanson de Roland. Si tratta comunque di opere di alto livello che nessuno oggi, in questa sfortunata età in cui l’arte è morta definitivamente, sarebbe capace anche soltanto di abbozzare. Per fortuna esiste il passato che, come diceva Seneca, nessuno ci può togliere o cambiare; dei grandi capolavori dei secoli trascorsi ancor oggi noi possiamo godere, visto che non siamo capaci di creare nulla che possa con essi anche soltanto paragonarsi.

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3 commenti

Archiviato in Arte e letteratura

3 risposte a “Brevi considerazioni estive

  1. Sapere di più per fare di più

    Come Lei sa, sono un arido tecnico. In fatto d’arte, il mio parere non vale granchè, per cui mi limito a porre (a Lei, a me stesso, e a tutti coloro che vorranno leggerle) delle domande, basate in gran parte su considerazioni numeriche. Non è possibile che l’arte, più che essere morta, si sia semplicemente spostata? In fin dei conti, sulla Terra, oggi sono ci sono migliaia di volte gli uomini che c’erano al tempo di Dante, e milioni di volte in più di quanto non fossero ai tempi di Virgilio, e credo che la percentuale di menti geniali all’interno della nostra popolazione non cambi molto nell’arco della storia (diciamo uno ogni 1000 praticanti, tanto per fare una stima prudente?). Questo implicherebbe che oggi i geni dorebbero essere molto più numerosi di quanto non fossero ai tempi di Dante, e ancora di più rispetto ai tempi di Virgilio. Inoltre le moderne tecnologie portano una buona parte dello scibile umano (manuali di retorica inclusi) direttamente a casa loro, cosa che li avvantaggia molto, rispetto ai geni di una volta. E’ verosimile che tutte queste possibilità non si traducano mai in produzione artistica degna di questo nome?

    Insomma, non potrebbe darsi che, per trovare l’arte di oggi, sia necessario cercare aldifuori della letteratura? Magari guardando a forme di espressione di più recente invenzione, come la cinematografia, la fotografia, la canzone, i video, i videogiochi, o anche alla pubblicità e musica? Questo senza perdere di vista i capolavori letterari del passato, beninteso…

    • La nostra è l’era della tecnologia esasperata, in cui l’uomo diventa succube della macchina e affida a lei compiti e facoltà che prima doveva far scaturire dalla sua mente. Per questo l’arte è morta in ogni campo, e non solo nella letteratura: esistono forse oggi pittori che possano paragonarsi a Caravaggio o musicisti che siano in grado di comporre opere come quelle di Rossini o di Verdi? La letteratura, la forma d’arte che io conosco meglio, è completamente finita oggi, e se vogliamo leggere qualcosa che elevi la nostra anima e la faccia vibrare dobbiamo ricorrere ai grandi capolavori del passato.

  2. Sapere di più per fare di più

    Lei ha usato un’espressione che, forse, è la chiave di tutto: “elevare l’anima”. La mia sensazione è che l’idea stessa che ci possano essere stati più o meno elevati dell’anima non sia condivisa dalle nuove generazioni; anzi, faticano molto a distinguere un tentativo di elevare il loro animo da una qualsiasi altra forma di manipolazione (per certi versi, in effetti, lo è, se il loro animo vuole andare in direzione opposta). Non ha questa impressione anche Lei?

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